Donne e poeti

Part 2

Chapter 23,597 wordsPublic domain

Bello di maggio il dì, ch'io vidi su 'l ponte di Reno Passar la gloria libera del popolo, Sangue di Svevia, e te chinare la bionda cervice A l'ondeggiante rossa croce italica. . . . . . . . . . . . . . . . . . Dante vid'io levar la giovine fronte a guardarci, E, come su noi passano le nuvole. Vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno Premergli tutti i secoli d'Italia.

GARISENDA:

Sotto vidimi il Papa venir con l'Imperatore L'uno all'altro impalmati; ed oh me misera, In suo giudicio Dio non volle che io ruinassi Su Carlo quinto e su Clemente settimo!

* * *

All'ode _Miramar_ corrono subito, in questi giorni, gli occhi di quelli che prendono in mano la prima volta il volume, tanto è la curiosità e l'aspettazione della sua eccellenza, propagata da quelli che già la conoscono. Una somiglianza classica s'impone subito con la quindicesima del libro primo delle odi d'Orazio (_Pastor cum traheret_...) Allo spunto della profezia di Proteo: _Mala ducis avi dumum!_... fa riscontro evidente lo spunto della triste nenia fatidica che viene sul mare dalla triste punta di Salvore:

— Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro. Figlio d'Ausburgo, la fatal _Novara_...

Alla efficacia della lirica oraziana giova molto la brevità della pròtasi; e quel subito irrompere del tragico vaticinio nel gran silenzio dei venti e dei flutti. Il Carducci invece, ragionevolmente obbligato dal soggetto, si indugia alquanto a descrivere la marina dintorno e l'interno del castello. A questo preambolo felicissimo il poeta ha dato alcune delle migliori strofe saffiche, che sieno uscite, io credo, dalla sua penna:

O Miramare, a le tue bianche torri Attediate per lo ciel piovorno Fosche con volo di sinistri augelli Vengon le nubi.

O Miramare, contro i tuoi graniti Grige dal torvo pelago salendo Con un rimbrotto d'anime crucciose Battono l'onde.

Meste ne l'ombra de le nubi a' golfi Stanno guardando le città turrite, Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo Gemme del mare.

. . . . . . . . . . . . .

E tona il cielo a Nebresina lungo La ferrugigna costa, e di baleni Trieste in fondo coronata il capo Leva tra il nembo.

Deh come tutto sorridea quel dolce Mattin d'aprile, quando usciva il biondo Imperatore, con la bella donna A navigare!

Ma come gli sposi hanno abbandonato il castello, «nido d'amore costruito invano», principiano i terribili auguri. L'Erinni è salita coi due sulla nave e spiega essa la vela. La Sfinge, tramutando sembiante, si rizza dinanzi alla Imperatrice col viso di Giovanna la Pazza... È una evocazione subitanea che mette i brividi, pensando al somigliante destino che attende la infelice Carlotta; tanto che ne rimane come illanguidito l'effetto della strofa seguente, che evoca il teschio mozzo di Maria Antonietta e l'irta faccia gialla del Montezuma. Non era bastantemente effigiata e riassunta nella demenza della povera donna tutta quanta la tragedia di Queretaro? La lirica è tanto più potente quanto meglio allaccia in una sola immagine le immagini circostanti.

Poi viene l'invito di Huitzilopotli, il dio messicano, che di sotto alla sua piramide, nella tenebra tropicale, navigando con lo sguardo il pelago e fissando la preda, grida all'infelice Imperatore: Vieni! — Qualcuno vuole far colpa al poeta per questo intervento di mitologia messicana. O perchè, domando io? Non è per vano sfoggio di miti esotici che il nume carnivoro entra in campo. Qui Huitzilopotli è al suo posto: difensore e vendicatore de' suoi nel rappresentante della razza bianca. Il Carducci lo introduce nella sua ode con la stessa legittimità e opportunità fantastiche con la quale il Camoens introdusse Adamastor contro la impresa dei Lusitani. Si potrà, tutt'al più, giudicare alquanto studiato e artificioso il legame che lontanamente unisce le ferocie dei soldati spagnuoli alla espiazione compientesi in un povero figliuolo cadetto della famiglia degli Ausburgo; e per questo, io ne convengo, la invitazione del nume dell'antico Messico non possiede a lunga pezza la perspicuità ideale e la equa rispondenza vendicatrice, che è nella profezia del Nereo oraziano contro lo sleale figlio di Priamo. Ma o io ho perduto affatto ogni senso di bellezza poetica, o nessuno può ammettere ragionevolmente in dubbio la terribilità e l'efficacia fulminea, delle tre strofe con cui l'ode si chiude:

Quant'è che aspetto! La ferocia bianca Strussemi il regno ed i miei templi infranse: Vieni, devota vittima, o nepote Di Carlo quinto.

Non io gl'infami avoli tuoi di tabe Marcenti o arsi di regal furore; Te io voleva, io colgo te, rinato Fiore d'Ausburgo;

E a la grand'alma di Guatimozino Regnante sotto il padiglion del sole Ti mando inferia, o puro, o forte, o bello Massimiliano.

Qui la umana pietà si mesce senza sforzo e nobilmente, al tragico terrore, come già vollero i greci. Virile, moderna, alta poesia insomma, della quale l'Italia ha ragione di compiacersi.

Negli esametri e nei pentametri latini, che alcuni poeti nostri del secolo decimosesto avevano rimesso mediocremente in onore, Giosuè Carducci è riuscito a imprimere una armonia varia, snella, disinvolta e potente che dà loro un diritto di durevole cittadinanza fra i versi moderni. Su questo, il volume delle _Terze Odi Barbare_ dee levare gli ultimi dubbi. Non è una esumazione ma una vera palingenesi. Nei distici di _Mors difterica_ poteva credersi che il Carducci avesse fatto l'ultima prova della tecnica sua; invece nell'ode: _Roma_ parmi che egli sia pervenuto ad una più compiuta eccellenza:

Monti d'Alba, cantate sorridenti l'epitalamio; Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli; Mentr'io da 'l Gianicolo ammiro l'imagin de l'Urbe, Nave immensa lanciata ver' l'impero del mondo. O nave che attingi con la poppa l'alto infinito, Varca a' misterïosi lidi l'anima mia. Ne' crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti Tranquillamente lunghi su la Flaminia via, L'ora suprema calando con tacita ala mi sfiori La fronte, e ignoto io passi ne la serena pace; Passi a i concilii de l'ombre, rivegga li spiriti magni Dei padri conversanti lungh'esso il fiume sacro.

Eccettuati questi distici e il quarto verso nella strofa alcaica, — il quale non è poi altro che un decassillabo nostro accentato in modo da ricordare il corrispondente verso antico, — tutte le odi del volume continuano a porgermi de' bei versi italici con misura e con accenti come li vuole il nostro orecchio moderno. La strofa della settima ode, per esempio, che a primo aspetto si presenta quale una completa novità, ha il primo e il terzo verso formato di un settennario a volta piano e a volta tronco, unito ad un novenario piano. (_Triste mese di maggio — Che intorno al bel corpo d'Imelda. Bello di maggio il dì — Ch'io vidi su 'l ponte di Reno...._) Il secondo e il quarto verso è formato di un decasillabo sdrucciolo. Se alcune volte il poeta si discosta, come fa verso la fine dell'ode, da questa regola, (_Sotto vidimi il papa — Venir con l'imperatore_) ecco che la strofa manda subito all'orecchio un _hiatus_ o vuoi un'intervallo muto nell'armonia, della cui bontà io oso dubitare.

Fin qui solamente arriva la grande ignoranza mia; tanto che coloro i quali, a proposito delle _Terze Odi Barbare_, seguitano ad agitare vecchi quesiti di metrica e di tonica, mi hanno un po' l'aria di brava gente che vada in cerca del quinto piede del montone!

