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Chapter 4

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Ella stette un istante silenziosa, cogli sguardi perduti in non so quale visione. Poi, abbassando lentamente le palpebre, con voce fievolissima, rispose:

--Una volta.... fui molto amata....

--Ah!

--Andrea! Perchè non mi guardi?... Che cosa ti ho detto?... Ti ho fatto male? Oh, non sei stato tu che l'hai voluto?... Andrea, io non ti conoscevo, allora!... Ne è passato del tempo!... Io sono vecchia; il torto è tuo, di esserti innamorato di una vecchia!... Ma ridi, parla, guardami una buona volta, in nome di Dio!...

Egli restò a guardarla a lungo, muto, immobile. La baronessa non poteva sostenere la fissazione di quello sguardo. Due volte, tre volte, ella aveva fatto battere le palpebre sugli occhi stanchi, ma tutte le potenze dell'uomo parevano concentrate nella facoltà visiva. Poi, lentamente, egli avvicinò le labbra alla fronte di lei, vi depose un bacio lievissimo; e, chiudendole la bocca con la mano per impedire che ella nulla dicesse, uscì.

Quella bocca era stata baciata! Quella fronte era stata baciata! Quelle mani erano state baciate! Quegli occhi avevano visto altri uomini in ginocchio dinanzi a quelle forme adorate! Dietro quella fronte, dei ricordi d'amore--di altri amori!--si svolgevano nell'istante preciso ch'egli metteva tutta l'anima nel parlarle dell'amore di lui! Quelle orecchie avevano sentite altre parole d'amore! Quelle labbra ne avevano pronunziate delle altre!... Ah! non era vero ch'ella fosse nata soltanto il giorno che era stata sua! Il passato esisteva, e fatale, irreparabile! Ah! ella aveva bene indovinato, prevedendo ch'egli sarebbe stato geloso del suo passato! Geloso egli lo era, e tanto più tormentosamente, quanto più inafferrabile era l'oggetto della sua gelosia. Disputarla ad un rivale presente, dare tutto il proprio sangue per conquistarla: che cosa sarebbe mai stato di fronte alla tortura del saperla stata già di altri, di non poterle cancellare dalla memoria il ricordo di altri? Egli non era più solo nel suo pensiero! Chi erano, quanti erano questi _altri_? Impossibile ancora saperlo; più presto egli si sarebbe fatta strappare la lingua, che chiederlo a qualcuno, che chiederlo a _lei_. Come infliggere alla donna idolatrata il tormento di rievocare una storia di pianto? Come sopportarne lui stesso il racconto? E perchè?...

Noti od ignoti, i fantasmi inafferrabili di quegli uomini vagavano ancora intorno a lei; per le stanze, nel _santuario_ suo, egli sentiva che la chiamavano: Costanza--come lui! che le parlavano di tu, come lui! Egli li vedeva, in attitudini familiari, avvicinarsi a lei! abbracciarla! baciarla!... Egli aveva paura di sedere dove quegli _altri_ si erano seduti, di muoversi come gli altri si erano mossi, di parlare come avevano parlato. Con la sua sola presenza, egli contribuiva a ridestare più chiari, più netti, i ricordi di lei! E tra i ricordi del passato e le impressioni del presente un paragone doveva necessariamente determinarsi! L'amor suo infinito veniva dunque misurato, in ogni parola, in ogni gesto, in ogni bacio!...

Dal posto dove se ne stava abbandonata, la baronessa lo attirava a sè; ma tutte le volte uno sforzo formidabile su sè stesso poteva soltanto deciderlo ad avvicinarsi a lei. Quando egli le si avvicinava, i fantasmi si frapponevano, glie la disputavano, lo afferravano con la loro gelida mano, facevano morire il suo bacio, scioglievano le sue braccia allacciate intorno alla vita di lei. E come più cresceva lo strazio dell'uomo dinanzi alla propria impotenza contro quella persecuzione, più lamentosa si faceva la voce della donna:

--Andrea, tu non mi ami più!

V.

--Non ti amo, sì, è vero! Non ti amo, perchè tu non mi hai mai amato! Non ti amo, perchè le parole che tu mi hai dette sono una fredda ripetizione di quelle che hai dette ad altri....

Abbandonata sul divano, con la faccia nascosta fra i cuscini, la baronessa reprimeva un'esclamazione di dolore straziante.

--È orribile!... È orribile!...

