Donne, madonne e bimbi

Part 2

Chapter 24,173 wordsPublic domain

Anch'io, naturalmente, le facevo la corte a furia di lettere lunghe, quasi una al giorno. «Non ti verrà mica in mente di sposare quella lì! — mi disse un giorno il mio povero babbo —. Non fa per te quella roba lì.»

Un giorno mi ferma lei stessa per la strada e mi dà la mano.

«Via, non si faccia vedere così — mi disse sorridendo, — mi accompagni e andiamo ai giardini, come due buoni amici che camminano pei loro affari.»

Quando si arrivò in un viale dove non c'era gente:

«Ho ricevuto la sua ultima lettera — disse, levandosi i guanti e appoggiandosi all'ombrellino: — è scritta con molta passione e si capisce che lei è un'anima fedele e buona....» E proseguiva: «Sì, io ho bisogno di essere amata così: da un uomo buono e fedele come lei.»

Io allora le domandai se mi voleva bene e lei mi ripose:

«Adesso non le voglio dare questa soddisfazione», e allora io le domandai:

«Ma almeno lei, Sara, sarà buona e fedele con me, è vero?»

Lei mi sorrise e strinse le labbra crollando la testa: «Non abbia molta fiducia in me, io sono anzi cattiva, orgogliosa e molto capricciosa. No, no, mi lasci — e mi tirava via la mano —, è stato un sogno: io sono molto cattiva, le farei del male io: non le voglio far del male.»

Ecco: queste sono state le sole parole sincere che Sara mi abbia detto. Dopo, per anni ed anni, siamo vissuti insieme, abbiamo parlato, ma ci siamo intesi come persone che parlano lingue diverse. Ma lei se le ricordava queste sue parole, e ai miei rimproveri rispondeva: «Io sono stata sincera. Te lo avevo pur detto! Sei stato tu che mi hai voluta.»

Quella mattina, dunque, ai giardini, quando io la sentii parlare così, mi sentii trasfigurato e le dissi delle cose straordinarie sull'amor mio; e lei, dopo, si levò il fazzoletto e si toccò l'angolo degli occhi e disse: «Voi uomini quando amate da vero, siete più nobili di noi altre donne: no, io sono cattiva! Soltanto se mi saprai conquistare, io cercherò di essere buona moglie, come dici tu.» E si allontanò con quel suo passo distinto e languido, ed io rimasi estatico a rimirarla finchè scomparve l'ultimo lembo del vestito; poi diventai come inebriato: quasi avevo piacere di sentire che era cattiva. Dopo l'avrei fatta diventar buona io: mi sentivo un gigante, e la vita che è tanto grande, io ero felice di consumarla tutta per colei. Camminai come un demente per i giardini, e siccome era primavera, mi pareva che tutte le piante e che tutta l'aria avesse il profumo di lei.

Le condizioni della famiglia di lei erano note su la piazza: il padre non aveva più da far fronte agli impegni; liti e disordini in casa, ed io che la frequentavo, ne sapevo qualche cosa. Ma che si fosse al punto da non aver da mangiare, non potevo supporre.

Fu una sera che si tornava da una scampagnata, che lei mi disse chiaro e preciso come stavano le cose. Suo padre aveva il domani una cambiale in scadenza: lei temeva che si uccidesse. In casa, fratelli e padre si erano insultati come facchini e si minacciavano. Lei piangeva nel raccontare: era dolore? era paura? cos'era? io non so, ma quando me la sentii diventare fragile, umile fra le mie braccia, quando lei mi disse più che con le parole, con gli occhi: «Salvami tu, se mi vuoi salva, se no, non so cosa farò di me», io mi sentii un cuore di eroe: perdevo tutto, ma acquistavo Sara.

Poco dopo io presentavo al mio povero babbo diversi campioni di abiti di seta bianca.

«Quale ti piace di più, papà?

«Per che cosa?

«Per sceglier l'abito da regalare alla sposa.» Ero figlio unico; minacciai, e i poveri miei vecchi chinarono il capo. Per fortuna lui è morto prima! Ma lo crede, signor Enrico, che ho dovuto combattere con la famiglia di lei perchè me la dessero? Così, proprio così! I fratelli brontolavano che con un tipo come Sara si poteva fare un affare migliore, che loro erano nobili, che io, in fine, ero un misero possidentuccio e via: e suo padre mi diceva: «Sapete, caro giovanotto, cosa mi costa l'educazione di quella ragazza fra viaggi, _bonnes_, scuole e una storia e un'altra? Altro che la dote!

