Part 2
Se si conviene, — e bisogna convenire, — che per tre quarti dell'umanità la lotta e il dolore non sono se non imagini retoriche, si deve pur convenire che l'uomo è un debole, il quale mangia, beve, procrea, e fa correre la voce che l'uomo è forte. Quando parla di energie e di battaglie, sembra uno di quei guerrieri giapponesi d'or sono cinquant'anni, che si coprivano il volto con mostruose maschere; volevano incutere paura, e cadevano a centinaia sotto i proiettili degli uomini senza maschera.
*
L'infinita quantità di donne insignificanti che s'incontrano in tutti i paesi è pullulata dall'insipienza dell'uomo, il quale non s'è avvisto che la sua donna non aveva carattere e non ne aveva egli stesso tanto da foggiar quello della donna che gli apparteneva. L'ha lasciata poltrire e disfarsi nello stagno della sua impersonalità.
E non intendo con questo rilievo pronunziare alcun anatema, bensì notare appena una necessità sociale; la massa è naturalmente sfornita di qualità d'ordine superiore, e maschi e femmine si confondono in una folla grigia che occupa molto spazio e forma l'opinione pubblica.
Ma di certo, se in quella folla che passa e s'avvia alla morte come al coronamento d'una vita tutta animale, noi ci facessimo a ricercar qualche tipo che avrebbe potuto salire alla classe intellettualmente più alta e moralmente più sensibile, staccandosi in qualche maniera dalla massa grigia, lo troveremmo con maggior facilità tra le donne che tra gli uomini.
L'impressionabilità femminile non è che il germe; s'atrofizza e muore se non gelosamente custodito e pazientemente sviluppato; dà frutti copiosi, mortali o salutari, se l'uomo accorto lo coltiva. E qualche altra virtù è nella donna, che può formarne la personalità; come lo spirito di sacrificio, che gli uomini apprezzano solo egoisticamente, e la tendenza ad affezionarsi a idee, cose e persone, della quale gli uomini approfittano per tramutar la devozione in servitù.
Perchè un'anima femminile si apra con fiducia e prenda quella forma che diciamo carattere, dev'essere trattata con dignità. La donna ha bisogno di sentire bensì che chi le sta al fianco è più forte di lei, ma che non ha nulla da temerne; e lo comprenderà quando vedrà che l'uomo, il quale rivolge tutta la sua forza morale contro le avversità del destino, è sereno con lei e indulgente, e se la corregge non la umilia, e se può vincerla in logica e in fermezza e in coraggio, non ne ride e non ne mena vanto. La donna ha bisogno, in altri termini, di sentire che è diversa dal suo compagno, ma non inferiore. La scienza dice che questo non è vero, che l'inferiorità della donna è manifesta; ma socialmente è necessario che non si abusi di queste verità scientifiche, perchè l'alcova non è il laboratorio, e la famiglia non è una società d'antropologia: e la scienza facile in mano degli imbecilli è assai più dannosa dell'ignoranza.
Fra tanti orgogli che si son voluti riconoscere alla donna, uno è stato negletto; l'orgoglio d'essere stimata. Nulla meglio avvilisce una donna e alla lunga ce la rende nemica, che il tenerla lontana da ogni nostro pensiero, l'ascoltarla con distrazione, il tacerle cose le quali si potrebbero narrarle senza danno, l'appartarla e il richiuderla in una cerchia d'indifferenza sdegnosa, il farle sentire ch'ella è, sopra tutto, uno strumento pel nostro piacere.
*
Ma io mi avvedo che se mi abbandonassi a notar qui le riflessioni che ho potuto raccogliere in una vita d'esperienza, scriverei un proemio sproporzionato al libro e alla sua indole. Non dimenticherò che questa raccolta di novelle appartiene, vuole appartenere semplicemente alla letteratura, e quanto sono andato esponendo, lungi dall'avere un'intenzione polemica, non ha che il fine di spiegare a qual concetto mi sono attenuto, creando questa collezione di tipi femminili.
Che se mi si opponesse essere il mio concetto, indulgente e generoso verso la donna, il frutto d'un'esperienza tutta personale, che non prova nulla, potrei anche concedere; quantunque e la filosofia e l'arte e le opinioni non siano mai altro che il frutto d'esperienze personali. E per ciò il mondo è divertente, e nulla è definitivo e assoluto.
