Donne e fanciulle

Part 7

Chapter 73,797 wordsPublic domain

Infatti a sentirsi chiamar Cocco, come un pappagallo, Giorgio ha dato un guizzo e le sue mani hanno stretto nervosamente i bracciuoli della poltrona; ma è riuscito a vincersi ancora. Così, dritta, gli occhi luccicanti d'ira, le narici frementi, i capelli abbandonati a fiotti, vestita e non vestita, Ninnì è veramente bella; Giorgio non ha alcuna voglia d'attaccar briga, perchè Ninnì è veramente bella.

— Ah tu credi ch'io sia gelosa? — ella esclama con una risata un po' stridula. — Ma no, caro, t'inganni! Gelosa della Marnoldi! Non mi degno! Ho troppo orgoglio, io, troppa dignità, per discendere a queste bassezze. Non ti piaccio, non ti garbo, ne preferisci un'altra? E sta bene. Come dite voi? _De gustis e coloris_....

Giorgio interrompe con un gesto, quasi volesse cacciarsi le mani nei capelli.

— _Non est disputando_, — conclude imperterrita Ninnì. — Gelosa no, davvero! Soltanto, questo voglio ed esigo: che se hai una favorita, non me la metta sotto il naso; che tu non vada a trovarla, solo, in giorni in cui non riceve, e poi venga a dirmelo. Se godi le _petites entrées_ della Marnoldi o di qualunque altra sciocca, sii discreto anche con me, sopratutto con me!... Non mi pare di domandar troppo! Ma gelosa no, gelosa no davvero! Non sono stata mai gelosa di alcuna, se pure mille volte più bella di me. Io sono corazzata dal mio orgoglio, e mi vergognerei d'un sentimento così volgare.

Giorgio accende un'altra sigaretta.

— Oh, io sarei gelosa! — prosegue Ninnì, avvicinandosi al marito. — Come puoi tu pensare questo? Mi conosci ben poco, se supponi che io mi pieghi fino a contrastarti a un'altra. Ti piglino pure, ti rapiscano anche: s'accorgeranno presto che non metteva conto di portarti via alla tua povera moglie!... Gelosa!... E così mi conosci? Già, bisogna confessarlo; a conoscere una donna, tutti, presto o tardi, arrivano, fuor che il marito. Il duca di Telmi mi conosce meglio di te; se dicessero al duca di Telmi che io sono gelosa....

Giorgio s'è alzato di scatto; e frenandosi immediatamente, affondate le mani nelle tasche della giacca, è uscito senza volgersi. Poi ha dato ordine di sellare ed è andato a fare la sua passeggiata a cavallo.

Ninnì non è gelosa. Il più spesso ha torto, ma quando dice che non è gelosa, non le si potrebbe negar ragione.

Basta che Giorgio faccia l'elogio non di una donna, ma d'un abbigliamento femminile, perchè il cuore di Ninnì sanguini in silenzio; e non dice verbo, la giovane, e non si spiega. Ma alzando gli occhi, Giorgio vede un piccolo muso e una piccola fronte corrugata.

— Che hai?

— Niente.

— Non vai a vestirti?

— No: grazie.

— Come, non usciamo? Non volevi fare una trottata?

— No; va tu. Io ho un po' d'emicrania.

Non si esce. Allora, pazientemente, lentamente, con un lungo lavorìo d'inquisizione, Giorgio comincia a indagar la causa dell'emicrania, che è cattivo umore, che è dispetto. E Ninnì tace. Tace una, due, dieci volte, fin che Giorgio trova la via, e con accorta sbadataggine ritorna al discorso di prima:

— Sicuro; la Palmieri sta benissimo con quel suo abito grigio tutto attillato.... È una figuretta, come dire? una figuretta elastica, magra, ma gentile; e quel suo abito grigio.... Che hai? Ti senti poco bene?

Ninnì, sdraiata sul divano, col capo all'indietro, ha dato un sobbalzo; le sue piccole mani si son chiuse a pugno. Sembra che le tanaglino le carni, e Giorgio sorride leggermente.

— Giorgio, te ne prego, finiscila! — grida Ninnì quasi implorando. — Finiscila con quella tua Palmieri, con quella tua figuretta elastica e gentile!... Ho capito, ho capito: l'abito grigio è una meraviglia.... Tu non hai occhi che per le altre; se l'avessi indossato io, quell'abito grigio, non te ne saresti neanche accorto.... Ma io non ho la figuretta elastica, si sa, la figuretta gentile....

