Part 9
Quando Ada, spinta da una curiosità invincibile, si recò a trovar Fosca, i suoi occhi si sbarrarono per veder bene, per veder tutto. Fosca abitava il palazzo Fássini, una casa tetra, che sapeva di vecchio; e ogni cosa sapeva di vecchio, dalla scalea di marmo con le balaustrate in ferro battuto, all'anticamera dal soffitto a cassettoni pallidamente dorati, ai mobili che avevan le spalliere rôse dai tarli e la stoffa serica sdrucita, agli specchi di grandezza mediocre la cui luce spenta pareva arrugginita dal tempo.
— Che trappola! — pensò Ada, mentre aspettava nel salotto penombroso. — Io non ci starei nemmeno dipinta.
E guardò Fosca, la quale entrava. Era vestita con un abito semplice di color rosa sbiadito, con la gonna corta; e del medesimo colore era il nastro con cui aveva leggiadramente raccolti i capelli in due bande; svelta, leggera, una fanciulla.
— Io me ne vado! — pensò Ada nuovamente, soffocata da quel senso di nobiltà schietta, che non sapeva definire e le pesava addosso.
Ma si trattenne, invece, per il garbo di Fosca, che le fece subito un'accoglienza molto gentile.
— Forse non ti piace la mia casa, — ella disse, indovinando l'angustia dell'altra. — È il vecchio palazzo Fássini, e Gino aveva qui tutte le memorie di sua famiglia. Era ipotecato, e per riscattarlo abbiamo condotto questi anni, sempre in campagna, una vita quasi di stenti. Ma ora siamo felici, perchè ci siam tornati e abbiamo ritrovato le cose vecchie, le buone cose che parlano al cuore.... Così, vedi, soltanto ora ci è stato possibile ricomperare cavalli e carrozze, e soltanto ora potrò andare a qualche ballo e a qualche teatro. Sono molto contenta. Ero contenta sempre, a dir vero, perchè Gino mi vuol molto bene, e abbiamo un bambino.
— Uno solo? — interruppe Ada. — Io ne ho avuti quattro, e tre son vivi.
— Uno solo, — ripetè Fosca.
— E ti sei acconciata a stentare in campagna? — soggiunse Ada. — Che idea!... Io ho sposato il mio Vittorio che è ricchissimo, e viviamo a modo suo. Egli mi ha detto fin dai primi giorni che bisogna mangiare, bere, divertirsi e ingrassare, e ho fatto del mio meglio.
Rise, con la gola ampia.
— Ah non ci son malinconie nè ipoteche in casa nostra! — riprese. — Buoni pranzi e buone bottiglie. Il cuoco è il personaggio principale, e abbiamo sempre amici, che chiacchierano e ridono. Verrai anche tu, spero, col conte? Mio marito se ti vedesse, direbbe che sei troppo magra....
— Ma io non devo piacere a tuo marito — osservò Fosca, tranquilla.
— Hai ragione! Del resto, hai conservato l'aspetto d'una signorina; sembra che tu abbia ancora diciannove anni. Non devi pesar più di cinquanta chili; io ne peso settantasei. Vittorio mi ha sottoposta a una cura di supernutrizione.
Rise di nuovo; ma sentì che Fosca era diventata fredda, e quantunque le sedesse al fianco sullo stesso divano, s'era come allontanata, guardandola con ingenuo stupore.
— Tuo marito non la pensa come il mio? — domandò Ada.
— Oh, no!
— È stato lui a foggiarti così fine, così delicata, così amica delle buone cose vecchie.
— Lo credo! — rispose Fosca con un sorriso aperto di compiacenza.
— Sei veramente una contessa, — osservò Ada — e stai bene in questo palazzo.
Fosca sorrise di nuovo senza rispondere.
E mentre Ada s'alzava, entrò correndo un bambino di quattro anni, biondo ed esile con un giro di bel merletto intorno al collo e tutto vestito di bianco. I suoi grandi occhi tra il grigio e il cilestre rispecchiavano un lembo di cielo placido. Stringeva sotto un braccio un orsacchiotto irto di pelo.
— Valfredo, — disse Fosca, — non vedi la signora?
— Guarda che bel pupo! — disse il piccolo ad Ada, stendendole una mano e piantandole con l'altra l'orsacchiotto sotto il naso.
— Valfredo! — ripetè Ada, mentre carezzava distrattamente il bambino. — È un bel nome.
