Donne e fanciulle

Part 8

Chapter 83,797 wordsPublic domain

— Ha capito? — disse. — Voglio fare i salti mortali, perchè sono una buonissima ginnastica....

E puntò la testolina sul piano del letto, arcuandosi per darsi la spinta e rotolare dall'altra par....

— Signorina! — interruppe miss Evelina Towsend. — Io la prego di trovarsi una nuova istitutrice, perchè non posso assistere a simili follie scandalose.

Nora abbandonò subito la sua posa preparatoria e si mise a sedere sul letto. Era tutta chiusa dal collo fin oltre i piedini in una interminabile camicia da notte, che Nora chiamava la _Transiberiana_ per la sua lunghezza, e che la faceva parere più bambina. Ma abbozzò un gesto solenne, dicendo come un Re:

— Accetto le sue dimissioni!

— Ha fatto una cosa grande! — commentò il dottor Montalba quando seppe di quel congedo. — L'inglese io non lo capisco....

— Bella ragione, che sciocco! — esclamò Nora. — Non l'ho mica mandata via per questo!

— In ogni modo, ha fatto una cosa grande! — ripetè Toniolo, mettendo la mano destra nella sinistra.

Miss Evelina Towsend fu sostituita da una istitutrice tedesca, Fräulein Dorotea Schönberg, una grossa barbabietola di trent'anni, con gli occhi immobili. Fräulein non faceva mai osservazioni. Fiutata la casa ricca, vi si piantò, per impinguare tranquillamente il borsellino fin che fosse venuto il momento di sposare un impiegato della Banca di Frankfurt am Mein, il quale cantava e beveva divinamente.

— Lei mi piace, perchè non si stupisce di nulla! — disse Nora un giorno.

— No, in verità.

— Io le vorrò bene! — promise la fanciulla, credendo di offrirle un gran regalo.

— Non troppo! — rispose Dorotea. — Non bisogna amare troppo le persone che si devono perdere!

La fanciulla rimase intontita; non aveva mai pensato all'economia della tenerezza.

— Se lei non si stupisce di niente — riprese — io domani andrò a passeggio vestita da uomo!

— Io credo che lei farà una bellissima figura, — replicò Dorotea placidamente.

Nora, che aveva contato sulle dimissioni di Fräulein, come gaio riscontro alle dimissioni di miss Evelina Towsend per “follia scandalosa„, rinunciò subito all'idea, e si rassegnò a tenersi l'istitutrice.

Ma non ebbe tempo nè a curarsene, nè a volerle bene, perchè la mamma in quei giorni fece un lungo discorso a Nora, un discorso prudente che concludeva con l'avvertirla come il conte Longari avesse posto gli occhi sulla fanciulla, e, da quanto se ne capiva, intendesse chiederne la mano.

— Longari! — esclamò Nora. — Io non so perchè tu voglia fidanzarmi con un uomo che ha un'orecchia più lunga dell'altra.

— Via, Nora, sono fantasie!

— Eh, no, non sono fantasie! E poi è calvo, ossia ha pochi capelli biondastri. E ci ho già il dottor Montalba che perde i suoi con una rapidità spaventevole. Tutto questo mi affligge!...

Nonostante quelle osservazioni, lasciò fare: giuocò per un anno alla fidanzata e ascoltò i discorsi del conte come aveva ascoltato le cantatine del grammofono, solo dolendosi di non poterlo far cessare a suo talento.

Ma il conte Silvio Longari guastò tutto, classificando il dottor Toniolo Montalba quale una persona che si doveva allontanare. La sua frequenza in casa, le sue funzioni di cane in soprannumero, l'intimità di cui godeva presso la famiglia Grifi, che lo reputava uno zero utile, infastidirono il conte; il quale, non per sè, ma per il mondo, espresse il desiderio che il dottor Montalba diradasse le sue visite.

— Bravo, proprio adesso che stiamo provando una coltura nuova per le gardenie grandifiore! — esclamò Nora. — Perchè non mi si mette a fare il geloso anche di Fräulein Dorotea? Eppoi, già, devo dirgliela, conte; io mi son fidanzata con lei per far piacere a mamma, e avevo osservato, fin da un anno fa, che ha pochi capelli.... In un anno, è stato un disastro: si guardi allo specchio, La prego!

Quando si seppe che il conte Silvio Longari s'era ritirato, le zitelle più anziane di Nora ebbero un brivido di gioia:

— È veramente la signorina Empiastro! — dicevano. — Li fa scappare tutti! Sì, bella, intelligente, fresca, ingenua, quel che si vuole, ma uggiosa, piena di capricci e di manie. Vedremo dove andrà a finire....

