Donne e poeti

Part 4

Chapter 43,701 wordsPublic domain

Le donne predilette da voi, le vostre eroine, appartengono a categorie molto disparate; ma furono tutte bellissime o per lo meno furono delle grandi seduttrici innanzi agli uomini e agli Dei. Voi vi studiate di mantenere e di accrescere nella storia la loro potenza di seduzione; ma cercate anche di giustificarla lumeggiandone i lati più nobili; e dove il vostro spirito buono e retto non vi consente l'ammirazione, voi ricorrete abilmente agli argomenti della compassione e della pietà. Si sente insomma che ammirate prima di tutto la loro bellezza; ma voi avete un altare anche per la bontà morale. Io molto amo, perchè pare uscito dal più profondo del vostro cuore di donna, quel grido che voi mandate di mezzo ai ricordi della trionfante perfezione plastica di Giulia Récamier: «Nella vita umana la bontà non è ancora onorata abbastanza!».

Avrei voluto sentirvi discutere con Ernesto Renan, che era così facondo e amabile dialogizzatore, quando voleva dimostrare che la piena bellezza in una donna (e perchè non anche in un uomo?) il mondo civile doveva valutarla come una virtù.

Forse non vi sareste trovati d'accordo col filosofo, appunto perchè voi siete una donna....

* * *

Anche il vostro femminismo, dunque, ritiene del vostro buono e schietto temperamento di donna equilibrata. Non ha nulla di esorbitante di teratologico: è una mite autolatria spoglia, per quanto è possibile, d'egoismo individuale. Voi professate candidamente il culto del «genere» come altri ha quello della «specie»; ma questo culto voi vi sforzate a renderlo ragionevole e per nulla intollerante. Si comprende bene che piuttosto che dar dentro nei rischi delle battaglie emancipatrici con le improntitudini e con le violenze, voi magari vi rassegnereste alla onesta e onorata servitù del buon tempo antico... Oh quel buon tempo antico, che con tutto il suo ferreo genio di prepotenza mascolina, seppe tessere tante corone e innalzare tanti altari alla visibile e invisibile bellezza, sento che, in fondo, voi lo amate molto!

Le figure di donne celebri che voi ci recate innanzi una dopo l'altra, formano, tutte insieme, un bel quadro vivente di rettorica generosa, ove ogni figura volge a noi una occhiata persuasiva e un gesto insinuante...

Quale amate di più? Difficile arrischiare un giudizio. Io dico che probabilmente voi le avete amate tutte a un modo di vera passione nell'ora in cui le stavate, una per una, studiando e vagheggiando. Basta osservare la cura che mettete intorno a Cleopatra onde far sparire dai nostri occhi latini il «fatale monstrum» di Orazio e la femmina «lussuriosa» di Dante, non lasciandoci vedere che la bella Maga d'Oriente, per la quale la rinunzia all'impero del mondo non fu stimato sacrificio eccessivo.

La stessa malìa ha esercitato su voi la figura di Giorgio Sand. Era naturale che la vostra ardente fantasia si lasciasse prendere alla dolce esca di intervenire nelle amorose peripezie di Aurora Dupin con Alfredo de Musset, che hanno legato una sì lunga e intricata contesa a due generazioni.

Quanto alla opinione espressa da voi, io vi dico seriamente che vorrei fosse la vera. In un dramma di passione come quello, è sempre meno male che, dei due, chi moralmente ne escì meno malconcia sia stata la donna.

Di quella che comunemente si è convenuto di chiamare «il dramma di Venezia» voi dunque accettate la versione di Lelia, che è tutta in sua difesa; e su quello scabroso episodio del medico Pagello, voi, con bella coerenza, avete delle parole di un ottimismo idilliaco, che paiono prese dal repertorio di Paolo e Virginia. Voi insomma non dubitate di chiamare «trasparenti» le confessioni di Giorgio Sand, come se vi avessero lasciato vedere proprio tutto il fondo e il profondo della sua anima e della sua vita!...

Vi ripeto che vorrei proprio che aveste ragione. Ma se v'ingannaste? Se, per esempio, le ultime confessioni (veramente mal consigliate) dello stesso medico nonagenario, fossero venute a generare per forza qualche dubbio importuno anche nei più risoluti partigiani di Lelia?...