Però se proprio non ne potete fare a meno, se lei vi vuole, prendetevela. Io ci aveva fatto conto sopra per la mia vecchiaia, ecco tutto: perchè nei maschi c'è poco da sperare.»

Anche l'abito di seta ha una storia! «Quegli abiti da sposa — diceva la povera mamma — che poi si conservano tutta la vita, e si mettono quando si muore....»

«Brrr! — fece Sara. — Bastava un abito _tailleur_ da montare in treno dopo la cerimonia.»

Tuttavia per accontentare i miei, ella si fece l'abito da sposa, e diceva che era diventata come le Madonne vestite dai preti.

Sara entrò poi in casa dei miei: una casa alla buona, all'antica, con vecchie cose, vecchie abitudini. I miei genitori capirono che era inutile far recriminazioni. Sopportarono tutto. Quello che devono aver sofferto non me lo hanno detto mai: ma io, signor Enrico, vorrei che ci fosse l'altro mondo soltanto per domandare a loro perdono dei dispiaceri che ho dato. Papà campò poco, come le dicevo, ma lei, povera mammina! Io era innamorato di mia moglie, ed ora che la possedevo, mi piaceva più di prima.

Qualche volta, in segreto, accarezzavo la mia povera madre come per compensarla di tutti quei sacrifici. «Basta che lei ti voglia bene e che tu sia felice», mi diceva con quella sua voce melanconica. Del resto, per i primi anni, di Sara non si potè dir nulla; fu madre buona e fu moglie fedele; sicuro già che per vivere in pace bisognò far tutti e tutto a suo modo.

A tavola, per esempio, serviva da anni una vecchia domestica che faceva di tutto; lei trovò che era poco pulita, che ci voleva la cameriera col grembiule bianco, e allora la vecchia serva venne relegata in cucina, ed era tutt'al più destinata a lavare le calze. Quelle calze! In casa nostra non sapevano nemmeno cosa fosse il tè. E venne il tè e vennero anche le signore a berlo. Avevamo in casa una stanza da ricevere all'antica, e lei trovò che non era _gemütlich_, una cosa che noi «gente zotica» non potevamo capire. Si spese molto a renderla _gemütlich_. Il mio povero padre era abituato, d'estate, a stare alla buona a tavola: si metteva in maniche di camicia, e, dopo pranzo, fumava la pipa. Lei trovò che ciò era poco conveniente; osservava che a casa sua i suoi fratelli erano abituati a far _toilette_ per andar a tavola. Poi trovò che vicino alla stanza da letto ci voleva la vasca per il bagno, e venne la vasca.

«Ciò che non è molto pulito non è morale» ripeteva Sara.

Vecchie masserizie, vecchie costumanze: il pane fatto in casa, il bucato in casa, le galline nel cortile, il caldanino d'inverno, producevano a Sara un fastidio che non si dava più nemmeno la pena di nascondere.

La piccola economia domestica che, prima, permetteva dei risparmi, ora non bastava più. «Non sei buono a farti sentire? — diceva la mammina. — Ma che marito sei?»

Spasimando, con lunghi discorsi, cercavo di farle capire la necessità per lei, per noi, per nostro figlio — perchè avevamo anche noi un bambino — di vivere più modestamente. Cercavo in tutti i modi di penetrare nel suo cervello; ma sentivo che sotto c'era come una pietra, dove si spezzavano tutte le mie ragioni.

«Vuoi che vada a domandare i denari ai tuoi amici?»

Ella aveva l'intelligenza delle parole brutali. Io le elencavo tutte le cose superflue della sua _toilette_.

«Via, che se io non fossi così, non ti piacerei come ti piaccio....»

Ella, così _prude_, così osservante di tutte le convenienze, aveva nell'intimità scatti di impudicizia che mi atterrivano. Ah, signore! signore!

La vita, in casa, divenne un terrore. «Nemmeno il diavolo la doma più», diceva la povera mammina.

Lei ripeteva a me: «Tu hai tradito la mia vita!»

«Ma io l'ho pure questa forza di sacrificio!» le dicevo io.

«Ma a te nessuna donna ti guarda, io invece....»

Allora io tremavo tutto, e le facevo lunghi ragionamenti.

«Sì, sì, — diceva lei —, va alla messa.»