— Sì, ricorre spesso nella famiglia Fássini. Valfredo IV. È per lui che abbiamo fatto tante economie, tante grosse, dure economie! — esclamò Fosca, attirandosi il bambino al petto e baciandolo.
— Arrivederci, cara, — disse Ada. — Devo fare ancora qualche visita.
Le due signore si abbracciarono. Avevano compreso che in quei brevi istanti un abisso s'era scavato tra di loro, e che mai più non si sarebbero cercate.
Ada uscì. Ma nell'anticamera sostò meravigliata.
Già arrivando aveva creduto d'intravedere; ormai vedeva, vedeva bene, e non s'ingannava.
La ragazza tutta linda, col grembialino candido, che le apriva la porta, era Giannina, la cameriera ch'ella aveva cacciato di casa.
— Aspetta, — disse. — Ho dimenticato....
E tornò indietro, raggiunse di nuovo il limitare del salotto.
Fosca, sdraiata sul tappeto, giuocava col bambino, che nascondeva l'orsacchiotto e poi glielo gettava e rideva così forte, che per meglio esprimere la gioia, si rotolava a terra.
— Fosca! — chiamò l'altra.
La giovane balzò in piedi, e andò incontro all'amica.
— Hai dimenticato qualche cosa? — domandò.
Ada le fe' cenno di parlar più cauta e la trasse in un angolo.
— Devo avvertirti, — disse sottovoce. — Bada che quella cameriera che tu hai, non è una ragazza onesta.
— Onestissima, t'inganni! — rispose Fosca pacatamente.
— Ti dico di no, — insistette Ada. — Io ne so qualche cosa: ha avuto un amante e deve aver avuto anche un figlio. Lo so, perchè mi è toccato cacciarla di casa.
Fosca sorrise.
— Ah, — fece, squadrando Ada, — sei stata tu a metterla sul lastrico, di pieno inverno, mentre era incinta?
— E che potevo farne? Dunque sai, allora?
— Sì; la poveretta venne al suo paese, dov'ero io con mio marito. La famiglia di lei la cacciò a sua volta. Noi l'abbiamo raccattata sulla strada, le abbiamo prestato assistenza, abbiamo pensato al suo bambino; l'abbiamo salvata, insomma. Ora è savia, buona, onesta, e si farebbe uccidere per me.
Ada stette un istante in silenzio, poi riprese:
— Non darle retta; alla prima occasione, tornerà daccapo.
— Tu non fai una bella azione, Ada! — osservò Fosca freddamente.
— Credo mio dovere avvertirti. Non è onesta, non può essere onesta!
— Ma perchè insisti, Ada? — chiese Fosca, ancor più fredda.
— Perchè? Perchè voglio renderti un servizio, e toglierti di casa una persona che non è degna di rimanervi.
— E toglier di bocca a una povera donna e al suo bambino un tozzo di pane, — seguitò Fosca sorridendo sdegnosamente.
— Ma no, — interruppe Ada, accaldata, ostinata a vincere quella resistenza. — Vedo che ti sei conservata fanciulla non soltanto all'aspetto, ma pur nel modo di giudicare.
— Tu mi dai della sciocca, — osservò Fosca tranquillamente.
— No; ma sei ingenua, inesperta, inconsapevole. Bada a quello che fai... Credi a me, che conosco le cose del mondo....
Fosca sfavillò dagli occhi grigi un lampo di sdegno, e parve quasi gettarsi all'indietro con un moto superbo del capo.
— Io so vivere, — disse. — Tu sai mangiare!
Ada si volse e uscì.
GIORGINA E I SUOI UOMINI.
I.
Avevano finito di pranzare, con una serata calma e afosa, sulla spiaggia di Lido.
Intorno ai due amici, sedute ad altri tavolini, eran donne in gran parte, vestite elegantemente con abiti leggeri i quali lasciavan trasparire le rosee carni delle braccia e della gola.
Venivano a quando a quando da quei gruppi femminili ondate di profumi e a quando a quando un fruscio di sottane. Allorchè furono accesi i globi della luce elettrica, una tinta violacea si distese sui volti, sui capelli, sulle vesti; ma le cene volgevano al termine e i raggi illuminavano le coppe e le bottiglie; l'allegria si diffondeva tra quella sinistra luce.
Il mare era tranquillo; un minuscolo lume rosso si moveva sulla linea dell'orizzonte, assai lentamente.
— È una nave, — disse Aurelio Sangiorgi, il quale osservava il viaggio silenzioso del piccolo lume. — E va, va, si perde lontano. Vedi?...