Dopo tutto poi, non ci sarebbe nulla di sorprendente se gli occhi sereni di una Sfinge giovane come voi, avessero per un momento spuntato il loro acume a leggere negli occhi di una Sfinge vecchia come era la Sand; veramente esperta degli uomini e della vita.

Ma voi avete tanto tempo da rifarvi!

DESDEMONA

Come mai la dolce figliuola di Barbanzio potè innamorarsi del Moro, e fuggiarsi in casa da lui?

Il vecchio senatore, che avea votata forse una legge d'allora: _Dei Malefitii et Herbarii_, urlava sulla strada che il Moro gli avea pervertita la figlia col mezzo di un empio filtro. — Era altrimenti possibile che una giovinetta così timida, così modesta, che «arrossiva d'ogni suo movimento e si turbava al suono della propria voce,» lasciasse la casa paterna, e andasse a buttarsi, svergognata, fra le braccia di un uomo? Succhi malefici, arti d'inferno! Altro modo di seduzione non era possibile supporre, per San Marco! Bastava guardare la faccia del Moro...

A questo colore della faccia d'Othello s'appigliava invece con sottilissimo accorgimento l'onesto Jago: — Badasse il marito: quella giovane veneziana, cresciuta fra le più raffinate delicatezze, aveva scelto per l'appunto lui in mezzo a tanti bei giovani del proprio colore... lui dal volto nero, dai capelli crespi, dagli occhi corruscanti e dalle labbra tumide. Non sarebbe per avventura indizio questo di una qualche occulta perversità del sangue, incitante a gusti morbosi? Di una propensione inconscia «ad uscire dalla traccia segnata da natura» ad appetire lo strano, e quindi a svogliarsene rapidamente dopo il possesso?... Badi il marito; e che dalla gelosia lo scampi il cielo! —

Così il nobile Moro fu legato per sempre «alla ruota del tormento».

Eppure, dell'innamoramento di Desdemona egli aveva trovata una ragione molto semplice, sulla quale la sua franca anima di soldato e di barbaro dolcemente s'adagiava.

— Essa aveva occhi per vedere e scelse me. Il padre, che mi amava, mi richiedeva spesso, in casa sua, del racconto della mia vita. La bella Desdemona non batteva palpebra ascoltandomi; e per gli orecchi e per gli occhi le entrò a poco a poco l'amore; un amore nato da meraviglia per i tanti casi da me trascorsi, nato da pietà per i miei molti affanni sofferti. Ecco il filtro, o Barbanzio, e le mie arti infernali. —

Il doge e i senatori ascoltavano nella notte la dolce eloquenza del Moro, assentendo in silenzio.

Ma nella terribile scena V dell'atto III, dove, ad ogni gesto di Jago, par di vedere un'aspide guizzare dalle sue mani e avventarsi di celato al petto d'Othello, il principale argomento della sua fede ecco che viene abilmente eliminato. Quando Jago se ne va, Othello rimane cupo e cogitabondo, col suo nero volto dinanzi alla fantasia... il suo nero volto in cui gli anni cominciano a mettere delle rughe!

La disgrazia del Moro fu di non aver mai conosciuta «la prima radice» della passione di Desdemona per lui. Le guerre, i viaggi, i mali sofferti furono solo la cornice, che egli scambiò col quadro. Mancavano forse in Venezia, la città di Enrico Dandolo e di Marco Polo, uomini forti e audaci, dalla vita poeticamente avventurosa e per giunta belli e di bianco colore?

In questa concorrenza Othello sarebbe rimasto facilmente sconfitto, chè la lotta era ad armi troppo disuguali per lui. Ma altra fu la ragione occulta dell'amore.

* * *

Quasi tutte le donne di Shakespeare amano e muoiono, ubbidendo ad un istinto _ideale_, anzi ad una idea, nel senso che lo Schopenhauer dà a questa parola. L'amore, ministro infaticabile della Volontà, distrugge le differenze e gli ostacoli, convertendoli in tramiti d'unione feconda e fatale. Giulietta ama un nemico, Ofelia ama un principe e un pazzo, Desdemona subisce in Othello l'infinito prestigio dello «straniero» e si dà a lui con tanto maggiore abbandono quanto più forti sono gli ostacoli che la patria, la razza e il colore mettono fra loro due.

