Part 1
[Illustrazione: Enrico Panzacchi]
“_Semprevivi_„
BIBLIOTECA POPOLARE CONTEMPORANEA
E. PANZACCHI
Donne e Poeti
CATANIA CAV. NICCOLÒ GIANNOTTA, Editore Librajo di S. M. il Re d'Italia _Via Lincoln-Via Manzoni-Via Sisto_ (Stabili propri) 1902
PROPRIETÀ LETTERARIA
_ai sensi del testo unico delle Leggi 25 Giugno 1865, 10 Agosto 1875, 18 Maggio 1882 approvato con R. Decreto e Regol. 19 Settembre 1882._
Reale Tipografia dell'Edit. Cav. N. GIANNOTTA Premiato Stabilimento a vapore con macchine celeri tedesche CATANIA — Via Sisto, 58-60-62-62 bis — (_Stabile proprio_) — CATANIA
GIOSUÈ CARDUCCI
I.
Miei ricordi.
Il poeta ha toccato da molti anni il vertice della fama; e vi siede tranquillo, con il consenso generale, senza contrasti.
Leone Tolstoi è glorificato insieme e scomunicato. Intorno al Carducci non risuonano ora che lodi; e s'inchinano a lui, da un pezzo, anche gli avversari di un tempo. Lo stesso Max Nordau, che ha messo tanto studio a trovare il bacillo della «degenerazione» negli scrittori contemporanei più in voga, si è come fermato dinanzi al Carducci: anzi ha espressa la sua meraviglia che un ingegno così libero e animoso sia insieme così equilibrato e così sano; e abbia potuto fiorire nel nostro tempo...
Che potrei io aggiungere adesso al gran coro plaudente? Vorrei invece riunire qualche sparso fiore di ricordi e posarlo sull'altare della memore Amicizia.
Ricordo, come se fosse adesso, la prima volta che sentii il suo nome. Andavo per via Cavaliera, a Bologna, verso l'Università insieme al mio povero amico Adolfo Borgognoni; e lo udivo ripetere ogni tanto, a voce spiccata, come un ritornello, questi due ottonari:
Sul Palagio de' Priori Ne la libera città...
Gli chiesi di chi fossero e mi nominò Giosuè Carducci. Quello stesso giorno, cercai in biblioteca il periodico ove erano stampati (parmi che fosse la _Rivista Contemporanea_) e lessi tutta l'ode con cui il poeta aveva salutata l'alba del moto italiano a Firenze, nel 1859.
Non dico che proprio l'ode mi entusiasmasse; anche perchè, in quel tempo, nei bolognesi s'ondeggiava ancora, quanto a gusto di poesia, tra il Manzoni e Paolo Costa, e leggevamo troppi sonetti di monsignor Golfieri; ma quella vigoria nella strofa semplice e schietta e quel buon sapore di Trecento nella lingua, mi penetrarono; e quando rividi il Borgognoni, gli declamai a memoria quasi tutta l'ode. La grande canzone _A Vittorio Emanuele_ ribadì poi nel mio animo quella prima impressione favorevole; e cominciai a volgere dentro di me la speranza che il rinnovato popolo italiano potesse trovare il suo poeta giovane in Giosuè Carducci.
* * *
Bei tempi e dolci a ricordare! Nella libreria Marsigli e Rocchi (antecessori Zanichelli) una sera conoscemmo Francesco Buonamici, nominato di fresco a una cattedra di diritto nella Università di Pisa. Passammo una piacevole serata col giovane professore pisano, parte seduti dal libraio e parte passeggiando sotto i portici. Con la sua bella parlata toscana, il Buonamici discorse prima con noi del Salvagnoli suo maestro, del quale era stato, credo, segretario durante il Governo provvisorio di Firenze; poi attaccò a parlare del suo amico e condiscepolo Carducci con sì caldo entusiasmo che un poco ci mise in diffidenza. Fummo però lieti di sapere che il poeta maremmano aveva già in Toscana, specie tra i giovani, una schiera di ammiratori. Per conto suo, il Buonamici mostrava di non dubitare che ormai quello doveva essere considerato come il primo poeta d'Italia; ed esortava noi a conoscerlo meglio dalle poesie stampate. Col tempo avremmo veduto meraviglie.
