Donne, madonne e bimbi

Part 10

Chapter 103,930 wordsPublic domain

Mistress Teòdoli invece era quasi splendida. Diceva indignata: — Mister Teòdoli, voi siete orribile!

*

Mistress Teòdoli amava le piccole grazie, i piccoli agi della casa, benchè ella non istesse quasi mai in casa, fuorchè il sabato quando le amiche venivano a prendere il tè nel salottino bianco. Anche in casa mistress Teòdoli vestiva di bianco. «Io mi sento molto giovane — diceva; — ma mio marito molto vecchio.»

La stanza di mister Teòdoli era invece molto scura, piena di vecchie cose: vecchi libri, vecchi attrezzi, vecchi quadri! Egli ne sentiva l'anima, e si compiaceva di quell'odore quasi ascetico che le vecchie cose hanno con sè.

— Avete l'anima di un rigattiere voi, mister Teòdoli — diceva mistress Teòdoli.

Mister Teòdoli era forse misàntropo, ma rifiutava il nome di tirchio. E forse nemmeno misàntropo. Spesso convitava qualche amico o collega del giornale, e allora amava far rivivere l'Italia con qualche vivanda all'italiana, che lui stesso preparava con molto amore, assai bene. Quelli eran giorni di festa, quando mister Teòdoli con un grembialone bianco preparava in cucina o un timballo di maccheroni con le rigaglie di pollo, o un risotto autentico alla milanese. E dopo il pranzo recitava qualche verso di poeta italiano, assai bene; o sturava qualche bottiglia assai buona di vino italiano, che richiamava la nostalgia delle nostre convalli, con l'olivo, il pino, gli aranci su lo stemma del cielo italiano.

— Oh, molto eccellente — diceva il collega, — e adesso voi siete in bisogno di un fiammifero accender vostra piccola pipa. Non è vero, signor Teòdoli?

Perchè era notorio che Teòdoli non aveva fiammiferi.

*

E perchè quella sera mistress Teòdoli non era tornata a casa all'ora solita?

Quella era una sera umida, fredda e ben piovigginosa.

Egli era rincasato dal giornale verso le dieci di sera. Lei lo sapeva che il venerdì ed il sabato lui tornava dall'ufficio tardi.

«E forse per questa ragione — pensava — lei sarà rimasta un po' di più in casa di qualche famiglia dove va a dare lezione. O che l'abbiano trattenuta anche a desinare?»

Attese. E nessuno veniva.

Ma era tardi, oramai!

«Perchè non viene? perchè non si è fatta accompagnare? Perchè non ha preso un cab?»

Attese. Come il solito non aveva fiammiferi.

Ma nel salottino bianco di mistress Teòdoli c'era un piccolo riverbero della luce della via.

Attese. Poi ebbe una repentina paura di quel silenzio, di quella solitudine; poi sentì in quella solitudine come un batter d'ali.

Allora certi paurosi pensieri lo assalirono. La pioggia aveva uno strano ritmo. La luce pallida aveva uno strano colore. Poi pensò: «Lei pingue, le vie viscide, lei caduta per via.»

— Dorina! Dorina! — chiamò.

Sentì come un'eco lontana lontana della sua voce.

Allora uscì di casa.

Percorse molta via.

Che ora poteva essere della notte? Non aveva orologio, perchè che importa saper l'ora regolata dall'uomo?

Andò lontano lontano. Domandava ogni tanto alle guardie:

— Avete visto per via una signora? per terra una signora? — Rabbrividiva a domandare.

Credeva di vedere in ogni ombra l'ombra di Dorina. Dove poteva essere allora la sua Dorina?

Pensò disperatamente: il nome di una famiglia, dove Dorina si recava a dare lezione: finalmente gli si delineò nella memoria. Si spinse fin là. Oh, era ben audace fare aprire la porta a quell'ora! Ma l'ansia era più forte di ogni altro sentimento.

— Oh, mister Teòdoli, — gli dissero — sì, infatti, mistress Teòdoli è venuta qui; ma poteva essere presto nella sera: è venuta per la lezione e poi è andata via.

— Ha detto che aveva qualche altra lezione?

— Sì.... Un'altra lezione ancora.

— Sapete dove?

— No! buona notte, mister Teòdoli.

E mister Teòdoli si trovò ancora giù in quel deserto delle vie.