La minacciai di scacciare di casa. «Guarda — mi disse — a quello che fai! guarda a quello che dici!»

Io insistetti: mi pareva di far bene ad insistere. Ma non avevo fatto il calcolo esatto su le mie forze e allora ho detto una parola che non dovevo dire, ma l'avevo nel cuore e la dissi: «Vattene, sì!»

«Allora me ne andrò, ma tieni a mente che non sono io che vado, sei tu che mi scacci: io sono una donna che so quello che faccio; io non sono come le altre che vanno in chiesa e hanno l'amico; io sono una donna diversa, il mio uomo, io: tu puoi andare a fronte alta di tua moglie. Ma tu mi scacci, tièntelo a mente!»

Lei preparò per due giorni le valige con molta calma: io non dissi più nulla.

La sera condussi a spasso il bambino, povera anima! V'era come un tàcito accordo; lei sarebbe partita: il bambino sarebbe rimasto con me, ed io lo condussi fuori perchè non si accorgesse della partenza della mamma, a cui lui voleva un gran bene.

Era quella una sera fredda e nera d'autunno, e l'ho qui nella mente: andammo fuori di porta, io e il bambino; camminammo sotto i platani che stormivano per il vento e cadevano sul capo le foglie dei platani. Io lo tenevo per mano, avrei voluto parlare, ma non sapevo cosa dire.

Tenevo la sua mano dentro la mia e non parlavo: ad un tratto lo sentii piangere. «Perchè piangi? non sei contento di andare a spasso col tuo papà?» Lui avea sei anni. Mi ricordai tutte le cose che egli desiderava: cioè la bicicletta a tre ruote, il cavallo che dondola, la macchina che fischia e cammina da per sè; e io gli promisi che gli avrei comperato tutto. «Ma perchè piangi?» e lui piangeva senza spiegarsi, e quel pianto mi metteva nell'anima un gran male. Allora lo minacciai; là nel buio, minacciai di percuoterlo. Ma al lume di un fanale che faceva luce a una Madonna, lo scorsi pallido pallido, esterrefatto, tremante davanti a me. Io dovevo aver parlato con grande ira e non me n'ero accorto.

Mi cadde l'animo al vederlo così e mi vergognai: era lei che io avrei voluto percuotere a morte e invece stavo per percuotere lui, l'innocente. «Perchè piangi?» — «La mamma!» singhiozzò con uno scoppio di passione che mi fece quasi paura. «Vuoi veder la mamma?» Fece cenno di sì, e vedendo che io acconsentivo, mi prese lui stesso per mano e mi tirava, e mi ricordo che il vento ci era di fronte, un vento forte e lui tirava e diceva: «Fa presto, papà, la mamma va via!» Così facemmo tutto il viale sotto i platani che si rabbuffavano indietro sul nostro capo.

Io no, no! non le avrei mai detto di restare: morire piuttosto: al punto in cui erano le cose, no! ma speravo nel bambino: si sarebbe commossa alla sua vista e sarebbe rimasta. Per questa ragione lo ricondussi.

Entrammo in casa. Lei aveva disposto le valige e attendeva la carrozza per andare alla stazione. Io tremo anche oggi a pensare a quella notte.

Mia madre coi capelli scarmigliati, con le braccia in croce davanti alla porta, diceva:

«Di qui non si passa: è casa mia!

«Via, vecchia megera, pinzochera, voglio andar via da questa casa maledetta — diceva lei.

«No, non va via una sposa giovine, di notte!

«Ho il mio orgoglio che mi difende, via da questa casa maledetta.»

E le sue mani minacciavano. Io la presi allora perchè non nuocesse a mia madre, la strinsi forte su di me e lei mi graffiò il volto e mi lacerò i capelli.

«Andrai via domani, senza scandalo!» le dicevo con sarcasmo, piano, all'orecchio. «Sì, ti voglio mandar via: ma domani!» Avevo anche io un demonio che mi tradiva. Il bambino aggrappato alle sottane di lei, faceva pietà; supplicava me, supplicava lei con una voce che quando morirò la sentirò ancora, ma lei, lei non l'udiva.

Ma ricordo una frase orribile e strana in un bimbo, che pronunciò in quella sera. Pallido, con la testolina che crollava indietro come avesse avuto il tetano, aggrappato a noi, diceva: «Ma allora io voglio morire, fatemi morire!» Ed ella non udiva. E pochi mesi prima lo avevamo vegliato io e lei nel suo lettuccio, perchè era ammalato!

