Part 5
Prosseguì invece per la sua strada senza ritegni e senza riguardi, nè anche alle proprie contradizioni. Il Giordani, il Niccolini, il Montanelli, il Carrer, il Guerrazzi, Massimo D'Azeglio, re Carlo Alberto, Camillo Cavour (la lista potrebbe facilmente continuare) l'ebbero un dopo l'altro, e tutti insieme, assalitore mordacissimo. Di Giuseppe Giusti, appena morto, non dubitò di scrivere chiamandolo «gamba di coniglio, cuore di gatto, Stenterello in mutande di Dante». Il critico francese Planche riceveva dall'italiano una bella lezione di temperanza! — Col Leopardi passò assolutamente ogni misura nello acerbità della critica al prosatore e al lirico grande, scordandosi che da quella «poesia dell'_imperocchè_» egli aveva pur cavato delle belle immagini e portati via di peso parecchi versi; e neppure si guardò dall'offendere l'uomo infelicissimo, con epigrammi volgarmente crudeli... Quando poi si accorgeva che Giacomo Leopardi era veramente una negazione troppo grossa di mandare giù in un boccone, allora faceva di peggio; e tirava fuori quella sua prosa di critico capzioso e sottile, in cui il sostantivo e l'attributo, il verbo e l'avverbio giocavano tra loro così bene d'altalena, che i lettori arrivavano a non capire più nulla nè del biasimo nè della lode. E in questo il Tommaseo fu maestro, pur troppo, assai immitato!
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Chi volesse difenderlo di tutto questo farebbe opera insana, andando contro la pia intenzione dello stesso colpevole, che più volte confessò e pregò di essere perdonato.
Il Prunas cerca le cause: e le trova specialmente nello spirito di contradizione che fu nel Tommaseo operosissimo; e nel grande suo fervore religioso, che gli faceva riguardare come nemico del genere umano chiunque si adoprasse a togliergli o a scemargli il conforto della fede in una vita meno grama di questa. È vero infatti che quando nelle polemiche il Tommaseo accenna a dispareri in materia di fede, il suo linguaggio diviene facilmente concitato; e anche tra le frasi amorevoli par di sentirvi un tremito d'ira contenuta. Alessandro D'Ancona mi diceva, scherzando, intorno al 1865: — Se il Tommaseo fosse meno pio e meno cieco, chi sa quanti di noi piglierebbe a calci! — Certamente nella sua religiosità egli teneva di Tertulliano e di Calvino piuttosto che di Francesco di Sales e di Fenelon; e resterà sempre significante il fatto che solamente ad uomini coi quali sentiva intero l'accordo in materia di fede (Manzoni, Capponi, Rosmini) egli diede intera la sua amicizia.
Io però sono convinto che a quella facile irritabilità e a quei frequenti, dissidi un'altra causa debba ricercarsi meno personale insieme e più profonda: una di quelle cause che, perdendosi nei misteri della psicologia, bisogna contentarsi d'intravedere o di sentire vagamente. In una lettera a Giorgio Sand, dandole conto di sè, il Tommaseo parla della sua madre italiana, della lingua italiana che è la sua, dell'Italia che adora e della vita tristissima che mena lontano da lei. E scrive due volte, come in malinconico ritornello: _Mais se ne suis pes ne' en Italie!_
Forse l'uomo di Sabenico, insistendo su quelle parole, intuiva la fatalità di una legge atavica che doveva incombere su tutta la sua vita; e se noi potessimo penetrare tanto addentro, forse troveremmo in quel suo sangue misto la prima cagione di quella indole sua come turbata da uno squilibrio saltuario; forse ci spiegheremmo ancora quel non so che di rotto, di frammentario di eterogeneo, che si sente in tanti suoi lavori, compreso alcuni di quelli che ei volle più armonici e più compiuti; e quell'umor suo così rubesto e difficile, sempre pronto ad alterarsi e a muovere in guerra, anche quando le sue labbra parlavano d'amore e di pace. Le labbra erano certo sincere, ma esprimevano una fraternità forse più voluta che rispondente ai segreti istinti delle origini, nei quali un vero dualismo di razza sempre permaneva; e non c'era saldatura, per quanto ben martellata, che arrivasse del tutto a sopprimerlo. Curiosi fenomeni! Alcune fiere affermazioni dogmatiche, alcune intolleranze, alcuni dispregi per la nostra civiltà che io leggevo trent'anni addietro nei libri del Tommaseo, m'è parso di risentirli, sulla stessa intonazione, leggendo gli ultimi libri di Leone Tolstoi.
Io vedo insomma un lampeggiamento, o se meglio piaccia, un vago annebbiamento di anima slava su tutta quella fioritura italica dallo scrittore dalmata.
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E questo aiuta a spiegare molte cose: tutta quella sua tenerezza mistica, tutta quella sua sottomissione religiosa unite a così frequenti ardori di intellettuali e morali ribellioni; quel grande amore all'Italia e alle sue tradizioni e quel desiderio, in tutto, di forme nuove e diverse, quasi istinto nostalgico verso una vita diversa altrove vissuta. Questo aiuta sopratutto a definire tutto il carattere singolare e solitario del Tommaseo come artista italiano.
Come artista, fu combattuto, deriso e gettato nel dimenticatorio; tanto che un bravo giovane solo adesso si arrischia a trarlo fuori e non senza aver l'aria di chiederne scusa; e si contenta che, in grazia, sia riconosciuto come «immitatore ingegnoso» o come «iniziatore modesto» là dove l'opera del Tommaseo meritava ben altra lode.
Ora sarebbe tempo, per noi, di fare un bilancio onesto; e spero che qualcuno presto lo farà.
Nella sua prosa narrativa, per esempio, tra pagine veramente stupende, non manca la zavorra. Buttiamola pure in mare; e ci vada anche, con la sua malvagia corte quel _Duca d'Atene_ che egli scrisse nel 1837, quantunque immune di false immitazioni manzoniane, fra tanto contagio di immitatori.
Egli aveva scritto nel 1838 e trovò un editore che gli stampò a Venezia, nel 1840, un breve romanzo di vita contemporanea e di intonazione schiettamente moderna, salvo qualche arcaismo nella lingua e qualche toscanesimo ricercato. Era la storia di una bella ragazza italiana, venuta su orfana e randagia, poi spersa nella gran vita parigina, buona, debole, insidiata, amorosa e anelante a redimersi per virtù d'amore. Trova di fatto un giovane italiano, buono e debole anch'esso, il quale, consapevole di tutto, la sposa; e l'aiuta a vivere pura e a morire cristianamente. Abbondano nel racconto le scene amorose, non mai lubriche, ma rese con tocchi sinceri, quindi naturalmente piacevoli... Bastò perchè anche i nostri lettori del marchese De Sade e gli ammiratori del Batacchi si levassero contro il romanziere, scandolezzati!
Fu questo, io credo, un curioso caso di ritorsione (per dirla come i causidici) e che nella vita reale accade frequentissimo. Raccontate in società la nuova avventura galante di una persona di mondo; e tutta la gente bennata si contenterà d'invidiarle e di sorriderne discretamente; ma se la cosa capita invece ad uomo o donna che professino austerità di costumi e, Dio guardi, idee e abitudini religiose, allora è un'altra faccenda; e sorge una gara di maligne meraviglie e di severe condanne.
Questa volta il caso accadeva nel campo dell'arte; e al povero autore, credente e asceta, nessuna malignità e nessun rimprovero doveva essere impernato; e fu sentito il bisogno di ricorrere perfino ai grandi motti di Giovenale per flagellare degnamente una sì grande turpitudine!
Ma il romanzo _Fede e Bellezza_ rimase quello che era: un sincero studio di passioni e di caratteri, un rispecchiamento, breve ma intenso e fedele, di vita non immaginaria; e nel suo insieme, per la storia del romanzo, una anticipazione audace e vittoriosa di una forma appena albeggiante fuori d'Italia e a noi del tutto ignota.
Adesso parecchie pagine del racconto paiono invecchiate. Ma quanta umanità in quel piccolo libro e che fonte di calde emozioni e che aroma di sottile poesia nelle descrizioni di quei luoghi ricordati o abitati, da quelle acque navigate e da quelle riviere e dalle memorie e dai pensieri scritti, ove l'anima lasci una parte di sè, e dai dialoghi improvvisi, ove l'anima improvvisamente si denudò, dall'amore, dal dolore, dalla morte!
Certo molte cose noi abbiamo letto di Parigi. Emilio Zola ne' suoi romanzi ce lo ha descritto nei mille suoi aspetti e movimenti; e da ultimo gli ha dedicato un volume intero; ma quella grande e paurosa immagine della Babilonia moderna che ci lasciarono poche pagine di _Fede e Bellezza_ è rimasta dentro di noi incancellabile. Leggete per esempio la corsa notturna di Maria e Giovanni attraverso la grande città, di notte, sotto una pioggia invernale.
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Del resto, in tutti gli scritti del Tommaseo, anche in quelli d'argomento più arido, guizza sempre qua e là uno spirito di poesia; ed egli un giorno confidava a Gino Capponi che non riusciva a precisar bene il limite che separa poesia da prosa. In questa confessione è tutto lo scrittore.
Ma per giudicare il poeta bisogna cercarlo nel volume delle sue liriche. Il Prunas merita una lode speciale per il bel capitolo che gli ha dedicato. Qui sopratutto il Tommaseo si manifesta originale e novatore. Per poco che il lettore stia attento, scuopre con sua lieta sorpresa che questo «ragusèo» non creduto degno d'essere accolto nella schiera dei sacri poeti italici, tra il 1830 e il 1840, cercava e tentava e trovava, nei temi e nei metri, nelle comprensioni ideali e nelle forme rappresentative, molte cose che furono poi cercate, tentate e trovate, magari con maggior merito e certo con miglior fortuna, cinquant'anni dopo.
Pel Tommaseo la poesia aveva veramente ufficio sacro. Era potenza di visioni e di emozioni che dovrebbero penetrar tutta la psiche umana rispecchiando tutte le forme della natura e dello spirito, della scienza e della storia. Penetrarle quindi e illuminarle; e i suoi confini dovevano ancora allargarsi coraggiosamente per tutto il mondo umano e sopra umano. In questo, l'audace sua fantasia poteva dare dei punti agli ultimi poeti forestieri e nostrani, cercatori infaticabili di forme nuove.
Malgrado ciò, il volume delle liriche, edito dal Lemonnier, è ancora per il maggior numero degli italiani colti come un bel cofano prezioso e non esplorato. Qualcuno vi mise le mani con profitto; Gabriele d'Annunzio, per esempio, attratto certo dalla singolare modernità dello spirito e delle forme. Ma è da far noto che sieno più lette in seguito. Gioverebbe senza dubbio che un uomo di buon gusto e di libero giudizio facesse una cerna ingegnosa nel grosso e denso volume, togliendo dall'albero i rami secchi. Allora, io credo, molti domanderanno come mai, accanto a tanti versi mediocri mantenutisi in fama, questi potessero rimanere così negletti e dimenticati; e anche la ricerca delle cause di tal fatto potrà essere fruttuosa per la critica dell'arte e per la vita del nostro paese.
Non altrimenti gli inglesi ritornarono, dopo mezzo secolo e con l'animo più intento, alla lettura e allo studio di Perus Shelley; e si accorsero d'aver lasciato passare, quasi inavvertito, un poeta vero, un poeta per diritto divino.
ATTALA
Non spicca nella purezza del marmo antico come Antigone, Niobe, Andromaca e Polissena; non possiede, a grande intervallo, l'idealità umana di Francesca, di Cordelia, di Mignon, di Tecla; è una figura indecisa e ondeggiante nei contorni; romantica, in una parola, ancorchè ricca di vaghezza mistica, di passione e di novità.
Ma il libro porta nell'arte un coefficiente nuovo e importantissimo; e Sainte-Beuve potè scrivere senza iperbole che con l'_Atala_ (1804) il visconte di Chateaubriand «inaugurava» la nuova epoca letteraria francese, che durò poi fiorente e feconda fino al 1850.
Quella figura voi non potete in alcun modo distaccarla dal suo contorno esotico e bizzarro, perchè l'_ambiente_ comincia ad essere una parte integrante e non separabile dell'opera d'arte. Levate infatti le sponde del Mississipì e dell'Ohio, la verde solitudine delle savane, le scene delle tribù indiane e dei missionari, e che cosa vi resta di Attala? Una sorella minore di Cimodoce, una neofita ardente in lotta dolorosa fra l'amore e la fede; troppo raffinata per una selvaggia; un bel fiore delle grandi praterie portato in Europa dentro una porcellana di Sèvres.
Ma che stupenda intuizione della natura in questo breve racconto; ma che meravigliosa poesia di paesaggio! Gian Giacomo Rousseau è grande, ma Chateaubriand è più che un suo profeta. Nei suoi viaggi in America egli ha avuto dinanzi agli occhi ben altro che i dintorni di Ginevra. E peregrinando lungo le sponde di quei fiumi, di cui tanto aveva sentito narrare e favoleggiare, e perdendosi per quelle foreste enormi e terribili, e ingolfandosi per quelle distese di verde senza confini, un concetto più vasto e un senso più profondo della natura si era formato dentro di lui, che poi seppe trovare le parole per significarli e dipingerli.
Quello che avvolge e penetra questo racconto, e forma il suo più forte fascino per noi, è la poesia delle grandi solitudini. Non fu sconosciuta ai poeti classici. Sofocle nel _Filottete_ fa risuonare la deserta isola di Lemno di voci inspirate da questo sentimento vago, quando l'eroe ferito e solo parla alle grotte selvagge, ai flutti del mare rompenti contro gli scogli, al monte Ermeone «che tante volte ha ripercosso gli urli del suo dolore» che niun uomo vivente poteva ascoltare e consolare. Virgilio, nella divina sensibilità del suo spirito, mostra d'aver sentito anche questo aspetto della poesia universale. Ricordate, fra altri parecchi, quei due suoi versi dell'egloga VI:
Incipiant sylvæ cum primum surgere, cumque Rara per ignotos errent animalia montes,
e massime il secondo, che trasporta a un tratto la fantasia nella solitudine silenziosa di un mondo primitivo. È la rapida magìa di tutti i grandi poeti.
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Quando Daniele De Foë, presa l'idea nuda da un racconto di Alessandro Selkirk, e forse la primissima ispirazione dalla _Tempesta_ di Shakespeare, componeva le sue _Avventure di Robinson,_ egli certo non immaginava che metteva le mani a uno dei libri più avidamente cercati e letti di cui s'abbia memoria.
Gli è che i tempi si erano maturati e volgevano propizi a questo speciale genere di poesia.
Da un lato il logoramento delle vecchie mitologie, dall'altro il dissidio sempre più vivo tra l'uomo moderno e i vecchi ordini sociali, dovevano spingere, anche sull'arte, una potente azione sovvertitrice. Le fantasie cercavano il nuovo; l'uomo sentiva sopratutto il bisogno di un più intimo avvicinamento colla vita universale. I navigatori arditi e romanzeschi avevano aperto vasti orizzonti a invenzioni narrative in cui fosse principalmente protagonista l'uomo di fronte alla natura; l'uomo come cercatore, conquistatore, contemplatore. Il punto culminante poi di questa idealità nuova doveva essere l'individuo umano solo, non d'altro armato che del suo volere e della sua mente, in lotta disperata con gli elementi furiosi e ribelli, con le peripezie inaspettate, coi rischi dell'ignoto. E in mezzo agli episodi delle lotte e dopo di esse, scaturiva naturale dall'anima umana la lirica della contemplazione e del rapimento vittorioso dinanzi a quelle solitudini per la prima volta esplorate, piene di sorprese e di meraviglie. Di qui il fascino e la fortuna immensa del libro di Daniele De Foë.
Ma all'irrequieto orangista della prima metà del secolo XVIII, così acuto nell'osservare ed esatto nel descrivere, mancava una facoltà. Egli non era artista, non era poeta nel senso eminente della parola. Oh certo, se il De Foë avesse veduto il suo Robinson nell'isola deserta del Pacifico, come Sofocle avrà contemplato il suo Filottete sullo scoglio di Lemno, qualcosa ben altrimenti meravigliosa sarebbe uscita dalla sua penna! Invece del romanzo avremmo avuto il poema.
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Quel senso poetico che fa difetto nello scrittore inglese, abbonda invece in Chateaubriand. E notate differenza rispetto a quest'ultimo: nel descrivere l'azione e la passione umana egli è spesso ricercato e iperbolico. Per contrario, dinanzi alle grandi scene di paese egli acquista una castigatezza potente e una precisione mirabile.
Disgraziato l'artista — osservò anche il Gioberti — che si pone a lottare d'invenzione al cospetto della natura fisica! Egli non ha che da osservare e da ritrarre; ma osservando e ritraendo mette in giuoco tutte le sue più riposte e squisite facoltà estetiche. Guardando uno stesso angolo di viali e lo stesso gruppo d'alberi nel bosco di Fontainebleau — è l'About che ce lo narra — Alfredo de Musset, Giorgio Sand e Victor Hugo attingevano tre diversi generi di ispirazione, ognuno bello alla sua maniera: il guardaboschi intanto calcolava freddamente che dieci carri di legna si potevano tagliare da quei begli alberi vecchi e che in quell'angolo di viali c'era spazio adatto per innalzare una bella catasta.
Lo Chateaubriand è pittore esatto ed è poeta. Nelle forme, nei colori e nei movimenti della natura egli coglie l'_incognito indistinto_ che Dante vedeva nell'ingresso del suo Purgatorio. La sinfonia immitativa della foresta, che Riccardo Wagner ha tentato d'esprimere con tutti gli strumenti della sua orchestra, lo Chateaubriand l'ha ascoltata prima di lui, vagando sulle sponde dei fiumi americani: ha sentito cantare l'anima di quelle selve primitive e ce la rende nei numeri della sua prosa, in cui erra, come l'eco di un sinfonismo occulto, misterioso, incantevole... «Quand tous ces fleuves se sont gonfilès des dèluges de l'hiver; quand les tempètes ont abattu des pans entiers de forètes, les arbres dèracinès s'assemblent sur les sources. Bientôt la vase les cemente, les lianes les enchainent et des plantes y prenant racine de toutes parts, achèvent de consolider cos dèbris. Charriès par la vague ècumante, ils descendent au Meschacèbè. Le fleuve s'en empare, les pousse au golfe Mexicain, les èchoue sur des bancs de sable, et accroit ainsi le nombre de ses embouchures. Par intervalle, il èlève sa voix en passant sous les monts, et rèpand ses eaux dèbordèes autour des colonnades des forèts et des pyramides des tombeaux indiens; c'est le Nil des dèserts. Tandis que le courant du milieu entraine vers la mer les cadavres des pins et des chènes, on voit sur les deux courants latèraux remonter, le long des rivages, des iles flottantes des pistias et des nènuphars, dout les roses jaunes s'èlèvent comme de petits pavillons. Des serpents verts, des hèrons bleus, des flamants roses, de jeunes crocodiles s'embarquent passagers sur les vaisseaux de fleurs; et la colonie, dèployant au vent ses voiles d'or, va aborder endormie dans quelque anse retirèe du fleuve....»
Qui ogni senso di gonfiezza e prolissità vien meno; esse si tirano in disparte e lasciano luogo ad una rigorosa e sapiente economia di frasi, ognuna delle quali ha un valore netto e forte, non solo per sè stessa, ma anche, e più, per la gradazione mirabile nella composizione del tutto. Son tanti colpi di pennello guidati, non solo dal gusto del colore, ma anche, e più, da un senso correttissimo della prospettiva aerea.
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Talvolta lo scrittore (potrei dire il pittore) sente che le grandi linee non bastano per rendere la poesia di quegli orizzonti senza confini, di quelle vegetazioni colossali, di quelle interminabili gamme di suoni e di colori; e allora egli trova nel vero l'episodio breve, caratteristico, potente, che anima in un attimo tutta la scena, come una macchietta i dirupi di Salvator Rosa, e in cui pare che tutta la vita del paesaggio palpiti, si condensi, si riassuma. «...On voit dans ces prairies sans bornes errer à l'aventure des troupeaux de trois ou quatre mille buffles sauvages. Quelquefois un bison chargè d'annèes, fendant les flots à la nage, se vient coucher parmi des hautes herbes, dans une ile da Meschacèbè. A son front ornè de deux croissants à sa barbe antique et limoneuse vous le prendriez pour le Dieu du fleuve, qui jette un oeil satisfait sur la grandeur de ses ondes et la sauvage abondance de ses rives...
«...De l'extremitè des avenues on aperçoit des ours enivrès de raisins, qui chancellent sur les branches des ormeaux; des cariboux se baignent dant un lac... des colibris ètincellent sur le jasmin des Florides, et des serpents oiseleurs sifflent suspendus aux dômes des bois en s'y balançant comme des lianes...»
Si potrebbero citare, e credo con gusto squisito di chi legge, delle lunghe pagine maravigliose. Chi ha mai descritto meglio la terribilità di un uragano, squassante e ruinante traverso le foreste della Luigiana? Chi gli incanti e la tenerezza melanconica d'un plenilunio sul silenzio verde d'una interminabile _savana?_
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Il dramma umano, lo ripeto, riesce in questo racconto soprafatto dalle bellezze del paesaggio. Come è prolisso predicatore e fiacco ragionatore quel buon padre Aubry! Leggete il lungo discorso nel quale, dinanzi alla triste solennità della morte, cerca di persuadere ai fidanzati la rassegnazione e il distacco da tutte le cose terrene. Può darsi benissimo che il Manzoni se lo sia ricordato mentre metteva in bocca a fra Cristoforo quelle ultime sue parole di ammonimento e di congedo a Renzo e Lucia sulla soglia del Lazzaretto; ma che divario tra l'eloquenza del cappuccino lombardo e quella del missionario francese! Fra Cristoforo tocca della fugacità dell'amore con una delicatezza di pessimismo cristiano, ineffabile; il padre Aubry prepara frasi ed enfasi al futuro predicozzo del padre d'Armando nella _Dame aux camèlias._
Dei tre caratteri il meglio scolpito è quello di Ciactas. Questo selvaggio che i casi della vita hanno portato in Europa; che ha visto Versailles e Luigi XIV; che ha assistito alle tragedie di Racine; che ha ascoltato le orazioni funebri di Bossuet, ma serba invincibile la nostalgia delle sue foreste, e riprende la vita nomade e si mantiene indiano e pagano fino alla cieca decrepitezza, parmi che mostri nell'artefice che l'ha ideato e messo in azione, una facoltà addirittura d'ordine superiore.
Alcuni tratti hanno, direi quasi dello shakespeariano. Attala è presso a spirare e il prete le sta amministrando i sacramenti. Il giovane selvaggio guarda muto, accorato e attonito a quegli apparecchi d'una liturgica misteriosa; ma quando vede splendere le ampolle dell'olio santo, rompe a un tratto il silenzio: «Mon père, cè remède rendrat-il la vie à Attala?...»
E anche la povera Attala, se troppo spesso non la possiamo ammirare, l'amiamo sempre in questo racconto e la ricordiamo con mesta dolcezza. L'amiamo come un leggiadro e doloroso ideale femminino animante quel paesaggio meraviglioso.
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Il suo funerale è una scena d'alta e pietosa poesia, che, una volta letta, non si dimentica.
«La lune preta son flambeau à cette veillèe funèbre. Elle se leva au milieu de la nuit, comme une blanche vestale qui vient pleurer sur le cercueil d'une compagne. Bientôt elle rèpandit dans les bois ce grand sècret de melancolie qu'elle aime à raconter aux vieux chènes et aux rivages antiques des mers.» — O Lamartine, che cosa saprai tu dire di meglio nella sonante melopea delle tue _Meditazioni_?
Mentre il bel corpo d'Attala è ricoperto dalla terra che vi lasciano cader sopra le mani tremanti di Ciactas, anche il tipo della fanciulla ci pare che ondeggi, si perda e svapori nel folto delle boscaglie, nel verde delle praterie. Si lascia dietro un tenue vapore d'incenso; e segue a suonare per l'aria d'intorno a noi il versetto di Giobbe, che il vecchio missionario, rimasto solo, ricordando la bella e infelice indiana, mormorava di notte alla grande foresta:
«Io sono passata come un fiore; io mi sono inaridita come l'erba dei campi».
MIGNON