«Forse — pensava — una lezione in un quartiere lontano: forse l'avranno trattenuta.» Altre volte era successo così. Le volevano tutti tanto bene. «Forse è tornata a casa in questo frattempo. È a letto: dorme.»

Con grande ansia tornò a casa. E ancora ancora non aveva fiammiferi per accendere la lampada.

— Dorina, Dorina! — chiamò. Chiamò con ansia, chiamò con terrore.

*

Nel salottino c'era sempre quella luce pàllida di luna morta che veniva dalla via. Le altre stanze erano profondamente buie. Mister Teòdoli attese che il palpitare del cuore fosse cessato, e si acquetò un poco pensando: «Certo, certo per il cattivo tempo l'hanno trattenuta a pranzo, e poi anche a dormire. Così deve essere.»

Andò di là, a tentoni nella camera da letto buia, dove era il grande letto, venuto d'Italia anche lui. Stese la mano sul letto verso la parte di lei. «Ha così placido sonno, Dorina! Fosse, a volte, venuta a casa e così, stanca, come è ogni sera, si fosse addormentata....»

Ma la sua palma non sentì che la piega liscia, gelida delle lenzuola.

Non c'era.

Allora non rimase che attendere l'alba, e ritornò nel salottino dove c'era la luna bianca della via.

Fumando. Ma non aveva fiammiferi, non aveva un fiammifero.

È cosa ben ridicola non avere un fiammifero! Forse ce n'era qualcuno in casa, ma dove?

*

E allora che cosa avvenne a mister Teòdoli? Si addormentò. Poi sognò.

Sognò Dorina.

«Che pazzi terrori, povero amico! Ma se tu avessi avuto un fiammifero, Teòdoli, per accendere la lampada, ben ti saresti accorto di Dorina che era presso di te! Ma via, Teòdoli: sì, altre volte Dorina per il tempo cattivo desinò e dormì anche in casa di amici: ma ti mandò ad avvertire, Teòdoli. Non ricordi, o smemorato? Ti beffava dolcemente Dorina della tua tirchieria, ma la sua crudeltà era ben dolce! La tua buona sola compagna, mai, mai ti avrebbe fatto stare in pena tutta una notte.»

*

E allora Teòdoli si destò che la luce dell'alba occupava la stanza: sbarrò le pupille: balzò. Un urlo.

— Dorina! Dorina!

Dorina, come è detto, era lì.

Dall'altro lato del letto grande, nella sua poltrona, a piè del letto, sedeva tranquillamente Dorina: ma immobile.

La testa un pochino reclinata: ma forse un piccolo sorriso.

«Teòdoli, perchè mi chiami? Ieri sera, alle sei, qui è venuto colui che non dice nè l'ora nè il giorno. Un piccolo colpo apopletico. Fu ben pietoso il Signore.

«Ma se tu avessi avuta la lampada accesa, te ne saresti bene accorto, ier sera, di prima sera.»

LA LEGGE!

Una fila di banchi si stendeva ai due lati del corridoio, a vôlta, dell'ospedale: un antico convento.

Il corridoio era quasi buio; e le persone sedute su le banche in attesa della cura ambulatoria, si distinguevano in due linee grige, come un zig-zag sul muro, più alte o più basse secondo l'altezza della statura, o secondo che avevano bambini in braccio. In tutti era un'immobilità statuaria, la qual cosa è prodotta dal dolore, specialmente quando esso è combinato con la derelitta miseria.

Attendevano i medici; ma i signori medici dell'ospedale tardavano a venire quel giorno. Allora qualcuna di quelle figure si alzava e si accostava alla grata, tirava una catena, e la catena moveva la voce di un grosso campanello che risonava lugubremente nell'interno. «Ma quanto tardano questi medici a venire? È già vespero!»

Erano voci stanche, irose, dolorose.

Allora la porta si spalanca subito ed un portiere ossuto, temperato nell'umano dolore e nell'alcool, si inquadrava nel vano della nera porta, col suo grembiale turchino, e con la voce di chi vuole persuadere quei ciechi di mente, diceva:

«Ma se i dottori fossero venuti, li avreste veduti. Va bene che voi (additava due o tre, bendati e fasciati) avete male agli occhi, ma gli altri dovrebbero pure vedere se sono passati o non sono passati, dal corridoio, i dottori! Tardano! E io cosa c'entro? Non li posso mica andare a prendere io per il collo!» E con la mano indicava il corridoio per cui i medici dovevano passare.

