Donne e fanciulle

Part 3

Chapter 33,823 wordsPublic domain

— Qualche volta, — proseguì, — la zia Anna viene a prendermi e mi conduce a Milano; ma non vado d'accordo con la zia; è troppo pedante; e dopo otto giorni ch'io sono da lei, io penso ad andarmene, e lei pensa a sbarazzarsi di me....

Stette un momento in silenzio, poi, rammentando la sua parte, si volse a Tullio, e aggiunse con perfetta sicurezza:

— Per ciò, zietto, quando vieni tu a trovarci è una gran festa; non è vero? Lo zio mi porta sempre molti regali, molta roba bella di Milano, e io gli voglio un gran bene. Non pei regali, s'intende, ma pel suo garbo, perchè ci tiene compagnia, e sa fare certe conversazioni interessanti con papà....

Tullio era scandalizzato. Ascoltava il racconto, dissimulando a fatica la maraviglia per la fantasia della giovinetta, la quale descriveva minutamente la vita con quello zio da commedia e inventava espressioni di squisita tenerezza per lui. Egli pensava intanto che a Bellagio non aveva messo piede da almeno dieci anni e non sapeva neppure dove stesse di casa sua nipote.

Ma Estella insisteva con una volubilità d'imagini, con una padronanza dell'argomento, con tal verosimiglianza di aneddoti e di particolari, che Ernesto Giuliani fu tutto preso dal quadro di quella semplice vita di famiglia, e non potè celare il suo entusiasmo.

— Hai un tesoro, — disse a Tullio, — un tesoro in tua nipote! Tienla cara; ti vuol tanto bene!

— Che bestia! — pensò Tullio.

E rispose ad alta voce:

— Ma sì, ne sono orgoglioso.... Del resto, hai udito: io sono gentile, io le porto i regali.... Faccio quel che posso, insomma....

Estella non battè ciglia, e la sua bocca non ebbe il minimo fremito di riso; forse ella cominciava davvero a credere d'essere nipote di Tullio Sciara....

Quando il treno rallentò, entrando nella stazione di Como, Ernesto Giuliani ripetè alla giovinetta la sua ammirazione, e di nuovo la raccomandò all'affetto dello zio. Estella accolse le lodi con modestia, a occhi bassi, ma sicura e tranquilla.

V.

Il vetturale al quale Tullio aveva dato ordine di condurli all'imbarco del battello, osservò che non v'erano battelli in partenza a quell'ora. Tullio rimbeccò che v'era un battello diretto a Bellagio. Il vetturale gli rispose sorridendo che la corsa era “facoltativa„, e che quel giorno, non essendovi mercati, la corsa non si effettuava. Tullio sfogliò l'orario, guardò, rilevò l'errore commesso.

Ne fu sbalordito e spaventato.

— Non c'è il battello, — egli disse alla ragazza con voce tremante. — Come fare? Bisogna passar la notte insieme.

— Meglio, — rispose Estella, ridendo. — Andremo a teatro!

— Che teatro, che teatro! — esclamò Tullio sbuffando. — Io la condurrò in un albergo, e quanto a me, dormirò in un altro....

Estella giunse le mani con atto di repentino terrore.

— No, — disse, — per carità, non mi abbandoni!...

Non voleva: aveva paura di rimanere sola all'albergo; che cosa avrebbero pensato di lei? come avrebbe potuto dormire? chiudersi a chiave, stava bene; ma chi assicurava che nella camera attigua non vi fosse un ladro? Sarebbe morta per l'orrore soltanto a pensarvi....

Ella s'era tutta sbiancata in volto, e tremava davvero in tal modo, che Tullio non potè nemmen tentare di persuaderla, non si sarebbe mai detto fosse la medesima, che poco prima rappresentava la commedia con sì astuta perizia.

Lo Sciara non insistette; salì in carrozza, diede l'indirizzo dell'albergo, e si rassegnò, mentre Estella racconsolata rideva, gli stringeva le mani in un impeto di gratitudine.

