Part 10
— Se m'interrompi, io non mi spiego e tu non mi capisci, — osservò Ladis, alzando leggermente le spalle. — Ti dico: tu mi piaci troppo, ora; riunendoti a tuo marito, resterai a Venezia, io continuerò a volerti, sarò innamorato e geloso, e sciuperò tutto il mio tempo per te, senza lavorare, mentre io devo lavorare molto.... In questo stato d'animo, io mi auguro che tuo marito non ti voglia più, che il tuo assegno non ti basti, e che per orgoglio o per amore del nuovo tu ti decida a lasciar Venezia; così io sarò libero....
Giorgina fece un gesto di stupore, Ladis non le badò affatto, e seguitò:
— Ma nella vita non avviene mai niente. Questo piacere che tu mi dai e che io cerco con avidità, deve finire a poco a poco; tu devi essermi indifferente; e allora, in compenso e perchè io sono giusto, agirò come tu vorrai, farò che tu ti riunisca ad Aurelio. Che cosa importerà a me, allora, che tu viva a Venezia o a Calcutta? Io non ti cercherò, apprenderò con indifferenza ragionevole che tu sei felice, e vivrò benissimo, lavorando, senza passione....
Stette un poco in silenzio, poi si alzò e disse con rapida sintesi:
— Dunque, bisogna saziarmi!
La donna, che mentr'egli parlava secco ed esatto, era andata guardandolo e ascoltandolo quasi con raccoglimento, gli si avvicinò e gli stese la mano:
— Sei molto forte! — esclamò.
— Suvvia, — disse Ladis ridendo, — non merito la tua ammirazione. Ti ho spiegato ciò che penso. La verità per voi donne è sempre una cosa nuova.
— Sì, — mormorò Giorgina, dominata. — Tutto questo è nuovo, e mi pare così strano, così strano...!
Ella s'interruppe, fissò il giovane, che era impassibile; e quasi per scuotersi e per riprendersi, disse:
— Ma quando tutto questo avrà avuto fine, potrai convincere Aurelio?
Il giovane sorrise.
— Tu sai che mi ascolta, — rispose, — benchè non mi comprenda interamente e benchè abbia quasi vent'anni più di me. Poi è innamorato, oggi peggio di ieri, e domani sarà peggio di oggi.... Infine, Aurelio ha la debolezza degli uomini che disprezzano gli uomini; non li sa giudicare e li adopera come strumenti; non pensa ch'egli può essere strumento a sua volta di chi sia più abile di lui.
— È giusto, — disse Giorgina,
— E allora, siamo d'accordo? — riprese Ladis gentilmente. — Ti darai tutta a me?
— Tutta.
— Senza tradimenti?
— Non ti tradirò mai.
— E quando vorrò, sarai mia?
— Sempre; domani e doman l'altro, e poi ancora e ancora e ancora, fin che tu non ti stanchi!
— Va bene, — disse Ladis brevemente. — Addio.
— Addio! A domani!
IV.
Era un giuoco per lei. Ella tutta sensuale, nella linea del corpo e nella qualità dell'intelligenza, vi si abbandonò con gioia impetuosa.
Non ebbe mai esitazioni o smarrimenti, non trovò mai l'ora per chiedersi quale risveglio avrebbe avuto quella follìa. Recava con la mente chiusa e il cuore atono, il bel corpo all'amante assetato perchè se ne abbeverasse; e Ladis dalla febbre carnale risorgeva ogni volta più eccitato e voglioso, ed ella si concedeva intera ogni volta.
Bel giuoco. Il desiderio di Ladis, corrotto da precoci abitudini libertine, moltiplicava fantasie e capricci sul corpo ardente della femmina, che si offriva a tutti i baci; e gli amanti si separavano alla fine d'ogni convegno stanchi e non sazii, dopo aver disperso in veementi spasimi un tesoro d'energia.
Ladis trattava la sua donna con una brutalità imperturbabile, che la domava facendola fremere di rabbia, perchè era in quel delirio sordo una specie di grandezza; e Giorgina se ne sentiva ammirata e offesa a un tempo, deliziandovisi con paura.
Ella, che aveva pensato dall'inizio di poter essere la dominatrice, era stata subito presa e soggiogata da quella rude volontà, infinitamente più decisa della sua.
Ma Ladis pareva egli stesso sdegnato e sorpreso che la sensualità insidiosa della donna non gli avesse detto ancora l'ultimo segreto; e quasi per ira se ne lasciava possedere, e quasi per vendetta la possedeva.
Di sè e di lei, non una parola; non cercava e non faceva confidenze, non ricordava nè il passato nè il domani, come se egli e Giorgina fossero diventati due forme di godimento corporeo, prive di cuore, di pensiero, di sentimento.
Egli l'afferrava, la spogliava, la teneva, perchè desse il piacere, tutte le espressioni di piacere di cui era capace, e qualche volta sembrava che dalla bocca di lei volesse con la bocca carpir la vita.
Bel giuoco. Gli amanti eran chiusi in un cerchio di fiamme; Venezia flagellata dal sole estivo o coperta dallo scirocco umido e bruciante metteva nelle vene dei giovani un ardore insaziabile donde germinava veleno di nuovi desiderii. I freschi abiti tutti bianchi, che davano a Giorgina un'eleganza non priva di candore, il bisogno di far lunghe sieste voluttuosamente torpide, la libertà completa di cui godevano Ladis e la donna, che nessuno vigilava, che nessuno attendeva, eran continui stimolanti alla gioia.
Giorgina non aveva mai sentito il tempo così dolcemente leggero, quasi fluido, nè mai aveva avuta l'anima più obliosa e fidente; le pareva di navigare a occhi chiusi per un gran fiume tranquillo, in un'aria nè calda nè fredda, che addormentava pensiero e coscienza. A poco a poco ella pure aveva dimenticato lo scopo di quel viaggio, l'approdo imminente, la fine, come sempre fosse vissuta e sempre avesse dovuto vivere, nuda sotto una gaia tempesta di baci, in un'estate perenne.
Di tratto in tratto ella avvertiva un rivolgimento nel suo animo, un rapido impulso di gratitudine per Ladis, che le aveva dato così profondo gaudio; forse ella lo amava ormai sfrenatamente; non si chiedeva nulla, non voleva nulla sapere; e la sua anima si riaddormentava placida nella voluttà.
Un giorno, mentre passeggiava per la camera annodandosi la cravatta, Ladis annunziò d'improvviso:
— Ho parlato con Aurelio. È combinato tutto.
Giorgina alzò disperatamente le braccia; si curvò muta sotto il colpo, si sentì come vuotar le vene e chiuse per un attimo gli occhi.
Ladis non poteva vederla bene, perchè essa, interamente vestita, volgeva le spalle alle finestre, la cui luce era smorzata dalle tende.
— Ha detto, — seguitò, — che la sua casa è sempre tua, e puoi andarvi anche subito. Io gli ho fatto capire che tu devi avere qualche imbarazzo finanziario, ma egli sarà lieto di accomodare ogni cosa. È un buon diavolo; ti desidera molto. La sua ricchezza, il suo lavoro, la sua vita senza una donna, mi ha confessato, son troppo tristi... Quanto all'opinione pubblica, come tu sai....
A denti stretti, livida in viso, fredda per tutto il corpo, Giorgina ascoltava. Si vide in un grande specchio, il quale qualche volta aveva riflesso abbracciamenti strani e complicati, ed ebbe orrore, non sapeva di chi o di che cosa; un'acqua amara le veniva alla gola, e dentro sentiva una voce gridarle: “Non parlare; è finita; non parlare!...„ E non parlò; guardò Ladis con occhi spaventati e supplici; sì, veramente era finita, egli non avrebbe compreso.
La mano della donna serrò con tal forza l'impugnatura dell'ombrellino, che la spezzò.
— Brava! — disse Ladis ridendo. — Aurelio può cominciare col dono d'un parasole.... E così, quando andrai?...
Giorgina stentò a muovere le labbra bianche; lentamente, con pena, mormorò:
— Domattina....
— Ci vedremo. Aurelio m'ha invitato a colazione; sarò testimonio della vostra pace....
Stupita, la donna sentì di poter ridere; e rise, rauca un poco, non sapendo ciò che si facesse. Il suo sguardo vagava intanto per la camera, per il nido, per il covo, dov'era stata così lietamente belva, così avidamente femmina; e quando le parve d'aver bevuto abbastanza con gli occhi quel tesoro d'imagini familiari ch'era un tesoro di ricordi intimi, si mosse per andare.
— Non te l'avevo detto io, — osservò Ladis, mentre spazzolava la giacca, — non te l'avevo detto che Aurelio ascolta e obbedisce?
— Sì; arrivederci! — mormorò Giorgina.
— Arrivederci, — rispose Ladis, un po' sorpreso di tanta fretta. — Hai furia?
— Ho molte cose da fare, — disse Giorgina. — Non sapevo che questo fosse l'ultimo....
Si diede un morso feroce alle labbra per non rompere in uno scoppio di lagrime.
— .... l'ultimo appuntamento, e sono impreparata, ho molte cose da ordinare....
— È giusto: arrivederci domattina, a casa tua! — disse Ladis cortesemente.
Ella non gli rispose, evitò di dargli la mano, gli voltò le spalle.
— Bel modo di ringraziare! — mormorò Ladis quando si trovò solo. — Poco incoraggiante per un gentiluomo!
V.
Aurelio si mostrò molto affabile.
La moglie lo aveva preavvisato del suo ritorno con un biglietto, e gli era capitata in casa la mattina, pochi minuti prima di sedere a tavola per la colazione.
Vestiva una sottana rossa di fiamma e una camicetta così trasparente, che le spalle e il petto fino al cominciar dei seni parevan nudi, soffusi appena da una polvere diafana; calzava stivaletti alti di pelle rossa.
Aurelio l'ammirò; gli piacque in modo singolare, dentro la guaina fiammante, il corpo bruno e odoroso, ch'egli ricordava; ma parlò d'affari; apprese con soddisfazione che i debiti di Giorgina non superavano la cifra da lui prevista; e in un medesimo discorso trattò dell'assegno, della bellezza, d'una società per azioni e dell'eleganza di sua moglie, terminando con un sorriso indulgente e una piccola fugace carezza sui capelli di Giorgina.
Questa non dava segno nè di annoiarsi, nè di divertirsi; non la scosse nemmeno lo spettacolo delle sue camere, che ritrovava dopo due anni non tocche in alcun particolare. Mentre essa si toglieva il cappello, Aurelio andò a una finestra e guardò nella via; e tra il brulicar dei passanti, riconobbe un medico, una dama, due avvocati, il negoziante di legna che aveva bottega nella casa, e parecchie serve che tornavan dal mercato di Rialto.
Era l'opinione pubblica che passava, la quale doveva pronunziare il suo giudizio su Aurelio Sangiorgi, che aveva riaperto la casa alla moglie colpevole.
Aurelio fece un sibilo tra i denti, per allegria e per disprezzo, e si mise a ridere.
Giorgina lo guardò attonita, non chiese perchè ridesse, e tornò nella sala da pranzo.
Osservò sulla tavola la cristalleria multicolore e scintillante, e il vasellame antico, prezioso, ch'ella non aveva mai visto.
— Sono compere nuove? — domandò al marito.
— No; li ho avuti dalla famiglia Badoèr, — rispose Aurelio, — in seguito a un affare disgraziato....
— .... per la famiglia Badoèr, — interruppe Giorgina, torcendo la bocca disdegnosa.
Ladislao sopravvenne in quel momento; al vederlo, la donna ebbe un sussulto, e una maschera d'angoscia le si stese sul volto; ma fu cosa rapidissima. Ladis era allegro e chiassoso; i molti fiori porpurei, distribuiti qua e là per la sala e sulla tavola, gli piacquero.
— Fior di passione! — disse ridendo a Giorgina e ad Aurelio. — Color di fiamma come la sottana della sposa.
Giorgina lo guardò negli occhi: non v'era ironia, non v'era cinismo, non v'era nulla.
Ladis aveva dimenticato il loro amore, con una semplicità, con una naturalezza, incredibili; fior di passione doveva essere per lui veramente il matrimonio rinverdito e ripreso di Giorgina e d'Aurelio.
Allora la donna si fece allegra ella pure, follemente, ferocemente allegra, ridendo di tutto; e dentro, a cuor morto, rideva di sè e della propria stupidaggine.
S'era vestita così per piacergli ancora; aveva pensato che la visione delle sue carni brune appena velate dalla camicetta, dovesse risvegliare in lui un brivido dell'antico desiderio selvaggio; e un solo sguardo sarebbe bastato a richiamarla, a farle abbandonare gli agi e la casa.
Egli non aveva veduto nulla. L'abbigliamento procace andava risvegliando invece la concupiscenza di suo marito, che le sarebbe balzato sopra, non appena l'amico si fosse accomiatato.
Il contrasto non poteva essere più comicamente malinconico.
Proprio quella stessa mattina, mentre faceva il bagno, la giovane aveva scoperto sotto la mammella sinistra una chiazza rotonda, l'ultimo bacio, il morso ancora dolente di Ladis, il suggello dell'amore finito.
Ella pensava a questo, guardando i bicchieri postile innanzi; e si fece versare dal servo una coppa di sciampagna, e bevve, e poi un'altra, e una terza, ridendo. Le frullava per la testa il capriccio, il bisogno, di stracciarsi il velo che le copriva il seno, e di mostrare il torso nudo, con quel vivido sigillo della sua passione, perchè Ladis lo riconoscesse, perchè Aurelio ne fosse sgomento.
Che smorfie avrebbero fatto i suoi uomini allo spettacolo imprevisto?
— Sciampagna! — ella ordinò di nuovo al servo.
— Giorgina! — mormorò Aurelio, in tono di velato rimprovero.
— Una baccante! — disse Ladis, ridendo. — Una baccante superba!
Aurelio la guardò con cupidigia; ma le parole di Ladis avevano avuto un effetto strano; il volto della giovane s'era sbiancato e la fronte s'era corrugata per qualche ricordo improvviso, che Ladis aveva sbadatamente evocato.
Giorgina si alzò: disse:
— Voi dovete parlar d'affari, credo. Io sono stanca: vado a riposare un poco.
Si volse a Ladis, il quale s'era alzato egli pure.
— La ringrazio, — soggiunse stendendogli la mano.
— Spero di rivederla, prima ch'io me ne vada, — rispose Ladis.
Giorgina lo guardò con un sorriso enigmatico; Ladis non aggiunse parola e s'inchinò stringendole la mano.
Seguì un istante di silenzio; Ladis riprese il suo posto, e Aurelio non appena la giovane ebbe varcato il limitare, disse contento:
— Che donnina! Bella, bella, bella!...
L'altro gli fissò in faccia gli occhi, nei quali luceva una acuta ironia. Il terribile uomo d'affari, Aurelio Sangiorgi il pirata, non sospettava pur lontanamente che Ladis conoscesse la donnina assai meglio di lui, e le dovesse una pagina della sua gagliarda vita di scapolo.
Giorgina entrò nella camera da letto, chiuse le persiane e le imposte, e nella quieta ombra così creata si strappò di dosso la camicetta, il copribusto, il busto; aperse una valigia che le avevan portato la mattina stessa e ne levò un tagliacarte con l'impugnatura dorata e la lama affilatissima.
Si guardò nello specchio. Il torso vibrante, dalle mammelle rigide, sorgeva come un fiore da quella coppa rovesciata ch'era la sottana fiammea stretta intorno alle anche.
— Dunque, io non ho disponibili che ottanta azioni, e le riserbo per te, — diceva Aurelio in quell'istante a Ladis. — A questo proposito, devo dirti che il valore nominale....
Ladis ascoltava con piacere.
Giorgina si gettò sul letto, impugnò il tagliacarte, affondò due volte duramente la lama nel polso, due volte nella piegatura del braccio sinistro; guardò l'immane fiotto di sangue che si precipitava fuori con violenza, inondando il letto; e rovesciò la testa sul guanciale.
— Ora posso lavorare, lavorare molto! — dichiarava Ladis con un sorriso calmo. — Devo confessartelo: temevo d'innamorarmi come un poeta e di sciupare il mio tempo con le donne; ma ho fatto una cura energica.... E nella vita non avviene mai niente!...
Giorgina rantolava, gli occhi velati, tutto il corpo scosso da fremiti spaventosi. L'amplesso di Ladis non l'aveva mai fatta vibrare così a lungo....
PICCOLO “SKATING„.
Tutto il giorno, dalla mattina alla sera profonda, era quel rumore come d'un vento che sibilasse, e quando intenso e quando fievole, lontano, rotto e soverchiato a sua volta dallo stridìo dei pattini, che strisciavan di fianco per arrestar la corsa.
Nel rettangolo chiuso da sbarre, sul pavimento di marmo grigio, uomini e donne e fanciulle correvano, dritto il busto, piegando lievemente i ginocchi per arrotondare gli angoli alle svolte, la testa bassa, gli occhi rivolti a terra. Scivolavan via così lunghe ore, sui pattini a ruote, dalla mattina alla sera profonda; e una folla intorno alle sbarre li guardava, intontita e quasi addormentata da quel variare isocrono di figure che si rincorrevano e tornavano; dimentichi e la folla e i pattinatori del tempo e del luogo.
Di là dalla vetrata si scorgeva la distesa verdognola del mare mosso, e di qui la striscia gialla del viale pulito e spazzato dalla pioggia fitta di più giorni.
Verso le cinque del pomeriggio cominciava il concerto, un piano, un flauto, un violino e un contrabbasso, che suonavano ballabili lenti, sui quali pareva cader la gragnuola minuta di quel rumore come d'un vento, che si faceva più forte. A quell'ora tra il pubblico apparivan le eleganti, e nel rettangolo del pattinaggio i maestri, quelli che delineavano le piroette, e correvano all'indietro, con le braccia conserte.
La musica dava un pensiero a tutta quella gente ch'era pigra a pensare, ma accompagnati e presi nella dolce spirale d'un valzer, non correvan dietro che a pensieri in forma di scene e a sentimenti in forma di pensieri. I più si dolevano, — donne e fanciulle, — che tra il pubblico non si vedesse la persona che avrebbe meglio ammirata la loro grazia.
E di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e di là e di qui, e un passo stretto dietro un passo stretto, e la spinta misurata e la svolta lunga per inerzia, e di qui e di là, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui or di là....
Nella corsa liscia e voluttuosa ve n'eran di instancabili, deliziosamente rinfrescati dal ritmo della musica; e seguitavano a correre, a svoltar gli angoli, a tagliar per la diagonale, a ondulare di qui e di là, abbozzando in testa un romanzo, che rimutavano, allungavano, abbellivano, e che non ricordavano più quando s'eran levati i pattini. Per riprendere il romanzo, bisognava rimettere le viti, riallacciare i lacci ai piedi, volare tra quel sibilo di vento e udir la musica, il doppio ritmo delle note e delle ruote.
Allora veniva bene il dialogo segreto, mille volte rifatto, che poteva esser questo:
— Mi ami?
— Non so chi sei.
— Non senti che t'amo, non senti che muoio, non bruciano le mie mani, non sono un tormento e una gioia che mi avvicinano a te?
— Mi parli, e non comprendo.
— Vieni; ti passo il braccio intorno al busto. Sei mia. Vola con me, piègati sul mio fianco, abbandònati alla mia stretta.
— Tutti ci guardano.
— Nessuno ci vede; la vertigine è troppo forte. Altri son passati prima di noi così avvinti, altri passano dopo di noi. Tutti ci guardano, nessuno ci vede....
— Non m'ingannare.
— Ti amo. Non ti piace così?
— Mi piace così. Fin quando?
— Per sempre, per sempre....
E di qui e di là, sul ginocchio destro e sul sinistro, tra quel sibilo di vento, tra le spirali del valzer.
La linea del mare verdastro di là dalla vetrata s'illuminava d'una luce di fuoco sotto gli strati delle nuvole scintillanti d'oro, e si faceva d'oro il rettangolo sul quale svolazzavano tante sottane e correvano tanti piccoli piedi ruotati.
Fu così, in un tramonto igneo, che apparve un giorno tra il pubblico tranquillo degli spettatori una giovane signora, o una signorina, e vi gettò uno sgomento indimenticabile. Chi era? Che cosa aveva di più o di meno, di meglio o di peggio che le altre?
Era sottile come quella giovinetta che sapeva far gli svolazzi coi pattini a guisa d'un calligrafo con la penna; non più bruna di capelli nè bianca di carnato che quelle due fanciulle, le quali correvano e ondulavan sui fianchi sempre l'una avvinta all'altra; non più elegante della piccola bionda, ch'era elegantissima. Bella, fresca, audace, sdegnosa, come quasi tutte le pattinatrici che le mamme, sedute torno torno al rettangolo, si vedevan correre sotto il naso da un paio di settimane.
E tuttavia la sua apparizione sollevò uno scompiglio indimenticabile tra quel pubblico pacifico, al quale si frammischiavano volontieri i giovani e gli uomini maturi in cerca di sensazioni estetiche e di visioni rapide.
Ella aveva un abito bianco tutto liscio, corto, serrato in basso da tre lacci, secondo le ultime leggi; una cintura rossa alla vita e un paio di stivaletti rossi compivano, coi guanti bianchi e un enorme cappello, il suo abbigliamento.... Ma gli stivaletti rossi dispiacquero subito alle osservatrici. Se ne vedevan di rado, da quelle parti, e avevano un significato di provocazione, che non si spiegava, si sentiva per aria, e che scatenò un rumoroso bisbiglio.
La nuova venuta girò gli occhi intorno, con quell'espressione, la quale vi dice insolentemente: Vi guardo, ma non vi vedo. E anche questo dispiacque alle osservatrici, che la fissavano con l'occhialino e non ne perdevano un gesto, nè un movimento, addosso, a un passo, quasi studiassero al microscopio una vita misteriosa e inquietante.
Era accompagnata.... Ma era veramente accompagnata?... Nessuno l'aveva vista entrare.... Però donna Eufrasia Ricciardi assicurò che doveva essere accompagnata dal signore che le era alle spalle; uno di quei temibili uomini, i quali sono stati ripetutamente a Parigi, possiedono un'automobile con cui scarrozzano le più belle ragazze del mondo, tengono tra le labbra la sigaretta spenta e nelle mani l'onore di più donne; e un giorno si scopre che sono ammogliati e non se ne ricordano più.
Non si sapeva veramente se quel terribile signore, con un certo cappello bigio molle piantato di sbieco e tirato sugli occhi, accompagnasse la ragazza. Di chiaro non si vedeva se non sulla faccia d'ambedue, l'uomo e la ragazza, l'espressione della stanchezza; e si vedevano anche sotto gli occhi dell'uomo certe sottili lineette che si sarebbero chiamate rughe.
Le notò per prima Virginia Giordani, che lo guardava avidamente, di sfuggita; ella aveva diciott'anni e andava pazza per gli uomini sciupati, stanchi, col viso “ricamato„ dai giorni e dalle notti e da molte cose di cui non aveva alcuna idea.
L'altra intanto s'era allontanata tra il bisbigliare continuo delle buone dame sedute, e s'era fatto mettere i pattini dall'inserviente. Entrava nel rettangolo, sul marmo grigio. Fu un momento d'aspettazione silenziosa, un solo momento, perchè quella si lanciò subito sul ginocchio destro e sul sinistro, si curvò un poco, prese l'aire, fece una svolta stupenda, passò tra le coppie, raggiunse una velocità alla quale nessuno si arrischiava pur tra i più audaci.
E rise da sola, pensando che le spettatrici l'avevano forse creduta tanto sciocca da arrischiarsi al giuoco senza conoscerlo bene e da cadere goffamente pel loro spasso.
Andava, volava, batteva l'aria in faccia agli uomini che la scrutavano immobili di là dalla sbarra, e sfiorava del gomito le fanciulle, che sentivano ch'ella era diversa, e ne avevano timore ed invidia, maraviglia e soggezione.
Veniva non si sapeva donde, non aveva detto parola, non aveva sguardo per alcuno, e scivolava mirabilmente, pensando a non si sapeva che cosa.... Era il personaggio del romanzo, di tutti i romanzi pullulati nell'ozio di quel passatempo, una fantasia incarnata in una bella persona, venuta su improvvisamente dall'ignoto.
— Bisogna richiamarle, queste ragazze, e condurle a casa! — osservò donna Eufrasia ad alta voce. — Chiamate Lidia; fate segno a Paolina....
Ma le ragazze filavan via, e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, mentre l'insidia del valzer torpido le avvolgeva.
Parevano capitanate da quella svelta figurina; le si eran messe tutte dietro, una schiera lunga di paperi, e si facevano sfiorar del gomito a bella posta per sentire che la donna del loro romanzo, la parvenza della loro fantasia viveva, e tentavan d'imitarla quando si curvava un poco per goder meglio della corsa. Nella schiera ve n'eran di men giovani che lei, ed ella sembrava una sorella candida tornata fra le sorelle al giuoco; e senza parere, aveva allentato un poco il suo impeto per non compier troppo presto il giro e non passar dalla testa alla coda. Tutte le altre regolavan la spinta e il ritmo sul ritmo della sorella sconosciuta.
— Chiamate dunque Lidia! — ripetè ad alta voce donna Eufrasia. — E lei lascia sua figlia in quella compagnia?