Part 7
Chi legge, non più l'Alfieri, ma le tragedie degli imitatori che in quel tempo pullulavano e hanno seguitato pur troppo fino al nostro tempo, vede che dalla serrata rapidità dell'azione e dalla energica interezza dei tipi siamo passati ad una specie d'immobilità declamatoria e ad una secchezza addirittura extraumana. In quelle condensazioni, tutte meccaniche ed esteriori, ogni spirito di vita è sempre più eliminato dal dramma. Oramai si è ridotti ad aspettare quasi tutto l'effetto da certe _battute_ sentenziose dei personaggi, facendo assegnamento sulla corrispondente mimica degli attori. Intorno all'_Ajace_ che il Foscolo stava componendo, Camillo Ugoni scriveva allo Scalvini: «Non mi ricordo delle parlate lunghe e importanti, se non che sono eminentemente belle, ma i brevi tratti sublimi mi stanno in mente:
_Un araldo_ | Ajace re de' Salamini. _Agamenone_ | Attenda.
Che grande zittìo nel teatro allora! Che brivido farà nascere questo «attenda» pronunciato da un attore che conosce la dignità e la maestà della scena! Che torrente di fuoco e di bile magnanima e di forsennatezza guerriera sarà per quell'Aiace! «Scalvini mio, io vorrei dirlo questo _attenda_!...» Più sotto la lettera prosegue: «E quel saluto così omericamente maestoso in bocca di Teucro e diretto all'Atride,
T'onori Giove, o re dei forti!
Dimmi, quel saluto non ti alza egli quattro palmi da terra?» Bellissima cosa senza dubbio; ma lasciando anche da parte Sofocle e Shakespeare, è certo che nemmeno i tragici francesi del buon secolo erano arrivati mai a elevare di tanto i discorsi sull'azione e il valore astratto delle sentenze sull'atteggiamento vivo e personale dei caratteri.
Ora qui sta il nuovo e il buono della _Francesca_ di Pellico. Chi non lo vede? Il tipo della protagonista discende d'un tratto immenso dalla luminosa altezza poetica in cui Dante ce l'aveva mostrata; l'azione tragica è meschinella, l'andamento scenico è impacciato e tautologico, lo stile invero è scialbo, i versi hanno spesso appena appena quel tanto che basta perchè non si debbano dire dei versi zoppi... Eppure noi sentiamo in questa tragedia un'aura insolita di vita, che ci attrae e ci appaga. Nel suo breve ambito sentiamo la pietà e il terrore di un dramma vero; sentiamo umanamente veri i personaggi e passanti per quella varietà direi quasi accidentale di motivi psicologici, che ci fa fede della naturalezza e della sincerità delle loro passioni; e per questo li amiamo e ci appassioniamo di loro. Lanciotto (novità arditissima a quel tempo) non è il solito tiranno alfieriano o alla francese, che accampa la sua indomita ferocia e vi si drappeggia dentro come antitesi d'obbligo con l'amore e col dolore degli altri personaggi. Bellissimo carattere questo di Lanciotto e generato vivo vivo da una facoltà veramente personale del poeta. Fin dalla sua prima scena con Guido, sentiamo, che egli darà forse un fiero colpo alla tragedia dell'amore, mettendo in una penosa controversia i moti della nostra pietà; ma egli trionfa sulle morbide suggestioni del nostro egoismo di spettatori parziali; e si finisce con ammettere volentieri che egli trionfi.
. . . . . . . . . . O Guido! Quando canute avrò le chiome anch'io, E vivrò nel passato e freddamente Guarderò i vizi e le virtù mie antiche, Anche allor rimembrando un'adorata Sposa che mi tradìa, tutta l'antica Disperata ira sentirò nel petto, Ed imprecando fuggirò col guardo Verso il sepolcro......
Linguaggio vero questo e cavato dalle viscere dell'anima. Dite lo stesso delle due scene tra' fratelli, specie quella proprio stupenda dell'atto quarto.
_Lanciotto._ Di'; se tua sposa Fosse?...
_Paolo._ Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombra Non soffrirei!
_Lanciotto._ Se un tuo fratello amarla Osasse?
_Paolo._ Più non mi saria fratello. Guai a colui che osasse amarla! Il giuro, Guai a colui! Lo sbranerei col mio Pugnal, chiunque il traditor si fosse.
_Lanciotto._
Me pure assal questo desio feroce, E trattengo la man che al brando corre; Credilo, a stento la trattengo!...