Anche la mamma s'infastidì per quel brusco scioglimento, dopo un intero anno di speranze. Il conte Silvio Longari meritava molti riguardi.

— Non ti confondere! — le disse Nora. — Sposerò quell'altro....

— Quell'altro? Quale altro? — chiese la signora Grifi atterrita all'idea che la figliuola avesse qualche simpatia di cui nessuno sapeva nulla.

— L'altro, quello che verrà.... Non ne salta fuori uno ogni sei mesi?... Pare che tutti pensino a sposarmi.... Ma che abbia molti capelli, sai, e mi lasci _Trust_ e Montalba, perchè non voglio mica incomodarmi per i fidanzati!

L'altro tardò qualche tempo a saltar fuori. I fidanzamenti sfumati avean recato danno alla fanciulla e giovato alle amiche di lei, che si ripagavan delle passate ore d'invidia, illustrando il suo soprannome.

Toniolo Montalba diede una conferenza in quei giorni, sulla _semeiologia dell'apparato respiratorio_. Nora volle andare ad ascoltarlo, per divertirsi; s'era imaginata che la _semeiologia_ avesse qualche attinenza col giardinaggio e l'orticoltura. La conferenza fu un fiasco: pochissimi ascoltatori, sparsi in una sala immensa e male illuminata, tra i quali Nora e Fräulein avevan destata una curiosità chiacchierona e irriverente. Nora aveva un cappello smisurato che distraeva l'oratore già intimidito dalla mancanza del pubblico. Il Montalba parlò male, si confuse, incespicò, trattenne l'uditorio per un'ora e un quarto senza mai animarlo; e nessuno si ricordò, a conferenza finita, di tributare a Toniolo i soliti quattro applausi.

Nora tornò a casa e pianse.

— L'ho rovinato io col mio cappello! — disse alla cameriera. — Ho sul cappello un maledetto _esprit_, che cava gli occhi e non sta mai fermo. È impossibile parlar bene di.... di.... quella cosa, davanti al mio cappello!

Toniolo non parve addarsi dell'insuccesso; tacque, meditò come al solito, con le mani in mano, e non disse neppure d'aver visto Nora e Fräulein alla conferenza. Diventato più pigro e trasognato, obbediva alla fanciulla con la docilità irragionevole di _Trust_.

Ma gli avvenimenti stringevano. La bellezza di Nora, che aveva ormai diciassette anni compiuti, era delicata e soave: la luce calda che ne illuminava gli occhi, era addolcita dall'ombra azzurrina delle ciglia, e un sorriso calmo, ingenuo, puro, attenuava la vivezza quasi procace delle labbra rosse. Snella e pieghevole, ardita e forte, si conservava tutta candida nel pensiero, diceva ancora sventatamente ciò che le passava pel capo, ignorando la civetteria e la doppiezza cortese.

Gli uomini cominciavano a guardarsi in cagnesco per lei. Il dottor Montalba aveva capito la necessità di farsi meno assiduo e men familiare. Tra il capitano Demarchi e il conte Sciffi, ambedue desiderosi di guadagnar le simpatie della fanciulla e di chiederne la mano, eran corse parole agre, e s'era accomodata la cosa a stento, per un riguardo a Nora e alla sua famiglia. La signorina Empiastro trionfava senza avvedersene; pericolosa senza pensarlo; tanto più invidiata e desiderata quanto meno s'occupava di uomini e di matrimonio.

— State attente, — si dicevan le amiche di lei. — Sposerà un principe, quella stupida!

La mamma cominciava a riflettere ella pure; qualche candidato lo rabboniva e lo licenziava da sola, alla lesta, come il professor Castelli, che aveva trent'anni più di Nora e farneticava di sposarsela, o il marchese di Serrati, il quale fabbricava il cognac italiano e si ubbriacava col cognac francese.

Ma di taluni altri bisognava pur parlare con la fanciulla, perchè eran candidati serii e desiderabili. E occorreva decidersi, per finir quella processione di spasimanti che ingombravan la casa e obbligavan la mamma a tener gli occhi sbarrati. A furia d'attendere e di procrastinare, ella si trovò ad averne tre in un colpo; uno aveva avanzato la sua domanda regolare; gli altri due, poichè la signora Grifi li fiutava ormai da lontano, la meditavano.