Fuggì quella notte e portò via mio figlio.

La mattina seguente io e mia madre ci guardammo come smemorati, senza dir nulla. Io la volli confortare e le dissi: «Meglio così, tutto è finito!» I primi tre giorni, sotto l'eccitamento del fatto, mi sembrò di essere quasi contento: poi cominciai a perdere il sonno, a fissarmi in Sara. Io e mia madre ci incontravamo come due fantasmi nella vecchia casa. La stanza nuziale venne disfatta: io mi volevo mostrare assai calmo. Ma tutto il giorno non parlavo, a tavola non parlavo, il cibo mi andava via dalla gola come avessi avuto il vomito. Cominciai ad ubbriacarmi, per sistema, il giorno e la notte a prender l'oppio per dormire. Ma l'oppio, se mi buttava giù nel letto per una mezz'ora, dopo mi svegliava con un riscossone e con gli occhi aperti come ci fosse stata una molla a tenerli su: così rimanevo tutta la notte.

E perchè capisca in quale stato io ero, a ogni treno andavo come un sonnambulo alla stazione perchè speravo che tornasse, che si fosse pentita, che avesse compreso quale grande delitto avesse commesso di abbandonare la casa del marito a cui aveva data la fede.

Andando alla stazione, questionavo con me stesso per decidere se le avrei perdonato: finivo sempre col perdonarle, ma era lei che non tornava. Dicevo fra me: «Una donna divisa così dal marito, rimane vituperata.» Non pensavo che il vituperio del mondo può cadere su una donna debole o brutta: ma su una donna bella e forte come era Sara, non cade insulto; il ridicolo, quello sì piove sull'uomo! Allora diventavo furibondo e dicevo: «Ti farò citare davanti al tribunale, ti farò svergognare come una madre, una moglie che abbandona il marito.»

Sara mi mandò due lettere da un paese lontano della Svizzera, con le insegne superbe di un _hôtel_. Nella prima mi spiegava col solito orgoglio la sua condotta precisando a suo modo i fatti e mi dava notizie del bambino «giacchè di questo — scriveva — ne avete il diritto», e mi domandava poi i suoi gioielli. Era partita con quasi niente di denaro. Io non risposi. Nella seconda, domandava tutti i suoi abiti ed aggiungeva che tutto (ed era sottolineato) anche fisicamente, era finito fra noi due e che se anche lei avesse voluto, non avrebbe più potuto vivere con me: e che io «le facevo ribrezzo!»

Allora, ma solo allora, pensai a quello a cui non avevo mai fino allora pensato: «la tua donna si infila nel letto con un altro, ridendo.» Allora diventai pazzo. Sarei partito in quell'ora stessa che ricevetti la lettera, ma non avevo i soldi, capisce? li dovevo rimediare; e intanto le scrissi una lettera in cui mi umiliavo e che fece pietà a me stesso, tanto che non ebbi coraggio di rileggerla.

Lei mi rispose dopo una settimana così: «Mi dispiace che tu sii ammalato, ma se tu sei uno squilibrato e uno più buono a niente, non è questa una buona ragione perchè io, che ora mi sento assai bene e ho molta voglia di star bene, debba tornare ad unire la mia vita alla tua. Il bambino sta benissimo. Poscritto: La mia coscienza non ha bisogno del tuo perdono».

Allora io dissi a mia madre: «Io voglio andare a riprendere il bambino che mi portò via come un ostaggio; non posso vivere senza di lui!» — «Va, e riprendi anche lei — mi disse la mamma — Tu così ti rovini la vita, figlio!»

Partii e dopo due giorni di viaggio in terza classe, giunsi in Svizzera, in quel paese. Era un _hôtel_ che aveva quella grand'aria di lusso che era stato sempre negli istinti di Sara. Incontrai signori e signore superbe davanti ai quali il mio aspetto era una viltà: cameriere in cuffia e camerieri in sparato bianco, che parlavano una barbara lingua, ma al cui confronto le dolci mie parole italiane suonavano come un'umiliazione.

Mi vergognavo di dire il mio nome, di dire a quei camerieri che io ero marito di quella signora lì sola in quell'albergo. Dissi che ero un parente, ma dal contegno di quella gente capii che aveano letto in volto la mia vera qualità, e mi fecero entrare nella stanza di lei benchè fosse mattino.