Allorchè Othello, dopo essersi difeso dinanzi al Doge e ai senatori, invoca le testimonianze di lei, essa ricorda al padre i suoi doveri di figlia obbediente, ma solo per concludere: — Ecco il mio sposo, il mio signore! — E domanda in grazia al capo della repubblica di potersi esporre in compagnia del Moro ai rischi del mare e della guerra. Non ha essa cominciato ad amarlo mentre i suoi racconti glielo dipingevano in mezzo a quei rischi, variamente sbalestrato dalla fortuna? Lo spirito della giovane donna anela a vivere per davvero in quel mondo esotico e fantastico, come un poema orientale, che il volto e le parole dello straniero hanno saputo così bene suscitare dentro di lei.

Indarno il vecchio Barbanzio lancia un ultimo avvertimento, che suona tetro come una profezia di sventura. Othello è pieno di fede. Desdemona nel fondo della sua anima non ascolta più altro linguaggio che quello antichissimo dell'amore «peregrino» che è stato causa di tante emigrazioni e di tante fughe...

* * *

Nella eterna leggenda dell'amore e nel regno della poesia, Desdemona e Othello hanno antenati famosi. Non poteva essere altrimenti. Lo «straniero» ebbe in ogni tempo, sopra i sensi della donna, lo ascendente fortissimo del nuovo, dell'imprevisto, dello sconosciuto e del vago.

Un giovane è sceso nel porto, è entrato nella città: — Chi è egli? donde viene? dove va? — E l'occhio femminile si attacca curiosamente alla sua fisonomia. Vi studia l'indole, le passioni, i casi del passato, i propositi dell'avvenire; scruta, indaga, indovina. Fantastica: come deve essere bello e generoso avvincere il proprio destino al destino di quest'uomo! Ed ama. Romeo e Tancredi hanno bisogno d'esser belli per vincere l'avversione ereditaria di famiglie e di genti in guerra. Lo «straniero» nel senso antico e leggendario della parola, è quasi scomparso; il fascino del nuovo e dell'ignoto ora non circonda quasi più la figura d'un uomo che ci arriva da spiaggie lontane. «Se avviene (scrive il Thechery) che un italiano o uno spagnuolo o un russo produca, con la sua aria esotica, una impressione pericolosa sulle signore di un salotto di Londra, il rimedio non è difficile. Fate in modo che cinque o sei individui dello stesso paese vi sieno presentati. In poche sere l'equilibrio sarà ristabilito».

Ricordate l'episodio di Rebecca, sul tramonto, vicino alle porte di Nachor? E l'episodio omerico di Nausicaa nella lieta isola dei Feaci? La figlia d'Alcinoo re accoglie Ulisse naufrago e nudo sulla spiaggia, lo rincora, lo veste e lo conduce sul suo cocchio al padre. Mentre sferza le rapide mule, essa si augura in segreto che quello «straniero» sia lo sposo destinatole dagli Dei. Lontanissimi orizzonti dell'amore umano!

* * *

Una più intima somiglianza, quasi di sorelle, è invece — chi lo crederebbe a prima vista? — tra la Desdemona del poeta inglese e la Medea di Apollonio da Rodi.

È sempre in giuoco, lo stesso incantesimo. Giasone tocca i lidi della Colchide, entra nella reggia di Eeteo, narra le vicende del suo viaggio; e Medea bellissima figlia del re, la vergine sacerdotessa di Écate, fredda e sorda fino a quel giorno ad ogni proposta di amore e di nozze, si sente a un tratto avvolta da una vampa di passione. Che le gioverà l'essere maestra di filtri e di sortilegi? Il colpo è stato fulmineo e immedicabile la ferita. — Giasone si alzò dal suo scanno (è il poeta greco che narra) e s'incamminò fuori del palazzo... La giovinetta lo seguitava, spingendo gli sguardi obliqui attraverso il suo velo, col cuore sempre più soggiogato.... Ritirata nelle sue stanze, ella rivolge in se stessa tutti quei dolci pensieri con cui l'amore commuove un'anima. Ogni cosa è ancora chiaramente davanti ai suoi occhi: vede la figura di Giasone e il manto di cui si cuopre e ricorda tutte le sue parole; ricorda l'elegante contegno col quale sedeva e la sua nobile andatura mentre usciva dal palazzo. _Intanto la sua anima, dolorando, le ripeteva che nessun altro uomo era simile a lui._ —

Questa delicatezza d'analisi e questo caldo soffio di passione, dalla Grecia decadente passeranno presto nel mondo latino e diventeranno poesia perfetta nel quarto libro dell'_Eneide_.

— O Anna, sorella Anna, chi è mai questo «straniero» venutoci dal mare? Come è nobile il suo aspetto! Come grandi le sue gesta e pietose le sventure che egli ci ha raccontate! —

E il debole petto femminile anche una volta sarà espugnato dall'incantesimo irresistibile; e dopo il delirio beato e breve, verranno per la donna l'abbandono, la disperazione e la morte.

Poichè bisogna pur confessarlo: nelle epopee e nei drammi lo «straniero» rappresenta assai spesso l'egoismo mascolino, che raccoglie passando i fiori e poi li getta e li dimentica... Lo straniero cammina dinanzi a sè; e la mèta dell'uomo, pur troppo, è posta al di là dell'amore! Bacco, Giasone, Ulisse, Enea, procedono alla loro mèta fatale, e lasciano le donne a piangerli dal lido o a maledirli dal rogo.

La dolce Desdemona, non solamente paga intero il suo tributo a questa idealità imperiosa e spietata, ma ne resta come tutta assorbita ed annichilita. È la nota più singolare di questa singolarissima creazione dello Shakespeare.

Dove sono la mente e la volontà di Desdemona? Essa certo le ha possedute e ha mostrato di saperle adoperare assai bene, fino al limitare del dramma.

* * *

Dopo, tutto cangia. La sua volontà pare che svapori e si perda in quella del Moro, il quale non solamente la domina con la volontà propria, ma la sostiene e la volta qua e là, su e giù, come una piuma a mezz'aria col soffio. Mai una resistenza nè un principio di reazione anteriore! S'egli la percuote brutalmente dinanzi ai gentiluomini veneziani, appena s'arrischia di piangere e subito dopo è rabbonita: quando egli le annunzia che l'ucciderà, si contenta di chiedere la vita anche per una mezz'ora. Othello è in tutto e per tutto «il suo signore».

Anche la mente della donna sembra discesa, a forza di rimanere immota in un pensiero unico, allo stato di una ingenuità troppo elementare: — Credi tu, Emilia, che vi sieno al mondo delle donne capaci d'ingannare il marito?.. — È insomma scomparso affatto quel caldo e vivace temperamento, che noi travediamo in principio, di una giovane veneziana, cresciuta nel lusso e nelle eleganze del Rinascimento, amante della danza e della musica, passionata nell'amore fino a fuggire dalla casa paterna. Tutto questo ha l'aria di sciogliersi e degenerare in qualche cosa di troppo lontano e troppo diverso. «Fredda, fredda come la tua onestà!» geme disperato il Moro, abbracciando il suo bel corpo inanimato; e in quel grido ci sembra di cogliere la sintesi del suo carattere trasformato.

Ebbene no: Shakespeare nella giovane sposa di Othello ha vagheggiato un tipo di delicata perfezione morale ed estetica e lo ha perfettamente raggiunto.

Desdemona è il tipo delle donne che amano fino alla devozione, non solo, ma fino alla perfetta abdicazione di sè. La remissione dello spirito e la rinuncia del volere, che altre donne ottengono per mezzo della pietà mistica, essa la raggiunse nell'amore, che è in lei monomania profonda e idolatria serena. Il lato strano ed eteroclito della sua passione per il Moro, in cui la infernale malvagità di Jago volle far sospettare «un traviamento del senso», era invece una schietta emancipazione da ogni sua tirannia. La giovane nel primo atto ha potuto dire al Doge e ai Senatori: «Guardando Othello io non vidi che la sua anima:» e muore non credendo nemmeno alla possibilità della colpa di cui è creduta rea.

E Shakespeare come l'ama questo fantasma così puro della sua mente! E come con tocchi di dolcezza ineffabile par che si studi a compensare questo carattere di tutto quello che esso gli toglie di vivo e d'umano agli occhi dei volgari! Le frasi piene di poesia, di tenerezza e d'ambascia desolata che il poeta fa pronunziare sommessamente a Othello accanto al letto di lei prima di svegliarla, poi ruggire sopra di lei dopo che l'ha soffocata, danno l'idea del bisso, degli aromi e dei balsami preziosi in cui un padre, nei tempi antichi, avrebbe composto nel sepolcro il corpo di una carissima figliuola.

In questa parte del tragico episodio, Shakespeare è veramente «il vate dalla lingua di miele» come lo chiamavano i vecchi poeti inglesi suoi contemporanei: _Sweet Shakespeare_!

Miranda e Titania ci fanno sognare: Giulietta, Ofelia, Cleopatra sono amate da noi. Si può amare perfino lady Macbeth, se pur dobbiamo credere a certi poeti della scuola del Baudelaire. Desdemona inspira un divino sentimento di pietà; come sua sorella Cordelia, come l'Antigone greca. Nel teatro di Shakespeare, a somiglianza del teatro antico, dietro il fato che trascina alle orrende catastrofi, si appiatta sempre una Erinni vendicatrice. Essa risale spesso alle colpe dei padri; ma attua, comunque, una mistica legge di espiazione; e indi il terrore, che si leva dal dramma, afferma, comunque, questa mistica legge e avvolge in una nube fredda e sanguigna l'anima degli spettatori. Il vecchio Lear ha commessa una stolta ingiustizia come padre e come re: Amleto fu spietato con la madre, leggero e forse sacrilego verso il confidente amore di Ofelia, a cui, per giunta, uccise il padre.

Invece nel dramma d'Othello noi cerchiamo invano la colpa. In che hanno peccato, il Moro così nobile e così leale, Desdemona così amante e così pura?

Dopo che la donna è spirata e Othello s'è tagliata la gola; dopo che Cassio e Graziano e Montano e Lodovico e Rodrigo hanno abbandonata quella stanza, ove non rimangono che due cadaveri — una salma bianca «come l'alabastro della tomba» e un corpo nero tutto lordo di sangue — la mente impaurita continua ancora a contemplare la scena e non cessa dal chiedere: ma perchè?...

Ah povero, povero Moro, tu sei troppo da compiangere, perchè il tuo delitto ti perseguita anche al di là del sepolcro! Pochi istanti prima di morire, hai pensato all'orrore che proverà il tuo spirito incontrandosi con quello della tua donna, _che non sapesti amare_....

Lei almeno consoleranno l'apoteosi della pietà umana e il compianto immortale. Se crescono i salici lungo i fiumi dell'Eliso, essa, anima solitaria, vi canterà la sua canzone melanconica e dolce; e, indarno, dal virgiliano bosco dei mirti, le anime di Saffo e di Fedra, di Isolda e di Francesca da Rimini la inviteranno ad unirsi a loro, per narrarle i terrori e le gioie degli amori colpevoli...

NICOLÒ TOMMASEO

È certamente la figura di letterato più curiosa e più bizzarra in quel lungo periodo nostro che va dal 1820 al 1870; nè vi ha scrittore che abbia dato a quel tempo una produzione come la sua multiforme e complessa, difficile a essere abbracciata in una sintesi e stimata al suo conveniente valore. Dirò di più: nessun altro scrittore io saprei trovare da mettere al paio con lui in tutta la nostra storia letteraria. Per la vita agitata e per il temperamento di polemista irascibile e perfino accattabrighe, potrebbe richiamare qualche nostro umanista dal XV e XVI secolo: si è tentati di pensare al Filelfo, al Doni, financo, per certi particolari, a Pietro Aretino; ma subito si è allontanati dal confronto, come da una brutta ingiustizia, per la gran distanza che ci corre nella moralità della vita, la quale, si voglia o no, fu sempre nel Tommaseo altamente rispettabile e, in certi suoi aspetti e in certi periodi, eroica.

