Part 11
Non vi fu bisogno di chiamar Lidia. Fatto un ultimo giro, la sconosciuta si fece togliere i pattini e rimase qualche tempo fuor del rettangolo a guardare le compagne d'un'ora che correvan tuttavia: ciascuna passando le gettava un'occhiata interrogativa e timorosa, ed ella le seguiva con un'occhiata lunga e meditabonda. Non si capivano ancora, ma si parlavano.
Poi la giovane sentì l'alito ardente degli uomini intorno, l'urgere d'un desiderio sfrontato, e dovette allontanarsi.
Parecchie signore s'alzarono con un pretesto a seguirla e a veder dove andava; gli uomini senza alcun pretesto le si precipitarono innanzi per farle ala e squadrarla ancora da capo a piedi.
Ma a fianco di lei si mise il signore dal cappello bigio e molle tirato sugli occhi, il terribile signore che doveva essere stato più volte a Parigi, e teneva tra le labbra la sigaretta spenta.
Virginia Giordani osò spingersi tra gli uomini, senza levarsi i pattini, abbrancandosi al primo venuto, per veder passare il signore che le piaceva tanto quanto le pareva sciupato.
C'era l'automobile fuori ad attenderli, rombante. Non mancava nulla al loro prestigio d'un attimo.
Vi salirono la giovane e l'amico, senza dir parola; non avevano ancora scambiato una parola dacchè eran comparsi. Un domestico moro chiuse lo sportello. Lo _chauffeur_ lanciò la macchina con un balzo pel viale pulito e spazzato dalla pioggia fitta di più giorni.
E con la rapidità del lampo, cantando su tre toni dolci e petulanti, l'automobile scomparve in capo al viale, verso la pineta.
— Gente felice! — disse qualcuno.
— Non farti sentire da queste dame! — interruppe un altro. — Muoiono d'invidia e di morale.
— È finita; non si potrà venir più qui a passare un'ora. Io le ho fatto comprendere il mio risentimento; ho parlato forte, mi pare? — osservò donna Eufrasia.
— Come pattinava bene! — esclamò Lidia la bionda. — Era una delizia seguirla! Dove avrà imparato a pattinare così?
— Oh, ha imparato tante altre cose! — rimbeccò un giovanotto beffardo.
— Ma dove? — insistette Lidia.
— Quali cose? — incalzò Paolina.
— A Parigi, a Parigi! — concluse l'altro, rientrando e rimettendosi i pattini. — A Parigi s'impara tutto; ma non ci vada con la zia, o non imparerà nulla....
E rise.
— Ecco, incomincia lo scandalo! I giovani perdono la testa e fanno discorsi che non dovrebbero! — constatò donna Eufrasia.
— Quali discorsi? Ma se parlano di Parigi! — osservò una signora pacifica, la quale, perchè da trent'anni udiva parlar di Parigi e non riusciva mai ad andarvi, si sentiva commossa dalle voci d'un sogno lontano.
— Io, intanto, domani non vengo! — dichiarò solennemente donna Eufrasia. — Ho in custodia mia nipote, e queste son cose gravi.
Ma l'indomani fu un gran giorno. Il piccolo “skating„ rigurgitava di gente, e nel rettangolo e fuori, e tra i pattinatori e tra il pubblico era un'attesa inquieta. Le fanciulle l'avevan detto alle amiche, gli uomini agli uomini, le signore alle signore, e tutti aspettavano il ritorno.
Con quale abito sarebbe comparsa? Queste donne non indossano mai due volte lo stesso abito in una settimana, tanto più quando hanno un amico e un'automobile col moro. Era fin di stagione, principio d'autunno, temperatura variabile, quel periodo in cui si può vestire un abito leggerissimo o tapparsi in una pelliccia, a piacere, secondo il pretesto del momento.
Piero Sanna, il beffardo, aveva sparso la voce che la giovane avrebbe indossato un abito Direttorio, tagliato sul fianco in modo che si vedesse e non si vedesse una gamba.
— Ma si vede o non si vede? — chiese, strabuzzando gli occhi, il dottor Giulio Lastrelli, che aveva sessant'anni.
— La mamma ha un bel dire, ma io la trovo molto carina, — confessava Lidia a Paolina, correndo con lei sul pattinatoio e serrandola con un braccio intorno al busto. — Ha una cert'aria come a dire: “non ho bisogno di voi„, che mi piace.