All'albergo offersero dapprima una camera con letto matrimoniale, poi due camere comunicanti. Tullio dovette dire che la ragazza era sua nipote, e chiedere due camere contigue, ma separate; e volgendosi, s'accorse che il viso d'Estella, alle prime offerte del direttore dell'albergo, s'era fatto di porpora.

— Finalmente, — pensò, — capisce qualche cosa; capisce l'impaccio di questa situazione.... Accidenti alla signora Anna e a tutte le femmine!

Ma il turbamento d'Estella scomparve subito, e salendo le scale, ella s'avvicinò allo Sciara, e gli disse sottovoce:

— Ancora nipote? Quanto mi piace!

Tullio chiuse fuggevolmente gli occhi. Era agitato lui, ora: la freddezza, il dominio dei nervi lo abbandonavano d'un tratto; l'intimità imprevista di quelle scene gli intorbidava il pensiero; e non poteva dir nulla alla giovinetta, ch'era superba di sentirsi in mano di lui, sotto la sua protezione.

Le camere belle, nitide, luminose, eran tappezzate con carta chiara; e ciascuna aveva un camino nell'angolo, una tavola nel mezzo, un letto tutto bianco; l'impiantito era lucido, quasi sdrucciolevole.

Estella fece portare subito le legna pei caminetti, e rimandò la cameriera. Volle accendere ella stessa il camino nella camera di Tullio.

E deposto il cappello, gettati i guanti, inginocchiata, dispose le legna sottili e poi le grosse, vi diede fuoco, e rimase a guardare la fiamma che andava allargandosi tra le legna che crepitavano.

Tullio, seduto in una poltrona, fissava la figurina, così gentile con la selva di capelli d'oro accendentisi ai riflessi del fuoco. Nulla di più soave che la linea di quel corpo ancora un po' magro e aspro nei contorni; nulla di più grazioso che i movimenti della giovinetta inginocchiata, la quale seguiva con gli occhi le fiamme azzurrastre e gialle, e andava perdendosi a poco a poco in qualche sogno....

Ma d'un tratto si riscosse, e balzò in piedi.

— Fra cinque minuti, — disse, — la camera sarà riscaldata.

Tullio sorrise senza rispondere.

— Sono contenta, — seguitò Estella. — Qui si sta molto bene. Non le pare che si stia molto bene? Nessuno sa che noi siamo qui: è una vera fuga. La zia ci crede a Bellagio, o in via di arrivarvi. Che mistero, che segreto!

Lo Sciara interruppe:

— Ascolti. Nessuno deve sapere mai che abbiam passato la notte all'albergo. Mai, ha capito? Noi partiremo domani in modo che suo padre ci creda provenienti da Milano, e lei non dirà mai a nessuno quello che ci è toccato stasera. Me lo promette?

— Glielo prometto, — rispose Estella.

— Forse lei non comprende, — soggiunse Tullio, notando un certo dubbio nella giovinetta. — Ma comprenderà più tardi, quando conoscerà il mondo e le sue cattiverie. Mi obbedisca senza discutere, se ha fiducia in me.

Ella rispose:

— Ma obbedirò certo, senza discutere. Io ho molta fiducia in lei!

Tullio sorrise di nuovo, guardandola. Ella era tanto placida, tanto ingenua, ch'egli sentì quasi vergogna del turbamento ond'era stato colto poco innanzi, e si rinfrancò d'un subito, come uscisse da un incubo.

— Suvvia, nipotina, — disse ridendo, — vuole che scendiamo a pranzare?

— Non osavo dirglielo, — rispose Estella con un breve rossore alla fronte. — Ma io ho una fame da lupo, anzi da lupa.

— Andiamo, allora, lupetta!

E Tullio si credette così padrone di sè, che passò un braccio attorno al busto della fanciulla, e, appoggiandosela al fianco, l'accompagnò per le scale fino alla sala da pranzo.

