Part 4
Lo Sciara non disse parola, e allora Estella soggiunse, dubitosa:
— Ascolti.... Mi ascolta?... Io ho pensato stanotte che sono stata insoffribilmente cattiva con lei, e l'ho fatto ammattire tutto il giorno. Ne ho un vero rimorso, e temo che lei mi lasci con una pessima impressione. Non so come farmi perdonare; non ho più tempo per dimostrarle che sono buona....
Tullio interruppe:
— La giornata che abbiamo passato insieme è stata un raggio di felicità per me.
— Anche per me, — disse Estella, respirando come liberata da un peso. — Ero felice; non avrei mai voluto che apparisse l'alba. Se mi si concedesse ancora un giorno così bello....
Tacque; s'accorse di dire troppo. Ma Tullio volle udire e incalzò:
— Che cosa farebbe?
— Qualunque sacrificio, — confermò Estella incoraggiata. — Ho pensato stanotte che mi taglierei tutti i capelli, per ottenere questa grazia; poi ho riso da sola, perchè sarei orribile, e lei si vergognerebbe di una ragazza tanto brutta, e non mi condurrebbe in viaggio e all'albergo.
— Io, — disse Tullio, — mi lascerei tagliare la mano sinistra, per riavere, non un giorno, ma molti giorni come quello che abbiam passato insieme.
— Che bella coppia! — esclamò la giovinetta. — Lei senza mano, e io senza capelli!
Risero, e fu l'ultimo lampo di gioia. Poi a poco a poco, la malinconia li vinse, il silenzio li riprese; squadrarono con rancore, quasi con odio, i viaggiatori che di stazione in stazione andavano prendendo posto nella sala e disturbavano il muto dialogo delle loro anime. Estella sentiva un amaro nodo alla gola, un desiderio di piangere, come se ciascuna toccata del battello l'avvicinasse a un destino triste; e per trovare forza, dovette dirsi che suo padre l'aspettava.
— Sente il suo profumo? — chiese Tullio. — È nel mio fazzoletto, con le sue care lagrime....
Ella non rispose; volse il capo, guardando fuori, perchè l'amico non vedesse che nuove lagrime le facevano velo agli occhi.
Tullio riprese:
— Ricordi la promessa. Nessuno deve sapere mai che noi abbiam passato insieme un'intera giornata.
— _Mai!_ — ripetè la fanciulla. — Mai, nessuno al mondo. Sarà il nostro segreto.
E non dissero più altro. Solo, quando il battello toccò Bellagio ed Estella s'avviava all'approdo, ella mormorò ancora con voce addolorata:
— Ahimè, come tutto finisce!
X.
La signora Anna Arrigoni, giunta a Brescia, trovò la figlia Francesca aggravatissima; e pochi giorni di poi, la giovane sposa moriva. Fu per tale ragione che la signora Anna si stabilì a Brescia; volle allevare ella stessa il bimbo della figlia sua e dar mano alla casa, poichè il genero non poteva togliersi ai suoi affari.
Estella e Tullio furono rapidamente ripresi dalla vita d'ogni giorno. Tullio si gettò al lavoro con rabbia, tentando di obliare e illudendosi in pari tempo che con una volontà sovrumana, con uno sforzo tenace avrebbe raggiunto la ricchezza di cui aveva bisogno per tornare a Bellagio, ripresentarsi a Estella e ricondurla seco per sempre; ma a mano a mano ch'egli procedeva, il tempo affievoliva il ricordo, la volontà declinava, lo sforzo si faceva ordinario.
E passarono dieci anni, senza che Estella e Tullio si vedessero; dieci anni, lunghi nei giorni di patimento, fugaci nelle poche ore di gaudio e di piacere.
Un giorno a Firenze, mentre una giovane signora bionda stava affacciata alla finestra dell'albergo e guardava in giardino, un uomo passeggiava pei viali, fumando e fermandosi qua e là a osservare i cespi di rose e sul prato una tempesta di margherite gialle.
Era, sì, mutato; alla barba e ai capelli si mescolavano numerosi fili argentei; rughe precoci gli solcavano la fronte, e un'espressione strana animava il suo volto. Ma la signora lo riconobbe alla prima occhiata; e senza riflettere, discese, entrò in giardino, andò incontro all'uomo, che s'era chinato a raccogliere qualche margheritella.
Egli alzò il capo, udendo il fruscìo della veste sulla ghiaia; e d'un subito, alla sveltezza della figura, alla luce che veniva da quegli occhi ceruli, anch'egli riconobbe la signora.