Poi rimetteva in bocca la pipa e chiudeva la porta con un «Accidenti!» lungo, brontolato.

Allora sorgeva, fra quelli in attesa, un bisbigliare morto e rotto di rassegnata disperazione: «I poveri; la carità ai poveri; la maledizione su la carità dei poveri; la maledizione che pesa sui poveri; l'ora della siesta d'estate.» «Dormono i medici! Quello giovane, il dottorino biondo, ha altro da pensare, sta per prendere moglie», dice una donna avvolta nello sciallo nero.

Poi, silenzio.

Un passo svelto, elegante, finalmente scricchiolò: un dottore era entrato, sbirciò qua e là la lunga fila che stava in attesa. «Ambulatorio lungo!» Entrò dalla porta aperta premurosamente dal cerbero portiere, che dalla grata lo vide. Poco dopo, questi disse alla folla degli infermi:

— Uno per volta e senza fare confusione.

Tutti si alzano.

Un uomo si levò allora e disse ai compagni di sventura:

— Prima a me per carità!

Aveva su le spalle un fagotto che conteneva un bambino, avvolto in una coperta. Rantolava con un rantolo chiuso e penoso. Disse l'uomo:

— Ho bisogno dei fori: ha la difterite.

Quando queste parole furono udite, tutti dissero:

— Andate, andate pure avanti, voi galantuomo. Noi possiamo aspettare più di voi.

L'uomo allora entrò, scomparve dietro quella porta col suo fagotto su le spalle.

Un piccolo dottorino biondo, elegante nella sua tonaca bianca, attendeva.

Quando l'uomo ebbe svolto il suo involucro pieno di patimento umano, il medico disse:

— Va bene. Difterite crupale. Da quanti giorni?

L'uomo cominciò a raccontare:

— Questo mio bambino è stato sempre bene. Cinque giorni fa disse che gli faceva male la gola, e parlava con una certa voce e poi scottava come il fuoco: noi gli abbiamo messa una pappina di farina, perchè credevamo che non fosse niente.

— Sì, sì, ci vuol altro che la pappina — fece il medico. — Presto, presto! Oh, ma avete il certificato di povertà?

L'uomo era tutto un certificato di povertà. Però disse sbarrando gli occhi:

— Quale certificato di povertà, signor dottore?

— Come? non lo sapete? Senza certificato di povertà non si fanno iniezioni. Il regolamento parla chiaro.

— Ma io non sapevo....

— Le solite! Ma l'ignoranza della legge non è ammessa per legge: lo dovete sapere.

— Ma per carità! ma questo mio figlio muore!

Il piccolo dottore fece un gesto con cui si dichiarava molto dolente.

— No, non muore! — Disse poi: — Invece di far tante ciarle, fate presto, andate in Municipio. Dev'essere ancora aperto: fatevi rilasciare un certificato di povertà, e poi tornate.

L'uomo rimase come attonito. L'altro ripetè:

— Presto!

Allora colui ricoperse il suo involucro nello sciallo.

Quando si ha un grande dolore, l'uomo spesso diviene insensato e corre dietro agli ordini delle parole che gli sono dette. «Fermati! va! ferma! bevi! ammazza!» E l'uomo compie tutte queste cose, quasi automaticamente.

Colui corse, come pazzo, al Municipio.

Erano ormai le quattro. Le vie nell'ora del vespero si ripopolavano lietamente.

Giunse al Municipio. Gli uffici si chiudevano lentamente ed inesorabilmente.

Ad un impiegato, che scendeva le scale, domandò:

— Un certificato di povertà dove si fa? Da chi si va?

Tremava tutto. Scoprì il suo involucro e apparve la testa rantolante del bimbo:

— La difterite — disse rabbrividendo.

L'impiegato che aveva dei figli, forse, fu preso da terrore; e, senza rispondere, fuggì via. L'uomo lo riguardò fuggire e poi risalì le scale vuote e consunte: girò a caso pei corridoi degli uffici. Essi erano deserti: le porte, pesanti, erano chiuse.

Le tentò ad una ad una.

Un custode lo vide; e corse pesantemente da lui.

— Ohi, galantuomo, cosa fate qui? — gridò.

— Un certificato di povertà! Dove si fa?

— Ma a quest'ora? I certificati di povertà si rilasciano dalle dieci alle tre. Adesso sono le quattro. Tornate domattina.

— Ho bisogno per i fori! — E mostrò il suo piccino. — Senza certificato, il medico non fa i fori.