Per conto mio, potrò mutare d'idea sulla donna il giorno in cui ne avrò trovata una capace di condurre a perdizione me; allora dirò anch'io ch'ella non è se non una creatura malefica, «instrumentum diaboli», La Nemica con le iniziali maiuscole....
Ma mi sembra tardi....
Febbraio 1911.
L. Z.
LA MARMOTTA.
I.
Che freddo, che freddo, faceva a Como, in gennaio!
Del Bisbino non era possibile scorgere la vetta, incappucciata in una nuvola grigiastra; e sotto la nuvola s'ampliava una larga distesa di neve; l'aria gelida soffiava di là, movendo le acque del primo bacino, che s'accartocciavano per il brividìo.
Col bavero della pelliccia alzato fino alle orecchie, gli occhi bassi a schivar certi mucchi di neve giallastra ond'era disseminata piazza Cavour, Tullio Sciara accompagnava Estella in quella inutile passeggiata; e correvano ambedue.
Estella gli lanciò un'occhiata di traverso, e disse a un tratto:
— Ha il naso rosso!
Tullio si toccò il naso istintivamente, e la sua amica diede in una risata.
— Anche lei ha il naso rosso, — rispose Tullio per vendicarsi, — e le gote rosse, e il mento rosso. Mi sembra una bambola di legno, da un soldo. È tutta rossa!
— Io sono tutta rosa, — ella osservò pacatamente. — Sono sempre tutta rosa. Mi vedrà all'albergo, quando rientreremo.
— Ma potevamo rimanerci! — protestò l'altro. — Che gusto c'è a intirizzire per le strade?
— No; voglio vedere le mode, le mode di Como.... Quando fa freddo, allora, non si uscirà più?
L'uomo tacque, e seguitò ad accompagnarla, correndo al suo fianco.
Bisognava farle la guardia; ordine di sua zia; e proprio a Tullio doveva toccare di far la guardia a una ragazza di diciassette anni!
Era andato, nel pomeriggio stesso, a Milano, a trovare quella zia d'Estella; una signora alta, capelli nerissimi, labbro superiore ombreggiato da una forte lanugine, occhi neri dallo sguardo imperioso.
E aveva trovato la signora Anna Arrigoni in grande scompiglio, ed Estella sbalordita, umiliata, perchè sentiva d'essere impacciosa.
Estella presso Anna sembrava più fragile e gentile; la giovinetta bionda presso la scura matrona pareva d'un'altra razza, per le forme esili, per le rose delicate del volto, per gli occhi azzurri senz'ombra. E perchè la zia era inquieta e perplessa, Estella, seduta al suo fianco, rimaneva muta, guardandosi intorno come a cercare un rifugio.
— Che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di questa bambina? — andava ripetendo la signora.
Parlava a Tullio? Parlava all'aria, o a sè stessa? Egli non avrebbe saputo dire; ma notò che chiamava bambina sua nipote: abitualmente la chiamava marmotta; e quando la rampognava, in giorni comuni, cominciava sempre così: “Tu che sei una donna, oramai....„
— Ma che cosa è avvenuto? — disse lo Sciara.
— È avvenuto che mia figlia sta male, — rispose la signora. — Sa, mia figlia maritata, Francesca? Veda qui: mi hanno telegrafato, e devo partire per Brescia.... E che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di questa bambina?
— Non può telegrafare a suo padre, che venga a riprendersela? — domandò Tullio.
La signora Arrigoni fece con la mano un gesto brusco, subito vinto, e addolcita la voce, rispose:
— L'avevo pensato, naturalmente; ma, nel più fortunato dei casi, mio cognato non può esser qui prima di domani, forse domani sera. Sta a Bellagio, è medico; e non ci sono i forestieri che si pagano il capriccio di svernare a Bellagio, come fosse la Riviera? Se ha qualche malato di conto, non può allontanarsi....
Estella osò interloquire.
— Sì, zia, — disse, — ha proprio un malato inglese, un vecchio che deve visitare tre volte al giorno. Me lo ha scritto, papà....
— Vede? — incalzò la signora. — E che me ne faccio, di questa bambina?
— Non ha un'amica alla quale confidarla? Un'amica, la quale possa riaccompagnarla da suo padre?
Tullio aveva il dono d'irritare, quel giorno, la signora Arrigoni, e lo comprese a un altro gesto di lei, non finito.
— Andare in cerca dell'amica, ora! — esclamò. — Mentre il terreno mi scotta sotto i piedi.... Pensi che mia figlia sta malissimo, e vorrei già essere al suo capezzale.... La mia Francesca!