Dal mare spirò una brezza soave, che faceva pensare a una fanciulla, la quale accarezzasse la fronte degli spettatori, camminando in punta di piedi.
— Ora è scomparso, — disse Ladislao Bariola.
Aurelio Sangiorgi sospirò. Si sarebbe detto ch'egli fosse tutto preso dallo spettacolo del mare e della sua nave impercettibile, se poco prima non avesse fissato con la stessa intensità le lampade elettriche e poi le coppie che cenavano ai tavolini più prossimi, e infine il lume vagabondo.
In verità il suo sguardo voleva fuggir la vista di Giorgina Sangiorgi, che poco discosto, elegantissima e gaia, cenava con alcuni giovanotti forestieri.
E mentre Aurelio e Ladislao discorrevano distrattamente, la moglie d'Aurelio versava qualche goccia di sciampagna sopra un piattino di fragole inzuccherate, e rideva con terribile naturalezza.
Alla scena, molti fra i gruppi di commensali sparsi qua e là si divertivano crudelmente.
Era notorio che due anni prima, Aurelio s'era diviso da Giorgina per colpa di lei; e che Giorgina pur non dandosi ad alcuno, si prendeva il gusto di recarsi nei luoghi frequentati da Aurelio per farlo testimonio della vita ambigua, che le aveva allontanato le donne caute, e raccolti intorno i gaudenti.
Quella sera, la femmina graziosa, al cospetto del mare ampio, innanzi alla tavola sulla quale troneggiavano ancora i trionfi delle frutta e le coppe umide, attraeva invincibilmente gli sguardi.
Il cappello bianco dalla tesa amplissima gettava sul suo viso un solco livido come una cicatrice; ma quando Giorgina alzava il capo e si buttava un poco indietro per ridere, il volto era battuto dalla luce piena e apparivano i denti piccoli e aguzzi. Non era bella; era giovane e procace; le poppe costrette nel busto francese s'indovinavano sotto la batista del corpetto traforato.
Aurelio pareva inchiodato sulla seggiola; gli amici avevan pagato e fumavano la decima sigaretta; avevan fatto portare il caffè, e poi i liquori e poi un altro caffè diacciato. Ma Aurelio non accennava ad andarsene; lo strazio che i maldicenti facevano in quell'ora del suo nome, e ch'egli indovinava, quasi l'aria gliene portasse l'eco, doveva inebbriarlo d'una ebbrezza malsana.
— Io partirei pure, — egli disse a un tratto, — e me ne andrei lontano, con tanta gioia!...
— Basterebbe, per il momento, andarcene lontano di qui, — osservò Ladislao.
Aurelio si decise.
I due amici si alzarono e si avviarono, girando fra i tavolini.
Giorgina chiacchierava, i suoi compagni ridevano e interloquivano a voce alta. Quando Aurelio passò, immediatamente tutti tacquero, quasi colti da una stupida prudenza.
Aurelio rasentò la tavola, la sigaretta tra le labbra, con una finzione perfetta d'indifferenza, sotto gli sguardi ironici dei mille curiosi. Trovò un gatto bianco accosciato pigramente sopra una seggiola di ferro, poco lungi dalla tavola di Giorgina, e si fermò ad accarezzarne il bel mantello:
— Tutù, fannullone incorreggibile!...
Tutù si drizzò, inarcando la schiena e strofinandosi ai calzoni chiari d'Aurelio, che sorrise e uscì.
Ma non appena furono nel viale, egli afferrò Ladislao per un braccio.
La luce elettrica sul viale si diffondeva con minor violenza che sulla terrazza dei bagni, e lasciava qua e là il dominio alla bella ombra dei platani e delle acacie.
Qualche brigata di maschi e di femmine si dirigeva alla spiaggia, in attesa della luna, che già all'orizzonte s'affacciava rossa e tonda fra le nuvole.
— Hai visto? — disse Aurelio con voce rauca. — Hai visto? Con un branco di libertini si mostra in pubblico! E vestita che pare seminuda! E beve sciampagna, e fuma sigarette e ride chiassosamente e fa smorfie e strizza l'occhio a quei quattro farabutti che l'accompagnano! E profumata fin nei capelli!...
L'altro non rispose, e i due amici procedettero qualche tratto senza parlare.
Ladislao guardava l'ombra del suo compagno, che si disegnava a terra in obliquo, larga e tozza accanto alla sua, lunga e sottile; e scoperse così che Aurelio doveva aver le gambe un poco storte.