— Sì, — rispose Paolina, ondulando sui fianchi per darsi una nuova spinta. — Ci ho pensato stanotte, e l'ho invidiata, che vuoi? Abiti, automobili, divertimenti, e quel bel signore. Non fa male a nessuno, e può essere così amata, così felice!
— Così amata! — ripetè Lidia pensierosa.
Tutti correvano e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e di là e di qui, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui or di là.... Ma gli occhi si volgevan di tanto in tanto all'entrata e si sforzavan di veder fuori, sul viale.
Virginia s'arrestò di repente e s'abbrancò alla sbarra.
— Che fai? — le domandarono Lidia e Paolina, le quali scivolavan dietro lei, e per quella brusca fermata avevan corso rischio di cadere.
— Mi è parso d'udir la tromba d'un'automobile.
Si fermarono anche le altre e ascoltarono ansiosamente, la bocca socchiusa, gli occhi rivolti all'ingresso.
— È qui! — disse giocondamente Lidia.
— Ora vediamo la gamba! — susurrò Paolo Sanna al dottor Lastrelli.
— Una soltanto? — domandò Giulio strabuzzando gli occhi.
Non apparve nessuno. Le fanciulle ripresero l'aire, Paolo Sanna, Giulio Lastrelll, tutti gli altri che s'erano ammucchiati in un angolo, sfilarono a corsa e ricominciò lo stridìo, il rumore come d'un vento che sibilasse.
La piccola orchestra attaccò una marcia, _Il Ruwenzori_; e fu tra le note della marcia, al ritmo fiero e guerresco della vittoria ch'entrò soffiando donna Eufrasia Ricciardi. Era d'amaranto in viso, gesticolava, aveva qualche grande cosa da dire. Le ragazze che passavano a corsa videro le mamme avvicinarsi e circondar donna Eufrasia, e ripetere i gesti, gli uomini guardarsi in volto e inarcar le sopracciglia.
— Che c'è? Diventano matti? — domandò Paolo Sanna.
Ma il susurro cresceva, soverchiava lo stridìo dei pattini, il ritmo della vittoria, e una voce dominò e si diffuse:
— È morta!
— Chi, morta?
Lidia e Paolina si lanciaron fuori a farsi togliere i pattini, per ascoltare: il dottor Lastrelli, che faceva in quel punto un geroglifico, perdette l'equilibrio e ruzzolò per terra, interrogando:
— Chi, morta?... Ma chi?...
Intorno a donna Eufrasia faceva ressa tutto il pubblico, una platea d'ascoltatori, mentre sul pattinatoio non correva più nessuno.
— Cinque pastiglie di sublimato! — narrava la dama soffiando. — Stanotte, all'Hôtel de Russie.... Povera figliola!... E ieri, a quest'ora, pattinava così bene, con quegli stivaletti rossi, che saranno di moda, ma a me, già, non piacciono.... Avvelenata! Che coraggio!... Chi l'avrebbe detto?
— È morta! — ripeterono le ragazze desolate, sottovoce.
— E tu la dicevi felice! — mormorò Lidia a Paolina.
— Ma sicuro, ammogliato! — spiegava intanto donna Eufrasia. — Bastava guardarlo per capire. Non poteva più tenerla con sè, naturalmente. Queste cose durano fin che durano. E lei gli voleva bene, si vede, e si è avvelenata.... Cinque pastiglie.... Se ne sono accorti troppo tardi, e stamane all'alba è morta....
— È morta stamane all'alba, — ripetè con un sospiro Lidia la bionda.
— Si vedeva che c'era qualche cosa, — osservò Virginia gravemente. — Non si son mai detta una parola.
— È vero, — confermò Paolina. — Non pareva nemmeno che lui l'accompagnasse.
— Ma che cosa fanno qui tutte queste ragazze? — osservò una mamma, vedendo il gruppo delle fanciulle che ascoltavano a bocca aperta. — Andate a pattinare, su, andate via! Non si può neanche discorrere?
— Addio gambe! — mormorò Paolo Sanna, battendo con la mano su una spalla di Giulio.
E per dare il buon esempio, s'avviò a rimettersi i pattini. Le fanciulle lo seguirono; Lidia strinse ancora intorno al busto Paolina, e si lanciò con lei; Virginia volle pattinar da sola per pensare a quell'uomo ammogliato che faceva morir le amanti; Giulio sopraggiunse e riprese i suoi geroglifici; e gli altri tutti, uomini e donne e fanciulle, dietro, la testa bassa, gli occhi rivolti a terra.