Era orribile! L'idea fissa aveva finalmente compita la propria opera devastatrice. Se quel passato e quel presente fossero tutt'uno per lei? Se avesse avuto ragione la gente che la giudicava una donna leggiera, capace soltanto di fugaci capricci, passante dalle braccia dell'uno a quelle dell'altro con la stessa facilità con cui si stringe la mano? Se ella doveva dimenticarlo, come aveva dimenticato quegli altri? Se avesse avuto ragione quell'odioso cavaliere di Sammartino, che ora si dava l'aria di aver rotto con lei?...

--No, non ti amo, perchè tu sei incapace di amore! No, non ti amo, perchè io non voglio il _rifiuto_--e la voce di Andrea aveva preso un accento di profondo disprezzo--perchè io non voglio il _rifiuto_ degli altri!

--Ah!

Ella gridava dallo spasimo, si torceva le braccia, si mordeva le dita. Accanto alla finestra, gualcendo le tendine con mano nervosa, egli stette un istante a guardarla.

Repentinamente, le fu vicino, gridando;

--Basta!... basta!... Sono un pazzo!... Non mi dare ascolto!... Non si ascoltano i pazzi!...

--No, che non basta!... Scostati!... Tu devi ora ascoltarmi!... Tu devi sapere tutta la mia vita! Tu non devi.... tu non hai il diritto di spezzarmi il cuore!....

E scoppiò in singhiozzi, disperatamente.

--Costanza, non piangere! Per pietà, non piangere, se non vuoi veder piangere me! Ti ho detto delle cose cattive? Ma è perchè ti amo, non lo vedi? perchè ti amo oggi più di ieri, perchè ti amerò domani più di oggi!... Andiamo, Costanza, basta!... La tua vita, io non voglio, non posso saperla. Che cosa mi apprenderesti? Che hai sofferto? Ma le tue sofferenze bisogna invece dimenticarle; io ci sono per questo!...

--Ah, che male!... che male mi hai fatto!...--e le sue parole erano rotte dai singhiozzi che ancora la scuotevano tutta.

--Perdono! perdono! Io ti credo, io ho fiducia in te! Non si mentisce, con quegli sguardi! Se tu non mi amassi, sarebbe stato impossibile che tu avessi fatto quello che hai fatto per me!...

--È vero? è vero?

--Sì, è vero! Povero amore, prima che t'incontrassi, quali diritti avevo io su di te? Come sono sciocco.... Tu dici che sei vecchia? Ma io sono, veramente, un bambino!

Come un raggio di sole dopo la tempesta, un sorriso splendeva negli occhi della baronessa, ancora tutti umidi di lacrime.

Che mano disgraziata egli aveva! Avrebbe voluto riscattare a prezzo di sangue le lacrime un tempo da lei versate, e invece glie ne faceva spargere di nuove! A qualunque costo, bisognava farle dimenticare le amare, le tristi parole.

Perchè dunque quell'accanimento di tutti contro la disgraziata creatura? Per quel passato!... Se l'idea pertinace di quel passato funesto aveva, a poco a poco, scossa la fiducia di _lui_, come non sarebbe accaduto altrettanto, e peggio, tra la folla degli indifferenti! Ancora, sempre, lo spettro di quel passato gli amareggiava la vita!..

Ora, egli faceva di tutto perchè nessuno di quegli angosciosi pensieri trapelasse dalle proprie parole. Raddoppiava d'affetto, circondava la baronessa di ogni cura e di ogni premura, pareva tornato alla serena felicità dei primi giorni. Ed i suoi sforzi erano compensati dalle mille prove d'amore che ella gli dava tuttodì. Non vi era un'ora della sua vita di cui ella non gli giustificasse l'impiego, e tutta la sua vita era impiegata per lui. Lavorare attorno a dei regalucci che gli erano destinati, studiare la musica che gli piaceva, vestirsi degli abiti che preferiva, passare per i luoghi dove erano stati insieme, ricordargli tutte le date salienti del loro romanzo, scrivergli e leggere e rileggere le lettere di lui: ella non sapeva far altro.

VI.

Un giorno, come egli entrava a Villa Valdonica e cercava di vedere se ella fosse sotto gli _eucaliptus_, dove soleva aspettarlo, se la vide a un tratto dinanzi. In un leggerissimo abito chiaro guarnito di nastri azzurri e dalle maniche aperte che lasciavano vedere le belle braccia nude, ella aveva un'aria tutta gioconda.