Si alzò d'un tratto, e soggiunse, rivolta allo Sciara:
— Favorisca un istante.
Egli la seguì; entrarono in un altro salotto, sprofondato in tale oscurità che Tullio inciampò prima in una poltrona, poi nel tappeto, e da ultimo in un tavolino, sul quale si produsse un tintinnio che gli fece comprendere che i ninnoli si baciavano.
Ma la signora non vi badò; ritta in mezzo alla camera, ritta e nera nel nero, gli disse con voce solenne:
— Febbre puerperale!...
Lo Sciara non capì, e stette muto.
— Febbre puerperale! — ripetè la signora Arrigoni. — Ci son delle cose che non posso dire davanti a Estella. Ma lei comprende l'importanza di questa notizia; le ore sono preziose; mia figlia è in pericolo, devo correre a Brescia.... Qualche volta una mamma, con una occhiata.... E che me ne faccio di quella bambina?...
La voce della signora tremava ed era velata: la povera donna, in procinto di dare in uno scoppio di lagrime, vibrava di sgomento e d'impazienza.
Tullio si decise: le disse:
— Vuole che la prenda io, Estella, e la riaccompagni da suo padre?
Evidentemente, ella non aveva mai voluto, non aveva mai pensato altro. Gli serrò le mani con forza, quasi con violenza:
— Grazie! — esclamò. — Non le disturba? Può partire subito?... Estella è una bambina, tutti lo vedono; lei è un uomo maturo; nessuno potrà giudicar male....
Lo Sciara aveva trent'anni, tredici più di Estella; a lui, veramente, la differenza non sembrava così notevole da non sollevare mormorazioni per un viaggio in quella compagnia; ma forse era acciecato dalla vanità maschile, e non osò ribattere. Del resto, la signora aggiunse qualche cosa, che gli dispiacque meno dell'“uomo maturo„.
— Dopo tutto, — ella disse, — una fanciulla si può sempre affidare a un gentiluomo, qualunque sia la sua età.... Vogliamo combinare subito e vedere l'orario?
Tornarono nella camera dov'era Estella, la quale non s'era mossa dalla sua poltroncina, e con la testa reclinata sul petto meditava o piangeva in silenzio.
— Tu va a vestirti, subito, a preparar le tue robe, — disse la signora Anna.
La fanciulla uscì senza far motto; e appena ella fu scomparsa, la signora Anna, dimentica di guardare l'orario, cominciò a parlare di sua figlia Francesca e del matrimonio di lei, e di Brescia e di Milano, e delle speranze ch'ella aveva in una pronta guarigione.
— Permetta, — interruppe Tullio. — Io faccio una corsa a casa e allo studio, per avvertire gli impiegati della mia assenza; poi torno qui a prendere Estella.
— Vada, vada. Anch'io devo prepararmi a partire. Ah, come le sono grata! Ah, quanto le devo! Stasera sarò da Francesca, e potrò passare la notte al suo capezzale.... Io le devo forse la vita di mia figlia.
E in questo modo e per questa ragione, Tullio Sciara si mise in viaggio con Estella e si trovò a far da guardiano a una fanciulla di diciassette anni.
II.
Ma subito s'accorse che la marmotta era un demonio.
Voltate le spalle alla zia, uscita di casa, Estella cominciò a ridere.
Dovevano caricare il suo piccolo baule sulla carrozza, e la fanciulla si divertiva, accorgendosi che il bauletto impacciava il vetturale.
— A metà strada, — ella disse, — o va in aria il baule, o va in aria il cocchiere!... Quanto mi piace!
Tullio le lanciò un'occhiata.
— Salga, — ordinò brevemente. — Arrischiamo di perdere la corsa....
— Ah, ne sarei felice! — ella esclamò. — Perdiamo la corsa, e così stasera andiamo a teatro.
— Alla stazione, a galoppo! — disse Tullio al cocchiere.
Sedette a fianco d'Estella, e non aperse bocca.
Egli era pentito della sua generosità. Perchè sobbarcarsi a un'impresa di quel genere? Perchè arrischiare d'imbattersi in un amico, il quale non avrebbe mai creduto all'innocenza d'un simile viaggio? E se, invece d'un amico, avesse trovato qualche cliente, di quei burberi moralisti che vedono il male, soltanto il male, sempre il male?