— Capisco! — disse il custode. — Ma adesso come si può fare? Se si trova anche l'impiegato, dove si trova il sindaco per la firma?

E lo spinse dolcemente fuori, giù per le scale, un poco per volta. Ed egli ubbidì alla mano che lo spingeva, perchè quando si è vinti da un grande dolore, si ubbidisce alla voce che ci comanda, alla mano che ci spinge.

Era l'ora dell'avemaria.

Allora l'uomo ritornò all'ospedale. Il corridoio era più lugubre di prima. La folla degli infermi era grande. Il miserabile fece per entrare da quella porta dove vigilava il custode contro la folla.

Gli gridò appena lo vide col suo alto fardello.

— Non si può: c'è il suo turno. Non ci sei stato prima?

— Voglio entrare.

— Ti dico che non si può, boia d'un contadino.

— Sono andato via per il certificato.

— Hai il certificato?

— È chiuso il Comune!

— E se è chiuso, che colpa ci ho io? Sono io il sindaco? Torna domattina.

— Ma se muore?

— Ma va là, che non muore! E se muore, non è la provvidenza?

L'uomo non rispose nulla, ma domandò alla folla con voce da fare rabbrividire:

— E non si vede che sono povero? Perchè ci vuole il certificato?

Disse uno dei miserabili della folla:

— Perchè la legge la fanno i signori. Loro sanno fare a scrivere!

— Ma se non c'era questa legge prima!

— L'ha messa il direttore nuovo per fare economia. Andate di là, che la vedrete l'economia! Tappeti per terra, i fili della luce, i fili per parlare, i mobili rossi, verdi, bianchi. Ma chi paga il lusso sapete chi è? Il sangue dei poveri.

L'uomo ascoltava quelle parole come se venissero da un altro mondo.

*

Il signor direttore delle Opere Pie, il commendatore X*** aveva quella notte, come il solito, giocato la sua regolare partita a «bestia» sul tavolo verde del casino dei nobili, cioè dei galantuomini, come si diceva colà.

Egli era una savia, garbata, assennata, distinta persona; nemica degli abusi, amica del regolamento; e, dopo cena, amica della partita a «bestia». Ma, anche nel giuoco, era uomo molto ordinato. Quando aveva perso un marengo, smetteva. Quella sera aveva vinto cinque marenghi e perciò era rimasto. Il caffettiere del Circolo aveva fatto venire una cassa di vera birra tedesca, birra scura e birra chiara. Il commendatore aveva bevuto molta birra chiara, assicurando che essa era precisa, identica a quella che si può bere a Milano, a Monaco, a Vienna. Egli era stato a Milano ed anche a Vienna; ed anzi in quella città aveva imparato l'ordine ed i regolamenti.

Uscendo — erano le due dopo mezzanotte — la luna disegnava con un zig-zag netto, la linea dei comignoli e dei tetti a mezzo della vecchia strada deserta.

— È freschetto! — disse il commendatore ed infilò il pastrano di mezza stagione. Coll'amico, che lo accompagnava, parlò di molte cose piacevoli, della birra che si beve a Milano ed a Vienna, degli «shops» di terra che il caffettiere doveva far venire insieme alla birra, «perchè è un fatto — commentava con la blanda sua voce — che se tu bevi del vino in una tazza da caffè, o del «vermutte» in un bicchiere di vino, ti pare, io non so che cosa sia, che abbia un altro sapore». Poi parlò della «bestia», che è un bellissimo giuoco, ma ci vuole prudenza e metodo; poi della luna che era bellissima anche lei.

L'amico si staccò dal commendatore. Costui percorse un vicoletto stretto, dove non batteva la luna, e levò il chiavino di casa.

Un'ombra gli si levò di contro.

— Che cosa volete voi? — domandò il commendatore arretrando.

L'ombra non rispose. Si abbassò. E nel punto stesso con un impeto furibondo si lanciò con una lama, e la sprofondò nel ventre del benemerito signor direttore delle Opere Pie.

Allora l'assassino disse una parola sola:

— Ecco la legge!

Perchè quando l'uomo è vinto da un grande dolore, qualche volta arma la mano e colpisce.

Bellaria, 1912.

IL SOGNO DEL NATALE.

Non c'era la luna in quella notte, ma le stelle erano così accese e la neve tanto bella e bianca che si scopriva ogni cosa lontana come fosse stato di giorno.

