Donne e poeti

Part 3

Chapter 33,659 wordsPublic domain

Dove sono adesso le floride glorie di Alessandria? Il poeta dolorando lo chiede al bardo novarese, il quale, fuggiasco in Oriente per amore di libertà, la aveva pochi anni fa ammirata, mentre sempre

Alacre, industre, a la sua terza vita Ella sorgea, sollecitando i fati.

Oggi non più. I vanti e le speranze dell'Egitto oggi minacciano di non poter più vivere altrimenti che nel volume del ramingo poeta italiano. Lontana poesia di memorie!

. . . . . . . . . . . . . Oggi Tifone l'ire del deserto Agita e spira! Sepolto Osiri, il latratore Anubi Morde ai calcagni la fuggente Europa, E chiama avanti i bestiali numi A le vendette. Ahi vecchia Europa, che su 'l mondo spargi L'irrequieta debolezza tua, Come la triste fisa a l'orïente Sfinge sorride!

Chi si piace, oltre che della nobilissima lirica, dei prestigi del colore locale e storico, in questa ode ha, parmi, il fatto suo.

* * *

Un'altra «maxima espectatio» del volume è certamente l'ode: _Scoglio di Quarto_. Narrano che Frine per sapere da Prassitile quale delle proprie statue avesse in maggior pregio, ricorse alla bugia d'un incendio. Confesso che una bugia la direi io pure volentieri perchè il poeta schiettamente mi rivelasse quale delle venti odi del volume egli creda migliore; e confesso che amerei di sentirlo rispondere: la sedicesima.

_Scoglio di Quarto_ non ha l'impeto lirico che vi trascina nella seconda parte di _Miramar_; non ha la ricchezza fantastica di _Alessandria_ e dell'ode: _Presso l'urna di Shelley_; ma le vince, a mio giudizio, tutte per quella che Leonardo da Vinci chiamava _la prisca euritmia_ delle proporzioni e per un tono originalissimo, al tempo stesso umile ed alto, che dà luogo a una singolare e toccante fusione di patetico e d'eroico. Al disegno perfetto dell'ode corrisponde la forma; perfetta anch'essa, e malgrado due piccole mende che voglio notare. Una è quel «palpido lucido» dell'astro di Venere, che _tinge_, esso, il cielo, non ostante il maggior lume della luna: l'altra quel «mendicando la morte» della settima strofa, che parmi alquanto eccessivo ed enfatico. Le ho notate, a costo di dar nel minuzioso, per il rispetto quasi religioso che questo componimento m'ispira. E nemmeno voglio citarne dei passi staccati; maniera di commento sempre pericolosa e in questo caso presso che irriverente. Tanto varrebbe rompere un bel bassorilievo antico per mostrare alcuni pezzi ai curiosi. Bisogna leggere tutta l'ode con l'animo raccolto; e muovere da quella «breve striscia di sassi» che sporge nel mare, e cogliere con l'occhio della mente il paesaggio notturno, tranquillo, sereno, incantevole che è sopra e d'intorno, con Genova vista là in fondo tra i lumi morenti e i canti che arrivano fiochi da lontano... Poi veder comparire a un tratto la figura leonina di Garibaldi, col suo puncio e la sua spada «la spada di Roma» bilanciata sull'omero; e dietro lui giungere a piccoli drappelli «i mille vindici del destino» che appena comparsi dileguano nell'ombra, come dei pirati che vadano al malefizio e invece per amore d'Italia essi vanno a cercare la morte «al cielo, al pelago, ai fratelli»... Poi bisogna salire, salire e lasciarsi portare per questa atmosfera sacra di ricordi, finchè vediamo toccarsi in una stessa idealità due figure, Pallante e Garibaldi, i due lucidi poli remoti, tra i quali si svolge la immensa epopea della vita italica. Su tutto il quadro e su tutta la visione, brilla simbolicamente la stella di Venere, la stella d'Italia, la stella di Cesare.....

* * *

Mi rimane da parlare dell'ode: _Il liuto e la lira_, dedicata «A Margherita Regina d'Italia». Tutti ormai conoscono le origini storiche del componimento ricordate in una nota.