Questo rilievo inaspettato lo fece ridere.
— Rido di me, sai? — disse immediatamente. — Io credeva che tu guardassi il mare e la nave e il cielo, e tu guardavi invece tua moglie! E come; ne hai visto perfino le smorfie!
— Non era possibile resistere! — confessò Aurelio. — Non era possibile ch'io non mi domandassi quale di quei quattro imbecilli dormirà stasera con Giorgina.
— E che t'importa? — osservò Ladislao rudemente. — Essa non ti appartiene più. Tu l'hai cacciata di casa perchè aveva un amante, ed ella si tiene l'amante. Non puoi chiedere che ti sia fedele oggi, libera e abbandonata, se non ti è stata fedele ieri, amata e protetta.
Aurelio Sangiorgi borbottò qualche frase che Ladislao non riuscì a capire; quella logica brutale non gli garbava.
Ladislao ascoltò lo scricchiolìo della ghiaia sotto i loro piedi, e si mise a ridere di nuovo.
— Che hai? — disse Aurelio infastidito.
— Pensavo che tu ti lagni delle minuzie più trascurabili, e perchè beve sciampagna e perchè fuma sigarette e perchè ride. E non dici nulla delle noie che ti dà questa donna, ostentando lo spettacolo della sua perdizione e facendo sogghignare tutta Venezia a tue spese!
— La sua perdizione, la sua perdizione! — mormorò Aurelio. — Che ne sappiamo noi?
L'altro si fermò di botto.
— Ma lo dicevi tu stesso, un momento fa! — esclamò sbalordito.
— Io diceva che commette delle leggerezze! — dichiarò seccamente Aurelio. — Quanto ai ghigni di Venezia, questo è proprio l'ultimo dei miei pensieri, anzi non ci ho pensato mai. Della opinione pubblica io non mi curo; dirò meglio, l'opinione pubblica per me non esiste. L'opinione pubblica è rappresentata da un pugno di malfattori fortunati o di sciocchi paurosi.
Egli parlava, fermo presso il tronco d'un platano, i cui rami lo avvolgevan d'ombra; e Ladislao lo ascoltava stupito per tanta sincerità.
Aurelio Sangiorgi doveva infatti la sua fortuna a una singolarità morale, alla incredibile noncuranza della stima altrui, al disprezzo largo e sicuro della pubblica opinione.
Egli aveva voluto essere ricco, e s'era arricchito tenendo d'occhio il Codice, a schivar le trappole del quale non solo gli giovava la furberia innata, ma lavorava una schiera d'avvocati che studiavan per lui e ch'egli pagava bene.
Ardito e tenace, pronto e inflessibile, prodigiosamente attivo, faceva paura; il suo nome figurava in parecchi aneddoti di rapacità sfrenata ch'egli non curava di smentire, che anzi lo divertivano e gli erano utili perchè gli creavano una leggenda per la quale in breve non avrebbe trovato chi osasse stargli di fronte.
Aveva accumulato un patrimonio in dieci anni, e travolto ormai dalla passione del danaro e dal bisogno d'attività, seguitava la sua vita febbrile d'affarista. Egli poteva dar principio a una dinastia di plutocrati; se in altri tempi si diceva che avrebbe potuto finire in carcere, ormai per la sua esperienza e più ancora per la somma di segreti e d'interessi che stringeva in pugno, quel pericolo era svanito.
— Dove andiamo? — chiese Ladislao, mentre Aurelio ripiombato nel silenzio s'incamminava nuovamente al suo fianco. — Vuoi che andiamo a teatro?
Eran giunti alla fine del gran viale, e per recarsi a teatro dovettero tornare indietro. Nessuno aggiunse più parola; Ladislao squadrò due o tre volte il suo compagno, tozzo, biondo, rubizzo, che dava imagine d'un campagnuolo credenzone piuttosto che d'un affarista pericoloso.
— Che c'è a teatro? — domandò Aurelio, come scuotendosi.
C'eran quattro o cinque canzonettiste, le quali, in gonnelle corte dai colori chiassosi, dimenavan le braccia biaccate e le gambe serrate nelle maglie; il pubblico si divertiva alla vista delle ragazze e ne guardava avidamente le ascelle e i ginocchi.
Ladislao disse questo ad Aurelio, che non trovò nulla da osservare; ma quando furono innanzi al teatro, pregò l'amico:
— Fammi un favore; entra pel primo, e vedi se ci fosse Giorgina. Io ti aspetto qui.