— Accidenti alle donne! — pensava Tullio. — Ma la signora Anna era disperata; avrebbe finito col darmi lei stessa l'incarico di portar via la marmotta. È stato meglio offrirsi.... E poi, si tratta d'un male tanto pericoloso. Febbre puerperale.... Già, io temo che non serva a nulla; ma non potevo mica dirlo a una madre.... Come spiattellarle che il viaggio sarà inutile, che sua figlia morirà lo stesso?... E se anche morisse, la signora Anna avrebbe la consolazione d'abbracciare Francesca un'ultima volta, di parlarle....
Lo scosse una risata d'Estella. La carrozza aveva traballato, passando sulle rotaie del tram, e più aveva traballato il bauletto....
— Lo dicevo io, — osservò la fanciulla. — Il baule se ne va! Non arriviamo alla stazione col cocchiere e col baule. O l'uno o l'altro lo lasciamo per istrada!
E scoppiò nuovamente a ridere. Lo Sciara s'irritò.
— Perchè ride? — egli chiese ruvidamente. — Mi meraviglio: sua cugina è ammalata, e lei non fa che ridere....
— Ha ragione, — rispose Estella abbassando gli occhi e mordendosi le labbra. — Mi dispiace molto per Francesca; ma guarirà, non ne dubiti! Deve avere un raffreddore....
— Un raffreddore! Che ne sa lei? — osservò Tullio.
— So che mia zia esagera sempre; quando uno s'ammala, deve morire; se non muore, si tratta d'un caso straordinario. Ragiona così, la zia.... Del resto, non sapeva come sbarazzarsi di me, e ha colto questa occasione.
— Lei è ingiusta e ingrata con sua zia! — dichiarò Tullio recisamente.
La carrozza ebbe un nuovo sobbalzo.
— Il cocchiere, il cocchiere! — gridò Estella ridendo. — Stavolta è il cocchiere che va a capitombolo!
Tullio non potè nascondere un sorriso.
— La prego, — disse poi. — A me non piace scherzare, e ho altre cose per la testa....
Infilate le mani nel manicotto, Estella si rannicchiò nel suo cantuccio, e non disse più parola; ma sulle labbra porpuree le andava errando un sorriso, e la fanciulla se le mordeva ad ogni trabalzo del legno per non prorompere in una risata schietta.
Lo Sciara, guardandola di tanto in tanto, s'accorse che il suo viso era tutto lievemente velato da una pelurie aurea appena percettibile, e notò le ciglia d'oro ipocritamente abbassate, i capelli d'oro che sfuggivano a ciocche ribelli di sotto al cappellino bigio.
Venne voglia di ridere anche a lui, vedendola così compunta, così studiosa di mostrarsi grave.
— Quant'è carina! — pensò.
Ma non sapendo come trattarla, temendone l'audacia irriflessiva, l'innocenza procace, la civetteria inconscia, aveva deciso di essere burbero per tenerla a distanza e impedirle di commettere sciocchezze. Non gli era mai avvenuto di osservarla da vicino e a lungo; l'aveva vista parecchie volte in casa della signora Arrigoni, presso la quale Estella fungeva da marmotta, e Tullio non se n'era mai occupato.
La grazia di lei gli pareva una rivelazione tutta nuova, e se ne sentiva impacciato più che sorpreso, non avendo pensato mai che la marmotta di casa Arrigoni era una giovinetta, e una giovinetta bella.
D'un tratto, ella alzò il capo e guardò in faccia il suo compagno.
— Che cosa ha per la testa? — domandò.
Tullio la fissò interrogativamente.
— Ma sì. Ha detto poco fa che ha altre cose per la testa, — riprese Estella. — Quali cose?
— Ciò non la riguarda, — rispose lo Sciara, secco.
E pensò: — Che sfacciata!
Ella pensò: — Che asino!
III.
Alla stazione fu un grosso guaio.
Tullio era corso a prendere i biglietti, lasciando Estella innanzi al banco dei giornali; e proprio dopo pochi passi lo Sciara s'era imbattuto in un amico, in quell'Ernesto Giuliani, che tutti conoscevano per uomo maligno e incredulo.
Il Giuliani era alto, smilzo, la pelle giallognola; e di fronte a lui, Tullio Sciara, più basso, robustamente piantato, col volto dal colorito acceso e la bella barba nera a punta, figurava benissimo.
Il Giuliani l'aveva visto discendere dalla carrozza con la fanciulla, e gli aveva tenuto dietro fino allo sportello dei biglietti, ove s'incontrarono.