Lo stesso dicasi della scena fra Paolo e Francesca nel terzo atto, a cui nuoce qua e là la frase enfatica e il verso deficiente; ma dove scorre una corrente calda di vera passione amorosa a una scioltezza e un abbandono, che i tragici contemporanei del Pellico (il Niccolini compreso) non osarono forse mai.
Chi volesse persuadersi meglio della verità di questo elemento schietto e giovanile che il Pellico portava nella tragedia italiana, potrebbe opportunamente confrontare la sua _Francesca_ con quella di Edoardo Fabbri cesenate, che pure ebbe molti e non immeritati lodatori. Forte ingegno e bel carattere il Fabbri, tutto nutrito del più puro midollo alfieriano, che lo sostenne tanto nelle lettere che nella degnissima vita tutta infiammata d'ardori patriotici! Compose dodici tragedie, tra le quali una _Francesca da Rimini_, che certamente ha pregi non comuni e la vince su quella del saluzzese, oltre che per la italianità dello stile, per ciò che oggi si chiamerebbe la ricerca dell'ambiente storico. Nella prima scena Francesca veglia sola di notte e ascolta il mare che mugge in gran tempesta:
. . . . . . . . . . . . O Santo, O Forte, o Sempiterno! Deh, perdona Ai naviganti e al pellegrin smarrito.... Dal mar, dal ciel, dal tuo sdegno percosso. Che vale il picciol uom? Di già le stelle Tramontano fra' nembi e pur non viene Pietoso il sonno!.... Malatesta è sordo A rimorsi, a procelle,... io veglio e peno!.... Dunque han pace i tiranni, e l'innocenza Ognor geme?
Quando sopraggiunge la cognata Ricciarda e gli annunzia che Paolo, creduto morto, è tornato e l'ha visto, Francesca grida:
. . . . . . . . . . . . . Fugga, Si salvi, se talor dorme il tiranno, Tirannìa va d'intorno e non chiude occhio.
Ma in sostanza, questo _tiranno_ o questa _tirannia_ pesano su tutta la tragedia come una cappa di piombo. Dei momenti, a giudicarla dai discorsi, Francesca piuttosto che una moglie che si tormenta per un affetto colpevole, fa pensare a una principessa romagnola del Dugento, che trami contro il marito e apparecchi un colpo di Stato; in molti punti il dramma amoroso minaccia di convertirsi in una congiura politica, sempre contro il tiranno. Costui poi non è solamente un mostro di crudeltà, ma se ne vanta e c'insiste sopra come per tema che il pubblico non lo sappia abbastanza. Onde accade che non solamente ogni spirito di pietosa poesia dantesca viene escluso dalla tragedia del Fabbri, ma anche ogni senso di umana simpatia ne è quasi eliminato. I personaggi, uomini e donne, parlano in un medesimo stile sincopato e sentenzioso, che ferma e spezza e dissolve l'emozione del lettore. Ed è peccato veramente, perchè in quei rari punti ove il Fabbri alquanto s'abbandona, si capisce subito che la vena dei sensi altamente umani non era scarsa in lui. Alla troppo famosa apostrofe all'Italia, che il Pellico pone in bocca a Paolo, parmi che si contrappongano efficacemente questi versi messi in bocca dal Fabbri a Paolo stesso:
Patria per me? qual nome! all'infelice Cui vien rapita ogni cosa diletta, All'infelice cui la speme anch'essa Fallì per sempre, è ricordanza amara Di patria ragionar. Sta nella patria Ogni ben degli umani! Io non ho al mondo Che i mali miei!...
Ebbe anche il Fabbri la buona idea di convertire in scena finale della tragedia la lettura degli amori di Ginevra e di Lancillotto, durante la quale Giovanni li sorprende e li trafigge; ma l'azione ha da prima tanto divagato per avvolgimenti poco omogenei, che l'idea del «fato amoroso» la quale avrebbe dovuto intensamente dominare tutta la tragedia, è presso che smarrita nell'animo degli spettatori; onde avviene che quella scena finale vien fuori come un accidente sinistro in cui i due amanti sono all'improviso colti e ammazzati dal tiranno e nulla più. Fatto luttuoso, insomma, che chiude comunque la tragedia; ma non catastrofe vera.
III.