Tutte le case dormivano in quella notte sotto la neve; solo la gran casa degli avi — la quale per molto tempo era stata deserta — vegliava in quella notte e splendeva nella valle. Tutte le finestre erano illuminate, e le porte gettavano un raggio di luce per la neve e per il bosco affinchè gli ospiti non ismarrissero la via.

Nella sala di quella dimora le fiamme rodevano un grosso tronco di faggio sugli alari; la mensa era imbandita signorilmente e ogni cosa diceva che quella era la notte del Natale, che porta la pace ai cuori e la giovanezza all'anno.

*

Gli avi sedevano davanti al focolare.

Egli disse, arrivando con la mano ai capelli di lei:

— Ma sai tu, vecchia amica, che i tuoi capelli, benchè siano tutti bianchi, sono ancora belli? Dovevi avere trecce ben meravigliose, amica!

— Troppo tardi te ne sei accorto, — rispose ella sorridendo. — Di fatto erano assai belle ed ammirate. Io però le pettinavo le belle trecce solo per te, ogni mattina nella stanza piena di sole, con un pettine d'oro; ma, ohimè, tu in quel tempo eri assorto fra i libri per ricercare la _Causa causante_. Io non so se tu l'abbia trovata la _Causa causante_ in tanti anni di studio: ma so che i miei capelli hanno fatto il loro viaggio verso il paese delle nevi, la primavera e il sole sono discesi alla loro fine, e tu amico non te ne sei accorto; e solo adesso li baci i miei bianchi capelli, che non hanno più vita.

— Sì, credo anch'io, — egli rispose, — che del tempo che Dio distilla con le sue preziose mani per noi, si poteva forse fare un uso migliore!

— Ve lo diceva io, bel signore? Adesso mi date ragione? Richiamate alla vostra memoria, di grazia, quante volte io battevo al vostro uscio:

«Chi è? cosa c'è?» domandavate con voce burbera.

«Niente: sono io, la tua sposina.»

«Che è, cosa vuoi?»

«Niente: c'è un bel sole fuori; andiamo a spasso col nostro bambino?»

«Non ho tempo; non mi disturbare; tu interrompi le mie ricerche su la _Causa causante_.» Voi rispondevate proprio così, bel signore, ve ne ricordate? E a pranzo? Vi assicuro che la vostra tavola era imbandita assai finamente perchè nulla sfuggiva alle mie cure. Ma voi mangiavate come trasognato.

«Balliamo, amico? facciamo a chi ride di più?»

Io, ti volevo dopo il pranzo dire queste parole, tanto era allegra allora, e ti voleva buttare le braccia al collo: ma le tue orecchie e i tuoi occhi parevano rivolti di dentro, e non mi avresti nè udita nè veduta! E questo non durò un giorno; ma molte generazioni di rose ebbero il tempo di rinnovarsi mentre tu ricercavi la _Causa causante_. Suvvia ora non lagrimare, le lagrime dei vecchi corrodono l'anima! oggi è giorno di festa e, se vuoi, fa onorevole ammenda: bacia le mani alla tua compagna fedele.

Egli le baciò le mani e trasse a sè quel volto che contemplò a lungo con le palme aperte: — Ecco, — disse, — attraverso le rughe io distinguo le linee del viso tuo giovanile, quand'io me ne innamorai. Chiudo gli occhi e ti ricontemplo ancora.

— Allora c'erano molte rose su la terra. Il sole faceva cantare le cicale, e la luna i rosignuoli, — disse ella melanconicamente.

*

Mentre così ragionavano e le fiamme del fuoco aprivano i molti involucri di cui le primavere involsero ogni anno il tronco del faggio, e crepitanti si staccavano, si velavano, si incenerivano; suonò un allegro riso; una corsa, uno strepito di ruote leggere rimbombò pel corridoio.

Ecco arrivano, arrivano gli ospiti desiderati e pianti!

Entrò nella stanza una carrozzella da bambini sospinta festosamente da una giovanetta il cui volto pallido e ridente era ravvolto in un nero sciallo; e il volto e lo sciallo e la carrozzella erano madidi per la brina della notte gelida.

— Lucia! Lucia! sei anche tu, piccola Lucia, tornata sotto il tetto dei tuoi padroni? — dissero i due vecchi movendole incontro, — chi porti tu?