Un largo sedile era a ridosso d'una magnolia lussuosa. Essi presero posto e parlarono.
La signora bionda s'era fatta incontro all'uomo con un subitaneo tumulto nel cuore, il volto imporporato da una fiamma di verecondia quasi timorosa. Nulla aveva essa perduto del riserbo e della grazia d'un giorno. Era diventata più bella, ma l'anima rimaneva sempre chiarissima e dolce.
L'uomo era sorridente e freddo. La sua parola incalzava, facile ai madrigali, ricca di adulazioni e di lusinghe, accorta e calcolatrice, tanto che la donna lo interruppe.
— E lei, — disse, — non ha preso moglie?
— Io? — egli rispose ridendo. — Ah no! Ho rinunziato al matrimonio, perchè diffido di tutti e non ho alcuna inclinazione alla famiglia, che è una noia e un impaccio. Meglio vivere divertendomi e lasciando che si sposino gli amici....
Rise ancora, con un riso sinistro. Allora la donna capì l'espressione del volto, che le era parsa strana: libertinaggio; e chinati gli occhi perchè egli non potesse leggerle nello sguardo lo spavento per la cruda rivelazione, stette ad ascoltarlo, notando che anche la voce di lui era diversa da quella d'un giorno, divenuta rauca e mordace.
— Lei ha fatto bene a maritarsi, — egli diceva. — Ma noi uomini possiamo sfuggire agevolmente a questa sorte e io tento sfuggirla con la cura più meticolosa.... Del resto, alla mia età, pochi pericoli mi insidiano ormai, in questo campo.... Ma lei è felice; i suoi magnifici occhi hanno uno sguardo tanto calmo, che dicono la pace e la soddisfazione.... Io l'ammiro molto.... La sua bellezza è nobile e squisita....
Mentr'egli parlava, la signora andava osservando che una mano di lui, posata sopra un ginocchio e guantata, rimaneva sempre immobile, come inerte, come lignea. Egli s'accorse di quello sguardo insistente, quasi interrogativo, e disse, con accento breve d'indifferenza:
— Mi guarda? Ho perduto la mano, in rissa, una notte....
Fu stupito vedendo che la signora impallidiva.
— Ebbene, — soggiunse, — che c'è? _À la guerre comme à la guerre...._
— La mano sinistra! — esclamò la donna quasi con un grido. — Non ricorda più nulla?
— Che cosa devo ricordare? — egli domandò ancora sorpreso.
— Nulla, ha ragione! — ripetè la donna con voce spenta.
— Lei si ferma a lungo qui? — egli continuò. — Permetterà che ci vediamo?
I suoi occhi acuti circondavano e cinghiavano il bel corpo agile della signora.
Ma questa si alzò di scatto.
— No, — rispose. — Non mi fermo; dovevo partire stasera, ma partirò subito.... Raggiungo mio marito a Londra.
Gli tese la mano; egli la strinse, freddo, perduta ormai ogni speranza di seduzione.
Così si lasciarono, e nella vita non s'incontrarono mai più.
IL DIALOGO DELLE BAMBOLE.
È venuto il cronista a dirmi:
— Si rammenta, direttore, di quella giovane bionda, che alcune sere fa, a teatro, era in un palco di fronte al nostro?... L'hanno trovata morta, a letto.... Si è uccisa iersera. Ascolti.
Ascolto. Risuonano le voci rauche degli strilloni, che gridano per _calli_ e per _campi_, lontano e vicino: _Il supplimento! Il supplimento!_
Supplemento di non si sa che cosa, è un foglietto a due centesimi, che si pubblica in occasione d'avvenimenti drammatici, e che il popolino compera e legge con avidità. Il supplemento narra oggi la morte della giovane bionda, che ho visto a teatro.
Non era sola a teatro. Dirimpetto a lei sedeva un uomo sulla trentina, il cui volto bruno, e l'espressione decisa risaltavan nettamente sul fondo d'oro opaco del palchetto.
La sua compagna aveva annodati i capelli in trecce strettissime attorno alla testa, quasi per costringere l'impeto e nasconder l'opulenza della chioma, che sotto i raggi della luce elettrica mandava bagliori aurei. Era assai giovane, la sconosciuta; e a quando a quando posava le mani sul parapetto del palco, mani guantate di bianco, lunghe e sottili.
— Vuol venire a vederla? — mi chiede il cronista.
— Che? A vedere il cadavere? La ringrazio!