Quando la Donna Sabauda il fulgido Sguardo al liuto reca e su 'l memore Ministro d'eroici lai La mano e l'inclita fronte piega, Commove un conscio spirito l'agili Corde, e dal seno concavo mistico La musa de' tempi che furo Sale aspersa di faville d'oro; E un coro e un canto di forme aeree, Quali già vide l'Allighier muovere Ne' giri d'armonica stanza, Cinge l'italica Margherita....

L'ode, come ognuno sente, esordisce con una intonazione idealmente signorile e muove, fin dai primi suoi passi, con un incedere veramente regale. Ci vorrebbero delle musiche di Gluk o di Sacchini, pure, dolci e solenni, nei momenti che esprimevano le _entrate_ de le belle eroine coronate sulla scena classica.

Il coro delle sostanze aeree è formato dalla _Canzone_, dalla _Sirventese_ e dalla _Pastorella_.

Ognuna, presentandosi alla Regina d'Italia, parla di sè e de' suoi nobili vanti. La Canzone ricorda Dante dall'anima del quale ella spiccò il volo fino ai cieli: ricorda che passò sovra le lagrime del Petrarca e accese pur lui «corone di stelle in sull'aurea chioma d'Avignone». Quest'ultimo traslato, dico passando, a me non piace affatto. Avrebbe scritto il Carducci, a proposito dell'amore di Dante, «sulla chioma aurea di Firenze» volendo significare Beatrice? Bellissimo invece nella verità che semplicemente esprime idealizzandola:

Non mai più alto sospiro d'anime Surse dal canto...

Indi balza la Sirventese, con l'elmo l'asta e lo scudo, ed esprime il suo amore per le bellicose gesta terrene e per le anime dei combattenti sprezzatrici della morte. A me, essa grida.

Piace, se lampi d'acciaio solcano Se ferrei nembi rompono l'aere E cadon le insegne davanti Al flutto e a l'impeto de' cavalli. A cui la morte teme non ridono Le muse in cielo, quaggiù le vergini. Avanti Savoia! Non anche Tutta dèsti la bandiera al vento...

Viene ultima la Pastorella e alla dolce Regina fa intendere le voci del dolore umano che si levano sempre più intense dalle terre, quantunque essa sia letificata di tanta civiltà:

La Pastorella sono. Di facili Amori e sdegni, danze e tripudii. Non più rendo gli echi: una nube Va di tristizïa su la terra. A te da' verdi mugghianti pascoli, Da' biondi campi, da le pomifere Colline, da' boschi sonanti Di scuri e dal fumo de' tuguri, Io reco il blando riso de' parvoli, Di spose e figlie reco le lagrime E i cenni de' capi canuti Che ti salutano pïa madre...

Fin qui ho sentito la nobilissima lirica salire sempre come un'onda vittoriosa. Da questo punto, per le cinque strofe che ancora rimangono, sembrami invece d'avvertire un certo rallentamento e quasi un raffreddamento. L'ode appare lunga. Nuoce quel subito intervento dell'io del poeta dopo la serena oggettività della prima parte? Forse — lo so — è audace il dire a un poeta, a un artista della forza di Giosuè Carducci: era meglio che tu ti fermassi a un dato punto dell'opera tua magistrale. Ma io sento, forse a torto, che, finita la triplice apparizione, anche l'ode doveva finire o concludere più rapidamente.

* * *

Ho detto anch'io il mio parere con tutta sincerità e senza una pretesa al mondo. A chi poi mi domandasse un giudizio complessivo sul volume, io direi semplicemente: le _Terze Odi Barbare_ sono per me degne delle prime e delle seconde. È arte pura, è poesia che seguita a consolare l'Italia della grande mediocrità artistica, la quale persiste, ahimè, nel travagliarla!

È utile, è ragionevole, è (oserò aggiungere) artisticamente possibile spingere molto innanzi certi confronti e pretender dimostrare, con un termometro di nuovo genere alla mano, se il calore poetico del Carducci sia cresciuto o diminuito d'un grado? A me basta rileggere _Miramar_, _Alessandria_, _Scoglio di Quarto_ e sentirmi in presenza di un grande artista; a me basta pensare che il nostro maggior poeta ha molte corde alla sua lira e che sa tutte vibrarle potentemente, alternando e rinforzando i suoni. Meno di due anni fa egli ci diede _Rime nuove_; ora ci dà le _Terze Odi Barbare_; chi può dire le sorprese che egli ci serba per l'avvenire? — Fra i nostri critici letterari, che io tutti sinceramente rispetto, confesso che a me muovono una certa stizza coloro che da qualche tempo hanno pigliata l'abitudine di parlarci di Carducci come di un patriarca vivente della poesia italiana. Ma che patriarca d'Egitto! Egli è nel forte vigore della vita e ha di poco varcati i cinquant'anni, età nella quale in Francia, in Inghilterra e in Germania i poeti e gli artisti sono sempre classificati tra i giovani.

E perchè al Carducci non dovrà essere riservata una longevità operosa, come a Victor Hugo, a Tennyson e a Lecomte de Lisle?

III.

Carducci umorista.

Carducci umorista?... Certo non è la prima idea che si presenta a chi pensi l'opera del grande lirico nostro. Ogni artista, ogni scrittore eminente è come sopraffatto dal fulgore di certe sue qualità dominanti, agli occhi della critica.

Vittorio Alfieri volle per forza aggiungere alla sua corona di tragico quella di poeta comico e satirico; ma la musa dal facile riso e dai sandali leggeri, all'ostinato invito si prestò di mala voglia e, diciamo anche, di mala grazia il più delle volte; tanto che, ad argomento di maggior gloria, nessuno, io penso, sente ora il bisogno di ricordare dell'autore di «Saul» e «Timoleone», anche le satire e le commedie e gli epigrammi, così laboriosamente meditati e composti sotto la alta pressione della sua indomita volontà.

Per Carducci no. È vero che egli non mette subito in mostra il lato umoristico del suo temperamento e, meno che mai, egli, scrittore, lascia subito travedere una punta di riso arguto e bonario agli angoli della sua bocca. Direste che ama invece di apparire tutto l'opposto.

Superbo! e lui non tocca Gentil senso d'amore. . . . . . . . . . . Solitario, aggrondato Va pel divin creato.

Ora se questa è la leggenda che si è formata nel mondo sul conto suo, bisogna ben riconoscere che poco egli ha fatto per impedirla; e che invece si capisce benissimo che perfino i «cipressetti di Bolgheri» parlassero tra loro e col vento delle «eterne risse» che fiottavano, un tempo, e tempestavano dì e notte nel petto del poeta loro compaesano, traboccando facilmente nel verso iracondo e sdegnoso.

Tutto che questo mondo falso adora, Col verso audace lo schiaffeggerò: Ei mi tese le frodi in su l'aurora, A mezzogiorno io le distruggerò.

* * *

È troppo naturale dunque che alla immagine di questo terribile schiaffeggiatore non si vada facilmente associando l'altra di un poeta umorista e anche meno quella di un poeta italicamente faceto. Eppure l'uno e l'altro noi abbiamo trovato e ammirato più volte leggendo il Carducci; e giova ricordarlo ora che tutta la sua opera poetica ci sta dinanzi nel magnifico volume edito dallo Zanichelli.

Il Libro V della «Juvenalia» è unicamente formato di componimenti fra burleschi e satirici. Dico subito che non vi si manifesta gran fatto l'originalità del poeta. Qui anche più che nelle liriche giovanili appare quella disciplina classica, che come ognuno sa, teneva il giovane studente di Pisa nel suo assoluto predominio. Tutti i nostri migliori berneschi fanno qui sentire la loro voce; il Berni, s'intende, il Pistoia, il Burchiello, il Caro, il Lasca; di quest'ultimo specialmente le reminiscenze fioriscono in copia nei sonetti dalla lunga coda. Chi confronta quello che è a pag. 173 «Ancora i Poeti», sente per fermo l'andatura e il tono di certe frasi e perfino certe progressioni e ripetizioni della famosa invettiva che il Lasca scaraventò contro quel povero Girolamo Ruscelli autore del famoso Rimario e sfrontato esibitore di correzioni ai versi e alle prose di Dante e di Boccaccio...

In quasi tutto questo Libro V sentiamo insomma che il poeta giovanissimo è ancora tutto chiuso entro al periodo della sua «vigilia dell'armi» per essere consacrato cavaliere dei classici. Il pregio di questi sonetti, come arte, è tutto in un felice sforzo di assimilazione, così piena e così intensa, che già dimostrerebbe per sè sola una invidiabile qualità di scrittore. Il «Marium futurum» potrà anche balenare qua e là in qualche tocco di vigorosa rappresentazione individuata e realistica, che il solo studio dei modelli non basterebbe forse a spiegarci. Ma sono baleni e non altro; e serviranno tutt'al più ai biografi futuri per divertirsi a fabbricare dei pronostici retrospettivi...

La vita, la piccola vita pisana e universitaria, presenta qualche figuretta e qualche motivetto che il brioso scolare acciuffa subito e scarduffa volentieri, col manifesto intento di farne anche un suo tema di stile e per adoperarvi attorno tutte le fraseologie che egli ha saputo tesoreggiare saccheggiando a man salva dentro al repertorio dei berneschi toscani; come pure si vede che anche alle divagazioni facete dell'austero Parini lo scolaro toscano è andato guardando simpatia e con profitto.

Vi è inoltre una nota negativa, ma assai significante. In tutti questi sonetti nessuna reminiscenza giustiana: e si vuol ricordare che eravamo nel decennio tra il cinquanta e il sessanta; quando cioè le satire del Giusti avevano raggiunta in Toscana la maggior loro popolarità ed erano divenute per tutta Italia il verbo civile degli studenti italiani.

* * *

Ma prima d'uscire dal libro V s'incontra un componimento che è come un suono nuovo nello strumento satirico carducciano.

Oggimai che ritornati Son di moda e stanchi ed ossa E nè pure gl'impiccati Son sicuri ne la fossa, Anche a voi la requie spiace Fra' Giovanni de la Pace?

È il principio del gagliardico inno all'umile frate zoccolante, dal quale l'arcivescovo di Pisa, e i canonici del duomo disseppellirono, pare, le ossa nel 1855, con l'idea di dare un nuovo santo al calendario. Qui, io credo, la satira carducciana lascia per la prima volta le vecchie pastoie dello stile bernesco e si mette per una via nuova. Nel grave e quasi liturgico andamento di questi versi ottonari e nella sequenza delle strofe, hai senza dubbio un sapore di parodia manzoniana delicata e piena di garbo; hai perfino in quello spunto interrogativo un richiamo al principio dell'inno «La Risurrezione», che poi ritorna in certe mosse di esclamazioni sobriamente esultanti, qua e là, nello svolgersi dell'inno burlesco:

Era tanto che giacevo! È tornato il medio evo!

L'inno al beato Giovanni della Pace significa, in sostanza, il primo ingresso di Giosuè Carducci nell'umorismo moderno. Una volta entrato, il poeta procederà con passo risoluto in questa come in tutte le altre forme della sua arte.

A crearsi uno stile d'umorismo vero e personale io penso che il Carducci tu anche tratto e quasi obbligato dalla sua indole forte e un po' rubesta e dalla vita frequentemente battagliera. Come si fa a tuonare e fulminare continuamente?.... Giova ancora che ogni tanto la ironia faccia passare nell'aria il lampo della sua spada tagliente: giova ancora che ogni tanto una forte e schietta risata temperi e fonda insieme i sentimenti di commiserazione e di sdegno che gonfiano il petto e investono l'anima di Enotrio combattente.

Così nacque e si formò e si svolse nei suoi vari elementi l'umorismo lirico di Giosuè Carducci.

* * *

Arte anche questa nel suo fondo e nella sua forma schiettamente italiana, e fatta per debellare definitivamente il preconcetto che l'umorismo debba sempre essere di origine e di fisonomia straniero: vecchia scempiaggine messa in giro da gente nostra immemore di Dante, di Cecco Angiolieri, di Nicolò Machiavelli, di Lodovico Ariosto, di Alessandro Manzoni!

Avvenne, del resto, quello che doveva avvenire. Il Carducci dopo avere rotto il circolo ristretto entro il quale (forse provvidamente) si erano contenute per parecchi anni le sue facoltà giovanili, doveva spalancare tutto il suo animo a tutte le grandi correnti moderne della ispirazione e della coltura. E come il poeta lirico di Neera e di Febo Apolline, potè giungere ad essere il poeta di «Carnevale», «Sui campi di Marengo» «Notte di maggio» e «Alle fonti del Clitumno», nello stesso modo lo stile bernescamente umoristico dei caudati sonetti pisani a «Bambolone» e a «Messerino» potè evolversi, ascendere ed affermarsi poderoso nelle grandi ironie della «Consulta Araldica», dell'«Intermezzo» e della «Sacra di Enrico quinto».

Lo svolgersi della vita del poeta e il suo partecipare e mescolarsi con l'azione alle vicende, in vero più tristi che liete, della vita italiana dopo il 1866, dovevano di necessità eccitare e infervorare questi spiriti nuovi entrati così impetuosamente nella sua lirica nuova. Il poeta sentiva il bisogno di nuove armi; e queste quasi gli balzavano in mano senza ch'egli si desse la briga di cercarle. La satira archilochèa prorompeva nei giambi dalle punte arroventate, e negli epodi sfolgoravano le indignazioni sante e feroci: sante anche quando non movessero sempre da un misurato giudizio, perchè santa era la pietà della patria e il sogno eroico della sua grandezza che affaticavano il cuore dolorante del poeta. I diritti della giustizia storica erano e rimanevano naturalmente inviolabili. Ma è certo, del pari, che quando l'artista liberava dalla sua mano nervosa la strofa finale del suo canto «Le nozze del mare» o ci lanciava in faccia dei sonetti come «Heu pudor!» noi, allora giovani sentivamo che qualche cosa di più gagliardamente vitale passava, a un tratto, nell'atmosfera d'Italia; e prima o dopo tutti dovettero sentirlo.

I critici letterari di professione naturalmente non potevano mancare al loro ufficio; e più d'uno crollò il capo e mormorò: Victor Hugo!... Certo, anche Victor Hugo dovette contribuire a slargare l'orizzonte ideale e a eccitare la fantasia del nostro poeta.

Ma questa è stata sempre l'arte e direi quasi il gioco singolare di Carducci: muovere i primi passi avendo l'aria di uno che immiti; e poi concludere con l'affermare tanta libertà e tanta potenza propria, che i suoi primi modelli ne rimanessero oltrepassati o dimenticati.

Ditemi infatti: barattereste voi il libro «Les Châtiments» con una mezza dozzina delle più potenti liriche ironiche e battagliere che sono in «Giambi ed Epodi?»

Io, per esempio, no.

A “SFINGE„

Chi siete?

Io conosco la calligrafia che segnò le buone parole nella prima pagina del libro[1]; e la scrivente mano femminile io sento d'averla più volte tenuta nelle mie in una stretta amichevole e fors'anche baciata nel momento d'una cerimoniosa presentazione... Ma perchè non posso io ancora trarre dal fondo della mia memoria i contorni di una fisonomia da porre come un bel suggello sopra quella scrittura?

[1] _Femminismo storico._ Milano, Società Poligrafica.

Dopo le prime inutili fatiche, mi sono detto che probabilmente, leggendo il libro, mi sarei visto balenare dinanzi all'improvviso il volto desiderato. E ho cominciata la lettura e l'ho ripresa e sono arrivato all'ultima pagina. Parecchi profili di donna sono passati sul piano mobile della mia memoria, mentre procedevo leggendo o negli intervalli; e il vostro qualche volta mi pareva di essere proprio sul punto di afferrarlo... Vana fatica! E a lungo andare, tormento psichico!

In una tra le sue novelle giovanili, Ottavio Mirbeau ha descritto stupendamente il sogno di un buon borghese appassionato pescatore di lenza. Gli pareva di sedere sulle sponde della Senna, in una piccola insenatura tranquilla, e d'essere sempre sul punto di pigliare una bella trota che gli era sfuggita il giorno innanzi.... Il pesce è lì, sotto i suoi occhi, scherza a fior d'acqua, facendo balenare al sole le squame d'argento chiazzate di qualche macchiolina sanguigna... Poi s'accosta all'amo e mostra d'abboccarlo una, due, tre volte; ma al momento d'alzare la canna, il pesce ha dato un guizzo ed è scomparso nel cupo fondo del fiume... Il cervello del sognante pescatore passa per tutte le torture dell'attesa, dell'ansia, della gioia, del dispetto; e finalmente quel povero cervello è svegliato da nient'altro che da un colpo di apoplessia!