Nora ne fu costernata. Il tenente Gigino Corrieri aveva i capelli rossi.

— Digli che si tinga! — esclamò la fanciulla con un'irritazione subitanea. — Si tinga i capelli e i baffi e poi parleremo....

— Nora! — interruppe la madre. — Tu mi diventi tutti i giorni più bambina. Sei presso a diciott'anni, oramai, e devi pensare seriamente....

— Ma se non mi piacciono? Il tenente Corrieri, no. L'ingegnere Nicoletti è un giuocatore. Lo sai anche tu e si profuma come una donna.... Dove va a pescare i profumi, poi!... L'altro giorno sapeva d'albicocco. Il conte Gani vuole stabilirsi in campagna. Figurati: a diciotto o diciannove anni cominciare a vivere a Colombano sul Naviglio o ad Acquanegra sul Chiese!... Mandali via, mamma, non li voglio vedere! Non mi lasciano tranquilla, non mi permettono d'essere libera.... È una persecuzione!... Ci sono tante ragazze, e tutti corrono da me, come non ci fossi che io al mondo!

E Nora proruppe in un pianto così alto e così pieno, che _Trust_, il quale assisteva al colloquio coi quattro stivali d'obbligo, fece un piccolo galoppo e scomparve spaventato sotto il divano.

— Il fidanzato me lo sceglierò io! — riprese la fanciulla. — Brutto, sciocco e buono. Ecco il mio ideale.

— C'era un altro del quale volevo parlarti, — disse la mamma. — Il mar....

— Per carità! — interruppe Nora. — Un quarto?... Non voglio udire; mandalo via anche lui....

— Ma se non sai nemmeno chi sia!

— Me lo immagino. Il marchese Lombardi o il marchese Stagi.... Ce n'è una collezione, e io non posso più nè muovermi nè parlare, perchè non si dica che preferisco l'uno all'altro.... No, mamma, non ne facciamo nulla!... Andiamo, _Trust_!...

Trust sbucò da sotto il divano e seguì Nora che uscita dalla camera, s'avviava in giardino; l'istitutrice sbucò dalla sua stanza e seguì Nora e _Trust_. Tutti e tre giunsero in giardino silenziosamente, ciascuno pensando ai propri casi. I casi di _Trust_ erano i più disperati, perchè non poteva galoppar bene sulla ghiaia con gli stivali, e nessuno si ricordava di levarglieli.

Nora si volse a Fräulein:

— Io mi taglierò il naso, un giorno o l'altro! — disse rabbiosamente.

— Ma si farà molto male! — rispose placida l'istitutrice.

— Così non piacerò più a quella caterva d'imbecilli!

Era irritatissima e guardava con rancore anche la bella sassifraga delle aiuole, ascoltando il galoppo zoppicante di Trust, che cercava il terreno più adatto ai suoi stivali.

Ma il volto di Nora si rasserenò d'un tratto, e un sorriso le comparve sulle labbra.

— Da dieci giorni! — ella disse, andando incontro a Toniolo Montalba, il quale, scortala in giardino, era entrato pel cancello semiaperto. — È stato dieci giorni senza farsi vedere.

— Ho.... ho avuto.... — balbettò il Montalba sorpreso dall'osservazione della fanciulla. — Ho avuto molta gente....

— Molti ammalati?

— No, molta gente. Dicevo che c'è molta gente per le strade....

Nora tacque, lo squadrò, lo vide con un cartoccio in mano.

— Che cosa mi ha portato? — disse.

— Sono i bulbi dei giacinti Pompon.

E tacque anche il Montalba a sua volta.

— Ora verrò più di rado, — egli riprese improvvisamente. — Lei si fa così.... così.... che la mia compagnia non è più adatta.... Si fa così....

Nora gli voltò le spalle e guardò _Trust_, che sedeva ai suoi piedi. Fräulein era ferma a pochi passi e leggeva un canto del Klopstock.

— È perchè mi faccio così.... e così.... non verrà più a trovarmi, che sciocco? — ripetè Nora, squadrandolo un'altra volta. — Io non sento mica soggezione per Lei, sa?

— Me ne accorgo! — rispose Toniolo ridendo.

La fanciulla tacque di nuovo; poi risolutamente gli si avvicinò.

— Lei potrebbe farmi un favore? — chiese.

— Ma certo; sarei felice, — rispose il Montalba stupito da quella domanda e dallo sguardo della fanciulla che pareva scrutarlo.

— Potrebbe farmi il favore di sposarmi? — domandò Nora con tranquillità.