— Tu sei tutta adorabile, — dice Giorgio, chinandosi per baciarla.

— Tutta adorabile! — ripete Ninnì, respingendolo bruscamente. — E quando vede le altre, lui, saltella come una cavalletta.... E per chi, poi? Per quella Palmieri che ha due piedi i quali mi rammentano gli _sky_ e due orecchie a ventola.... Che orecchie!... Non sono gelosa, sai? Non mi degno....

Ninnì non è gelosa; non si degna.

Una volta ha fatto una cosa molto semplice. Era a pranzo con Giorgio, sola; non c'erano invitati; e Giorgio tornato dal tè della principessa Gualchieri, s'era messo a lodarne la bocca, soltanto la bocca dalla linea sinuosa, dalle labbra vive e lievemente ombrate per una impercettibile pelurie....

Ninnì ha fatto allora una cosa semplice: afferrato un lembo della tovaglia, ha rovesciato a terra piatti, bottiglie, bicchieri, posate, salierine, vasetti da fiori, quanto v'era sulla tavola, mentre il domestico che serviva, restava duro e impassibile ad attendere gli ordini.

— Non sono gelosa! — ha dichiarato poi. — Ma che tu, anche davanti ai domestici, senta il bisogno di mostrarti quale sei, un libertino, è cosa veramente insopportabile!

Per Ninnì, tutto è insopportabile. Sfugge i convegni mondani quanto le è possibile, perchè l'esperienza le ha insegnato che un marito e una moglie per bene son come due estranei in società e non devono mai trovarsi insieme, se non vogliono essere uccisi dal ridicolo. Il marito si occupa delle signore, mentre gli uomini gli corteggiano la moglie. E ne viene per Ninnì un martirio atroce; deve difendersi da molti esperti ganzerini che la circuiscono con madrigali e con dichiarazioni, e deve aver l'occhio a Giorgio; ma il più spesso Giorgio è in una sala e Ninnì in un'altra; la giovane non può correre a cercarlo, nè svelare l'angoscia che la rode, e le leggi mondane le impongono di star ferma, di sorridere e di rispondere e di dare il braccio al duca di Telmi e di ballare col principe Gualchieri e di farsi accompagnare al buffet da un terzo (mio Dio, Giorgio è con la Marnoldi!), e di essere gaia, spensierata, amabile, un po' civetta, un tantino scettica. Che cosa le manca?

Le manca Giorgio, ai balli e ovunque. Vorrebbe essere il bicchiere ch'egli reca alle labbra, il libro che tien fra le mani, il lastrico su cui posa il piede, e vorrebbe nello stesso tempo ch'egli fosse libero e potesse vivere con piacere.... Vorrebbe molte cose contradditorie, e un bel giorno arrischia di perdere interamente la testa.

Durante una passeggiata a cavallo ha notato che la premura di Giorgio per la marchesa Rusticucci oltrepassa il segno della convenienza, e che tra l'uno e l'altra si scambiano occhiate e sorrisi, che Ninnì definisce per “terribili„. Fa tutta la sua cavalcata senza schiudere labbro, non badando affatto al duca di Telmi, il quale s'affretta a essere con lei così premuroso come Giorgio è con la marchesa, ma non gli toccano, al più, che sorrisi gelidi, e Ninnì si dimentica anche di ringraziarlo.

All'indomani piomba dalla marchesa Rusticucci. Questa non riceve ed è anzi per uscire, ma udendo il nome di Ninnì, le va incontro, le tende le mani amichevolmente: e Ninnì le dice con voce rauca:

— Ti piace Giorgio? Ti piace mio marito? Vuoi portarmelo via?

Al veder la faccia scombuiata dell'altra, capisce lo sproposito che ha commesso, e aggiunge subito:

— Oh te ne supplico, perdonami!... Non sono gelosa; ma gli voglio tanto bene!... Sono venuta in casa tua a offenderti.... Ti domando perdono....

La marchesa che ha dieci anni più di Ninnì, i capelli biondi un po' tinti e un po' finti, e parecchie date fatali nel suo calendario, sorride, se la stringe al petto e la racconsola; anzi la conduce a passeggio in carrozza perchè si distragga, ed è molto buona con lei.... Ma avverte Giorgio, più tardi:

— Quella vostra pupa bisognerà educarla, se non volete che un giorno o l'altro vi dia qualche seccatura. Non è ancora _dressée_....

Per _dresser_ la piccola tigre, Giorgio fa sforzi sovrumani, e non vi riesce.

Egli era sincero, in principio, raccontava tutto: “La tale mi piace; Tizia si veste bene; Sempronia riceve con molto garbo„. Ma non è stato possibile seguitar per la via. Agli occhi di Ninnì, ogni donna menzionata da Giorgio con parole lusinghiere era un'amante, cosicchè si sarebbe detto che egli ne seducesse una la mattina e una la sera. Allora Giorgio non ha più aperto bocca, e si è guardato accuratamente dall'esprimere un'opinione intorno alle amiche di sua moglie; e questa cautela ha dato per frutto che ogni qualvolta Ninnì ha scoperto che Giorgio è andato a trovare la Marnoldi o la Palmieri ed è stato zitto, il silenzio del marito le è parso indizio certissimo di tradimento.

Giorgio s'è anche provato a discutere, dimostrando a Ninnì ch'egli l'adora ed è fedele; che se non fosse fedele, non sarebbe tanto sciocco da additar con espressioni ammirative proprio quelle che non dovrebbe mettere in troppa luce; che un po' di galanteria, d'innocuo corteggiamento, è necessario al ben vivere....

— È necessario? — ha osservato Ninnì. — E allora, te la troverò io, la donna da corteggiare per il ben vivere.... Deve essere simpatica a me.... Te la troverò io....

E l'ha trovata, con immenso stupore di Giorgio.

Egli credeva che sua moglie dovesse comparirgli innanzi un giorno con qualche amica gobba o guercia o almeno sessantenne; e non è a dirsi la meraviglia di lui allorchè dalle preferenze concesse, dalle espressioni di simpatia, dall'intimità ostentata, ha potuto comprendere che Ninnì si fida di Tatiana Cordiglieri.

Tatiana Cordiglieri è un'importazione; figlia del principe Sebastow, — al Caucaso i grandi proprietari hanno tutti il titolo di principe, o se lo prendono, insieme col treno che li conduce all'estero, — Tatiana ha ventitrè anni, e da due è sposa al vecchio conte Cordiglieri, deputato al Parlamento.

Si sa che l'on. Cordiglieri ha fatto enormi sacrifici pecuniari per il partito liberale-conservatore, il quale lo rimerita chiamandolo “l'illustre Uomo„ con l'U maiuscola; i partiti restituiscono sempre i quattrini a questa maniera. E l'illustre Uomo se n'è compensato, sposando Tatiana Sebastow, della quale erano assai più tangibili e sicuri i milioni che il titolo di principessa.

— Corteggiala pure, — ha detto Ninnì a Giorgio quasi sfidandolo. — È una slava; carattere fiero, dritto, leale.... Le slave son meglio delle italiane; non si lascian pigliare all'amo del sentimentalismo; poi sono fredde e logiche, e non mancano ai loro doveri....

Giorgio si è chiesto invano quando e come sua moglie abbia appreso tanta scienza etnografica; ma ha visto che Tatiana è molto graziosa: carnato scuro con occhi cilestrissimi; capelli castani a riflessi dorati; statura al disotto della media, per le quali stature sono state scoperte apposta le statuette di Tanagra. E gode una libertà sconfinata, perchè l'onorevole Cordiglieri deve aver delle slave la stessa opinione che Ninnì.

Tatiana ride spesso, di tutti e di tutto; ma nervosamente, con qualche improvviso sprazzo di malinconia, che indica una lacuna nel suo sentimento, un dubbio nella sua vita, una volontà oscura e inquieta, che potrebbe chiarirsi domani. Le piace molto l'Italia, e in un anno ne ha imparato la lingua, che parla con lieve accento esotico, dimenticando spesso gli articoli e le doppie, e moltiplicando le dentali, ma piacevolmente.

— Caro Giorgio Nicolajevic, — dice talora sorridendo. — Io farò qualche follia per il vostro magnifico paese....

— Speriamo, speriamo! — risponde Giorgio con umiltà.

E a Ninnì rende conto delle sue impressioni.

— Hai ragione; è un carattere di ferro. Come vuol bene a suo marito! Non vede altri al mondo, e sarebbe ridicolo corteggiarla.

— Sarebbe ridicolo anche perchè è brutta, — risponde Ninnì. — Non mi dirai che quella pelle di rame con quegli occhi di porcellana e i capelli di tutti i colori siano gli attributi d'una bella donna. Ma è tanto buona e tanto seria, poveretta, che io le voglio bene come a una sorella....

L'on. Cordiglieri è a Roma, in procinto di fare altri sacrifici pel partito liberale-conservatore; l'illustre Uomo sta guadagnandosi anche l'I maiuscola. Ha lasciato Tatiana in provincia, perchè la sua giovane moglie, dopo averla sognata da lontano, ha sentito d'un tratto una certa avversione per la capitale, e teme che l'aria non le convenga.... Sta benissimo dov'è, tra Ninnì e Giorgio che le tengono una così bella compagnia.

Giorgio, specialmente, le tien compagnia. Da quando per imprevisto decreto di Ninnì, Tatiana è diventata sua sorella, Giorgio s'è fatto più assiduo e audace, ne parla senza timore, si abitua al suo tè troppo aromatico e alla sua automobile troppo veloce; non fa una gita con Ninnì se non abbia al fianco Tatiana, rassegnandosi a far qualche gita con Tatiana anche se non ha al fianco Ninnì.

— È peccato, — osserva questa un giorno,-è peccato che non sia felice. Si capisce che non è felice, non è vero? perchè muta così bizzarramente d'umore....! Io so; le manca un bimbo, un piccolo bambino che dia uno scopo alla sua vita.... Se avesse un bambino, sarebbe felice....

Giorgio non risponde, e accende una sigaretta.

La Marnoldi, la Rusticucci, la Palmieri, tutte quelle che Ninnì chiamava con pochissimo rispetto “le favorite„, non dicono mai parola di Tatiana Cordiglieri; hanno il silenzio ironico e si divertono a chiedere a Giorgio se veramente il tè si dice _ciai_ in russo e se “ti amo„ si traduce proprio _Ya lublù tibià_.... Giorgio sta duro ed evita d'incontrarle.

Il duca di Telmi serra più dappresso Ninnì, che si stupisce della sua costanza quasi rabbiosa. Egli è attento, ostinato, longanime; ma quando gli viene alle labbra una insinuazione sulla condotta di Giorgio, se la ringóia, lisciandosi la barba stupenda.

Poi, d'un tratto, passa un'ombra di malinconia nella vita di Ninnì.

— Sai? — annunzia a Giorgio. — Perdiamo Tatiana!... Va a Roma, a raggiungere suo marito. Così, improvvisamente, bruscamente; non è più d'un mese, mi diceva che non avrebbe messo piede a Roma fin che suo marito non fosse venuto a prenderla; aveva paura delle febbri, come tutti gli stranieri che non ci sono mai stati.... E ora, eccola che parte!... Mi dispiace molto, molto; le volevo bene, te l'ho detto, come a una sorella.... E non tornerà, vedrai; si abituerà a Roma....

— Tornerà, — dichiara Giorgio pacatamente. — Non trovo affatto strano che una moglie raggiunga il marito. Avrà qualche cosa da dirgli....

Segue un breve silenzio; Ninnì si raccoglie a meditare, aggrondata la fronte e riunite le labbra a un piccolo muso.

— Giorgio!...

— Che hai?

— Non l'avrai mica disgustata con la tua corte? Non le avrai snocciolato le solite sciocchezze della figuretta gentile ed elastica? Con le slave non si possono dire queste cose.... Mi dispiacerebbe per lei, intendiamoci; parlo per lei, non per me. Io non sono gelosa....

— Non sei gelosa, lo so, non ti degni!... Ma ti pare, Ninnì? Corteggiare una tua sorella? E poi così fredda e logica, così diversa dalle italiane, così nemica del sentimentalismo?... Ah, bisogna dirlo alto: le slave non mancano ai loro doveri....

E perchè Ninnì non gli veda gli occhi che ridono, Giorgio s'inchina ad accendere la sigaretta, tenendo il cerino tra le mani chiuse a coppa, come se nel salotto soffiasse un vento infernale....

LA SIGNORINA EMPIASTRO.

Pochi giorni prima di prendere congedo dalla famiglia Grifi, l'istitutrice si degnò di confidarsi con la cameriera. Era un'istitutrice francese, la quale parlava l'italiano con sufficiente esattezza; e doveva essere sostituita da un'istitutrice inglese, la quale parlasse il francese con sufficiente esattezza.

— Io sono contenta d'andarmene, — disse Mademoiselle. — Non posso lagnarmi della signora e del signore, che mi han trattato sempre bene. Ma la signorina! Come fate voi a resistere? Come si può starle vicino senza impazzire? In un anno, ho percorso tutta una _Via Crucis_ che non dimenticherò più. Me ne vado, e sono contenta. Sono contenta di lasciar la casa e la signorina Empiastro....

La cameriera, stupefatta a udir così definita brutalmente la piccola Nora Grifi, non trovò risposta; ma il soprannome di signorina Empiastro per la fanciulla di sedici anni tutta gentile, le parve disgraziato e ingiusto.... E quando Mademoiselle se ne fu andata coi molti bei regali che i signori Grifi non mancarono di farle, la cameriera osò aprirsene con Nora.

Andò una mattina, come di solito, a svegliarla assai presto; e mentre la giovinetta, appoggiata ai guanciali, i capelli bruni sparsi sugli omeri, centellava la sua cioccolata, e guardando fuor dalla finestra aperta a piè del letto, sorrideva al bel sole e al cinguettìo insolente dei passeri in giardino, la cameriera le chiese se non le dispiaceva che Mademoiselle avesse lasciata la casa.

— No, vedi, non me ne importa nulla! — rispose Nora scuotendo il capo. — Non me ne importa nulla, perchè non potevo volerle bene.... Avevo provato a volerle bene, ma mi sono accorta che la infastidivo, che non intendeva rinunziare per me alla sua poca libertà, che mi guardava come avessi voluto incatenarla.... E allora, non le ho voluto bene....

Restituì il vassoio alla ragazza e gettate le coltri, infilati i piedini nelle pianelle, avvoltasi nell'accappatoio color di fiamma viva, s'avviò per correre al suo bagno.... Ma si fermò di repente, come pensierosa, mentre la cameriera la guardava nella dorata luce solare, dritta e fresca a guisa d'un fiore porpureo.

— La colpa è mia! — disse Nora a mo' di conclusione. — Io non so voler bere. Stanco tutti. Ho stancato la mamma e il papà e Mademoiselle e le mie amiche.... Mi chiamano la signorina Empiastro....

— Come, lei sa?... — esclamò la ragazza sbalordita.

— Lo sai tu pure, mi sembra?

— Me lo ha detto Mademoiselle ieri l'altro.... — balbettò la cameriera.

— Vedi? Lo sanno e lo dicono tutti!... La signorina Empiastro significa una fanciulla che ha bisogno di voler bene, e non sa voler bene coi dovuti riguardi, e si attacca troppo, e annoia e infastidisce e irrita.... Io sono la signorina Empiastro....

Spiccò un salto, a pie' pari, come un puledro che caracollasse, e prima d'entrare nell'alcova, si affacciò alla finestra, guardò i cimi degli alberi agitati dallo svolazzare dei passeri, li salutò con molti cenni del capo e rise; poi scomparve. La cameriera udì il tuffo nell'acqua, e corse a deporre il vassoio per tornar nell'alcova ad asciugare la fanciulla.

In casa, Nora Grifi comandava; le mettevano al fianco una istitutrice d'un qualunque paese che non fosse italiano, e la lasciavano sbizzarrire. La mamma e il papà non la vedevano che all'ora della colazione e del pranzo, e perchè v'eran quasi sempre invitati, si scambiavano anche in quell'ora poche parole. Tutto il resto della giornata era libera; studiava il piano, faceva molti sgorbi all'acquerello o col lapis, andava a passeggio con l'istitutrice, s'indugiava in giardino, ch'era la sua più cara proprietà e veniva coltivato da lei, leggeva i romanzi permessi, sbrigava la corrispondenza con qualche amica lontana, e si comprava tutto ciò che le aveva destato una curiosità, la quale non durava più di ventiquattr'ore. Aveva comperato un grammofono, una bicicletta, una macchina per proiezioni, una gelatiera istantanea, gli oggetti più strani dei quali aveva appreso le virtù e le meraviglie dagli avvisi delle riviste; poi li aveva regalati per far posto ad altre compere....

Non comperava se non per andar nei magazzini e nei negozi a vedere molta roba accatastata; era il suo divertimento del pomeriggio; le piaceva l'odor del cuoio, delle stoffe seriche, delle confetterie, e ne inventava ella stessa, sentendo l'odore dell'argento e dei merletti e dei gioielli. Qualche volta in un negozio s'imbatteva nella mamma, che dopo averle detto una parola garbata, raggiungeva la sua carrozza e la lasciava con l'istitutrice.

Nora non ricordava d'aver mai fatto una passeggiata lunga con sua madre. Quanto al papà, era giusto; aveva la Banca, la Borsa, e non poteva sciupar tempo con la signorina Empiastro, che gli si sarebbe appesa al braccio e avrebbe ciangottato una infinità di piccole sciocchezze per tutta la durata del passeggio.