Ripeto che, con tutte le nostre buone disposizioni, la voglia di obbiettare non ci mancò. E il Prati? e l'Aleardi? A ogni modo, quella specie d'apostolato del Buonamici, di una eloquenza così sincera, non fu senza effetto in me e nell'amico Adolfo. E poichè s'era allora quasi indivisibili, ci demmo a cercare insieme e a leggere con passione tutti i versi e le prose del Carducci che potemmo avere sotto occhio. Quando poi, di lì a qualche mese, si seppe che il ministro Mamiani — ricusando il Prati — aveva nominato il Carducci alla cattedra di letteratura nella Università bolognese, la nostra curiosità e la aspettazione furono grandissime.
E si sa quale sia la sorte frequente delle aspettazioni grandissime; e toccò anche al Carducci. Nè con la prolusione al corso, nè con le sue prime lezioni sulla _Divina Commedia_, ottenne egli subito un successo clamoroso. Eravamo avvezzi al tono e alle forme delle «lezioni d'eloquenza». Non era allora il Carducci parlatore facile, e non voleva essere fiorito; ma a tutti impose presto il convincimento che la materia avesse in lui un maestro di forte ingegno e, per la età sua giovanissima, mirabilmente preparato; e che per lui, come per il Gandino e per il Teza, si venisse instaurando alla nostra Università un metodo d'insegnamento letterario e filologico assai diverso da quello di prima.
Del poeta allora non si parlava; e pareva che amasse di celarsi dietro l'insegnante.
* * *
Poco dopo io passai a studiare nella Università di Pisa.
Sapendomi arrivato da Bologna, molti mi chiedevano del Carducci. — Che fa? Come si trova a Bologna? Che incontro hanno fatto le sue lezioni? — Io che, prima di partire, avevo trovato modo di conoscerlo, cercai naturalmente de' suoi amici e, a breve andare, mi vidi ammesso nel numerato cenacolo. Erano, oltre il Buonamici, Narciso Pelosini, Felice Tribolati, Diego Mazzoni, Giuseppe Puccianti... Durante i miei quattro anni, furono essi per me la compagnia preferita; e non solamente per la naturale affinità degli studi.
Essendo spesso tra Pisa e Bologna, io divenni in qualche modo l'intermediario tra il Carducci e gli amici pisani; e vedevo passarmi sotto gli occhi le vicende e gli umori di quella amicizia. Gli umori non erano sempre tranquilli; e pareva che le opinioni e le manifestazioni letterarie decidessero perfino delle amicizie in quegli animi giovanilmente inquieti e irritabili.
Insomma, il Carducci era per quella piccola schiera come un capo lontano; e quindi facilmente discusso, perchè il capo e perchè lontano. Il più pronto a mostrarsi scontento di lui era il Pelosini. Io lo chiamavo il «Conte di Provenza», del quale avevo letto che passò la sua vita a meravigliarsi perchè non era nato lui il primogenito, invece di Luigi XVI. Aveva presa infatti il buon Narciso dentro al cenacolo una certa aria di «pretendente», un poco perchè sentiva grandemente di sè e un poco per il suo valor vero. Egli aveva esordito poetando con molto successo; e da qualcuno si era sentito a dire che i suoi versi valevano meglio di quelli del Carducci... Come poteva egli non tener conto di un'opinione tanto ragionevole?... Fra gli amici pisani, così appassionati e gelosi delle pure tradizioni del cenacolo, era dunque nato il sospetto che Giosuè Carducci, vivendo al di là dell'Appennino, letterariamente non si guastasse. Bologna era quasi la Lombardia; e questa voleva dire romanticismo, manzonismo e chi sa che altro! L'ombra di Pietro Giordani li ammoniva a vigilare.