Toniolo Montalba impallidì e diede un passo indietro.

— Signorina, — disse gravemente, — questo è un cattivo scherzo, non degno di lei!

— Non è uno scherzo, — ribattè Nora con la sua solita voce. — Se non le dispiaccio, faccia la domanda al miei genitori. Io sono torturata, assediata, perseguitata dai fidanzamenti: oggi se ne sono scoperti tre o quattro in una volta.... non mi è più possibile dire di no, non mi è più possibile vivere in casa mia.... Bisogna che mi sposi.... E nessuno mi piace. Non vorrei bene a nessuno, ne sono certa.... E io voglio poter voler bene....

Toniolo Montalba sedette sopra un ceppo adattato a seggiola rustica. Era ancora pallidissimo e guardava Nora con una specie di adorazione negli occhi, la quale gli illuminava tutto il viso.

— Ma.... — balbettò. — Io credeva che la mia conferenza sulla _Semeiologia_ le avesse dato una cattiva idea di me....

— Non ha altro da dirmi? — esclamò Nora corrugando le sopracciglia....

— Sì, sì, ho molte cose da dirle! — esclamò Toniolo, saltando in piedi.

E impallidì nuovamente.

— Non va! — riprese. — Io non sono mai stato fortunato. La sua mamma non mi vuole....

— Non è mai stato fortunato perchè era solo, — osservò Nora. — Crede che io le avrei lasciato fare quella conferenza così sconclusionata sull'apparecchio respiratorio?

Toniolo Montalba rise, prese le mani sottili di Nora e le baciò ambedue, mentre Fräulein si avvicinava a grandi passi, con l'indice destro fra le pagine della _Messiade_.

— E se i suoi mi cacciano via? — domandò Toniolo, afferrato di nuovo da un'angoscia che gli mozzava il respiro.

— Mamma fa quel che vuole la signorina Empiastro! — dichiarò Nora solennemente.

Il Montalba le afferrò daccapo le mani e gliele baciò ancora, una dopo l'altra.

— Ma, signore! Ma, signorina! — esclamò Fräulein sbalordita.

— A domani! — disse Nora, salutando Toniolo e avviandosi per risalire in casa. — Venga domani, e combineremo tutto.

Poi si volse a Fräulein che le stava alle calcagna.

— Che cosa ha, Fräulein Dorotea? — chiese. — Non mi aveva detto che Lei non si stupisce di niente?

ADA E FOSCA.

Si somigliavano; ambedue eran magre, alte, coi capelli castani che si potevan dire quasi biondi; Ada aveva pure castani gli occhi, e Fosca li aveva grigi; ambedue ridevano volontieri, studiavano senza fatica e senza passione, andavano alla medesima scuola, e si mettevano accanto l'una all'altra, nello stesso banco. Parlavan poco, non disturbavano mai, erano sempre un po' trasognate, rispondevano alle interrogazioni meccanicamente, guardando il soffitto, come vi avessero letto ciò che dovevano dire.

Dolci e mediocri in ogni cosa, Fosca Giuntini e Ada Crivelli appartenevano a famiglie della borghesia milanese e avevan quanto bastava a far buona figura in ogni occasione, senza esser ricche. La direttrice dell'Istituto non se ne occupava mai, tanto la loro personalità era nulla e fuggevole; due ombre che si volevan bene, si confidavano i loro piccoli segreti, ridevano spesso e non destavan nelle altre allieve nè simpatia, nè avversione.

Ada Crivelli si sposò a diciannove anni con Vittorio Carminati, un giovane robusto, largo di spalle e di faccia, precocemente amico della tavola imbandita. Vittorio aveva due mani smisurate che ne dicevan l'anima e i gusti; non poteva con quelle mani tener nulla di fragile, nè fare una carezza leggera; una sola bastava a coprire tutto il pallido viso magro di Ada. Eran mani foggiate per calar come artigli, stringere, ghermire; e veramente il giorno in cui la famiglia di Ada aveva accolto la domanda di Vittorio, questi, afferrata la fanciulla alla cintola e levatala da terra, le aveva stampato in viso un bacio sonoro, ch'era parso il suggello d'un possesso ingordo.