* * *

E proseguendo le note in margine, dirò che le odi: _Roma_, _Su Monte Mario_, _Davanti al Castel Vecchio di Verona_ e _Da Desenzano_ stampate di seguito, formano un gruppo dintorno a un punto ideale che le domina. È il concetto della evanescenza della vita umana comparata agli spettacoli lieti della natura e ai grandi monumenti della storia. Il poeta da principio tocca un momento questo concetto come uno dei soliti richiami alla festività conviviale, secondo la tenue filosofia d'Orazio:

Mescete in vetta al luminoso colle, Mescete, amici, il biondo vino, e il sole Vi si rifranga: sorridete, o belle; Doman morremo. . . . . . . . . . . . . . . A me fra il verso che pensoso vola Venga l'allegra coppa ed il soave Fior de la rosa che fugace il verno Consola e muore.

Ma poi subito il tono si eleva: il verso del poeta non è «pensoso» per nulla. Sentiamo l'anima dell'uomo moderno che si pone dinanzi al nulla della vita e lo contempla con mestizia serena. Che agile evocazione di immagini e che ineffabile malinconia musicale nella strofa che segue!

Diman morremo, come ier moriro Quelli che amammo: via da le memorie. Via dagli affetti, tenui ombre lievi Dilegueremo.

Poi la mente del poeta, che dallo spettacolo di Roma contemplato sulla cima di Monte Mario è tratta al pensiero della nostra caducità, si innalza e si dilata nella immaginazione della catastrofe universale. Anche la Terra rallenterà il suo corso «faticoso» dintorno al Sole. Dopo aver sprigionato col suo calore innumerevoli vite e dolori e glorie innumerevoli, anch'essa si raffredderà; e verrà un giorno in cui «dietro i richiami del calor fuggente» l'ultimo uomo e l'ultima donna si rifugieranno al sommo dell'equatore; e di là con gli occhi vitrei vedranno tramontare «su l'immane ghiaccia» il Sole, per l'ultima volta. Con questa visione d'origine byroniana, abilmente condensata e corretta nelle linee dell'arte classica, il poeta termina questa ode, la quale senza il freddo artificio della quarta strofa (_Lalage, intatto a l'odorato bosco..._) sarebbe tutta un capolavoro; veramente mirabile, a ogni modo, di proporzione, di fusione, di intonazione.

Nella apostrofe che il poeta intuona all'Adige, mentre il fiume, infilando il ponte scaligero, gli canta sotto la sua «scorrente canzone al sole» l'ode riprende il pensiero della precedente. Lo riprende, ma lo tramuta e lo varia per modo, ch'io non so proprio comprendere come altri, in buona fede, abbia potuto trovare il poeta in colpa di ripetersi, mentre invece credo che qui si rendano più imperiosamente degne d'ammirazione la sua arte e la sua vena. In vetta a Monte Mario sono in tragico contrasto la fuggevolezza della vita umana con la durata delle forze cosmiche, anch'esse moriture: qui, sulla riva del bel fiume veronese, è invece il poeta che paragona la nota fuggevole del suo canto con la voce del fiume perseverante uguale a traverso i secoli, a traverso tante vicende di popoli e d'imperi. — Quanto tempo è passato dal dì che Teodorico entrava vittorioso in Verona e la povera plebe italica, raccolta intorno al suo vescovo, supplicava i Goti mostrando loro la croce, a questo giorno in cui le bandiere abbrunate, sventolanti sulle torri e dalle finestre delle case, ricordano l'anniversario funebre di Vittorio Emanuele!... Tutto passa e si muta; non la voce immortale del fiume:

Anch'io, bel fiume, canto; e il mio cantico Nel picciol verso raccoglie i secoli, E il cuore al pensiero balzando Segue la strofe che sorge e trema. Ma la mia strofe vanirà torbida Ne gli anni: eterno poeta, o Adige, Tu ancor tra le sparse macerie Di questi colli turriti, quando Su le rovine de la basilica Di Zeno al sole sibili il colubro, Ancor canterai nel deserto I tedi insonni dell'infinito.