VI.

Non c'era nessuno, nella sala ampia, illuminata a luce elettrica; l'impressione del vasto locale, coi tavolini pronti e non occupati, sarebbe stata malinconica, se la gaiezza d'Estella non vi avesse diffuso immediatamente calore e simpatia.

Il pranzo fu allegro; Tullio e la fanciulla mangiarono con appetito e chiacchierarono con vivacità, quasi con entusiasmo. Estella non beveva vino, abitualmente, ma non disse nulla al suo compagno, e lasciò ch'egli facesse recare una bottiglia di vino valtellinese, infocato e piacevole, che le diede, con un'ardenza insolita, una instancabile vivacità.

Ella rideva e raccontava; raccontava certi piccoli episodii della sua piccola vita, certe scappatelle con le amiche di Bellagio, e Tullio notava il candore di quelle bricconerie, la purezza di ciò che la fanciulla credeva tanto furbesco e malizioso. Egli si vedeva di fronte a Estella, in quell'albergo di Como, in pieno gennaio, e si stupiva pel primo dell'avventura impreveduta e innocua.

— Io non ho mai bevuto lo sciampagna, — ella disse a un tratto.

— Ebbene? — domandò Tullio sorpreso.

— Ebbene.... vorrei berlo! — dichiarò Estella sorridendo.

— Questo poi, no, — rispose lo Sciara. — Uno zio non offre lo sciampagna alla nipote; lo sciampagna è un vino sospetto, e non si usa in famiglia....

— Me lo faccia assaggiare, — pregò la giovinetta con voce carezzevole. — Se non mi prendo un po' di spasso oggi, in questa serata misteriosa, quando me lo prenderò, dunque?

— Ahimè, che logica infelice! — mormorò Tullio.

— Io non devo dire mai che ho passato la notte all'albergo con lei; e non dirò nemmeno che ho bevuto lo sciampagna. Sarà un segreto che mi farà tanto, tanto piacere....

Ella s'era sporta innanzi, implorando con gli occhi ceruli, e mostrando col suo sorriso i piccoli denti nella bocca pura e fresca. Tullio s'accarezzò la barba, pensieroso.

— Temo che le faccia male, — obiettò. — Non è abituata a bere più vini....

Estella diede in una risata; se Tullio avesse saputo che non era abituata a berne neppure uno!

— E se si ubbriacasse, — continuò lo Sciara, — quale scandalo, quale vergogna!

— Mi faccia assaggiare; bagnerò appena la punta della lingua, — insistette la fanciulla. — È un capriccio. Non farò altri capricci, glielo prometto; dopo, sarò molto buona.

— Mi aveva promesso d'obbedire senza discutere, — osservò Tullio.

— Ha ragione; le chiedo scusa....

Allora, vedendola pentita, non sapendo egli stesso perchè, Tullio ordinò lo sciampagna.

Quando l'udì crepitar nelle coppe, gorgogliante nel suo bel colore di topazio, Estella diede in esclamazioni di gioia. Era uno sciampagna un po' dolce, e invece di bagnarvi la lingua, la fanciulla ne bevve una coppa intera.

— È delizioso, sa? — disse poi. — Le sono molto grata. Volevo bere lo sciampagna, perchè le mie amiche non l'hanno bevuto mai; ora so qualche cosa più di loro.

— Ma non può dirlo, — rispose Tullio sorridendo.

— Che importa? Quando si sa, si sa: io voglio sapere per me; e se le amiche parleranno ancora di sciampagna, io sorriderò, e nessuno capirà nulla....

— Bel gusto! — esclamò Tullio ridendo.