Dovevano andare, nel loro viaggio di nozze, lontano, all'estero; ma Vittorio s'era fermato a Como per tre giorni con Ada, e il viaggio aveva ripreso poi. Vittorio ne rideva come d'una superba gherminella a parenti e ad amici, e, per farla più graziosa, proibì ad Ada di dar notizie di sè durante quei tre giorni. Ada obbedì, provandosi a ridere ella pure dell'intermezzo non preveduto; e cercava di ridere così sgangheratamente come lo sposo, il quale voleva che mangiasse molto, che bevesse molto, che non istesse a guardare i monti e il lago e il sole e le ombre, tutte cose stupide, di cui una donna maritata doveva non far più caso, come delle passate malinconie da ragazza.

— Mangiare, bere, e divertirsi. Ecco la vita! — dichiarava Vittorio che aveva ereditato dal padre una grossa fortuna, e ne sentiva la gioia ogni giorno.

Egli amava tanto i biglietti da mille, che quando il suo amministratore gli portava il prezzo dei fitti o il ricavato dei tagliandi o le somme delle uve e dei bozzoli e del grano, Vittorio si recava da Ada a farle vedere i “volumetti„; volumetti di carte da cento e da cinquecento, ch'egli lasciava cascar dall'alto sopra la tavola dello studio, perchè se ne sentisse meglio il peso.

E Ada guardava e s'interessava, prendendo tra le mani ancor gentili quei pacchetti, e lentamente sfogliandoli come fossero stati davvero volumi dalle pagine immortali.

— Ti piacciono, eh? — diceva Vittorio, ridendo. — Quanto bel mangiare, qua dentro!

E rideva anche Ada, già più accesa in volto e più pesante di forme. Dacchè era andata sposa non aveva sfogliato altri libri nè toccato il piano.

La casa dei coniugi Carminati era lucida, piena di roba; mobilia nuovissima nella quale i visitatori potevano specchiarsi; cantina zeppa di bottiglie e di fiaschi e di barili; dispensa capace, che aveva di tutto, in gran copia.

— Crepa di salute la casa, come noi! — dichiarava Vittorio ai suoi amici.

In quattro anni di matrimonio, Ada regalò a Vittorio tre figli, due maschi e una femmina, e perdette interamente la sua linea aggraziata; si fece larga di fianchi, rossa di viso, con un seno abbondante e molle che nessun busto poteva costringere; e diventò pigra, rimanendo a letto fin tardi, appisolandosi qualche volta dopo i pasti doviziosi. Amava poco i suoi bambini, ch'eran confidati alle cure delle persone di servizio; non si curava che di Vittorio, e si sforzava d'imitarlo nella gaiezza rumorosa e nell'inclinazione al ben vivere materiale.

I bambini giravano per casa, vestiti alla meglio, poco vigilati; non sapevan parlare che il loro dialetto e preferivan la cucina al salotto. Il maggiore, Pieruccio, s'intendeva già di pietanze e d'intingoli, diventava di mese in mese più rubicondo e mangiava tutto il giorno. Gli altri due, Claudino e Marietta, studiavan del loro meglio per tenergli dietro, e sovente erano inchiodati a letto tutti e tre da una potente indigestione.

Ada ne rideva. Si sa, golosi erano; somigliavano a papà e a mamma; ognuno faceva a gara a rimpinzarli, la cuoca, la serva, la servetta, i bottegai da cui si recavano con la cuoca a far le spese.... Forti e ben piantati, dovevan mangiare. E guariti appena da una gastrica, ripigliavano a diluviare fino alla gastrica successiva.

Marietta, la più piccola, ne morì un giorno, dopo una scorpacciata di crema, castagne, biscotti e frutta candite. Fu un gran dolore in casa, per più d'una settimana; in capo alla quale, avendo visto che Ada seguitava a piangere, specialmente dopo pranzo, Vittorio le battè su una spalla e le disse gravemente:

— Ora basta, non è vero? Non bisogna esagerare!

Per non esagerare, Ada si asciugò gli occhi, e di Marietta non si parlò più. Gli altri due, Pieruccio e Claudino, seguitarono a mangiare.

Un nuovo gran dolore provò Ada quando s'accorse che Giannina, la cameriera, era incinta. Giannina, piccola bruna di diciott'anni, credeva a tutto ciò che le dicevano, e non era stato difficile ingannarla promettendole un bel matrimonio.

Ada non volle ascoltar giustificazioni. Ella era onesta e adorava il marito, non vedeva uomini al mondo fuori del suo Vittorio. Per tagliar corto coi pianti e le suppliche e le genuflessioni di Giannina, le fece gettar le sue robe sulla strada, quantunque nevicasse. Lo scandalo era già durato troppo a sua insaputa e bisognava finirla con quella ragazzaccia senza pudore. Un po' di neve le avrebbe rinfrescata la fantasia.

Messa Giannina alla porta, Ada dovette bere tre bicchieri di Marsala, tanto era agitata; e Vittorio, tornato a casa, la compianse molto, la costrinse a mangiare un po' più del solito per riacquistar le forze, e la lodò per il suo sentimento morale.

Egli era felice perchè Ada ingrassava, si faceva rossa e tonda, rideva con la gola ampia e bianca, e dava la giusta importanza al buon cibo e al buon vino. Anche i bimbi, Pieruccio e Claudino, stupidi come tronchi e maleducati come scozzoni, s'allungavano e s'allargavano. C'era posto per tutti; onde, a distanza d'un anno dalla morte di Marietta, Ada regalò il marito d'un quarto bimbo, al quale fu posto il nome di Mario, per ricordo dell'altra.

Dopo quel parto, Ada, la quale non aveva più di venticinque anni, sembrò sfasciarsi: perduta ogni ambizione, si vestì alla meglio, rinunziò al busto, traboccò di grascia e s'ubbriacò di pigrizia. Aveva la casa piena di gente che veniva a gustar la sua buona tavola, ed ella non si pigliava nemmen la noia di render le visite, sapendo che i suoi amici, foggiati alla maniera di lei e di Vittorio, non avrebbero mancato, per quelle inezie di convenienze, ai succolenti banchetti.

Nella sua vita calma, uguale, monotona e lenta, fu un gran giorno quello in cui s'imbattè in una signora alta e sottile, pallidetta e fine, che comperava in un magazzino come Ada, una stoffa per abito da passeggio.

Ada andò scrutando e squadrando la signora, la quale s'appoggiava allo stesso banco e teneva nelle mani guantate un capo della stoffa, che il commesso le sciorinava innanzi. Andò scrutando e squadrando, Ada, poi si fece coraggio, s'avvicinò meglio alla signora, e le disse:

— Ma io non m'inganno. Tu sei Fosca Giuntini, non è vero?

La signora le lanciò un'occhiata rapida, dalla testa ai piedi, piuttosto sdegnosa; e l'altra comprendendo di non esser ravvisata, soggiunse:

— Io sono Ada Crivelli, oggi Ada Carminati. Ora ti ricordi?

Un lieve sorriso schiuse le labbra della signora, che offerse la mano all'amica. Fosca pareva ancor fanciulla, tanto era flessibile e fresca; i suoi capelli s'eran fatti un po' più oscuri e n'aveva guadagnato la luce limpida e pacata degli occhi grigi. Solo, quel suo piccolo sorriso, un sorriso breve e freddo, metteva una gran distanza tra lei e coloro ai quali ella sorrideva così.

— Mi ricordo, — ella disse. — Ma ti sei fatta maestosa, forte, e non potevo riconoscerti. Ho piacere d'averti incontrata.

— Ed io? — esclamò Ada. — Quante volte ho pensato a te, quante, quante! E non ti vedevo mai....

— Ho passato questi anni sempre in campagna, con mio marito, il conte Gino Fássini.... Siam tornati da poco a stabilirci in città.

— Maritata anche tu! E hai bambini? E sei felice?... E il conte?...

Fosca interruppe gentilmente, col piccolo sorriso breve:

— Vieni a trovarmi. Abito in via Cappuccio.

Tese la mano all'amica, e uscì svelta, leggera, preceduta da un commesso, che l'accompagnò fino alla sua carrozza.

Ada la seguì con gli occhi, attentamente. Era sbalordita. Che signora! Pareva nata principessa; e s'era fatta bella, bella davvero. Ada si sarebbe guardata dal dirlo ad alta voce, ma non poteva negarlo a sè stessa, e per la prima volta l'adipe, la mancanza del busto, il passo troppo greve per la sua età, le rincrebbero.... Cinque o sei anni addietro, ella e Fosca si somigliavano, facevan la stessa vita, ambedue alte, magre, un po' trasognate. E Fosca era tuttora agile, elegante, e aveva aggiunto alla grazia giovanile un'espressione di nobiltà semplice, che bisognava ammirare.

Ada ne fece un cenno quello stesso giorno a Vittorio, il quale scoppiò in una risata fragorosa:

— Magra? Agile? — disse. — Patirà la fame. Ci son delle signore che per avere la vita stretta non mangiano abbastanza. Le donne sottili, io non le posso vedere.... Tu sei perfetta.