La precauzione era troppo naturale perchè Ladislao si rifiutasse al lieve servigio; un altro incontro con la moglie impudica, sotto gli occhi del pubblico numeroso e pettegolo, avrebbe dato ad Aurelio una nuova tortura.
Ladislao entrò in platea, guardò attentamente le signore che avevan posto nelle poltrone, e uscì subito ad avvertire Aurelio.
— Non c'è Giorgina!
— Ah! — mormorò l'altro. — Sei ben sicuro?
— Sicurissimo; puoi star tranquillo.
Egli credeva di vedere Aurelio avviarsi al teatro; ma questi invece gli voltò le spalle.
— Allora, — disse, — è inutile!
E tornò sul viale, incamminandosi di nuovo verso la terrazza dei bagni.
II.
Giorgina stava sdraiata sul letto, interamente nuda.
Ladislao, dritto in piedi, le era a fianco e ne ammirava il bel corpo bruno, aspettando ch'ella si alzasse e si riabbigliasse per chiudere l'appartamento e andarsene.
Ma la donna, vinta dal torpore sciroccale che pesava quel giorno più del consueto, pareva meglio disposta ad assopirsi che a togliersi di là; e spiava il giovane di sotto le palpebre socchiuse, mentre lievemente sorrideva.
— Per questo, Ladis, sei tornato? — ella mormorò, stringendo fra le dita gli ùveri dei seni rigogliosi. — Era difficile imaginarlo, e se avessi saputo prima, ti avrei detto di no.
— Avresti fatto malissimo, — rispose Ladis vivamente. — Non bisogna mai perdere un'occasione, e del resto spero che tu non sia pentita del tuo sì.
Un fremito allegro le fece sobbalzare il petto e i fianchi, ed ella diede in una risata.
— Dunque è vero? — riprese. — Perchè Aurelio mi desidera, tu mi hai voluta ancora? È la logica degli uomini....
— Ma no, cara, — interruppe Ladislao. — La vigliaccheria di tuo marito è così grande, ch'io sarei uno sciocco a rinunziare, per uno scrupolo d'amicizia, al piacere che tu puoi darmi.
— Mio marito è in ogni cosa un briccone, — dichiarò pacatamente Giorgina, levando alte le braccia per farsene corona intorno al capo. — Mi maraviglio che tu te ne maravigli!
— Sapevo che è un affarista, — rispose il giovane, — e ciò non mi riguarda; ma credevo avesse almeno quella dignità, la dignità del maschio, che c'ispirano l'amore e la gelosia per una donna. Non ti ha amata quand'eri sua; adesso che sei di altri, ti rivuole; adesso si accorge che sei desiderabile....
Di nuovo Giorgina vibrò da capo a piedi, ridendo a gola spiegata.
— Egli non aveva capito nulla, — seguitò Ladislao. — Ha aspettato che ti pigliassero gli altri, e allora si è acceso per te. Insomma, egli vede il mondo intero sotto forma d'una società per azioni, e ormai non avrebbe alcun ribrezzo a godere in società anche il tuo amore....
Giorgina balzò agilmente dal letto.
— Che imbecille! — disse, stirandosi e protendendo il seno. — E perchè allora ha cominciato col fare uno scandalo e col mettermi alla porta?
Così eretta, i capelli sciolti, ombreggiato il volto dalla luce discreta della camera, ella rammentava un famoso disegno a penna d'Alberto Martini, un disegno lascivo e audace, nel quale è raffigurata la bella veneziana, che accoglie, col volto coperto dalla maschera e tutta nuda, l'amante dell'ultimo quarto d'ora.
Piena di voluttà e d'insidie. Giorgina Sangiorgi somigliava, per carnalità inquietante, alla femmina sbocciata dalla ricca fantasia dell'artista.
— Due anni or sono, — ella seguitò, — quando s'avvide che io mi lasciava corteggiare da quel tenente di vascello....
E cominciò a riabbigliarsi innanzi a un vetusto specchio, il quale ne rifletteva l'imagine incorniciata nella sagoma del legno dorato, che i tarli avevan trafitto.
— Due anni or sono mise sossopra tutta Venezia per quella sciocchezza; io l'aveva consigliato a darsi pace; ma egli parlava d'onore, di buon nome, d'altre cose stupide.... Saresti molto gentile, Ladis, se tu mi allacciassi le stringhe.... E dovetti andarmene.... Già, egli è di quegli uomini che la maledizione dell'antipatia generale perseguita, e così non c'è stato un cane che gli abbia dato ragione. Poteva risparmiar la fatica di ricordarsi dell'onore!... Le giarrettiere, te ne prego!...