Un giorno arrivò a Pisa un giornale con una lirica di Giosuè intitolata _Carnevale_. Era tutta piena di _Voci_: voci dai palazzi, voci dai tugurî, voci dalle soffitte, voci perfino da sotterra: una fantasia macabro-sociale, che mandava insieme odore di Proudhon e odore di Victor Hugo. Fu accolta dagli amici malissimo; e ci videro una prova di più che il triste loro sospetto, pur troppo, s'avverava. Se ne parlava come d'uno scandalo doloroso! L'ultimo a leggerla fu Cice Tribolati, uno dei più cari, più colti e più bizzarri spiriti che io abbia mai conosciuto. Spasimava per il secolo XVIII, le parrucche, gli spadini, i guardinfanti, il marchese Algarotti e il rapè, che fiutava con passione; e diceva d'amare anche l'imperatore Nerone; e teneva sempre due pistolette cariche sul suo scrittoio, egli mite e gentile e impressionabile come una vecchia gentildonna del suo gran secolo preferito... Letta la lirica carducciana, il Tribolati volle subito uscire dal caffè Ciardelli ove s'era fatto insieme colazione; e piantatosi in mezzo al Lung'Arno, quasi deserto e pieno di sole, alzò le braccia esili gridando con voce che volle essere terribile: — Dio dall'arco d'argento! — Era la sua classica e unica bestemmia. Poi si lasciò andare sul lastrico e si rotolò per un tratto, ammaccandosi la tuba e riducendo in misero stato il pastranetto color tortora. Accorsero alcuni credendo una disgrazia e fecero per sollevarlo. Allora l'irato uomo se la pigliò in quegli importuni: — Si levassero di torno!... Se a lui piaceva di passeggiare i Lung'Arni a quel modo, o che doveva importare ad essi? — Io e Romeo Cantagalli, testimoni, avemmo a morire dal ridere...
Ma poi gli umori del cenacolo pisano si calmarono; benchè altre e più ostiche sorprese a loro serbasse Enotrio Romano!
* * *
Una intima conoscenza col Carducci io però non la feci che qualche anno dopo, finiti i miei studi e tornato da un anno d'insegnamento in Sardegna. Nel 1867 rimasi a Bologna libero di me e vi fondai la _Rivista Bolognese_, a cui il Carducci collaborò. Così la nostra amicizia si strinse e si mutò in una consuetudine della vita, a me carissima e, ho ragione di credere, gradita anche a lui. Non è già che io vivessi molto col Carducci, poichè le nostre abitudini erano alquanto diverse; ma quando l'occasione si presentava, facevamo volentieri delle lunghe chiacchierate. La sua fama di poeta si andava intanto consolidando e ampliando. Io ammiravo con passione i suoi versi e ne parlavo con passione; ed era una gioia per me quando me li leggeva prima di darli alle stampe; ed egli mostrava di leggermeli volentieri.
Alcune volte, alla buona stagione, nel pomeriggio, ci davamo un poco al vagabondo e si finiva in qualche osteria di campagna a pranzare insieme. Al momento ch'egli traeva di tasca il foglio per leggere, io mi sentivo dentro una scossa per la viva impazienza e pareva che tutta l'anima mi si raccogliesse negli orecchi onde non perdere una sillaba. In tal modo io, forse il primo, ascoltai parecchie di quelle liriche potenti, che fra poco dovevano diffondersi per tutta Italia a combattere, a vincere, a trionfare. Così, o in circostanze poco dissimili, io conobbi l'ode per Edoardo Corazzini, _La Consulta araldica_, quella per la decapitazione di Monti e Tognetti e quella _In morte di Giovanni Cairoli_. Poi, dopo il settanta, il canto _Per l'anniversario della Repubblica francese, Io triumphe! Versaglia..._ Scoppi di collere civili, rimpianti amari, glorificazioni radiose. Era quello il tempestoso periodo dei _Giambi ed Epodi_. Ma ai rombi della tempesta si interponevano degli strappi di serenità; e allora erano sonetti meravigliosi come quello _Il Bove_; o salivano dal cuore dell'uomo le voci degl'intimi affanni, e un consenso di dolcezza e di pietà infinita pareva che venisse dalla campagna silenziosa nella luce del tramonto, mentre il poeta diceva i suoi versi.
L'albero a cui tendevi La pargoletta mano, Il verde melograno Da' bei vermigli fior,
Nel muto orto solingo Rinverdì tutto or ora E giugno lo ristora Di luce e di calor...