Ma l'ode: _Da Desenzano_ compie il pensiero solenne e triste del poeta intorno alla vita, coronandolo d'una luminosa fantasia oltremondana. Già nell'apostrofe a Roma s'è visto com'egli concluda augurandosi un tranquillo passaggio «ai concilii de l'ombre» a rivedere gli spiriti magni dei padri conversanti lungo il sacro fiume. Nei versi a Gino Rocchi, tutti squisitezza e profumo di eleganze e di ricordi classici, questa idea ritorna ed è svolta e colorita più precisamente. E non è senza un vago tremito dell'anima che, un manzoniano impenitente par mio, vede il poeta di Febo Apolline e di Camesana arrivare al suo bel sogno classico, passando per lo mezzo al manzoniano ricordo delle monache longobarde salmodianti nel silenzio notturno di un chiostro e mormoranti «la requie.... sui giovani pallidi stesi sotto l'asta francica.» Chi non vede profilarsi sotto la luna il volto bello e doloroso di Edmenegarda? Chi non ricorda le «vergini indarno fidanzate» e le madri che videro i pallidi nati trafitti dall'asta nemica, nel coro dell'_Adelchi_? — Ma quella non è che una sosta fuggevole; il poeta s'affretta verso la classica visione e attacca immediatamente:

E calerem noi pur giù tra i fantasimi Cui nè il sol veste di fulgor porpureo Nè le pie stelle sovra il capo ridono Nè de la vita il frutto i cuor letifica. Duci e poeti allor, fronti sideree, Ne muoveranno incontro e — Di qual secolo — Domanderanno — di qual triste secolo A noi veniste, pallida progenie? A voi tra' cigli torva cura infoscasi E da l'augusto petto il cuore fumiga. Noi ne la vita esercitammo il muscolo E discendemmo grandi ombre tra gl'inferi.

* * *

Qui l'argomento mi trae a violare l'ordine progressivo che mi ero prescritto nel parlare delle venti odi. Salto la tredicesima e la quattordicesima e arrivo all'ode: _Presso l'urna di Percy_ _Bysshe Shelley_, aggiungendola al gruppo precedente, di cui ella appare come una conclusione aspettata.

La poetica visione d'oltretomba si dischiude con una parafrasi scultoria del motto di Federico Schiller: per rivivere nella serena bellezza dell'arte le cose fa d'uopo che muoiano prima nella realtà:

L'ora presente è invano, non fa che percuotere e fugge: Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero. ..... O strofe, pensier de' miei giovani anni. Volate omai secure verso gli antichi amori. Volate pe' cieli, pe' cieli sereni a la bella Isola risplendente di fantasia ne' mari.

L'ode ci trasporta nell'«isola dei beati», sogno, desiderio, ricerca dei sofi, dei poeti e dei navigatori dell'antichità. La descrive Pindaro nella seconda _Olimpiade_ coi tocchi alati della sua lirica sovrana. Tra i moderni il Tennyson nel più bello, io credo, de' suoi _Miti_ mette la speranza di questa isola in bocca di Ulisse quando esorta i suoi vecchi compagni a riprendere con lui la vita errante dei mari: «...Forse noi toccheremo la felice Isola: forse colà rivedremo il grande Achille, che noi così bene conoscemmo sovr'altri lidi!» Per altro l'isola beata nella fantasia del Carducci assume un aspetto nuovo e tutto moderno. A prima giunta par di riscontrare qualche cosa di contradditorio in questa superba concezione carducciana. Ma giova anzitutto richiamare la parte centrale e più importante del bellissimo quadro:

Ivi poggiati all'asta Sigfrido ed Achille alti e biondi Erran cantando lungo il risonante mare: Dà fiori a quello Ofelia sfuggita al pallido amante, Dal sacrificio a questo Ifïanassa viene. Sotto una verde quercia Rolando con Ettore parla, Sfolgora Durendala d'oro e di gemme al sole: Mentre al florido petto richiamasi Andromache il figlio Alda la bella, immota, guarda il feroce sire. Conta re Lear chiomato a Edippo errante sue pene, Con gli ocelli incerti Edippo cerca la sfinge ancora: La pia Cordelia chiama — Deh, o bianca Antigone, vieni, Vieni, o greca sorella! Cantiam la pace ai padri. Elena e Isotta vanno pensose per l'ombre de' mirti, Il vermiglio tramonto ride a le chiome d'oro: Elena guarda l'onde: re Marco ad Isotta le braccia Apre, ed il biondo capo su la gran barba cade. Con la regina scota su' l lido nel lume di luna. Sta Clitennestra: tuffan le bianche braccia in mare, E il mar rifugge gonfio di sangue fervido; il pianto De le misere echeggia per lo scoglioso lido, O lontana a le vie dei duri mortali travagli, Isola de le belle, isola de gli eroi, Isola de' poeti! Biancheggia l'oceano d'intorno. Volano uccelli strani per il purpureo cielo.