Mia moglie si puliva i denti. Mi guardò senza nessun turbamento. Seduto sul tappeto, per terra, c'era il piccino che si metteva le scarpe e mi guardava con occhi meravigliati, e non disse nulla.

«Sei tu? non ti aspettavo!» pronunciò con voce tranquilla: ma poi guardandomi, mi dovette trovare molto stravolto, perchè mi domandò con voce che era divenuta incerta e paurosa suo malgrado:

«Sarebbe interessante di sapere cosa sei venuto a fare qui.»

Anch'io ero determinato ad essere calmo, giacchè nel viaggio avevo prestabilita la mia condotta, benchè il cuore e, ho vergogna di confessarlo, i miei sensi mi spingessero a domandarle perdono. Era l'ultima riserva della mia energia di uomo che lanciavo: e aveva così stabilito di fingere, di volere una separazione per via legale, e intanto portarle via di sorpresa il figlio.

Mi sedetti su di una poltroncina e le parlai in questo senso.

«Oh, benissimo», diceva lei senza voltarsi dallo specchio.

E vedendo il letto, disfatto, chiesi:

«Si deve dormire molto bene in questi letti.»

«Stupendamente..., sonni profondi: permettete....» e si slacciò il bottone della camicia per lavarsi.

Quell'atto mi ricordò di una sua frase abituale, cioè che una signora per bene davanti al cameriere si può anche slacciare perchè un cameriere non è un uomo. Fremetti, e senza muovermi dalla sedia, pronunciai quella parola semplice che molti di noi crediamo sia un'offesa: Puttana!

«Cosa dici?»

E io ripetei quella parola. Lei alzò le spalle ed io nello specchio vedendo il suo volto mi parve che a fior di labbra mormorasse: «Stupido!»

Il cervello mi si infiammò di furore; ma una cosa più grande succedeva: io vidi, quasi con questi occhi, materialmente, la mia casa che crollava. Lei sa, è vero? Quando la casa muore è come quando moriamo noi. E allora il resto che vale?

Il piccino aveva finito di mettersi le scarpe, ma male.

«Perchè non l'aiuti tu ad allacciarsi le scarpe?» le domandai.

«Perchè io non faccio la serva a mio figlio!»

In quel punto bussarono alla porta. Trasalii. Ella disse tranquillamente, facilmente in tedesco, come se quella fosse stata sempre la sua lingua, di entrare. Entrò la cameriera col vassoio: era la colazione col burro, la _confiture_: una cosa splendente, grandiosa.

Il bambino parlò allora per la prima volta e disse: «Qui, vedi, papà, si mangia bene; sempre burro, cioccolata, dolci; mica come là dalla nonna! se poi vedessi a pranzo che tavola grande, sempre coi fiori, e quanta gente, quanti piatti, oh! È molto bello così!»

Una voce immensa nel mio cuore mi veniva su e voleva dire a Sara: «Torneresti a casa?» Ma ebbi pudore di pronunciare il nome di mia madre davanti a lei. Soffocai quella voce e la pregai di vestire il bambino che lo volevo condurre a spasso. Volevo portarlo via subito. Lei lo vestì, e disse: «Ecco pronto.»

Siamo usciti io e il bambino.

Ma quando fui nel corridoio, camminai in punta di piedi e poi mi fermai: un'illusione, pazza da vero, mi teneva incatenato lì nel corridoio, cioè che lei mi richiamasse indietro. Ritornai invece io indietro, origliai e sentii il rumore del busto. Sara continuava in pace la sua _toilette_.

Nell'albergo c'era un giardino con grandi alberi puliti e molti sedili.

Io conduco qui il bambino e parliamo.

Lui mi raccontava tutti i piatti che si mangiavano alla _table d'hôte_. «Vuoi tornare dalla nonna? — dissi io con le lagrime. «Sì, se mangeremo ancora tanti dolci come qui.» E parlava ancora, quando a un certo momento scappò via. Era corso via! Sotto un albero c'era un giovane signore che lo prese fra le ginocchia.

Io guardai.

Il bambino, dopo, corse ancora da me, e quel tale si alzò e si allontanò.

«Chi è quel signore? — domandai.

«Quello che tiene sempre compagnia alla mamà! — mi rispose il bambino.

Allora risalii da solo le scale, e irruppi nella stanza di Sara.

«Chi è quel signore che ti tiene sempre compagnia?»

Il suo volto diventò brutto. «Ci mancava anche questa per fare il terno», sentii che disse, e poi non so più nulla. Urlò. Venne gente, mi strinsero, mi strapparono una rivoltella.