Dopo pranzo, Estella risalì nella sua camera a mettersi il cappello. Voleva uscire a veder le mode di Como; aveva pensato alle mode di Como, tanto per trovare un pretesto a fare una passeggiata sotto i portici e pel Lungolario. Nel frattempo, Tullio studiò le partenze dei battelli; fingendo d'arrivar da Milano alle nove, si poteva partire la mattina alle nove e mezzo, e diede gli ordini all'ufficio dell'albergo.

Estella ricomparve: aveva al collo una stola di pelo nero.

— Ho scovato nel baule il mio gatto, — disse. — Questo è un gatto che veniva sempre a miagolare nel mio giardino; poi l'ho trovato da un pellicciaio in forma di stola e l'ho comperato. Costa quindici lire, ma tiene caldo.

Sorrideva, accarezzando la stola, che le cingeva il collo come una leggiadra gorgiera e le allargava le spalle. E uscirono.

Che freddo, che freddo, faceva a Como, in gennaio!

Del Bisbino non era possibile scorgere la vetta, incappucciata in una nuvola grigiastra; e sotto la nuvola s'ampliava una larga distesa di neve; l'aria gelida soffiava di là, movendo le acque del primo bacino, che s'accartocciavano per il brividìo.

Col bavero della pelliccia alzato fino alle orecchie, gli occhi bassi a schivar certi mucchi di neve giallastra ond'era disseminata piazza Cavour, Tullio Sciara accompagnava Estella in quella inutile passeggiata, e correvano ambedue.

Videro le mode, nei negozii sotto i portici, ed Estella svelò che ella si vestiva sempre a Milano, dove si pagava più caro, ma si era veramente a ragguaglio delle novità.

— Non è vero ch'io vesto bene? — chiese a Tullio. — Non sono sempre elegante?

— È un gioiello, — rispose Tullio, squadrandola da capo a piedi, con attenzione. — Anche il gatto le si addice molto, perchè è scuro e dà rilievo ai capelli e al colorito....

S'inoltrarono per la strada lungo il lago, ma era tutta buia, e soffiava un rovaio pungentissimo. Estella procedeva a capo basso, con le gonne appiccicate al corpo, battendo le palpebre per la polvere e pel vento; Tullio s'era tirato il cappello fin sugli occhi e andava alla ventura, senza rispondere ai frizzi della fanciulla, che lo beffava pel suo modo di camminare.

— Badi a non cader nel lago! — gli diceva di tanto in tanto. — Occhio ai pesci!... Il vento le porterà via la barba!...

Il vento gli portò via il cappello, ed egli dovette correre perchè non andasse a finir nell'acqua; e la fanciulla assistette alla corsa, ridendo a voce alta, con un riso squillante e sonoro che veniva da un'anima senza sospetto.

— Ora torniamo, — ella disse, quando Tullio fu di nuovo al suo fianco. — Lei ha troppo freddo, e non voglio farle male. Io mi sono tutta rinfrescata.

— Rinfrescata? — ripetè lo Sciara. — Aveva caldo?

— Un poco, — mormorò Estella impacciata.

— Quel Valtellina e quello sciampagna bruciano come il fuoco, e io sono astemia, non ho mai bevuto una goccia di vino in tutta la vita....

L'espressione del viso di Tullio, il suo stupore e il suo sdegno furono così comici, che Estella, invece d'impaurirsene, diede nuovamente in una risata chiarissima.

— Non è cortese ciò che lei fa, — disse Tullio con voce severa. — Non deve prendersi giuoco d'un amico e rischiare di sentirsi male per un piacere così sciocco.

Estella abbassò il capo e non rispose. Il rimprovero diritto e rude l'aveva percossa duramente.

VII.

La cameriera aveva alimentato il fuoco nei caminetti, e le camere erano caldissime.

Quando furono sulla soglia, Estella domandò con voce malsicura:

— Non viene a farmi compagnia?

Tullio, al suono della voce velata, alzò gli occhi, vide che la fanciulla aveva pianto.

— Che cosa c'è? — disse. — Ha il viso bagnato di lagrime.

— Non viene a farmi compagnia? — ripetè Estella.

Lo Sciara la seguì nella sua camera, di cui la fanciulla richiuse la porta. E nuovamente egli chiese:

— Perchè piange?

— Mi ha tanto, tanto rimproverata, — ella mormorò. — E ho sentito che ha ragione di chiamarmi sciocca.... Ma nessuno mi rimprovera mai.... Il papà dice che sono buona e faccio tutto bene.... Per ciò un rimprovero mi fa più effetto....

Lo Sciara si smarrì; dovette resistere all'impeto subitaneo di stringersi la fanciulla tra le braccia, di baciarla e d'accarezzarla come una bambina; trasse dalla tasca il fazzoletto e le asciugò gli occhi, mentre Estella riprendeva a sorridere.

— Le domando perdono, — disse Tullio. — Sono stato villano, lo riconosco, ma io non ho abitudine di trattare con le signorine.... E poi, me le fa così grosse!.... Sua zia diceva ch'è una marmotta; io pensava che fosse una marmotta davvero.... E invece mi fa queste bricconate.... Le domando perdono, sono confuso, riconosco d'essere stato villano... Ma che vuole? Non sono abituato a trattare con le signorine....

Egli andava ripetendo queste frasi, dritto innanzi a Estella, con la bocca a un dito dalla bocca di lei; ed ella sorrideva, lasciando che egli le asciugasse gli occhi e le sfiorasse i capelli con la mano.

Tullio si rannuvolò e s'allontanò di qualche passo.

— È finita, non ci penso più, — annunziò Estella. — Guardi che disordine: il baule aperto! Si sieda: là, nella poltrona, presso il fuoco; lei ha tanto freddo.... Del resto, aveva ragione, sa? Il vino non mi ha fatto nulla, ma se fossi caduta ubbriaca, col cappellino sul naso, per le vie di Como?... A pensarci, mi viene un brivido.... Perchè non risponde? Mi tiene ancora il broncio?

Tullio, seduto nella poltrona presso il fuoco, come aveva ordinato Estella, volse il capo e disse:

— No, cara. Sono contento che non pianga più.

— Le piacciono i profumi? — domandò Estella.

Era inginocchiata e frugava nel fondo del suo piccolo baule; ne tolse una bottiglia sottile, la stappò, si drizzò in piedi.

— Questo, — disse, — l'ho comperato a Milano, all'insaputa della zia, perchè la zia dice che le signorine non devono profumarsi, come se la nostra pelle fosse diversa dalla sua. È _Houbigant_ e costa orribilmente, ma a me piace molto.

Così dicendo, gettò alcune gocce sul guanciale, se ne versò altre sulle mani, si avvicinò a Tullio, e prima ch'egli pensasse a difendersi, gli tolse il fazzoletto dalla tasca e glielo profumò.

— Ci sono le mie lagrime stupide, — ella disse, — qua dentro, e ora ci metto un po' del mio profumo. In questo modo si ricorderà di me....

Parve sbalordita per le sue stesse parole e rimase con la mano alzata e il fazzoletto nell'altra.

— Le sue lagrime mi sono molto care, — rispose Tullio, chinandosi a raccogliere un fumacchio con le molle, ed evitando di guardare la fanciulla. — E io mi ricorderò di lei anche quando il profumo sarà svanito, anche quando lei mi avrà dimenticato....

Estella gli restituì il fazzoletto prestamente con un gesto quasi sgarbato.

— Io non dimentico, — ella disse. — Io non dimentico nulla!

Il tono con cui le parole furon pronunziate era insolitamente netto ed energico, e squillò nella piccola camera. Tullio alzò lo sguardo; gli parve che l'anima vera della fanciulla vibrasse, facendo intravedere la donna di domani.

— La ringrazio, — egli rispose. — Ma è troppo giovine per ricordarmi a lungo. Avverranno altri casi nella sua vita, avrà altre gioie, troverà persone che le saranno più care, e io a poco a poco scomparirò nell'ombra....

Estella crollò il capo; avvicinata un'altra poltroncina, vi sedette e allungò i piedi sul bordo del camino. Tullio guardò quei piccoli piedi arcuati, chiusi nelle scarpe di vernice nera.

Nessuno parlò per lungo tempo. Ambedue fissavano il fuoco, la brage, i disegni che l'arsione aveva inciso lungo i ceppetti e i tizzoni. Pareva un mondo quel focolare, nel quale i più sapienti edifici si corrodevano lentamente, crollavano, si disperdevano in cenere; e ogni tanto risonava un gemito lungo delle legna più umide, e si sarebbe detto il gemito di quel povero mondo che rovinava.

Tullio pensava alla cara personcina che gli sedeva allato e ch'egli avrebbe potuto stringersi al petto, solo stendendo un braccio; e la cara personcina pensava a lui, stupita ella stessa di quel pensiero insistente.

— Vede ch'io sono tutta rosa? — disse a un tratto. — Lei mi ha chiamata bambola di legno, io sono rosa, invece, tutta rosa.

— A questo pensava con tanta gravità? — chiese Tullio sorridendo.

Una fiamma vermiglia le si diffuse repentinamente pel volto.

— No, — rispose.

— E a che cosa pensava, allora?

— No, — ripetè Estella seccamente.

Vi fu un'altra pausa. Un tizzone crollò, trascinando quelli che lo premevano; Tullio riprese le molle, accomodò il rogo sul quale Estella gettò qualche altro legno.

— Vuole prendere il tè? — chiese lo Sciara. — Anche per il tè è astemia?

— Non c'è bisogno di rimproverarmi! — osservò bruscamente la fanciulla.

Si fissarono in viso; sentivano l'uno per l'altra un rancore sordo, improvviso, come, avvertendo la stranezza del loro contegno, fossero stati malcontenti delle parole e degli atti, e avessero voluto liberarsi da quella onda di sentimento da cui erano a poco a poco insidiati.

Tullio resistette al corruccio che lo invadeva.

— Vogliamo essere gentili ancora? — egli disse.

Suonò il campanello elettrico, e fece recare il tè.

— Mi aiuti, — pregò Estella, scuotendosi a sua volta. — Portiamo questa piccola tavola innanzi al fuoco, e prendiamo il tè da buoni amici. Sono molto rozza, non è vero? Qualche volta io penso che la vita continua in quel paese perduto mi fa diventare selvatica. A essere gentile, faccio uno sforzo....

— È sincera, — osservò Tullio. — Io posso leggerle nell'anima.

— Spero di no, — ella interruppe prestamente, mentre di nuovo le si diffondeva pel volto un rossore vivo.

— La sua anima è così nera?

La giovinetta scosse la testa, angustiata, e non rispose.

VIII.

Innanzi alla piccola tavola, su cui era il servizio da tè, con le ginocchia che quasi toccavano le ginocchia, scaldati dal buon fuoco borbottante, ritrovarono l'allegria e l'intimità.

Tullio chiese alla fanciulla se Ernesto Giuliani le fosse piaciuto; ed ella ne fu inorridita. Era brutto, smunto, smilzo, e rideva troppo, dimenandosi come avesse avuto qualche malanno indosso. Non le piaceva; non doveva essere buono; i suoi occhi lampeggiavano pieni di malignità e guardavano obliquamente, sfuggendo lo sguardo degli altri.

— Dunque, non lo sposerebbe? — domandò Tullio.

— Ma io non sposerei nessuno! — esclamò la giovinetta indignata. — Non ho mai pensato a sposarmi: che me ne faccio d'un marito? Io sono molto utile al mio papà, e non voglio lasciarlo. Tutte le mie amiche pensano al marito per uscir di casa; ma io sto bene, a casa mia, sono la padrona, e il mio papà è tanto contento di me, che non saprebbe vivere se io lo abbandonassi!... E sposare il Giuliani, poi! Che le viene in mente? Neppure se mi offrisse un trono! Io voglio vivere quieta e libera.... Forse sono stata sconveniente col suo amico? Forse ho parlato troppo, e lei ha creduto che mi piacesse?

Tullio dovette rassicurarla. Ma quando fu sicura, ella lo aggredì a sua volta:

— Lei, invece, perchè non si sposa? — disse. — Non ha trovato nessuna che le piaccia?

Lo Sciara tacque, guardandola.

— Ha capito? — riprese la giovinetta. — Le ho chiesto perchè non si sposa? Quanti anni ha?

— Trenta.

— A trent'anni, un uomo deve prender moglie, — dichiarò gravemente Estella. — Può sposare una ragazza giovane; dicono che tra marito e moglie deve esserci una differenza di quattordici anni....

Si fermò di repente, e sentì che le saliva alla faccia una vampa; cercò di dominarsi, rovesciò il bricco dell'acqua, si confuse.

— Che sciocca! — ella disse. — Io faccio degli sproloqui inutili, e poi ne arrossisco. Lei deve avere un'idea ben meschina di me.

— No, cara, — rispose Tullio. — Mi ha chiesto perchè non mi sposo, e glielo dico subito: perchè le mie condizioni finanziarie non me lo permettono ancora. Io devo pensare a mia madre e a due sorelle più giovani di me. Forse, un giorno, lavorando, lavorando molto, riuscirò a migliorare la mia situazione, e allora potrò avere una famiglia mia....

Estella congiunse le mani impetuosamente, con espressione di preghiera.

— Per carità! — disse. — Sono stata molto indiscreta; e l'ho obbligato a dirmi cose che forse le dispiacciono. Sono una selvaggia, non capisco nulla, non so trattenermi.... Che opinione si farà di me, lei?... Ma è la prima volta che mi trovo sola con un uomo, e non so come si deve fare....

Tullio diede in una risata.

— Cara innocente! — egli esclamò. — Lo credo, che è la prima volta che si trova sola con un uomo! Ma non mi ha dato nessun dispiacere. Si confessano a malincuore i segreti delle colpe e dei vizii; dire che si vive del proprio lavoro non è doloroso; il fatto non è umiliante....

— Anzi, è bellissimo.... Io ho sognato sempre di sposare un uomo che vivesse del proprio la....

Si morse la lingua. Ormai era fatta, s'era tradita, e la sua confusione fu tanta, che gli occhi le si velarono di lagrime. Guardò Tullio, il quale giocherellava con un coltellino e pareva non aver udito, ma egli alzò il capo, e disse:

— Anche il suo papà vive del proprio lavoro....

— Sì anche il mio papà, — esclamò Estella, felice ch'egli le avesse gettata quell'ancora. — Anche il papà lavora molto, e studia sempre, e basta a tutto.

Lo Sciara guardò l'orologio.

— È tardi, — osservò. — Domattina partiremo col battello delle nove e mezzo. Lei è stanca, e ha bisogno di riposare....

Estella voleva negare e trattenerlo, ma non osò.

Riattizzarono il fuoco, rimisero a posto la piccola tavola, e si salutarono.

La giovinetta diede la mano a Tullio. Dopo un attimo di esitazione, egli si chinò, impresse un bacio lungo sulla mano dalle dita sottili, mentre Estella impallidiva sorridendo.

IX.

Fu un viaggio triste. Splendeva il sole, ma ancora sibilava il vento gelido.

Ricoverati nella sala sottocoperta del battello, per lungo tratto viaggiarono in silenzio; poi Tullio domandò:

— Ha dormito bene?

— Non ho chiuso occhio l'intera notte, — rispose Estella. — E lei?

— Neppure io....

Seguì una pausa. La giovinetta riprese:

— Sarà stato il tè.