Il giovanotto sorride; ha visto tanti cadaveri, tanti spettacoli di lutto con l'occhio indifferente, che la mia avversione gli pare bizzarra.
— Perchè si è uccisa? — domando.
— Per il silenzio.
Guardo il cronista che non batte ciglio.
— Per il silenzio di chi? — interrogo.
— Per il silenzio della città, pel silenzio di Venezia....
— Il silenzio uccide?
— Pare....
— Ci sarà un'altra ragione, via! Quel giovanotto che l'accompagnava era suo marito?
— No, signore. Era il suo amante....
— Allora l'amante l'avrà tradita, abbandonata.... Di silenzio non si muore....
Ma non ho ancora affermato questo principio, che già ne dubito.... Perchè non si muore di silenzio? Perchè il silenzio non deve uccidere? Che sappiamo noi di ciò che sente l'anima d'un altro?
Vado alla finestra, scosto la cortina, e guardo. Piove; piove da stamane, lentamente, lentamente, e tutto il _campo_ sul quale prospettano le finestre del giornale luccica d'acqua. Laggiù, a sinistra, rade figurette nere salgono e scendono il ponte; un bambino col cappotto bigio e il berretto rosso torna dalla scuola, e tiene in mano un piccolo paniere.... Poi il ponte resta qualche minuto deserto, e tutto il _campo_ è deserto.... Le finestre delle case di fronte son chiuse e dentro non vi si vede che nero.... Ah questa Venezia immobile e taciturna, come è diversa da quella che conoscono gli stranieri, tripudiante nelle luci primaverili, calda e sensuale!... Eppure qui nascono, in questo silenzio, le più gaie e le più voluttuose donne del mondo....
— Io ho interrogati tutti, il portiere, il direttore dell'albergo, la cameriera che la serviva abitualmente, e tutti mi han detto che si lagnava d'una cosa sola, del silenzio.... _Ce silence, ce maudit silence!_
— Han trovato danaro?
— Sì; milleduecento lire.
— E l'amante?
— L'amante è partito da tre giorni, ma deve tornare domani....
— Lei è molto ingenuo, — osservo al cronista. — L'amante non tornerà nè domani nè doman l'altro: la ragazza lo sapeva, e si è uccisa....
— Scusi, direttore, — mi rimbecca il giovanotto. — Con quelle milleduecento lire poteva raggiungerlo.
— Se avesse saputo dov'era, naturalmente....
— E allora? Ci son tanti uomini, tanti giovani.... — mormora il cronista.
— Lei pensa che la ragazza doveva darsi a lei? Avrebbe fatto un buon negozio, disgraziata!... Non ci sono tanti uomini, come non ci sono tante donne; qualche volta, c'è un uomo solo, c'è una donna sola; ed è la volta in cui ci si uccide....
— Talchè, lei crede, direttore, che si sia uccisa perchè l'amico l'ha abbandonata?
— Non credo nulla....
— E tutti dicono invece che si è uccisa pel silenzio, — insiste il giovanotto.
Io non rispondo e ascolto. Ascolto, — cosa strana, — il silenzio, che è quasi materiale, quasi tangibile, che si può ascoltare come uno strepito.... È il silenzio delle campagne sepolte sotto la neve, quel silenzio che disperderebbe senza eco la voce più forte.... Ecco d'un tratto, di lontano, vien l'onda metallica d'uno scampanìo affievolito, velato, sordo; poi cessa, a poco a poco, e il silenzio si stende di nuovo, implacabile, senza confine.... Ecco ancora: il grido gutturale d'un gondoliere, che gira con la sua gondola l'angolo d'un palazzo: _Sta....i!_ E null'altro, per un quarto d'ora, per un'ora, forse fino a domani.... L'acqua cade monotona e sul ponte passano adagio adagio, guardando i gradini lubrici, le figurette nere.... Perchè non si sarebbe uccisa, abbandonata e sola in questo insopportabile manto di silenzio, straniera fra stranieri?
— Come si chiamava?
— Wanda, era polacca; diciannove anni; fuggita di casa con quel signore che lei ha visto a teatro.... Ha lasciato una lettera per la sua famiglia, e si è tirata un colpo di rivoltella al cuore....
— Male; si sbaglia quasi sempre; meglio in bocca o alla tempia; meglio di tutto, una rivoltella per ciascuna tempia....
— Direttore, lei ha fatto studi speciali? — mi chiede il cronista esitando.
— Non si sa mai....
— Con una rivoltella sola, Wanda non ha sbagliato! — dichiara il giovanotto trionfalmente.
— L'ammiro. Aveva il polso fermo.
— Le polacche non ischerzano! — dichiara di nuovo il giovanotto.
E la frase mi fa ridere. Se ben mi ricordo, deve avere avuto un'amante polacca, l'anno scorso, incontrata a una pensione di Lido. Egli parla da conoscitore....
— Non si è mai lagnata della partenza del suo amico, Wanda Zablinsky, — insiste. — Ma sempre del silenzio, della malinconia, della pioggia.... Diceva d'avere imaginata una Venezia tutta diversa, tutta diversa.
— Voleva il caldo in dicembre? Fa caldo a Varsavia, in dicembre?... Perchè l'ha condotta a Venezia, quell'imbecille? Doveva condurla al Cairo....
— Ma il silenzio? A Varsavia questo silenzio non c'è!
— E se il silenzio le faceva tanto male, perchè non è partita? A Londra, a Parigi, a Roma, a Napoli, c'è il rumore, il bel rumore che vi fa vivere della vita altrui, e vi fa dimenticar la vostra....
— S'è perduta, s'è smarrita, è rimasta, ed è morta, — dice il cronista.
— Lei parla come una pietra tombale.
Ma non parliamo più, nè io, nè lui. L'ombra è discesa repentinamente dal cielo bigio, e nell'ombra splendono sul campo i fanali a gas, illuminando il lastrico bagnato; qua e là, dentro le finestre, rilucono le lampade a petrolio....
— Viene a vederla? — riprende il giovane.
— Andiamo.
Il cronista m'accompagna per le _calli_ dove non sempre si può tener l'ombrello aperto, in causa della strettezza; e incontriamo pochi viandanti, appena riconoscibili alla fioca luce del gas. In verità, per godere questa ombra e questo silenzio, occorre un'anima temprata alla solitudine e sicura di sè; per non soffrirne, un'anima indifferente e molle.... Che importano il silenzio e l'ombra a questi veneziani miei amici, che hanno qui le case, la famiglia, la gioia?... La loro gioia è sepolta nell'ombra e nel silenzio, come lo scrigno dell'avaro in un sotterraneo misterioso.
Ma Wanda Zablinsky non aveva più nulla: fuggita di casa per un uomo, e abbandonata dall'uomo pel quale era fuggita, la famiglia lontana, la gioia perduta.... E il silenzio l'ha presa tutta e l'ha schiacciata.
Mi fermo. Il cronista è innanzi all'albergo; parla col portiere, poi col direttore. Quest'ultimo mi viene incontro, e mi saluta.
— Non lascio passare nessuno, — dice. — Ma lei, la stampa non ha barriere.... Abbiamo telegrafato alla famiglia.... Se ne parlerà ancora molto? Queste chiacchiere ci recano danno.... Io avrei piacere che la si finisse.... Fortunatamente abbiamo pochi forestieri, in questa stagione.... Che caso! È dispiaciuto a tutti.... Un caso di nevrastenia; non poteva sopportare il silenzio. Povera bambina! Le signore hanno mandato fiori, molti fiori.... Vedrà.... È al numero trentaquattro, secondo piano....
Salgo. La porta del numero trentaquattro è vigilata da una guardia di città, che mi lascia passare, riconoscendo il cronista.
E varcata appena la soglia, un profumo denso mi si precipita incontro, un profumo di violette, di tante violette, che la stanza illuminata ha preso il colore d'ametista carico. Violette dovunque, sciolte sul cassettone, sul tavolino, sparse a terra, annodate a guisa di ghirlanda intorno allo specchio, il quale rifletteva ieri l'imagine della fanciulla e rifletterà domani l'imagine d'un passante annoiato.
E che silenzio! Veramente il silenzio è assai greve in questa camera. _Ce silence, ce maudit silence!_ Le finestre guardano sul Canalazzo, che una bruma pesante ha invaso; non si vede più nulla, e la notte è calata prima del tempo. S'ode battere ritmicamente una goccia dalla grondaia sulla tettoia che ripara l'entrata dell'albergo: è un colpo isocrono, esatto, che segna il tempo come un pendolo, e dice che piove, che continua a piovere.... E null'altro. Ho guardato ogni cosa: c'è sul cassettone un pettine di tartaruga chiara costellato di _strass_, che scintillano tra le violette; più qua un nodo di velluto nero, disposto forse per esser messo tra i capelli, e un piccolo specchio da mano, chiuso in una cornicetta d'avorio.
Ho guardato ogni cosa; all'altro lato della camera è il letto col cadavere, ma non ho ancora osato gettarvi lo sguardo, e sento gli occhi del cronista che immobile nel mezzo della camera deve fissarmi con curiosità, non comprendendo la mia ripugnanza.
E infatti, ho torto.
Non c'è nulla di ripugnante nello spettacolo che mi si para innanzi, quando a capo scoperto mi avvicino al lettuccio d'ottone rilucente. Wanda è distesa, le mani lungo i fianchi, i capelli lunghissimi tutti sciolti; indossa un abito di velluto nero, che dà un risalto terribile al pallore del volto, e tramuta i capelli in un vero fiume d'oro lucido. Ha gli occhi chiusi, cerchiati d'azzurro, e le labbra bianche.
E le donne, dopo averla composta, l'hanno quasi sepolta sotto le viole, cosicchè il letto e i guanciali paiono una distesa di fiori su cui la giovane si sia adagiata per riposare.
— Ma che cosa è? — dico stupito, sottovoce.
Presso il volto della morta vedo un altro visetto con gli occhi aperti, sorridente, un visetto da bimba, che il cumulo delle viole m'aveva di prim'acchito nascosto.
— È la sua bambola, — mi risponde il cronista sottovoce. — L'hanno trovata al suo fianco e ve l'hanno lasciata.
La bambola! È una bambola bionda, vestita di velluto nero, come la fanciulla; e ride con gli occhi aperti, mettendo in quel muto spettacolo ferale una nota di vita, un'espressione ribelle di vivacità, che fa pensare alla bambola come a persona vera.... Era la sua amica, e le si è stesa al fianco, e sarà seppellita con lei. Gli occhioni azzurri mi fissano allegri e ingenui, quasi dicessero: — Non rattristarti: io e Wanda stiamo bene, riposiamo tra queste viole belle; è molto piacevole riposare così.... Io l'ho vista piangere ed ora dorme tranquilla; io so tutti i suoi segreti, e so che ha fatto bene a morire.... Non risvegliarla: lasciala passare!... —
La bambola sembra veramente felice di trovarsi con la padroncina, con tanti fiori, e i suoi occhi ridono e il suo visetto roseo ha un significato di soddisfazione quasi comica.
— Non ha lasciato lettere? — chiedo sottovoce.
— Una lettera, che fu sequestrata, alla famiglia. Mi pare d'averglielo detto.
— E all'amante, nulla?
— Nulla.
— Bene. Il disprezzo!
E non so perchè, questo mi fa tanto piacere che m'accorgo di parlare ad alta voce.
— È tornata alla bambola! — concludo con voce più sommessa.
A vederla così bianca, così bionda, così giovane, composta nell'abito di velluto nero, chiuso al collo severamente, si pensa che l'amore sia un frutto ancora acerbo per lei, e che la bambola le convenga meglio.
La straniera abbandonata nella città del silenzio è tornata alla bambola, come alla sola amica verace.
Ieri sera, hanno avuto un colloquio: tutt'e due bionde e vestite di velluto, tutt'e due smarrite e ingenue hanno scambiato i loro piccoli pensieri.
— Io sono sola, — ha detto la fanciulla. — E soffro, soffro molto. Che devo fare?
— Io non soffro, — ha risposto la bamboletta di cera e legno. — Sono allegra perchè non ho cuore che batta. Senti che rido?
— Il mio cuore batte troppo, batte orribilmente, e mi fa male.... Non posso ridere.... Vedi che piango?
— Perchè non lo fermi, il tuo cuore? Fermalo, se ti fa male, e potrai ridere, dopo.
— Tu credi?
— Sì: io ho visto una volta un orologiaio, presso la vetrina in cui vivevo prima che tu mi comprassi, ho visto un orologiaio il quale ha fermato il suo orologio, che avanzava e correva disperatamente, che batteva come il tuo cuore.... Il cuore non è il tuo orologio? E se è pazzo e ti fa male, tu devi fermarlo.
Allora la fanciulla ha adagiata la bambola sul letto, e ha preso l'arma.
— Aspettami. Ora lo fermo.
E posando il capo sul guanciale presso il capo della bambola, ha lasciato partire il colpo.
— Ecco, il cuore è fermo! — ha detto la bambola. — È fermo, e non ti fa più male. Dormiamo.
La fanciulla s'è addormentata per sempre, e la bambola, con quel suo lieve riso, con gli occhi azzurri sbarrati, ne vigila il sonno e mi guarda per dirmi che tutto va bene.
— Usciamo! — mormoro sottovoce. — Lasciamole stare!...
Raggiungiamo la soglia e apriamo cautamente la porta; ma prima d'abbandonare la camera color d'ametista, spengo la luce elettrica.
— Così dormiranno meglio, — osservo al mio compagno.
Egli annuisce con un cenno del capo, senza comprendere; e usciti dall'albergo, riprendiamo in silenzio la via, per le _calli_ taciturne e oscure....
LA FILOSOFIA DI MINNI.
Minni tornò a casa verso le cinque d'una pesante giornata sciroccale. Aveva fatto gli acquisti pel pranzo e recava un paio d'involtini con la carta rosea, tenendoli nella piegatura delle braccia. Senza curarsi della folla che si stendeva da piazza Colonna a piazza Barberini, aveva percorso tutta la strada col passo svelto e leggiero, temendo d'essere soprappresa dalla penombra del crepuscolo.
E giunta a casa, in quella strana via Campania, che, a un passo da Villa Umberto e da via Veneto, sembra ancora la strada d'un villaggio, non selciata, deserta, popolata la sera dai gatti, Minni salì una scala ed entrò nella sua camera al primo piano.
Ella abitava da lunghi mesi col marito quella vasta camera mobigliata in via Campania. Nel mezzo era il letto di ferro, assai largo; a destra, Minni aveva improvvisato un gabinetto da toeletta con un bel lavabo e mille piccole cose per l'abbigliamento; a sinistra, un'agrippina, sulla quale Minni aveva drappeggiato una stoffa di seta a colori vivaci; e v'era la tavola da pranzo, che si trasformava poi in tavola da lavoro, e disposte ai capi, due poltroncine. Così in quell'angolo, la sala da pranzo succedeva al salottino, secondo le ore; e una grande lampada a petrolio illuminava e riscaldava il luogo, poichè non v'era stufa.
Minni, bionda e graziosa, una di quelle donne il cui corpo stupisce per l'esatta perfezione delle linee e la cui anima chiude insospettati tesori d'energia, stese la tovaglia, mise sulla tavola due piatti, due posate, due bicchieri; e sopra un piatto più grande espose tutto il pranzo: salame, formaggio, ulive, una scatola di sardine. Poi v'erano una bottiglia d'acqua, un fiaschetto di vino, il pane.
Minni guardò un istante quei poveri preparativi, e per renderli meno tristi, piantò in mezzo alla tavola un vasetto di vetro con un mazzolino di fiori. Accese la grande lampada a petrolio, che doveva riscaldar la camera, e aspettando l'ora che il marito facesse ritorno, sedette sull'agrippina a leggere.
Leggeva un romanzo nel quale i milioni danzavano una ridda vertiginosa con le avventure più gaie. Da tempo, Minni leggeva soltanto per non pensare, per non sentire la miseria immeritata, e appena la distraevano dalla lettura le grida e gli schiamazzi dei monelli, i quali verso l'imbrunire s'impadronivano delle strade circostanti e facevano chiasso sino a sera.
Alle sette, ella udì aprir l'uscio nel corridoio, e indi a poco s'aperse la porta della camera, ed entrò Giorgio.
— Buona sera, _Blì_! — egli disse.
Dacchè l'aveva sposata, Giorgio s'era fatta l'abitudine di chiamar Minni, con i vezzeggiativi più curiosi. Il nome di lei, Emma, era diventato Minni, e le era rimasto; ma ogni poco, Giorgio glielo mutava con voci monosillabiche, nelle quali egli metteva un senso d'amore e di protezione come per un bambino.
— Quante belle cose avete comperato! — disse Giorgio, gettando un'occhiata alla tavola, mentre si levava il cappello e il soprabito.
Minni sorrise debolmente.
— Hai fame? — ella chiese.
— No, niente, sono stanco! — rispose Giorgio, avvicinandosi e baciandola sulla bocca. — Una noia spaventevole, tutto il giorno. E tu?
— Io ho fame. Ora preparo il caffè, e poi mangiamo.
Ella andò ad accendere la macchinetta pel caffè, e Giorgio sedendo sull'agrippina diede un'occhiata al libro che Minni aveva deposto sulla tavola.
— “Sì principe, — lesse Giorgio ad alta voce — il mio banchiere è pronto a rilasciarvi subito uno _chèque_ di trecentomila franchi. Non avete che da dare un ordine„.