I signori Grifi avevano lungamente sognato d'avere un erede; dopo quattro anni di matrimonio, era nata una femmina, Nora, e la delusione era stata cocente. La trattavan bene, le concedevano tutto, la guardavano con indulgenza; ma non si curavano di capirla, nè di farsi capire. Ella, del resto, aveva già le sue afflizioni: le istitutrici e i fidanzamenti. La casa era frequentata da gentiluomini brillanti, ufficiali di cavalleria e aristocratici che avevan vissuto. Di tanto in tanto, benchè Nora non avesse più di sedici anni, qualcuno si faceva innanzi, tastava terreno con la mamma e il papà, e si ritirava.

Piaceva, Nora. Era savia, nonostante la sua sventataggine; era bella, allegra, ricca, seducente per mille inconscie seduzioni femminili. E sua madre non per altro, se non per obbligo di coscienza, l'avvertiva ch'era stata chiesta la sua mano.

— Non per oggi, nè per domani, intendiamoci! — soggiungeva. — Sono disposti ad attendere un anno, due, tre....

— Ho capito! — esclamò una volta la fanciulla con inconsapevole cinismo. — Cominciano le prenotazioni, come per una _première_.

Toniolo Montalba, che aveva portato quel giorno un cartoccio di _silene pendula_, diede in una risata.

— Ha detto una cosa grande! — egli esclamò, accompagnandola poco dopo in giardino.

Per Toniolo Montalba, tutte eran grandi le cose che diceva Nora. Egli contava ventisei anni; era medico; alto, magro, pallido, intristito da una specie di pigrizia sentimentale, che pareva averlo addormentato innanzi tempo. Il destino gli si era messo contro, da un pezzo. Non ne indovinava una, quantunque, presa la laurea già da cinque anni, avesse una coltura e un'intelligenza eccezionali. Non aveva clientela; le donne lo guardavano ironicamente; gli uomini non lo consideravano per nulla. Guarita Nora da una bronchite minacciosa, era diventato amico di casa; lo si dimenticava un po', come un mobile; era inutile e necessario a un tempo. Aiutava Nora nei suoi esperimenti di giardinaggio, parlava poco e stava molto con le mani in mano, a meditare non si sapeva che cosa.

Nora era spesso accompagnata da lui, dall'istitutrice e da _Trust_, un barbone simile a un batuffolo di seta bianca. Toniolo aveva suggerito di far tutto un corredo a _Trust_, e Nora gli aveva fatto un corredo di nastri e di collaretti e di musoliere e di soprabiti per l'inverno; lo aveva calzato con quattro piccoli stivali a stringhe perchè potesse comparire degnamente in salotto e non insudiciasse i tappeti. Lo si udiva galoppare pei corridoi con quei quattro stivali, che facevano pensare all'avvicinarsi d'un elefante; e quando s'affacciava, era tale una risata, che _Trust_ si metteva subito a sedere, guardandosi intorno stupefatto.

Venne l'istitutrice inglese, e venne insieme una proposta di fidanzamento del dottor Guidelli.

L'istitutrice, miss Evelina Towsend, era peggio di quell'altra: fredda, stecchita, meticolosa, si stupiva di tutto, voleva insegnare il risparmio alla fanciulla, deplorava che avesse tanto danaro, e coglieva ogni occasione per farle una lezione di morale.

Il dottor Guidelli, giovane e ricco, guardava molto la fanciulla e amava ascoltarne il chiacchierio; era per lei rispettoso, attento, sollecito, qualche volta improvvisamente timido.

— Che cosa pensi del dottor Guidelli? — le chiese la mamma, tanto per chiedere.

— Io? Proprio niente! Voglio comperarmi un paio di guanti bianchi filettati di rosso, che ho visto ieri. Ti pare che mi staranno bene?

— Ti staranno bene. E allora, il dottor Guidelli?

— Ma che devo farmene? Non ci ho già il dottor Montalba che mi aiuta a curare le aiuole? Tu vedessi quella sassifraga, com'è riuscita!

Dell'istitutrice si sbarazzò in maniera semplice. Litigò con lei perchè non le permetteva la sera di fare i “salti mortali„ sul letto, prima di coricarsi. Nora affermava che tutte le altre istitutrici glielo avevano permesso.

— Facevamo le capriole insieme. Se lei non sa farle, almeno le lasci fare a me!

Miss Evelina Towsend non rispose. Nora s'arrampicò sul letto.