Ho ricordato che, in quel tempo, la poesia e l'arte carducciana si dilatavano nel trionfo, prendendosi allegre vendette delle piccinerie della critica, dell'invidia, della diffidenza, delle stesse lodi lesinate con avara mano e condizionate da riserve infinite. Ma le resistenze erano ancora fortissime; ed è curioso adesso ricordare come, in generale, si negassero al verso del poeta toscano proprio quei pregi che ora maggiormente vi ammiriamo: la agilità magistrale e l'armonia multiforme. Ma che intendevasi allora in Italia per verso «armonioso?» Anche non pochi di quelli stessi che erano propensi ad ammirarlo per vigore di concezione lirica ed altro, lo chiamavano verseggiatore duro, duro, duro!... Poco prima che uscisse la edizione Barbèra, io, avutane licenza dal Carducci, pubblicai l'_Idillio maremmano_ in un giornale bolognese e ai miei lettori domandavo: è duro anche questo?... Certo è che il tema simpatico e le mirabili bellezze dell'_Idillio_ operarono rapidamente molte conversioni; come moltissime, e per ragioni più complesse, dovette poi operarne l'ode alcaica _Alla Regina d'Italia_.
Il Carducci intanto s'era incaricato di rispondere per conto suo, nell'ode _Per le nozze di Cesare Parenzo_, a quei molti che altre durezze e asprezze in quel tempo gli rimproveravano.
* * *
I limiti brevi di questo scritto mi hanno obbligato, si capisce, a procedere e ora a fermarmi scartando ricordi innumerevoli e non unicamente interessanti, io credo, per quella facile curiosità dei lettori che ama vedersi rappresentato un uomo celebre anche nei tenui particolari della vita.
Quella di Giosuè Carducci, quando potrà essere narrata in pieno, dovrà riuscire un documento notevolissimo della vita italiana del nostro tempo. E un capitolo molto importante certo dovrebbe essere quello che studiasse i grandi e molteplici influssi che il Carducci effuse dintorno a sè oltre la letteratura e la poesia, sugli uomini che l'avvicinarono. E apparirà questo curioso contrasto: che pochi, discorrendo, forse ebbero mai meno di lui l'aria di voler soverchiare con la propria opinione ed imporla, tanto pareva remissivo e compiacente alle opinioni degli altri. Ma poi, per un'intima vigoria di sentimento e di pensiero che partiva da lui, spesso uno modificava o abbandonava quella opinione sua che era uscita dal dibattito con una facile vittoria; e da ultimo adottava quella che _sentiva_ essere in fondo all'animo del poeta.
Io da Giosuè Carducci troppe cose imparai, perchè potessi qui anche solo enumerarle. Imparai sopratutto il rispetto alla sacra Poesia; non quello che si espande in preziose sentimentalità e si pasce d'infatuazioni orgogliose, ma quello che in faccia alla grandezza dell'Arte ci fa sentire la gravità dei doveri per l'anima nostra e per quella degli altri.
La sua fu una ascensione di oltre quarant'anni, perseverante e gloriosa.
In mezzo ai tanti disinganni che seguirono, tra noi, alle facili speranze, in mezzo a tanti tramonti melanconici che contristarono il nostro cammino, egli mantenne tutte le promesse della sua forte giovinezza, all'Arte e all'Italia.
Questo, Giosuè Carducci non aveva certo bisogno che io ricordassi a lui; ma provo bene io una gioia profonda nel ricordarlo al dolcissimo amico, in questi giorni, abbracciandolo da lontano col desiderio e inchinandomi dinanzi a lui.
II.
Odi barbare.
(Le terze)
Il libro non era per anco in dominio dei compratori e già se ne leggevano le recensioni sui giornali. Poi si sono visti degli articoli che, a conti fatti, debbono essere stati scritti appena tagliato e scorso il volume, umido e adorante ancora dell'antimonio tipografico.
Troppa fretta, per dio, egregi miei confratelli, troppa fretta, trattandosi di un libro a cui Giosuè Carducci ha confidata la manifestazione dell'ingegno suo pervenuto al vertice della maturità! Date al libro prezioso un po' più del tempo che, di solito, s'interpone per i giudizi sui romanzi da salotto e sui libretti d'opera! Ma il peggio è che questa urgente consuetudine della critica frettolosa è come un torrentaccio di rapina, che trae con se tutti quanti, per amore o per forza. Al giornalista in ritardo par di sentirsi stridere negli orecchi il motto dei biricchini d'Orazio: _occupet extremum scabies_! Allora egli dà di piglio alla penna e tira giù l'articolo, sacrificando anche una volta al far presto il far bene in questo pallio sciagurato della curiosità pubblica.