Ma parecchi giovanotti uscirono per andare all'Hôtel de Russie a vedere non sapevano essi medesimi che cosa.
— Certo, uno scandalo! — disse donna Eufrasia, mettendosi infine a sedere per vigilar la nipote che pattinava. — Qualche cosa me lo faceva presentire quando li ho visti ieri.... Oh per lui, se lo merita! Lei, poverina, non ha colpa, se lo amava.... È sempre così; non si amano che codesti birboni!
Poi soggiunse romanticamente:
— Amore e morte!
La corsa aveva riacquistato tutto il suo impeto e dopo la marcia era venuto un valzer. Dalla vetrata traboccava come il giorno innanzi l'onda rossastra del tramonto, e il rettangolo su cui correvano tanti piccoli piedi ruotati, svolazzavano tante sottane, si faceva d'oro.
— Ma è bello! — susurrò a un tratto Lidia, uscendo da una lunga meditazione. — La gioia, i divertimenti, l'automobile, un grande amore, e poi una notte morire; addormentarsi, e non svegliarsi più, mai più!
— Taci! — disse Paolina con un brivido. — Pensavo io pure così!
E le due fanciulle si strinsero più forte, correndo; e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e un passo stretto dietro un passo stretto, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui, or di là....
LA MOGLIE INNAMORATA.
La causa era buona e difficile: si trattava di difendere la giovane contessa Elena Uberti, la quale in un momento di gelosia e di passione aveva piantato tre palle di rivoltella nel petto del marito conte Stefano Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, che era scampato per miracolo, dopo tre mesi di malattia.
L'avvocato Pietro Quadrelli aveva accettato di difendere la contessa; innanzi tutto perchè il processo era “brillante„, poi perchè la contessa era ricca, bella e giovane. Ma la strada naturale per cui la difesa doveva mettersi, cioè la dimostrazione della cattiva condotta del conte Stefano e delle avventure di lui, s'era chiarita subito assai difficile. In verità, non si avevano prove serie nè della cattiva condotta, nè delle avventure; e i testimoni nicchiavano, dicevano e non dicevano, lasciavan l'impressione di riferire cose udite, raccolte nei caffè, pettegolezzi inconsistenti. Nulla di grave s'era potuto assodare; lo scatto di gelosia che aveva armato la mano della contessa Elena appariva quasi ingiustificabile e la situazione della giovane signora era andata aggravandosi durante l'istruttoria, quantunque, se non si ammetteva la gelosia, non si potesse incolparla d'alcun movente odioso o volgare.
L'avvocato Quadrelli disperava di poter formare al processo quell'“ambiente morale„ che sarebbe valso a circondare d'antipatia e di sospetto la figura del marito, e a gettare una luce benigna sulla contessa Elena. Egli era andato a trovarla più volte nel carcere giudiziario e aveva dovuto convenire con sè stesso che la dama, acutamente sensibile, non aveva potuto macchiarsi d'un delitto se non per qualche impulso irrefrenabile, di cui essa stessa non sapeva rendersi conto.
Nulla era perciò più arduo che preparare la lista dei testimoni, i quali dovevano essere scelti tra i pochi che avrebbero saputo non esagerare, tenere di fronte alla contessa un linguaggio di stima senza enfasi, e di fronte alla vittima di lei un contegno di riprovazione sobrio e grave. Infine, come arma vera e propria, l'avvocato Quadrelli non aveva che l'eloquenza, dalla quale sperava un effetto durevole sull'animo dei giurati, sempre inclini a una certa simpatia per le donne giovani, eleganti e timide. E che Elena fosse elegante e timida, l'avvocato sapeva; gli occhi cilestri della contessa non avevano sopportato a lungo lo sguardo di lui. Ella s'era schermita gentilmente ma fermamente d'accusare troppo il marito, aveva rifiutato di spiegarsi intorno ai quattro anni di vita passata a fianco del conte Stefano, temendo che l'avvocato s'arrischiasse o fosse in diritto di rivolgerle domande troppo intime; le sue mani eran bianche e sottili; le vesti scure, ma perfette di taglio, e intorno al suo corpo ondeggiava un profumo delizioso di mughetto. L'avvocato aveva indovinato, aveva sentito, che la contessa Elena Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, nata marchesa Grotti di Lampreda, era un angelo, incapace di commettere la più piccola bassezza. E, chiusa l'istruttoria, era andato a trovare quell'angelo nel carcere giudiziario quante più volte aveva potuto, forse per aver luce sulla causa, certamente per aver luce dagli occhi cilestri e per aspirare il delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina della giovane.