— Il piccolo bambino io porto, miei buoni signori: ma non lo destate per pietà: esso dorme. Lo abbiamo bene coperto, così bene coperto che non si è risentito per tutto il viaggio. Ma vi prego di non destarlo. Esso è ancora assai pallido.

— E loro non vengono?

— Vengono: siamo partiti insieme e saremmo arrivati insieme; ma la signora è assai disperata: ogni tanto si butta ai ginocchi di lui e dice che non merita il suo perdono e non vuole entrare in questa casa perchè dice che non è degna. Lui la solleva allora, le dà il braccio; e allora il figliuolo, giovinetto di dieci anni, le dice: «Mamma, se andiamo avanti così arriveremo che sarà già il mattino e il fuoco sarà tutto spento!» Allora lei si alza e cammina. Per non farvi attendere troppo, mi hanno pregata di precederli. Io ho visto dal monte la fiamma del focolare e ho fatto una gran corsa sino a qui. Permettete, miei buoni signori, che mi riscaldi, che mi riposi, che mi sieda qui vicino a voi.

I vecchi fecero sedere la piccola Lucia vicino al focolare, la chiamarono ancora per nome, le tolsero lo scialle nero, le lisciarono i capelli: le domandarono poi se il piccolo bambino sapeva ancora la canzone della nonna, quella canzone lunga come una litania, senza senso come una cosa vera, che faceva ridere i genitori e piangere i nonni.

— La sa ancora la vecchia canzone, — rispose la giovanetta, — anzi la cantò in principio del viaggio prima di addormentarsi: allora mi sono messa a cantarla io, con grande allegrezza perchè ero certa che voi mi avreste accolta ancora benevolmente, come avete fatto in verità. Ma poi ho avuto paura della solitudine della notte, e la canzone si è mutata in pianto. Io era certa che voi mi avreste perdonata e di cuore; ma per mio conto vi prometto che per l'avvenire sarò buona ed ubbidiente. Non alzerò più le spalle, non porterò più via nulla dalla casa, non sciuperò, non getterò nell'immondezzaio le provvisioni per dispetto, non farò più all'amore coi passanti, nè lascierò che il fuoco bruci le pentole. Lo giuro che farò tutto questo per l'avvenire. Come ho fatto per il passato ad essere cattiva? Non lo so: ecco tutto. Si è cattivi perchè si è cattivi, senza saperlo. Signor padrone, lei che studiava tanto, mi dica se è vera questa cosa che una vecchia strega del mio villaggio mi raccontava, cioè che ognuno di noi ha un demonio che viaggia sempre con noi e ci butta delle tenebre intorno a noi, come fosse del fumo denso. Noi facciamo con le mani grandi sforzi per mandar via quel fumo, ma appena cominciamo a vedere uno spiraglio di luce, ecco che il demonio ci butta ancora sul volto dell'altra caligine, ancora più densa. Se ciò è vero, il Signore e la Madonna male provvidero alla nostra natura.

*

Allora entrò nella stanza un uomo giovane ed una donna ancor giovane e bella, ed un giovanetto era con loro.

Ma ci volle molta fatica perchè la giovane donna avanzasse sino ai due vecchi, davanti al focolare.

Le facevano i due vecchi segni di benevola accoglienza e la supplicavano di non ricordare antiche storie, dolori passati. — Tutto è dimenticato, figlia, e tutto è perdonato. Pensiamo all'avvenire, non rattristiamo gli anni che rimangono — dicevano.

Ma la giovane sposa faceva di no con la testa e finalmente disse:

— Se volete che stia qui, che non torni via ancora per quella porta aperta laggiù, concedetemi che come una povera pazza io mi sieda per terra ai vostri piedi: ecco così. Ma prima guardatemi bene nel volto: fissamente, guardatemi.

Io piango lagrime di sangue tuttavia; eccole, le vedete? e il linguaggio umano non ha composto parole che possano esprimere il mio pentimento per il male che io vi ho creato. Ve ne supplico guardate le mie lagrime attentamente e le troverete di sangue. Io sono fuggita da questa casa che mi accolse come nuova figlia, ho abbandonato il marito e i figliuoli, ho affrettato il tempo della vostra vita. La casa che la nuora dovea rallegrare, è stata ottenebrata da me. Io ho tolto a lui, che mi diede la fede e il nome, le energie della vita; egli invecchiò per mia colpa, prima del tempo. Vi sono pene per questo delitto? Potrò io ridare a lui la sua vita? Dunque lasciatemi stare per terra: così.