Ora la prima domanda che si presenta alla mente del critico è questa: come si conciglia la beatitudine di questo soggiorno con la permanenza di tanti tragici ricordi? Perchè re Lear narra ancora le sue pene a Edippo e questi si inquieta ancora per la Sfinge? E sopratutto che hanno a vedere in questa isola «lontana alle vie dei duri mortali travagli» quelle due sanguinose e piangenti figure di Lady Macbeth e di Clitennestra? Ma la contradizione non è che apparente e armonicamente si rissolve, subito che si pensi, che l'intimo senso e come il substratum di questa fantasia consiste appunto nel magico e benefico potere della idealizzazione poetica. Quello che è dolore, quello che è colpa e punizione nella realtà, si converte in tranquilla e beata visione, quando assurga alle sfere serene dell'arte liberatrice. I poeti guardano e cantano; le ombre passano; ognuna nell'atteggiamento bello e pietoso e terribile in cui i poeti le generarono nel calore degli estri divini. E questa è la beatitudine. Siamo nel mondo incantato della divina epopea:

Passa crollando i lauri l'immensa sonante epopea Come turbin di maggio sopra ondeggianti piani; O come quando Wagner possente mille anime intuona Ai cantanti metalli; trema agli umani il cuore.

In questa isola vive l'anima di Shelly, unico tra i poeti moderni. L'ombra di Sofocle la trasse dal naufragio nelle acque del Mediterraneo e la assunse ai cori del regno beato. — Io ignoro completamente il perchè di questo sovrano privilegio negato a tutta la schiera dei poeti moderni, tra i quali non bisogna dimenticare che contano pur qualche cosa anche Goethe, Schiller, Byron, Foscolo, Leopardi, Heine, Victor Hugo e qualcun altro: ma qualunque sia stata la ragione che mosse il Carducci, questo nulla detrae alla superba concezione e alla grande bellezza dell'ode.

Mi rimane anche a parlare di sette fra le venti odi che formano il libro, e debbo studiarmi d'essere breve. Una memorabile data, 1848, letta sulla pancia d'una bottiglia di Valtellina, inspirò al Carducci una breve lirica tutta calda di eroici ricordi e di propositi animosi:

E tu pendevi tralcio da i retici Balzi odorando florido al murmure De' fiumi da l'alpe volgenti Ceruli in fuga spume d'argento,

Quando l'aprile d'Itala gloria Da 'l Po rideva fino a lo Stelvio E il popol latino si cinse Su l'Austria cingol di cavaliere.

Ma rapidamente ai lampi delle nostre vittorie e alle smisurate confidenze succedeva l'«italo spasimo» per i disastri delle armi nostre. Piace seguire il poeta nel rapido cenno d'un eroico episodio guerresco nobilitante le nostre sventure:

. . . . . Hainan gli aspri animi Contenne e i cavalli dell'Istro Ispidi in vista dei tre colori.

E seguirlo ne' fulgidi auguri, tratti dalla evocazione dell'ombre magnanime e confidati all'avvenire:

. . . . . . . . . . . . Sia gloria, o fratelli! Non anche L'opra del secol non anche è piena.

Ma nei vegliardi vige il vostro animo, Il sangue vostro ferve ne i giovani: O Italia, daremo in altre alpi Inclita ai venti la tua bandiera.

È questa nel volume una delle odi più serrate e rapide per la fattura, più concitata e quasi direi nervosa per il sentimento che l'anima. Balza qua e là in queste otto strofe uno spirito «bacccante» che ricorda l'antico.