— Parti? — domandò Ernesto Giuliani.
— Sì, una breve scappata, — mormorò Tullio.
— Ti ho visto in buona compagnia, con una ragazza magnifica.
— Mia nipote, — disse Tullio per troncare ogni investigazione.
— È una bellissima fanciulla, — insistette il Giuliani. — Non me ne avevi mai parlato.
— Può darsi; la ritorno ai suoi parenti, a Bellagio.
— Ah, vai a Bellagio! Io vi farò compagnia fino a Como, perchè di là devo procedere per la linea del Gottardo. Vado in Isvizzera per affari.
Tullio si morse le labbra. Non appena fu in possesso dei biglietti, corse presso Estella, che teneva nelle mani un fascicolo illustrato.
— Quanti bei libri! — ella gli disse, accennando al banco ov'eran disposti in ordine i volumi e i giornali.
— Sì, andiamo; non si tratta di questo, ora, — rispose Tullio frettolosamente.
— Ne ho comperato uno, perchè aveva una copertina così elegante! — seguitò Estella. — L'ho pagato una lira. È troppo?
E ciò dicendo. Estella gli porse il fascicolo. Tullio vi gettò un'occhiata.
— Mio Dio! — esclamò. — Che cosa le viene in mente? _L'Almanach des cocottes!_
E si mise il fascicolo in tasca, guatando Estella con un'occhiata irosa.
— Mi ascolti, — soggiunse, poco curandosi dell'espressione di stupore e di malcontento ch'era sul viso della giovinetta. — Ho trovato un amico, un seccatore. Gli ho detto che lei è mia nipote. Se quello sciocco ci raggiunge, bisogna che ci diamo del tu; io farò da zio, e lei mi chiamerà zio. Ha capito? Non mi chiami Sciara. Quello è un maligno, e potrebbe pensar male.... Io non imaginava che ci avrebbe seguiti in treno.... Speriamo che non ci veda; corra, corra....
Tutto questo era detto tra il frastuono della folla, dei fischi, tra il fumo delle vaporiere, mentre si spediva il baule e poi correndo lungo il binario per giungere al treno.... Estella rideva, e si volgeva ogni tanto a guardare se il facchino la seguiva con le valigie....
Non avrebbe mai sognato nulla di più divertente; l'avventura aveva del romanzesco; dar del tu allo Sciara, e fingersi sua nipote! Che complicazione! Se almeno quel seccatore li avesse raggiunti davvero, obbligandoli alla commedia! Ma chi era, ma dov'era? Come si poteva dargli nell'occhio?
— Qua, — disse Tullio. — Salga! E tu, fa presto, metti giù la roba; questa valigia nella rete; va, chiudi lo sportello.
Congedato così il facchino, Tullio esalò un grande sospiro di sollievo: Estella si sporse dal finestrino a guardare.
— _Sapristi_! — esclamò lo Sciara. — Non si metta in mostra!... Il Giuliani può vederla e salire.
Era precisamente ciò che Estella desiderava; ma obbedì e si ritrasse, mettendosi a sedere di fronte a Tullio.
— Allora, — ella disse, — mi restituisca il mio libro.
— Che, che! — egli rispose. — Non è un libro per lei! Sono sciocchezze da bambini, racconti noiosi....
— Non è vero niente affatto! — dichiarò la giovinetta con fermezza. — Io voglio sapere che cosa sono queste _cocottes_ e voglio veder le incisioni. Mi dia il libro!
— È inutile che lei insista. Il libro lo tengo io.
— Mi dia il libro, o mi metto a gridare! — minacciò Estella.
— Ma sì, ma benone, ma non mancherebbe altro! — esclamò Tullio disperato. — Si metta a gridare, e così crederanno che.... Mi arresteranno per ratto....
— Io voglio il mio libro....
— La finisca, la finisca. Ci vorrebbe suo padre qui!
— Col papà, io grido quando non mi obbedisce, — annunziò Estella.
Tullio stava per rispondere: “Suo papà è un imbecille„, ma si trattenne in tempo. Rispose invece:
— Io non sono suo padre, l'avverto. Io non ho tenerezze paterne. Lei gridi pure, e nascerà uno scandalo nel quale il suo buon nome.... Insomma, la prego di finirla.... Ha diciassette anni, non uno!...
Egli avrebbe continuato ancora a lungo, se in quell'istante lo sportello non si fosse aperto, ed Ernesto Giuliani non fosse salito col più lieto sorriso sulle labbra.