E anch'io cedo alla rapina torrenziale. Cedo però a malincuore. Malgrado ch'io possa dire d'aver contratta una lunga e studiosa abitudine con l'ingegno del Carducci, e appunto perch'io l'ho, sento oggi più che mai che la sua novissima forma poetica, ardua e intensa, richiederebbe una più riposata indagine della mente, una più intima compenetrazione e assimilazione del gusto, a produrre un giudizio di coscienza pienamente tranquilla. Ho letto con molta attenzione le _Terze Odi Barbare_, parecchie delle quali conoscevo già: e ho richiamate alla memoria le Prime e le Seconde Odi. Ho percorso in lungo e in largo il bosco d'alloro e di mirto; ho raccolto i murmuri sommessi e le note squillanti che escono dalle cime e dal folto degli alberi. Ma io non sono nè Tiresia nè Sigfrido; e sento che dovrò anche ascoltare prima di raccogliere dentro e gustare e giudicare completamente tutte le armonie che escono dalla selvetta canora.
* * *
Darò dunque, a modo di note in margine, più che i giudizi, le impressioni vive e salienti che hanno suscitato in me, alla lettura, le venti nuove _Odi Barbare_.
La prima (_Sole d'inverno_) assai mediocremente mi ha disposto l'animo in favore del libro. La «cerulea gioia» che s'incontra nella seconda strofa, è modo audace e nuovo, ma, a gusto mio, bello perchè fantasticamente vero. Invece non finisce di piacermi, anzi addirittura mi spiace, una sequenza di immagini affini che mi producono effetto somigliante a una successione viziosa di quinte in un processo armonico musicale. Dante avventò nel poema un sublime traslato: «lo mar dell'essere», che doveva partorirne tanti e tanti! Carducci principia la sua piccola ode col «solitario verno dell'anima» a cui tengono subito dietro «le nuvole della tristezza.» Nella terza strofa ci mostra il mobil vertice de' fantasimi da cui spicciano i memori affetti, scendenti «con rivoli freschi di lagrime.»-Bellissimi quindi, schiettamente carducciani i «murmuri che agli antri chiamano Echi d'amor superstiti....» col resto della strofa; ma poi i rivoli delle superiori lagrime ecco che dilagano in un limpido fiume; e nell'ultima delle sei strofe si ritorna alla «nubila cima de l'essere;» e si chiude col «fiume de l'anima» la breve ode, che col «verno dell'anima» aveva principiato!
Non è troppo? Non abbiamo noi qui abuso di immagini, tutte generate da un medesimo motivo e quindi troppo fitte, troppo finitime, troppo congeneri?
La seconda invece (_Primo Vere_) ha subito una di quelle immagini fresche, limpide, colte sul vivo, squisitamente significate, che siamo usi a considerare come un privilegio degli antichi e che fanno del Carducci un fortunato superstite moderno alle vicende dell'arte classica:
Ecco: di braccio al pigro verno sciogliesi Ed ancor trema nuda al rigid'aere La primavera. Il sol tra le sue lagrime Limpido brilla, o Lalage.
Parecchi anni fa, uno dei molti rimatori che vivacchiano alla meglio nel bello italo regno, fattosi una mattina alla finestra e visto i tetti delle case e le prossime colline coperte di neve, pensò e mandò a uno dei tanti _album_ di beneficenza che allora imperversavano (purtroppo imperversano ancora!) i tre versi seguenti:
Rose e viole: Sotto la neve bianca e sepolcrale Forse dormono i fior, sognando il sole.
Ma sentite con che elegante ricchezza assume e svolge il Carducci quella idea buttata là alla buona di Dio:
Da lor culle di neve i fior si svegliano E curiosi al ciel gli occhietti levano, E ne' lor guardi vagola una tremula Ombra di sogno, o Lalage.
Nel sonno de l'inverno, sotto il candido Lenzuolo della neve i fior sognarono, Sognaron l'albe roride e gli splendidi Soli e il tuo viso, o Lalage.