Parlava e si vestiva con rapidità, gettando appena un'occhiata allo specchio. Ladis credeva d'essere nel camerino d'un'attrice che si acconciasse prestamente per non fare attendere il suo pubblico.
L'eleganza semplice e fresca dell'abbigliamento estivo si sovrappose in un attimo alla bellezza temeraria del giovane corpo. E d'un tratto la donna si rivolse a Ladislao che le stava alle spalle, gli piantò in faccia gli occhi dalla fiamma inquieta, e gli chiese:
— Tu, che cosa mi consigli?
— Io? — esclamò Ladis. — Niente!
— E perchè? — fece Giorgina in tono di dolce rimprovero. — Temi che un giorno ti rinfacci il tuo parere?
L'amante si morse le labbra; voleva dirle che non la consigliava, perchè all'infuori dell'aspra concupiscenza non gli ispirava nè un sentimento nè un pensiero; ma rispose invece sorridendo:
— Via, una donna come te deve avere già il suo piano; e il mio consiglio non arriverebbe a mutarlo.
— È vero, — mormorò Giorgina. — L'assegno che Aurelio mi ha fissato non basta.
Era pronta; abbassato il veletto sul viso, impugnato l'ombrellino nella destra guantata, spenta la torbida fiamma dello sguardo, ella era ormai una dama severa e innocente.
— Sei ben certo, — disse a mo' di conclusione, offrendo per l'addio la bocca al giovane, — sei ben certo di non ingannarti? Davvero Aurelio mi ricerca? Perchè è necessario ch'io ceda e mi riunisca a lui.
— L'altra sera, al Lido, era sulle spine, a quanto ho potuto capirne, — rispose Ladis, baciando la bocca. — Non per l'onore, ah no! Se ne infischia, lui! Ma per l'amore. Avrebbe voluto strapparti a quei giovanotti che ti accompagnavano.
La donna ebbe un guizzo di piacere.
— Come ho fatto bene a non andarmene da Venezia! — disse allegramente.
— Oh benissimo! — confermò Ladis.
Risero insieme; poi Giorgina s'abbuiò in volto, e osservò:
— Vorrebbe riprendermi, Aurelio, ma non richiamarmi. Hai capito? Non osa fare il primo passo, temendo che io gli costi troppo. E io pure, non so come agire....
— E allora, starete a guardarvi?
— No; avrei bisogno d'un amico, — mormorò la donna esitando. — Un amico, il quale spianasse la via a me e a lui....
Ladis non rispose.
III.
Ladislao Bariola, chiamato Ladis dagli amici e dalle amanti, era un giovane tranquillo; a ventisei anni, per non si sapeva quali vicende e per un misterioso sistema di ragionare, s'era persuaso d'una verità semplicissima: “nella vita non avviene mai niente„.
Egli aveva scelto questo motto; un altro avrebbe confessato di non credere a nulla, nè al male nè al bene, nè al brutto nè al bello, e sarebbe parso un cinico. Egli aveva scelto invece per motto: “nella vita non avviene mai niente„, e così era cinico e non pareva. Faceva il bene e faceva il male senza molte distinzioni, perchè l'uno e l'altro non avevan conseguenze; non s'entusiasmava per le belle cose e non s'indignava per le brutte. Egli guardava, e agiva poi secondo la convenienza sua propria.
Con quella lucidità che gli aveva conquistata l'amicizia di Aurelio Sangiorgi, non appena Ladis udì che Giorgina contava su di lui per riunirsi al marito, vide ciò che sarebbe avvenuto; e volgendosi alla donna pronta ad andarsene, egli la rattenne con un gesto, e dopo un istante si decise a parlare.
— Scusami, — disse.
Era seduto, una gamba accavallata sull'altra, la sigaretta in bocca; i capelli ben ravviati; elegante e, come al solito, calmo. Giorgina aspettava, in piedi.
— Vuoi ch'io faccia da mediatore tra te e Aurelio? — egli riprese. — È possibile e non è possibile. Ciò dipende da te.
— Come? — esclamò Giorgina ridendo. — Io non c'entro per nulla; io devo solo pregarti....
— No. Ora, ad esempio, io non voglio che tu ti riunisca a tuo marito, perchè mi piaci troppo.
— Ma è difficile comprendere, è davvero molto difficile comprendere ciò che tu vuoi! — mormorò l'amante fissandolo.