— Ti ho trovato! — egli disse. — Ho visto tua nipote affacciata.... Speravo che tu mi aspettassi....
Tullio scambiò uno sguardo d'intesa con la giovinetta e fece la presentazione:
— Il mio amico Ernesto Giuliani; mia nipote Estella....
— Accidenti alle donne! — pensò poi, mentre il treno usciva dalla stazione e ciascuna vettura passava sulla piattaforma, mandando uno strepito sordo di ferramenta traballanti.
IV.
Se fosse stata veramente nipote di Tullio Sciara, Estella non avrebbe fatto meglio.
Era una nipote birichina e civettuola, affettuosa e impertinente, che dava del tu allo Sciara con una franchezza mirabile.
— Mio zio, — ella diceva al Giuliani, — mio zio è molto severo con me. Anche ora, alla stazione, mi ha strappato di mano un libro che avevo comperato col mio denaro....
— Ti prego di non ricominciare, — interruppe Tullio, il quale si sentiva a disagio in quella commedia, e temeva sempre di commettere qualche imprudenza che rivelasse al Giuliani la verità delle cose, o lo facesse pensar male della fanciulla affidatagli.
— Insomma, — dichiarò Estella, — io voglio sapere che cosa sono le _cocottes_. Lei, signor Giuliani, sa che cosa sono le _cocottes_?
Per prima risposta, Ernesto diede in una risata sonora, che fece oscurare il viso della giovinetta.
— Mi perdoni, — disse poi, — mi perdoni, signorina; ma la domanda è così impreveduta!... Le _cocottes_? Certamente, so che cosa sono; sono certi cavallucci che si fanno con la carta. Ma non capisco....
— Capirà subito, — spiegò Estella. — Io ho comperato _l'Almanach des cocottes_, e mio zio me l'ha tolto di mano, dicendo che non è una lettura per me....
S'arrestò, al vedere il Giuliani che si smascellava dalle risa, tanto da dover curvarsi e piegarsi, e da aver gli occhi pieni di lagrime.
— L'_Almanach des cocottes!_ — andava ripetendo. — Ah, ma che bella idea! E dove l'ha scovato? Guarda se deve andare a pescare l'_Almanach des cocottes!..._ Certo, è una lettura.... Ah, ma che bella idea, che bella idea!
Estella ne fu indignata: fissava stupefatta il Giuliani, fissava Tullio, il quale rideva a sua volta, trascinato dall'impeto allegro dell'amico; e il viso della fanciulla si coperse d'ombra, mentre le sopracciglia le si aggrottarono:
— Tu e lui, — disse allo Sciara, — siete d'accordo per prendervi beffe di me; ma io voglio il mio almanacco.
— Le assicuro, — rispose il Giuliani, asciugandosi gli occhi, — le assicuro, signorina, che nessuno si beffa di lei. Io non mi farei lecito simile contegno; ma si ride per il caso; il caso d'una signorina, che vuol leggere un almanacco in cui si parla di cavallucci di carta....
— Cavallucci, cavallucci! — ella borbottò. — Ma se sulla copertina c'era una donna in camicia?...
Il Giuliani ricominciò a ridere; ma il volto mortificato d'Estella e il broncio a cui s'erano raccolte le sue labbra lo persuasero a smettere. Dovette pensare alle più paurose vicende, a uno scontro ferroviario, a un'inondazione, alle ultime disgrazie lette nei giornali, per tornare serio; e finalmente vi riuscì.
— Che vita si fa a Bellagio? — egli disse per sviare la conversazione. — In questi mesi non dev'essere troppo piacevole il soggiorno.
Allora Estella raccontò la sua vita. Lei faceva la padrona di casa, perchè il babbo era medico e la mamma sua era morta da anni. Vigilava che tutto andasse bene, che l'appartamento fosse in ordine perfetto, che la colazione e il pranzo fossero in tavola all'ora stabilita, e così scorreva il giorno senz'avvedersene; e quando le rimaneva un po' di tempo, leggeva i libri che le aveva regalato il papà, certi vecchi libri, che ormai sapeva quasi a memoria. La primavera e l'estate erano molto divertenti, perchè arrivavano i forestieri, e lei aveva alcune amiche tra le villeggianti; ma in casa sua non veniva nessuno perchè suo padre non voleva impacciarsi di visite; e l'inverno e l'autunno, la povera Estella rimaneva tutta sola.