Questo non sia mai, o mia buona e cortese incognita!.. Io mi consolerò della ignoranza del vostro volto con la conoscenza del vostro libro. Il quale, sia che vada per il filo della narrazione storica o preferisca di spaziare nelle considerazioni dottrinali e nelle polemiche, tocca sempre di volo e sfiora alla epidermide tutto quello che tratta.

Come va dunque che, essendo gravi gli argomenti di cui discorre questo vostro libro così leggero, abbia potuto interessarmi tanto alla lettura e lasciarmi nell'animo una impressione così durevole?

* * *

La spiegazione di questo piacevole enigma di cui voi siete la vera «Sfinge» annunziatrice, mi pare abbastanza semplice e piana. Prima di tutto, se vi è pseudonimo letterario che non vi convenga, e che anzi vi stia male, parmi precisamente quello che avete prescelto. Non vi è nulla di sinistro, nulla di enigmatico in voi; e il mitico Edipo non si sarebbe fermato per voi sulla strada di Tebe. No, la vostra anima di donna e di gentildonna (sento che il doppio titolo vi spetta) si manifesta senza ambagi attraverso il vostro libro. Si manifesta intera, candida, entusiasta, giovanile. È in voi un principio di fantasticheria romantica che vi porta ad immaginare — forse a desiderare — voi stessa alquanto diversa da quello che siete. È questo il vostro amabile errore, che vi comunica ogni tanto certe velleità di singolarizzarvi nell'audacia e nella ribellione, subitamente domate — forse con vostro dispiacere — dalle forze sane del vostro temperamento.

E come poi fate bene ad abbandonarvi al suo dominio vittorioso! E se sapeste, come riuscite più originale, rassegnandovi ad essere sincera!

Voi avete trascelto nella storia un bel gruppo di figure femminili. Non giurerei che le abbiate tutte studiate molto; ma certamente molto voi le avete amate, e l'amore ha dato un grande calore di simpatia alla vostra rappresentazione. Questo io credo il successo vero della vostra arte.

Lo donne voi che avete fatto argomento di un vostro studio sono tutte notissime; anzi intorno quasi a ognuna di esse esiste una copiosa letteratura storica. Eppure voi, senza mai addurre nè fatti nè documenti nuovi, sapete ricondurci ad esse e tenerci piacevolmente fissi e come incatenati alla loro persona. Perchè?... Isabella d'Este Gonzaga, per esempio, è bene la stessa grande signora (ammirata dai principi, dipinta da Tiziano e cantata da Lodovico Ariosto) che della sua bellezza, della sua cultura e della multiforme sua eleganza e munificenza, signoreggia e sorride in mezzo al quadro magnifico del nostro Rinascimento. Eppure con le trenta pagine vostre io sento che a quella bellissima figura voi avete dato qualche cosa. In che consista precisamente mi sarebbe difficile il dire a voi e a me stesso. Ma dopo di avere, con vecchie e recenti letture, intorno alla signora di Mantova raccolti via via e casellati nella mia memoria tanti aneddoti e tante memorie, è certo che ho provato per lei un sentimento nuovo e quasi una più viva percezione storica, vedendo come una donna italiana del nostro tempo può amare quella principessa italiana del secolo XVI, circondandola d'ammirazione appassionata e di nobile invidia.

Amo di ripetervelo: la seduzione del vostro libro è specialmente in quel trasparire così limpido del vostro animo, in quel confidente abbandono d'ogni vostro sentimento, sincero talvolta fino alla ingenuità.

Della vostra «femminilità» (questa parola, a me antipatica, vi piace tanto!) voi, donna, avete naturalmente un concetto nobilissimo; ma appunto per questo, voi sapete abbellirlo di grazia modesta e lo temperate di rassegnazione. E deve essere così.