E torniamo a Silvio Pellico. Quale meraviglia se, sopraggiunto il carcere e col carcere le mortali malattie e i mortali abbattimenti e, di conserva, la dissuetudine e l'impossibilità degli ordinati studi e l'ozio forzato e gli stessi faticosi esercizi mnemonici e l'isolamento e la mancanza di consigli e di critiche nel grande e vitale ambiente della pubblicità, quale meraviglia, dico, se nello spirito del prigioniero quel suo nutrimento letterario, già per se scarso, presto venne meno e lo lasciò quasi vuoto ed esausto? Nel rileggere in questi giorni le molte liriche religiose e le _Cantiche_, che il Pellico compose durante e dopo la sua prigionia, mi si è venuta formando in mente l'idea di una speciale malattia psichica, ch'io chiamerei _anemia letteraria_. Non è che il poeta sia morto in lui; vive anzi in una specie di anelito incessante, in uno sforzo fervoroso che gli si leva dal fondo dell'anima, e col quale egli vorrebbe toccare un alto segno. Ma egli s'agita un poco e ricasca spossato. Non di rado l'inizio d'un componimento o, come direbbero i musici, lo _spunto_ è felice e si vede che il tema si era presentato, alla prima, dinanzi alla fantasia del poeta con linee vaghe e nuove, con colori freschi e attraenti. Non è bello l'esordio della cantica _Tancreda_?
E voi pur mie native itale balze Siate albergo ai prodi. A quelle antiche Lance il mio sguardo affiso, onde severo Di questa sala addobbo han le pareti, E in ciascuna vegg'io di queste lance La storia di un eroe. Tu generosa Fanciulla del Chiusone abbi il mio canto. Del torrente Chiusone io visitai La sacra valle, e visitai quel loco Ove le gorgoglianti acque comprime Di qua e di là deserto, orrido monte; E orrido più a sinistra e di pendenti Alto rupi tutto irto, il Mal-Andaggio; E salii quelle rupi, ed ombreggiata Di scarsi annosi pini una fontana Mi dissetò...
Non è pieno di gentili promesse il principio della lirica in morte della Teresa Gonfalonieri?
No, pia, no, gentile Per me non sei morta!...
E molti altri esempi potrei citare: ma appena l'artista ha fatto pochi passi, subito lo invade una estenuazione e una insufficienza di forze che lo costringe a vacillare e piegare sotto il peso. Sono locuzioni intralciate, trapassi faticosi, innesti sgraziatissimi di modi volgarmente prosaici accompagnati ad altri tutti affettazione rettorica. È uno stento, un languore che fa pena. L'onda lirica si rompe e svapora in quei tentennamenti dello stilista inesperto ed esaurito. I più nobili entusiasmi spirituali non serbano nemmeno la sincerità dell'accento e paiono esaltamenti a freddo; la stessa pietà religiosa inciampa e smania nelle minuzie di un bigottismo da femminuccie. Il poeta stesso se ne avvede, se ne addolora e ne chiede ragione a Dio con un'apostrofe abbastanza felice:
Perchè mi hai dato questa inneffabile Sete di canto? Perchè poni tu in me questi palpiti Ricchi d'amor?
Egli, soggiunge, non ha «l'energico inno del possente Manzoni» egli non può che versare gemiti e lagrime ai piedi del trono divino. Iddio gli risponde nel dialogo, confortandolo: — Ispirai l'alto carme d'Isaia; ma anche la rozza parola di Amos può consolare gli uomini e chiamarli a verità. — Ma mentre ci aspettiamo dunque gli accenti rudi, schietti, efficaci di questo profeta popolare, ecco che vien giù una sbroscia di strofe come queste:
— Da più secoli squarciano Italia Parti luttanti: (?) Fa ch'io rotto impostori e magnanimi Scerna fra lor. — Del Vangel l'amantissimo spirto Luce sia a tua ragione, a tuoi canti: Spirar dei l'amor patrio de' Santi, Ch'è bontà, sacrificio ed onor...
Così miseramente terminò il poeta che aveva esordito salutato dall'ammirazione di Giorgio Byron e dalle speranze di tutta Italia.
Però la critica è obbligata a fermarsi dinanzi a un fatto che contiene una forte obiezione. Silvio Pellico, mentre appunto volgeva, anzi mentre si compiva il periodo di quel suo dissolvimento letterario, scriveva _Le mie prigioni_, un libro che non solo è il suo capolavoro, ma che, a ragione, si considera come un modello di narrazione sobria, equilibrata, potente di poesia e di verità. Pietro Giordani, che non aveva alcuna ragione d'amare in Pellico nè le idee nè la letteratura e che molte ragioni invece aveva di non amarlo, non seppe trattenere la propria ammirazione per questo libro, confessandosi «spaventato» dinanzi alla sua efficacissima semplicità. Anche adesso che i fatti narrati sono tanto lontani e che la pietà è naturalmente illanguidita e che la suggestione politica non entra più, segreta consigliera, a piegare l'animo in favore del libro, il libro resiste agli assalti del tempo, alle mutate ragioni delle idee e del gusto, alla stessa voglia preconcetta che uno potrebbe benissimo avere di trovarlo minore della fama e della fortuna. Si prende in mano il volumetto, si procede d'uno in altro capitolo, tante volte letti, e a breve andare la prima ammirazione vi ripiglia, vi domina, vi soggioga. Si rivedono i luoghi, le persone, gli episodi del lungo dramma doloroso, ripensato con tanta mansuetudine e raccontato con tanta naturalezza; s'arriva all'ultima pagina, si ripone il piccolo libro, ma si è convinti che verrà un giorno in cui bisognerà riprenderlo e rileggerlo... Il libro delle _Prigioni_ avrà insomma dei difetti letterari, ne ha anzi senza dubbio, ma non certo di quelli pei quali un tempo Ruggero Bonghi lamentò e cercò di spiegare la scarsa corrispondenza che esiste fra la curiosità del pubblico e i libri scritti nella nostra lingua. E questo certamente non è piccolo pregio.
È il miracolo non infrequente della letteratura auto-biografica. Silvio Pellico, nel periodo del suo scadimento letterario, ebbe ancora la forza di osservarsi e di raccontare: l'osservazione fu nitida, la narrazione fu sempre, non so se storicamente ma certo artisticamente, sincera; e il bellissimo libro venne fuori. Fu come un drappo prezioso e pietoso che il liberato dallo Spielberg gettava sopra la sua morta giovinezza d'uomo e di poeta.
L'anemia letteraria poteva continuare il suo corso. Oramai lo stesso Pellico ne era convinto. Si sentiva infiacchito, sfinito; e anche di questo si rimetteva con umiltà cristiana al buon Dio, che dona e che toglie.
Quanta ressa di consigli, di eccitamenti, di rimproveri, talvolta anche acerbissimi, non fu fatta per vent'anni intorno al povero Pellico perchè ripigliasse la penna e non deludesse più a lungo il pubblico italiano di grandi aspettazioni che avevano tutte le apparenze per dirsi non solo legittime ma ben anche imperative! Talvolta egli, tanto per dimostrare la sua buona volontà, si rimetteva a qualche lavoro di lena e ritentava la tragedia, la cantica, il romanzo; ma io tengo per fermo che non gli avrebbero sorriso, come un beneficio postumo, le postume pubblicazioni della _Civiltà Cattolica_ e di altri.
La verità sul proprio fato di poeta egli l'aveva ben chiara nell'animo, il buon Silvio; e l'aveva molto onestamente scritta a Federico Confalonieri nel Maggio del 1838. «Tu ed altri buoni mi consigliereste a scrivere..... Ottima è la vostra cara intenzione; e seguirei il consiglio se potessi. Mi manca la salute, mi manca quel pungolo d'ambizione e di speranza che sprona; mi manca la fiducia delle mie forze, le quali davvero conosco deboli: sono un uomo che ho poco fiato, un uomo che vive poco distante dalla tomba e sorride alle voci che gli dicono: sorgi!... Sì, amico e fratello mio, sorgerò, ma non più sulla terra. Qui la mia parte è oramai finita; e se ora ve ne ha una, ell'è di patire e amare in silenzio. Del resto è assai verosimile, che se invece di pochissimi volumi da me scritti, ne avessi dato ancora parecchi al pubblico, l'effetto sarebbe stato minore....»
Bisogna chinarsi con riverente pietà dinanzi a questa confessione.
INDICE
Giosuè Carducci Pag. 1 I. _Miei ricordi_ » ivi II. _Odi barbare (Le terze)_ » 17 III. _Carducci umorista_ » 64 A «Sfinge» » 77 Desdemona » 91 Nicolò Tommaseo » 109 Attala » 129 Mignon » 147 Silvio Pellico » 165
OPERE DI E. PANZACCHI
=Prose=
_Teste quadre_ (Zanichelli) _Al rezzo_ (Sommaruga) _Critica spicciola_ (Verdesi) _Saggi critici_ (Chiurazzi) _Nel mondo della musica_ (Sansoni) _Nel campo dell'arte_ (Zanichelli) _I miei racconti_ (Treves) _Donne Ideali_ (Voghera) _L'Arte nel secolo XIX_ (Belforte) _Morti e Viventi_ (Giannotta)
=Poesie=
_Visioni e immagini_, 2 vol. (Zanichelli) _Liriche_ (Treves) _Rime novelle_ (Zanichelli)
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.