La sua simpatia per la contessa non aveva riscontro che nell'antipatia sorda contro il marito; un uomo il quale sciupava energie preziose in una vita di disordini, e, l'istruttoria lo dimostrava, sapeva destreggiarsi con tale abilità da non lasciare prove della sua mala condotta.
L'avvocato Pietro Quadrelli fu, per tutte queste ragioni, spiacevolmente sorpreso d'udirsi annunziare un mattino il conte Stefano Uberti. Mancavano quindici giorni al processo, e l'intervento di quell'uomo non poteva non essere pericoloso per l'accusata. L'avvocato diede ordine di farlo passare immediatamente, e non appena se lo vide innanzi, strinse in pugno un tagliacarte, per frenare un moto di dispetto.
Il conte era sulla quarantina; dritto come se i bagordi lo avessero temprato: con lo sguardo “discendente„, che veniva dall'alto, sarcastico e superbo; un poco acceso in volto, di quel colorito che gli uomini prendono stando molto all'aria aperta, sotto il sole, sotto la pioggia, al vento, alla polvere; alla prima occhiata, si sarebbe creduto ch'egli fosse un ufficiale in abito borghese....
— A che cosa devo?... — chiese l'avvocato, accennando una sedia al conte.
— A che cosa deve il piacere della mia visita? — ripetè Stefano, sedendo. — Ecco qua: sono venuto, per quanto mi è possibile, ad aiutarla nella sua opera.
L'avvocato strinse ancora una volta il tagliacarte; quell'uomo si prendeva beffe di tutti, evidentemente; ma nell'interesse della giovane accusata, Pietro Quadrelli si fece forza e stette ad ascoltare.
— Mi sembra, — disse Stefano, — che la posizione di Elena, di mia moglie, sia molto penosa, e che al momento in cui parliamo, l'accusa possa facilmente aver ragione.
— Lei s'inganna.... — interruppe l'avvocato.
Il conte Stefano Uberti sorrise con un sorriso che significava la compassione e l'ironia e che fece salire al volto di Pietro Quadrelli una vampa.
— Non m'inganno, — ribattè il conte. — Credo di essere bene informato. A Lei, vede, mancano i testimoni. Io ho molta fiducia nell'eloquenza; ma neanche Demostene, con quei testimoni, che Ella ha potuto trovare fino ad oggi, riuscirebbe a dimostrare che Elena aveva qualche ragione di fare ciò che ha fatto....
— Lei intende costituirsi parte civile? — domandò l'avvocato.
Stefano sorrise e si alzò.
— Non ci comprendiamo! — disse poi. — Ma se sono qui per aiutarla?
Fece alcuni passi nello studio, andò alla finestra che guardava in un giardino, e stette un istante come assorto a veder le foglie tremolare a un lieve fiato di vento. L'avvocato, immobile innanzi alla scrivania, lo osservava con curiosità.
— Ecco qua, — riprese Stefano, tornando a sedersi. — Bisogna citare il marchese Cutinelli. È un simpatico giovanotto. Due anni or sono, mentre viaggiavo tra Napoli e Roma, e precisamente si stava facendo colazione nel wagon-restaurant, egli si è incontrato con me. Io ero con una signora giovanissima, dai capelli neri e dagli occhi castagni; quella signora non era mia moglie.
S'interruppe, e guardando dritto in faccia l'avvocato, proseguì:
— Lei conosce bene mia moglie. Sa che ha gli occhi cilestri e la carnagione bianca, dirò coi poeti “simile a un petalo di rosa„. Ora la signora che viaggiava con me, aveva i capelli neri, gli occhi castagni e la carnagione scura. Interroghi il marchese Cutinelli; ne saprà quanto basta. Abita a Napoli.
L'avvocato scrisse il nome e l'indirizzo sopra un taccuino, e si chiese:
— È matto? A che giuoco vuol giuocare?
— Un altro testimonio prezioso per Lei, — seguitò tranquillamente Stefano, — sarà Emilio Balanda. Povero Emilio! È un seccatore involontario: mi càpita sempre tra i piedi quando vorrei viaggiare in incognito; ma è discretissimo, e per farlo parlare, lei dovrà insistere molto. Alla fine parlerà, non dubiti. Gli dica che si tratta di salvare Elena; non so se abbia una grande simpatia per Elena; è possibile; ma quello che è certo, si è che la sua anima borghese e piccola dev'essere molto scandalizzata per la mia condotta. Alla cicala bisogna grattare il ventre per farla cantare, dicono; e lei gratti!...
Fece una pausa, si cercò in tasca, estrasse un astuccio:
— Permette? — chiese. — Io non posso stare un'ora senza fumare.
— Anzi, anzi! — disse Pietro Quadrelli, accendendo un fiammifero e offrendolo. — Allora, Emilio Balanda?...
— Emilio, — riprese il conte, dopo aver tratto dalla sigaretta una boccata di fumo, — Emilio ha avuto la fortuna di trovarmi a Milano, l'anno scorso, al Grand Hôtel. Ero al Grand Hôtel con una signora, la quale assomiglia un poco a Elena.... Non si spaventi per questa difficoltà.... La signora non parlava che il russo e il francese.... Ecco quanto basta per rilevare che non si trattava di mia moglie.... E fumava come una locomotiva, mentre Elena non può tollerare nemmeno il fumo di una sigaretta.... Ma il più bello è questo; otto giorni dopo, quel caro Emilio m'incontrava ancora a Parigi, al restaurant....
S'interruppe di nuovo, e come avesse dato un ordine al conduttore d'un taxi, soggiunse: — _Restaurant Maurice, rue Drouot, au coin de la rue de Provence...._ Anche là non ero solo. Accompagnavo una signora; e non era la signora del Grand Hôtel.... La signora del restaurant Maurice era alta, sottile, tutta vestita di nero, con una “cappottina„ da cui sfuggivano alcuni riccioli, e che le incorniciava il volto pallido.... Dunque, a distanza di otto giorni, avevo cambiato due amanti.... L'amico Emilio abita a Milano, via Alessandro Manzoni, N. 10. Ha scritto?
L'avvocato scrisse, rialzò il capo, e stette ad ascoltare.
— Per ultimo, — disse Stefano, deponendo sul portacenere il resto della sigaretta, — le indicherò il mio amico Cesare di San Sebastiano. Egli mi ha incontrato a Torino, una sera sotto i portici; v'era folla, io accompagnavo una signora, ed egli salutò. Questo disgraziato Cesare di San Sebastiano è molto miope, e perchè abitavamo allo stesso albergo, l'indomani mi chiese di potere salutare mia moglie. Ho dovuto dirgli, — veda a che cosa conduce la miopia.... degli altri! — che la signora con cui vivevo all'albergo non era mia moglie, ed egli ne fu molto confuso, più confuso di me, certamente. Ora, è bene sapere, che quella signora non aveva nulla di comune nè con la signora di Napoli, nè con quella del Grand Hôtel di Milano, nè con l'altra del _Restaurant Maurice_. Lo dica pure con tutta franchezza; nessuno potrà smentirla.... Cesare di San Sebastiano abita a Torino, via Lagrange, 12. Vede che ora lei ha un materiale prezioso, e l'assoluzione di Elena è assicurata.... Perchè, se tante sono le avventure che ebbero testimoni certi e insospettabili, quante saranno, mio Dio, quelle che passarono inosservate?
Sì alzò sorridendo, e andò ancora a dare un'occhiata alle foglie che tremolavan nel giardino.
L'avvocato Pietro Quadrelli era stupefatto e girava e rigirava tra le mani il lapis con cui avevo scritto gli indirizzi.
— Devo rendere omaggio alla sua lealtà, — disse infine. — Lei ha voluto illuminare la giustizia con suo personale sacrificio....
Il conte si rivolse di botto e diede in una risata:
— La giustizia?... Ma lei crede alla giustizia, lei che è avvocato? — interruppe.
— In ogni modo ha dato prova della grande affezione che la lega alla contessa.
— No. Io non l'amo! — affermò Stefano seccamente. — Non l'amo punto.
— E allora?... Perchè da questo processo risulterà certo la scusante della contessa, ma lei sarà perduto....
— Le pare? — interrogò Stefano con quel sorriso ironico che metteva tanto freddo nell'espressione del suo volto maschio. — Le pare che un uomo il quale è infedele a sua moglie e cambia l'amante ogni otto giorni, sia perduto nell'opinione pubblica? Ma non si tratta di questo. Lei si domanda perchè io sia venuto a salvare una donna che non amo, e a svelare alcuni fatti delicati della mia vita intima? Lei dimentica che intorno al nome della famiglia Uberti di San Guiscardo s'è fatto abbastanza chiasso, e io voglio, io devo impedire che questo nome si trasformi in un numero d'un reclusorio femminile. Do prova di devozione alla mia famiglia, non alla contessa. E la prego di dirlo a Elena; che non s'illuda; non ho per lei nè amore, nè pietà; uscita dal carcere, non la vedrò più. Glielo dica, la prego. Non la vedrò più. Siamo intesi?
L'avvocato rispose con un'espressione quasi solenne:
— Non la vedrà più. Siamo intesi!
Vi fu un silenzio, breve, ma che parve eterno ai due uomini; in capo al quale, il conte si mosse, andò vicino all'avvocato Quadrelli e lo toccò leggermente sopra una spalla.
— Lei ha molte illusioni intorno a Elena, — disse con freddezza.
— Io? — ribattè l'avvocato, quasi fosse stato tocco da una scarica elettrica. — La prego, conte!...
— Lei ha molte illusioni intorno a Elena, — ripetè Stefano, come non avesse udito. — Lei crede che Elena sia una vittima; e ignora che io sarei stato il migliore dei mariti, se...; e che, mentre ho citato alcuni testimoni terribili contro di me, avrei potuto citarne un numero infinito di terribilissimi contro Elena. Per esempio, il direttore della Biblioteca Nazionale di Roma, il direttore del Museo di Cluny, il direttore della Collezione Grandidier al Louvre, e altri, i quali sanno che mi son dovuto mettere a lavorare da qualche tempo, non per mantenere le mie amanti, le quali appartengono alla categoria delle donne che non si mantengono; ma per.... per altre ragioni.... Elena sarebbe stata perduta; dieci anni di reclusione, a occhio e croce.
Accese ancora una sigaretta, e concluse:
— Lei ha molte illusioni intorno a Elena!
— Interrogherò subito quei testimoni, — disse l'avvocato Quadrelli. — E andrò a recare la buona notizia alla contessa.
— Vada, vada! — mormorò il conte Stefano, sorridendo.
Strinse la mano all'avvocato, s'inchinò leggermente, e uscì.
Non appena egli si fu allontanato, Pietro Quadrelli uscì a sua volta, prese una vettura, e si fece condurre di corsa al carcere giudiziario.
Era felice; teneva in pugno non soltanto la libertà materiale di Elena dagli occhi cilestri, ma quanto bastava per darle un'aureola più duratura del delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina di lei. Aveva un bel dire il conte; l'opinione pubblica lo avrebbe stritolato, decretando il trionfo alla giovane e timida contessa. Non si violano impunemente le convenienze come aveva fatto Stefano; il pubblico si rivolta e condanna.
Nella sua cella a pagamento, la contessa Elena, agile e sottile, stava seduta leggendo, presso la tavola su cui erano ancora i piatti e le posate della colazione; udendo schiudere l'uscio, la giovane si alzò, e sorrise a Pietro Quadrelli, che entrava.
— Mi pare molto contento, avvocato! — ella disse con la sua bella voce morbida.
— Contento? Sono felice, e per buoni motivi, — rispose l'avvocato.
E sedendo vicino a lei, presso la tavola, le raccontò con molti particolari la visita del conte Stefano e le notizie che ne aveva raccolto. Egli s'aspettava di vedere il bel viso dal carnato “simile a un petalo di rosa„ illuminarsi di gioia, e fu stupito, quasi sgomento, vedendo che a mano a mano ch'egli procedeva nel racconto, il visetto si faceva buio, la fronte s'aggrondava, l'espressione diventava cupa e chiusa.
— Ebbene? — disse Pietro Quadrelli. — Non ho ragione d'essere felice? È il trionfo, la vittoria sicura, la sua assoluzione....
Elena lo guardò in faccia, poi disse freddamente:
— Non ha capito?
— Io? Che cosa dovevo capire?
La giovane ebbe un sorriso breve, una specie di ghigno disdegnoso: poi dichiarò:
— Sono testimoni falsi!
L'avvocato Quadrelli trasalì, fissandola a sua volta sbalordito:
— Come dice? — interrogò.