Mi hanno fatto poi il processo per mancato omicidio. Mi hanno fatto vedere il revolver con una pallottola di meno. Sarà anche stato, ma io non me ne sono accorto. Basta, dopo fui assolto; ma da allora diventai come stupido, con una gran debolezza di nervi. Poi, col tempo, mi sono rifatto; cominciai ad andar fuori di casa mentre prima mi vergognavo: ma non mi curavo più di niente. Bisognava che mia madre mi mettesse lei la biancheria sul letto perchè io la cambiassi. A lei, a Sara, però ci pensavo spesso: mi ricordavo il grande albergo dove l'avevo trovata; vedevo i vassoi d'argento, le tavole coi fiori e altre cose vedevo, e dicevo: «Già lei era nata per questa gran vita.» E per una certa lucidezza mentale, mi ricordavo di certe sue frasi come questa: «Che colpa ho io se piaccio agli uomini?» E allora provavo come dei brividi di desiderio, e con stupore dicevo: «Sì, cara, se tu non vuoi sporcarti le mani, li laverò io i piatti: ma torna con me.»

Due o tre volte all'anno per Natale, per Capodanno, ricevevo un biglietto del bambino, in cui mi diceva che lui stava bene.

Adesso glielo dirò: si sente dire e si legge, o signore, che una via, come quella battuta da mia moglie, conduce di gradino in gradino alla abbiezione. Quasi me lo auguravo di trovarla degradata e in miseria pur di riprendere la vita con lei e con lui.

Seppi che lei era a Roma. Andai dunque a Roma, girai, domandai e un dì vidi pel corso una figura di donna, che assomigliava a Sara. Quei cinque anni di strazio, che mi avevano distrutto anima e corpo, non erano passati per lei. Era come prima, solo un poco più matronale. Da prima non mi conobbe, ma poi la mia vista o la atterrì o la commosse, perchè mi accolse benevolmente, soltanto non potè a meno di dire: «Come siete invecchiato!» E mentre eravamo lì fermi sul marciapiede fra la folla, mi accorsi che due o tre signori di molta distinzione la avevano salutata. Lei mi invitò a salire a casa sua, e camminando fra quella calca, io mi vedevo negli specchi delle vetrine, miserabile e vecchio dietro di lei.

Arrivammo ad un palazzo. Il portinaio di quella casa la salutò levandosi il berretto e guardò me come a chiedere: chi è costui?

«Potete salire senza timore per la vostra rispettabilità — disse Sara con ambiguo sorriso — qui abitiamo noi soli.»

Il giovanetto, nostro figlio, domandava piano a lei:

«Chi è? È il papà quello lì?» e lei faceva cenno di sì, e raccomandava di star zitto.

Era un appartamentino piccolo, ma messo bene.

Io mi misi a piangere e benchè mi frenassi, non potei impedire al singhiozzo di prorompere.

«Perchè piange il babbo?» «Per il piacere di vederti» lei disse, e a me disse piano: «Adesso parleremo, ma vi prego, niente tragedie; ne ho avute anche troppe!»

«Adesso tu va a studiare» — disse poi al figlio —; «e se volete....» — disse a me: ed entrammo nella sua stanza dove c'era un lettino bianco, delle poltroncine bianche.

Prevenne le mie domande: viveva — diceva lei — dando lezioni di tedesco e di piano.

Dissi io allora queste parole: «Ma il giuramento di fedeltà che tu hai dato....»

Ella chiuse gli occhi, posò la mano su la fronte, disse...: «Parlando con voi ho l'impressione di parlare con un _revenant_ d'altri tempi....»

Nel mio paese, signor Enrico, c'è un fiume dove non hanno mai potuto piantare le palafitte per mettervi un ponte; la melma è tanta che le travi non sono mai arrivate a trovare il sodo e un giorno un manovale, che con una lunga pertica volle scandagliare quel fango, vi si sommerse e non l'hanno più ritrovato.

Io ero realmente un fantasma. Per riconquistare Sara sarebbe stato necessario che io fossi apparso giovane, forte, terribile.

Mi sentii come recidere i nervi, e allora udii queste sue parole: «Dopo tutto, i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho dati.»

Venne la cameriera e bisbigliò non so che a Sara.

«Ah, sì! me ne ero dimenticata. Io sono desolata, — disse a me, — ma sono venuti a prendermi per una conferenza....»