Una cosa parmi certa: se Nicolò Tommaseo fosse nato francese, tedesco e magari russo, chi sa quanti volumi si sarebbero stampati intorno a lui uomo e scrittore! In Italia sono dovuti passare dalla sua morte quasi trent'anni, prima che ci fosse dato di leggere un libro che tratti di lui largamente e degnamente[2].

[2] Paolo Prunas. _La Critica, l'Arte e l'Idea sociale di Nicolò Tommaseo._ Ed. Bernardo Seeber. Firenze.

E anche questo libro par che porti i segni di una paurosa fatalità. Certa cosa è che il signor Luigi Prunas ha studiato a fondo il suo autore e che, fatte le debite parti alla critica, lo ammira molto e lo ama; ma nel l'affermare il suo giudizio procede sempre dubitoso e circospetto, con temperamenti e cautele infinite; e dopo che s'è deciso a fare un passo risoluto verso l'elogio, per chi si senta obbligato a farne un altro verso il biasimo; e anche quando l'opera intellettuale del Tommaseo gli si mostra evidentemente poderosa e la sua vita fuor d'ogni contrasto ammirevole, anche allora il suo biografo pare occupato a mettere dei sordini sulle corde che dovrebbe vibrare, senza ritegni, a onore e a gloria di lui. Si direbbe che, scrivendo del fiero dalmato, egli abbia sempre avuto dinanzi alla mente lo stuolo de' suoi più terribili avversari. Forse la parrucca arruffata di Pietro Giordani, forse il cipiglio di Niccolini e di Cattaneo?... Oppure che egli abbia temuto di risvegliare le ire antiche su quel povero vecchio capo, che dalla lunga vita travagliosa solamente potè riposare nel piccolo cimitero di Settignano?...

* * *

Certo, il Tommaseo non fu amato dai suoi contemporanei. Qualche bell'anima giovanile, come Alessandro Poerio, potè esaltarsi di lui; ma intorno gli si mantenne sempre un ferreo cerchio diantipatie e diffidenze, di rancori più o meno simulati, di odi continuati e implacabili anche dopo la sua morte. Le ragioni di ciò ho volute indagarle più volte anch'io, che verso l'uomo e verso lo scrittore mi sentivo invece sospinto da moti di curiosità affettuosa e da ammirazione profonda, maturata nello studio della sua vita e degli scritti.

Al tempo della prima _Antologia_, uno dei frequentatori del gabinetto Viesseux lo aveva chiamato «l'onágro». Il sopranome parve calzante ed ebbe fortuna. E veramente poteva parere che ci fosse qualche cosa dell'asino selvatico in questo dalmata permaloso, scontroso, iracondo, violento, che durò per cinquant'anni a correre attraverso il campo letterario, nei giornali, nei libri, nei discorsi e nelle lettere private — talvolta anche senza scuse di provocazione alcuna — buttandosi addosso a questo e a quello. E talvolta erano nerbate che levavano le berze, talvolta punture che trapassavano le ossa.

Eccettuati, a mala pena, il Manzoni, il Capponi e il Rosmani, chi risparmiò egli dei nostri letterati e uomini pubblici? Ugo Foscolo non si salvò nemmeno con l'esiglio doloroso. Il pertinace avversario aveva confessato di voler «fare il processo» a tutta la sua vita; e fin oltre la vita egli prosseguì il suo disegno con la oculata costanza di un inquisitore spagnuolo e con la inesorabilità di un pedante italiano. Tutto gli pareva buono da scaraventare sul capo nemico: accuse grosse e minuscole: offese gravi alla onorabilità della vita e modi orgogliosi nelle relazioni sociali e ricercatezze nel vestire; il falsato ideale della lirica paganeggiante e una svista di prosodia latina...

Ugo Foscolo fu splendidamente vendicato da un'articolo di Giuseppe Mazzini, che anche all'onágro dovette passare la prima pelle. Disse in fatti di voler rispondere _a quel povero Mazzini_; ma poi non ne fece nulla, a quanto io ricordo.