Delle tre piccole odi: _Courmayeur_, _Convivale_ e _Colli toscani_, quest'ultima mi pare di gran lunga la più sentita, la più spontanea e per ciò la più bella. L'anima del poeta accompagna paternamente la sua figliuola, sposa novella, verso i dolci

Colli toscani ove il _suo_ canto nacque,

e scioglie i voti affettuosi e richiama le memorie mestissime e care:

Colli, tacete, e voi non sussurratele, olivi, Non dirle, o sol, per anche, tu onniveggente, pio, Che oltre quel monte giacciono, lei forse aspettando, que' miei Che visser tristi, che in dolor morirono...

A me nel leggere questi distici rifioriva dolcemente, mestamente nella memoria il sonetto rivolto molti anni fa al fratello sepolto del poeta, quando moriva a questi il figliuolo:

O tu che dormi là su la fiorita Collina tosca, e t'è già il padre accanto, Non hai, fra l'erbe del sepolcro, udita Pur ora una gentil voce di pianto?

È il pargoletto mio,...

E rivedevo col pensiero i luoghi di Maremma «ove fiorìo la _sua_ triste primavera» e riandavo le tante schiette ispirazioni carducciane derivate dal bello e desolato paese, fra le quali sempre campeggia, ridendo a noi nel suo selvatico fascino di Venere maremmana, la «Maria bionda» dell'_Idillio_.

I poeti veri, i poeti che amiamo, anche questo hanno di particolare per noi, che i loro componimenti si rincorrono l'un l'altro nella nostra fantasia, si sorridono, si chiamano da lontano nelle memorie, s'irragiano di scambievole splendore.

* * *

O buon Regaldi, o vecchio bardo chiomato della nostra adolescenza romantica, come mi ritorna caro il tuo nome associato ad una delle più forti ispirazioni del poeta nostro! Altri professi, se vuole, opposto giudizio; per me l'ode: _Alessandria_ sta fra le più belle testimonianze dell'ingegno poetico di Giosuè Carducci e di quel suo sentimento profondo e tutto particolare di _attualità_, che solo posseggono i lirici veri, di razza (per dire la frase d'uso) e di temperamento.

Rileggendola, io sono tornato con l'animo all'estate del 1882, quando dall'Egitto ci venivano tante strane e dolorose notizie, coronate poi dal bombardamento e saccheggio d'Alessandria; e in quel mezzo arrivò l'ode del Carducci a raffigurarci, in contrasto, i torbidi fatti del presente con le origini eroiche e le glorie antiche della città. Chi non sente il vetusto, l'Ermetico Egitto mirabilmente epilogato e scolpito nelle prime tre strofe?

Nell'aula immensa di Lussor, su 'l capo Roggio di Ramse il mistico serpente sibilò ritto, e 'l vulture a sinistra Volò stridendo, E da l'immenso serapèo di Memfi, Cui stanno a guardia sotto il sol candente Seicento sfingi nel granito argute, Api muggìo, Quando dai verdi immobili papiri Di Mareoti al livido deserto Sonò, tacendo l'aure intorno, questo Greco peana . . .

È l'inno che intonano i soldati di Alessandro quand'egli torna dal tempio di Giove Ammone che l'ha riconosciuto per figlio, e dinanzi all'isola di Faro l'eroe segna il circuito della città che dovrà inalzarsi nel suo nome. Nel quarto libro della sua storia Quinto Curzio narra il viaggio d'Alessandro co' suoi attraverso il deserto al tempio d'Ammone, e come egli al ritorno, fra il lago di Mareoti e l'isola, datosi a contemplare il luogo (_contemplatus loci naturam_) decidesse di fondare la città. La scena rivive, con toni e colori d'epica leggenda, nella fantasia e nei versi del poeta:

Tale il peana degli Achei suonava: E il giovin duce, liberato il biondo Capo da l'elmo, in fronte a la falange Guardava il mare. Guardava il mare, e l'isola di Faro Innanzi, a torno il libico deserto Interminato: dal sudato petto L'aurea corazza Sciolse, e gettolla splendida nel piano: — Come la mia macedone corazza Stia nel deserto e a' barbari ed a gli anni Regga Alessandria. — Disse; ed i solchi a le nascenti mura Ei disegnava per ottanta stadi, Bianco spargendo su flave arene Fior di farina. Tale il nepote del Pelide estrusse La sua cittade . . . .