Ma nella letizia della rinnovata giovinezza dell'anno si mesce un senso arcano di mestizia. Perchè domanda il poeta, la primavera sorride mesta? Questa interrogazione melanconica sembra che continui a ondeggiare vagamente sulla ode terza e quarta: _Egle_, che è una breve melodia d'esametri e pentametri, e _Canto di Marzo_, una, per me, delle migliori gemme del libro. Precede la bella similitudine umana, che fa pensare ai passi migliori di Lucrezio, magistralmente protratta nella serie degli incisi, che quasi la tramutano in una vivente ipotiposi:
Quale una incinta, su cui scende languida Languida l'ombra del sopore e l'occupa, Disciolta giace e palpita sul talamo, Sospiri al labbro e rotti accenti vengono E subiti rossor la faccia corrono, Tale è la terra: l'ombra de le nuvole Passa a sprazzi su 'l verde tra il sol pallido: Umido vento scuote i peschi e i mandorli Bianco e rosso vestiti, ed i fior cadono. Spira dai pori de le glebe un cantico.
Meno mi piace la canzone dei fiori che segue nella terza strofa:
O salienti dai marini pascoli Vacche del cielo, grige e bianche nuvole, Versate il latte da le mamme tumide....
Reminiscenza vedica. Certo non senza una ragione qui il poeta ha voluto prestare ai fiori un linguaggio tolto dai miti vetustissimi; ma il genio ellenico, per sè medesimo e per noi, mitigò, trasformò, corresse insomma tutti quei miti zoomorfi; e gli incorreggibili e i non esteticamente da lui accettabili, con un cenno della mano luminosa, ricacciò oltre i confini di Samotracia e oltre il Ponto. Anche il mostro egli volle rendere, alla sua maniera, bello. L'innesto, per esempio, dell'uomo e del cavallo, de la donna e del pesce erano sì dei mostri ma suscettivi di formosità; onde s'ebbero buone accoglienze il centauro e la sirena. Queste vacche indostaniche invece, che pascolano in aria con gli overi spenzolanti e gocciolanti, non trovarono grazia. — Ma, tolto questo neo, l'ode è, ripeto, a mio gusto, una elegantissima cosa. E si eleva superbamente nelle apostrofi finali, che l'anima commossa del poeta lancia in mezzo ai sorrisi e alle inquietudini della Natura generante.
Chinatevi al lavoro, o validi omeri; Schiudetevi agli amori, o cuori giovani; Impennatevi ai sogni, ali de l'anime; Irrompete a la guerra, o desii torbidi. Ciò che fu torna e tornerà nei secoli.
* * *
La ode quinta, _Cèrilo_, confesso di non averla capita bene. Vi domina, forse, una soggettività troppo circonstanziata, che certo avrà dato materia viva al poeta, ma che nel tempo stesso impedisce ora che l'unità lirica si trasferisca in unità d'emozione e di fantasma dentro lo spirito del lettore. S'io m'inganno altri mi corregga. Resta, a ogni modo, di questo _Cèrilo_ come un soavissimo frammento di melodia nella memoria:
Sotto l'adulto sole, nel palpito mosso da' venti Pe' larghi campi aprici, lungo un bel correr d'acque, Nasce il sospir de' cuori che perdesi nell'infinito, Nasce il dolce e pensoso fior de la melodia...
Invece niente o pochissimo m'è rimasto dell'ode che segue: _Saluto d'autunno_: e tralasciandola parmi che il volume non ne avrebbe scapitato.
Eccoci alle odi: _Le due torri_ e _Miramar_. Con brevità concettosa e fantastica il Carducci rappresenta nel linguaggio dell'Asinella, che si lancia diritta in alto come una titanica antenna, e in quello della Garisenda, che curva penosamente la sua mole immane, i drammi gloriosi e dolorosi della vecchia città medioevale. Nella prima strofa le ingrate alliterazioni di un verso (_E su 'l populeo Po pe 'l verde paese i carrocci..._) ricordano una annotazione curiosa del Carducci, nella quale confessò che alcuna volta egli è preso dal bizzarro compiacimento di scrivere un verso scadente e mandarlo per il mondo a cercar sua ventura. A ogni modo quella noticina stridula si perde nella severa grandiosità armonica, che io quasi direi beethoveniana, del breve componimento.
ASINELLA: