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Chapter 6

Chapter 63,797 wordsPublic domain

Voi non conoscete il principe Dimitri? Avete torto. Per voi, che fate professione di scrittore, sarebbe un tipo interessantissimo. Qu'à cela ne tienne; posso darvi qualche renseignement; je me flatte di conoscerlo abbastanza. Dunque, il principe Dimitri è un russo; ma quel che si dice un russo puro sangue. Voi non conoscete la Russia? Avete torto ancora. È una terra vergine; non v'immaginate però di andarla a conoscere nelle _Terres vierges_ di Turguenieff. Per tornare al principe Dimitri, rappresentatevi, al fisico, un cane bull-dog, un bull-dog in giubba e cravatta bianca, che si tenga raide sur ses pattes, e ne avrete un'idea sufficiente. Quando era nella diplomazia, feu M. de Gortschiakoff ne faceva un grandissimo conto, e il n'était pas dans son tort. Pieno di forme--per esempio!--corretto, digne, impeccabile! Avec ça, egli è molto attaccato alle patrie tradizioni, ragione per cui è ben visto a Corte, e tiene in grande onore lo knut. Ne avete sentito parlare? È uno strumento, my dear fellow, del quale a noi russe non bisogna parlar male. Catulle Mendès ha molto torto di chiamar mostro quella ragazza, che avendo vista una esecuzione di knut, si sostituì alla serva condannata a 25 colpi, per farseli dar lei. Voialtri latini avete la rettorica nel sangue. Perchè _mostro_? Non sapete dunque che tous les goûts sont dans la nature? Non nego che applicato sulle spalle d'un idealista come voi, lo knut farebbe guarire ipso facto (un po' di latino non guasta) le più strane fantasie. Ma io son grata al principe Dimitri di avermelo fatto conoscere. Egli ne era professore, et je ne regrette pas le sue lezioni. Bisogna tâter un po' di tutto. Però, siccome tutto si paga in questo basso mondo, dopo una lezione di knut non si può andare, per esempio, en grand décolleté al ricevimento dell'ambasciata, e si soffre qualche poco al circolo dell'imperatrice. Non importa!... La vita in Russia, col principe Dimitri, governatore di Kiew ed anche un po' mio marito, è piena di distrazioni. La villeggiatura in Siberia, per esempio, in inverno, è on ne peut plus divertita. D'inverno, in Siberia? domanderete voi. Sì, mio caro, quistione di temperatura e di... temperamento. Voi dovete sapere che il principe Dimitri ha sempre presso di sè il dottor Baribine, al quale è affidata la vostra salute. Quando il principe domanda: Pietro, come sta la principessa? Pietro risponde: la principessa ha bisogno di un clima freddo. E il principe Dimitri vi manda in Siberia. Regola generale: quando il principe Dimitri s'informa della vostra salute, il dottor Baribine ha pronta la sua ordonnance. Un'altra volta il principe domanda: Pietro, di che cosa soffre la principessa? Baribine risponde: la principessa ha bisogno di riposo. E il principe vi manda nel castello di Paliskaja, dove non entra e di dove non esce âme qui vive. Un bel giorno si sentono delle fucilate; sono gli uomini del principe che tirano contro un cacciatore curioso, sorpreso a guardare alle finestre, e lo stendono morto. In questo castello di Paliskaja, si sentono la notte--histoire di non dormir troppo--dei rumori strani, gemiti sordi come di persone a cui si applichi la question; è il vento--rien que ça--il vento che s'ingolfa sotto le arcate, per le coulisses, e che fa stridere le girouettes! Ah, un gran dottore, il dottor Pietro Baribine! Dopo eseguite le sue ordonnances, voi tornate completamente rifatto; voi potete andare ogni sera dans le monde; e gare a mancare un solo invito! Il principe Dimitri si avanza verso di voi, col suo sorriso di bull-dog che scopre le sue zanne... e voi vi alzate subito, andate a fare un petit bout de toilette, sedotto da tanta amabilità.

Ah! ah! ah! Voilà che ricomincia! Ah! ah! ah! Sapete a che cosa penso? Alla vostra lettera, amico mio, alla vostra lettera famosa, colossale, gigantesca! «Voi non sapete che io vi porto nel cuore? Come è mai avvenuto, buon Dio, che io abbia messo tanto tempo a dirvelo?... Egli è che voi siete sola, che voi non avete nessuna forza presso di voi che possa difendervi; egli è che sarebbe stato offendervi il parlarvi d'amore, che le grandi parole avrebbero potuto nascondere il calcolo vigliacco di pervenire a voi per mezzo della vostra debolezza...» Ah! ah! Parfait! Voi siete tutto ciò che v'ha di più moyen âge! Come un cavaliere errante, voi andate in cerca di avventure... oh, pardon! è venuto da solo; io non l'ho fatto exprès!... Eh, «buon Dio!» voi avete una grande inclinazione per le vie di traverso! Assolutamente, non sapete dove metter le mani!... Bisogna che io completi la vostra educazione mondaine, volete? Temo soltanto di dover spezzare «l'ideale» che vi siete formato di me. Incolpatene vous-même; voi sapete che cosa dice la saggezza delle nazioni: la plus belle fille du monde ne peut donner... quel che non ha più!

Quanti anni avete?... Sono sicura di non essere indiscreta; voi siete così giovane che per dieci anni ancora non sarà la pena che ne nascondiate qualcuno. Ventotto anni? Trenta? C'est la fleur même de l'age! Volete sapere l'età mia? Con tutta la buona volontà del mondo, l'affare non sarà così facile. Se il tempo ha le ali, io faccio del mio meglio per corrergli dietro. È un combattimento ad armi corte; ma vi assicuro che non ho aucune envie di fare la vieille garde!... Quando sarà venuto il momento psicologico (.... per modo di dire) io mi arrenderò, con armi e bagagli. Toujours est-il che sono ancora presentabile, am I not? E voi avete il toupet di non «domandarmi nulla» di voler soltanto «vivere nella mia ombra» contento soltanto se le mie mani saranno «pietose alle ferite del cuore!» Honny soit qui mal y.... pense!... O merveille! o stupore! Messieurs et mesdames; entrate! Ecco l'uomo che non domanda nulla; toccatelo: è di carne e d'ossa; on ne triche pas, quoi! L'uomo che non domanda nulla! On ne paie qu'en sortant!... Sapete dunque di chi mi avete l'aria? Di quei giovanotti e di quelle ragazze che se ne vanno a far delle copie al British Museum, e si attaccano un écriteau, dove dice: visitors are requested not to stand round the student!... E i borghesi della City, le loro mogli, la loro discendenza e le loro serve si dispongono intorno allo studente, che si studia d'essere studiato! Qua la mano: vi facevo più spirito; parole d'honneur!

Dopo tutto!... A guardarci de près, io m'accorgo di essere ingrata verso di voi. Sapete che cominciavo ad annoiarmi, con questo golfo sempre dinanzi, con questo verde sempre di dietro, con questi mannequins sempre d'intorno? Ah, la noia, la noia vasta, profonda, irresistibile; la noia che vi afferra le mâchoires e che ve le disloca, la noia che vi inchioda in fondo a una causeuse, e che non vi dà guère l'envie de causer, e che vi mette una cappa di piombo sulle spalle e sul petto, come ai dannati del vostro Dante! Ah, la noia che vi accompagna dovunque, come la vostra ombra; che si attacca a voi, che vi penetra tutto, che finisce per diventarvi quasi indispensabile! Qual è stato l'uomo di spirito che ha scritto questa confessione profonda: Mi annoio tanto, che se non mi annoiassi, mi annoierei? Tenez, lo abbraccerei, se fosse qui! J'ai vécu, caro mio. E ne ho viste, come voi dite, di crude e di cotte. Quasi quasi je regrette lo sport knutesque di cui è professore il principe Dimitri Borischoff, governatore di Kiew ed anche un po' mio marito. Quasi quasi vorrei ricorrere alle ordonnances del dottor Baribine.... Tenez, sbadiglio! Come ho fatto a scrivere tanto? Je n'en reviens pas encore! Domani, meno male; avrò la curiosità di vedere quelle mine voi farete; ma dopo domani, que vais-je devenir? Tutto sommato, me ne andrò a Loèche. Di li passerò a Londra, per la season. A luglio sarò in Normandia, a Honfleur o al Tréport, c'est selon. In agosto verrò un'altra volta a casa vostra; passerò una quindicina di giorni sui laghi.

Vous voyez; faccio di tutto per distrarmi; ma prevedo che incontrerò difficilmente una persona che mi diverta più di voi. Senza rancore!

_Toute à vous_

CATERINA P. BORISCHOFF.

_Post-scriptum_,--La vostra amabilità merita bene un premio. Mi permetto di offrirvelo, sotto forma di un consiglio. Se volete riuscire con le donne, non le fate ridere.

P. B.

II.

Alla signora Caterina, principessa Borischoff,

_Castellammare_.

Hotel Royal.

_Signora_,

Sono mortificatissimo di doverle dire che Ella si è stranamente ingannata sul conto di quel manoscritto da me inviatole. Oltremodo sensibile all'interessamento che Ella mostrò di prendere alla nostra letteratura, e per obbedire al desiderio espressomi di leggere qualcosa di mio, mi recai ad onore di farle pervenire quella novellina che, sotto il titolo di _Una Dichiarazione_ ella potrà rileggere--se l'ha fatta ridere tanto--in un prossimo numero del _Fanfulla della Domenica_. La colpa del curiosissimo equivoco è....--rida ancora!--del litografo Richter. Se egli mi avesse mandato i biglietti che aspetto da una settimana, ne avrei messo uno, con qualche parola di accompagnamento, dentro la busta contenente il manoscritto. Così, senza nessuna spiegazione, Ella lo ha preso per quel che non era, ma che del resto avrebbe potuto essere! Non mi dica che faccio il galante; la galanteria suppone--_de part et d'autre_--un piccolo fondo di menzogna, e ciò che io le dico è l'espressione sincera del mio pensiero. Una signora di spirito come lei, è capace di tutto, anche di darne a chi non ne ha _de son chef_.

Chiamato da affari urgenti a Roma, mi rincresco infinitamente di non poter venire a salutarla di persona. Ma giacchè Ella andrà ai laghi in agosto, avrò l'onore di rivederla lì, quantunque sarà difficile che mi vi anneghi secondo il suo desiderio. Ad ogni modo, trovi Ella qui l'espressione dei miei più vivi ringraziamenti pei consigli materni di cui mi è stata prodiga, insieme con l'attestato del mio più profondo rispetto.

_Devotissimamente_

G. VALDARA.

III.

TELEGRAMMA. _Guglielmo Valdara, Roma._

Venite.

IL MEMORIALE DEL MARITO.

«.... Che cosa direi ai signori giurati?

«Io direi loro così:

«Prima di condannare un uomo bisogna ascoltarlo. Io so quel che ho fatto e non cerco di sottrarmi alle conseguenze che pesano su di me. Soltanto, giacchè il mio nome è uscito dalla oscurità in cui sempre si mantenne, giacchè esso è stato dato in pascolo alla malsana curiosità della folla, io ho il dovere, più che il diritto, di narrare tutta la storia di cui si conosce il solo scioglimento, di enumerare tutti i moventi che lo determinarono, di illuminare la coscienza pubblica fuorviata da versioni partigiane od incomplete, perchè la verità, la sola verità trionfi.

«Io non mi scuso, non mi giustifico. Io non faccio parlare per me un uomo di legge. Spesso, l'uomo della legge è chiamato per impedire che la legge abbia il suo corso. Le argomentazioni speciose, le interpretazioni sottili, le citazioni significative, l'arte oratoria, la competenza giuridica non fanno al caso mio. Io debbo esporre dei fatti, tocca a voi apprezzarli.

«La mia parola sarà disadorna: tanto peggio, o tanto meglio. Se fossi un letterato, scriverei un romanzo. Io non so scrivere, non so parlare: e la folla mi sgomenta. La timidità è il fondo del mio carattere. Bambino, io covavo dentro di me le mie piccole amarezze ed i miei piccoli dolori. Avevo vergogna di farmi vedere piangente. Non so se questa sia fortezza o debolezza d'animo; so che ero così. Poi, anche un altro motivo contribuiva al mio mutismo: la persuasione del nessun interesse che avrebbero avuto per gli altri le cose mie.

«Perchè mi avrebbero badato? Che cosa importava alla gente di quel che io pensavo o sentivo? Erano cose insignificanti, puerili, senza fondamento e senza valore. Puerili in sè stesse, e non perchè concepite da un ragazzo. Quando fui molto più inoltrato negli anni, lo stesso sentimento persisteva. Meno espansivo io ero, più confidenze ricevevo. Non facevo che ascoltare, attentamente, religiosamente. L'importanza che negavo alle cose mie, la trovavo nelle altrui. Chi aveva una speranza da formulare, una gioia da espandere, un dolore da alleviare, se ne veniva da me. Mi chiamavano la _spugna_. M'imbevevo di confessioni. Ero credulo. Quelle speranze, quelle gioie, quegli stessi dolori li invidiavo, e la mia piccolezza, la mediocrità mia mi parevano più grandi.

«Divago; domando perdono. Questo è per far comprendere il mio carattere, ma importa fino ad un certo punto.

«Per certo, io non credevo che un giorno avrei pigliato moglie. Nel matrimonio, vedevo l'amore; e l'amore mi pareva una cosa molto difficile e molto rara. Dapprima, avevo nutrito qualche speranza.... una di quelle speranze che non dicevo a nessuno, e che dico ora soltanto. Leggevo dei versi, ed un'eco me ne restava dentro. Avrei voluto farne, più belli, più sonori, più eterni; avrei voluto farli per qualcuno.... Chimere. Chi è stato giovane, capirà. Ebbi una volta un piccolo romanzo; siccome è molto corto, lo narrerò. Uno dei tanti amici che mi avevano preso per confidente, aveva avuta una relazione in Francia con una Americana. Come io sapevo l'inglese, oltre che da confidente gli servivo da interprete e da segretario. Gli traducevo le lettere che riceveva dall'amante, e rispondevo per lui. A furia di leggere e di scrivere frasi di amore per conto d'altri, finii per attribuirle e adoperarle per conto mio. Quando l'ignota corrispondente mandò il suo ritratto, me ne innamorai addirittura. Ma un bel giorno l'amico mio comperò una grammatica Ollendorf e prese un maestro d'inglese. Allora il mio romanzo finì.

«In fondo, ragionavo. Mi avevano insegnato dei comandamenti--per ubbidirli, supponevo. Uno di questi comandamenti diceva: Non desiderare la moglie altrui. Quanto al desiderio--sono giusto--qualche volta io lo avevo; come impedirlo? Non facevo però nulla per tradurlo ad effetto. Non so se un casuista mi avrebbe assolto; ma io mi sentivo in pace con la mia coscienza. Offendere un uomo, perdere una donna, distruggere una famiglia mi parevano dei delitti che niente può scusare. La _predestinazione_, il _colpo di fulmine_ mi facevano l'effetto di pretesti belli e buoni. Io mi sentivo libero e padrone di me stesso, in amore come nel resto. Quando vedevo molte donne riunite in qualche posto, a teatro, per esempio, od alla passeggiata, io mi domandavo; «Chi ameresti tu fra queste?»--E con una mano sulla coscienza, mi rispondevo: «Tutte, meno le vecchie, le gobbe e le troppo brutte.» Ora, perchè io ne amassi realmente qualcuna, perchè il desiderio vago ed indeterminato si concretasse e fosse conseguito, che cosa occorreva? Due cose: primo: che una di quelle donne amasse me; secondo: che quell'amore fosse permesso. Per la prima cosa mi dicevano timido; per la seconda, ingenuo. Io lasciavo dire.

«Dunque, la moglie d'altri: no. Restava una moglie per me. Ma, dicevo, bisogna trovare una che mi ami; ed io non la trovavo. Poi, io non ero esente da qualche inquietudine. La mamma non mi consigliava il matrimonio. Era una donna di poche lettere, ma di molto buon senso. Il babbo, felice memoria, faceva un gran conto dei suoi consigli e dichiarava di essersene trovato sempre bene. Ora, la mamma mi diceva: «Figliuolo mio, tu sei della stoffa con cui si fanno i mariti disgraziati.» Come si vede, la santa donna non aveva peli sulla lingua. Io le davo ragione; ma, naturalmente, non avevo nessun impegno che glie la dessero i fatti....

«Così, passarono molti anni. Non vorrei intanto che mi si accusasse di presunzione e di darmi a credere come un modello di virtù. Feci ancor io qualcuna di quelle che si chiamano scappate forse perchè non ne entra nulla: cose senza conseguenze, in cui niente di serio era impegnato. Chi non è stato giovane, pronunzii la condanna....

«In questa calma trascorsi la mia gioventù. Poi, la mia buona mamma passò a miglior vita. Fu il mio più grande dolore. Ragazzo, quando i terrori notturni mi presentavano l'imagine della morte, pensando al mio povero babbo che non avevo conosciuto, io pregavo fervidamente il Signore di farmi morire nello stesso preciso momento della mamma; con un terremoto, per esempio, che ci avrebbe sepolti, abbracciati, sotto un monte di rovine. Non potevo assuefarmi all'idea di sopravviverle, di restar _solo_ nella nostra casa. Pur troppo dovetti restarvi! Ma allora, per la prima volta, provai il bisogno di una donna che mi stesse al fianco. Dove trovarla?... Scorse dell'altro tempo. Avevo trentacinque anni, una buona salute, una discreta fortuna, qualche reputazione di intelligenza e di onestà, quando incontrai una fanciulla alla quale non parvi indifferente. In che modo? Non saprei ridirlo. Queste cose si fanno capire, più che non si dicano. Io però non mi contentavo di capire soltanto; non potevo ingannarmi? Lasciavo quindi che il tempo mi portasse la conferma o la smentita del fatto. Non nascondo che la conferma mi sarebbe stata molto gradita; quella fanciulla mi piaceva, al fisico ed al morale; ne ricercavo la compagnia, l'amavo anche, se si vuole.... non tanto però da incatenarla al mio fianco quando non fossi stato sicuro dei suoi sentimenti a mio riguardo. Questi sentimenti non erano ostili; me ne persuadevo sempre più. Come prima se ne presentò l'occasione, io le tenni press'a poco questo discorso: «Signorina, io sono solo; vorrei associare la mia vita a quella di un'altra persona. Sarei felicissimo se questa persona foste voi. Ma, se non vi piaccio, è quasi certo che non mi ammazzerò. Il vostro rifiuto non vi procurerebbe dunque dei rimorsi. Ora, volete rispondermi?» Ella, di sua libera elezione, senza pressioni di sorta, disse di sì.

«Ci furono di mezzo, naturalmente, i parenti. Io fui aggradito, vennero sistemati gl'interessi e ogni cosa fu stabilita. La nostra unione era fatta sul piede della più perfetta eguaglianza. Nessuno di noi faceva una generosità all'altro, accettandolo. Nè io nè lei, finanziariamente, fisicamente, intellettualmente e socialmente, avevamo nulla di straordinario o di superiore. Essendoci conosciuti, ci eravamo convenuti; nient'altro. La mia fidanzata non era nè bella nè brutta, nè ignorante nè dotta, nè umile nè superba: così com'era, mi piaceva. Se in vece sua avessi conosciuta un'altra donna, avrei amato probabilmente quell'altra; ma avevo conosciuto lei, e glie lo dicevo.

«Anch'ella mi amava; me lo ripeteva sempre, me lo scriveva continuamente--malgrado ci vedessimo ogni giorno, aveva voluto che ogni giorno ci scrivessimo. Ciò mi faceva piacere. Pensavo: c'è qualcuno che si ricorda sempre di me, che sempre mi aspetta--e questo pensiero mi colmava di tenerezza. Quando la vedevo, pensavo ancora: _È mia_.... Per dir meglio: sarebbe stata.... Intanto si preparava il corredo, la casa. Io le lasciavo la direzione di tutto. Tutto ciò che faceva, era ben fatto. Che fosse contenta lei, questo era l'interessante. Alla sottoscrizione del contratto, feci un piccolo colpo di testa: le regalai dei gioielli di qualche valore; data la nostra condizione economica, una pazzia. Che importava, purchè ella fosse contenta? Ella ne fu contentissima; corse a guardarsi allo specchio ornata di quei monili, i suoi occhi sfavillavano di gioia, e non cessava dal prodigarmi ringraziamenti caldissimi. Questi mi parevano superflui; se fossi stato più ricco, avrei certamente fatto di più.

«La felicità m'irradiò tutto, quando fummo uniti per sempre. Allora io capii che cosa volesse dire: _è mia_. Quell'essere, quella gioventù, quella grazia mi appartenevano. Io potevo prenderla fra le mie braccia quando volevo, carezzare i suoi capelli, baciare la sua fronte, le sue mani, la sua bocca. Io la sentivo parlare, la vedevo andare e venire per la casa--per la _nostra_ casa--ridere, vestirsi, dormire. Io vedevo le cose che ella vedeva, toccavo ciò che ella toccava, usavo gli stessi oggetti, leggevo gli stessi libri: una dolcezza incredibile.

«Bambino, la mia felicità consisteva nel possedere una scatola di soldatini di piombo, col comandante a cavallo, i tamburi e il porta-bandiera. Io li schieravo sopra un tavolo, e li facevo manovrare per due, per quattro, a plotoni contrapposti; ed il pensiero che tutte quelle piccole imagini di esseri mi appartenevano, mi riempiva di orgoglio e di contento. Ora, in cambio dei soldati, avevo una creatura di carne e d'ossa, e non v'era bisogno di spingerla per farla manovrare. Mia moglie non stava due minuti ferma in un atteggiamento, mutava di abiti tre o quattro volte il giorno, si appoggiava al mio braccio, mi sedeva sulle ginocchia. Io possedevo una cosa nuova, meravigliosa, inapprezzabile: _una vita_.

«Come l'avevo acquistata? Dando in cambio la mia. Io ero tutto per lei, nelle opere e nei pensieri. Vedevo delle altre donne, più belle di lei, più seducenti, più corteggiate; ma mi trovavo dinanzi ad esse nella posizione di uno che avendo già un mazzolino di viole all'occhiello, ammira delle rose, dei giacinti, delle camelie, ma non saprebbe che cosa farne. Il mio cuore e la mia casa erano vuoti; ella li aveva popolati; non c'era più posto per nessuno. Il codice che il signor sindaco ci aveva letto, parlava dei diritti del marito, degli obblighi della moglie, e che so io. Queste cose mi parevano assurde. In casa nostra non si comandava nè si ubbidiva. Con qual dritto avrei ingiunto a mia moglie: Fai questo o quest'altro? Coi soldatini, passi; li potevo schierare come volevo, raggrupparli, sbandarli, rovesciarli. Ma i soldatini stavano sempre a spall'arme. Mia moglie aveva dei muscoli, dei nervi, una volontà; e in ogni atto della vita la sua volontà valeva quanto la mia. L'uomo e la donna mi parevano due esseri diversi, ma equivalenti. Quando eravamo d'accordo, la questione era risolta. Nel caso contrario, io mi uniformavo al suo giudizio. Contrariarla, avrebbe forse potuto dispiacerle; secondarla, faceva certo piacere a me.

«Io non sono un'aquila d'ingegno, tuttavia spesso, nelle nostre discussioni, mi accorgevo della mia superiorità intellettuale. Ma rinunziavo a sfoggiare il mio sapere per darla vinta a lei. Talvolta, ella fraintendeva i miei ragionamenti e mi faceva la lezione; preferivo passare per sciocco, anzichè dimostrarle che aveva torto.

«Quanto all'economia della casa, era stata lei a rifiutarne la direzione; diceva che non vi aveva testa. Amministrando la sua dote, io ne prendevo soltanto quel che rappresentava la quota di lei nelle spese comuni; tutto il resto era a sua disposizione, veniva investito in proprietà sua personale.

«Ella m'era riconoscente di tutto questo; mi diceva che mai più avrebbe sperato di trovare un uomo come me. Io non credevo far nulla di straordinario; avrei davvero voluto farlo per dimostrarle il bene che le volevo. Certe mie fanciullaggini dei primi tempi le parevano molto care; io ne trovavo sempre di nuove finchè mi accorsi che cominciavano a stancarla. Infine, non era ragionevole che ella passasse le sue serate in casa a sentirsi dire che l'amavo. Le visite, gli spettacoli, il giuoco--che so io--tutta la vita esteriore aveva poche o punte attrattive per me; per una signora la cosa era diversa. Ella aveva delle relazioni da mantenere, una figura da fare. A teatro, io soffrivo qualche poco nel vederla, con le braccia nude, la gola scoperta, fatta segno agli sguardi indiscreti della folla. Volevo bene che ella splendesse, ma sentivo una gran voglia di dire a quei curiosi: «Imbecilli, che cosa state a guardare? Ella non è per voi.» Ancora, ella aveva un certo modo di mettersi il mantello, dinanzi al davanzale del palco, che mi pareva iniziasse la gente al mistero della sua toletta; mi pareva che, vedendola coprirsi a quel modo, la gente l'imaginasse che si svestiva....