--Vedi questa? È la chiave del mio archivio che oggi ho messo finalmente in ordine. Vieni con me....

Tutto il piccolo armadio della stanza da letto era stato dedicato a lui; le sue lettere erano riunite in piccoli fasci annodati con nastri rosei, i suoi fiori erano racchiusi in un sacchetto di raso bianco, e i libri, i giornali, la carta con le loro cifre intrecciate, gli altri minuti oggetti che egli le aveva regalati erano tutti disposti in bell'ordine nelle cassette odorose.

Chino dinanzi il piccolo mobile, egli le baciava la mano, sul dorso, sulla palma, lungamente, mormorando dolci parole per esprimerle la gratitudine di cui era pieno.

--Guarda quante lettere, in due mesi appena!--disse ella prendendo uno dei fasci.--Addirittura un epistolario!

Andrea lasciò cadere quella mano che aveva tenuta fra le sue. Come una nebbia di tristezza gli aveva velato la fronte.

--Set già pentito di avermele scritte?

Egli tentava d'allontanar l'improvvisa visione, ma essa persisteva: tutte le _altre_ lettere che ella aveva ricevute, che aveva disposte con identica cura, che aveva mostrate, com'ora....

--Andrea!...

Con voce bassa, le chiese:

--Quante altre ne conservi?

Ella fece con le labbra un piccolo movimento di disdegno.

--Non ne conservo più nessuna. Oggi stesso le ho tutte sepolte, dentro una vecchia valigia, in fondo a un sotto-scala.

--Perchè non le hai bruciate?

--Perchè sono molte, e se ne sarebbe accorta la gente di casa.

Ad un tratto, come un fanciullo che, dopo una finta indifferenza, manifesta il proprio capriccio, egli le disse rapidamente:

--Me le fai leggere?

--Oh, no!

E ad una ad una, risolutamente, richiuse le cassette dell'armadio.

Egli fece un giro per la stanza, andò a guardare prima le acqueforti disposte nell'angolo accanto alla finestra, poi la grande ceramica istoriata dell'angolo opposto, rimosse il canestrino di raso sostenuto dal tripode di bambù, e le si fece nuovamente vicino.

--Perchè non mi vuoi far leggere quelle lettere?

--Perchè te ne pentiresti, tu stesso, per il primo....

--Se te ne pregassi?

--Andrea!... Ricordati dunque quello che hai sofferto quando ho risposto soltanto ad una tua domanda!... La mia vita, te l'ho detto, tu hai il diritto di conoscerla, vuoi?... Ma quelle lettere....

--Voglio leggerle.... qualcuna almeno....

La baronessa si passò una mano sulla fronte.

--Senti, io potrei dirti che vi è una mancanza di fiducia in quello che tu pretendi; una mancanza di fiducia molto dolorosa per me. Potrei dirti ancora che il segreto di quelle lettere non mi appartiene per intero.... Ma non importa: io ti dico, io ti ripeto soltanto che è per risparmiarti un dolore, per risparmiarne un altro a me, che io mi oppongo al tuo desiderio.

--Ed io ti dico,--rispose freddamente Andrea, incrociando una gamba sull'altra e guardando la punta delle sue scarpe--ed io ti dico che tu ti opponi al mio desiderio, perchè c'è qualcuno che ti scrive ancora.

--Oh!

La baronessa ebbe un istante di esitazione. Poi, risolutamente, si avvicinò ad Andrea.

--Andrea!... Perchè mi dici delle cose tanto cattive? Che cosa ho fatto perchè tu dubiti ancora di me? Guardami in viso: sono capace di mentirti, di nasconderti qualche cosa?...

Guardandola fissamente, gli occhi gli si inumidirono.

--No, no.... ti credo!... Ma se sapessi di che tristezza mi si gonfia il cuore, quando io penso al tuo passato! Come vorrei cancellarlo! Come avrei voluto conoscerti quindici anni più presto, quando tu non eri ancora entrata nella vita! Come avrei saputo farla lieta e felice a quella vergine adorata! Come tutto avrebbe dovuto sorriderti attorno!...

Egli reclinava la testa sul seno di lei, aspirandone avidamente il profumo.

--Lo so, lo so, come mi avresti amata! Come ora, bambino! E il passato non è sepolto, scordato per sempre?

--Per sempre?

--Ne dubiti ancora?

--Giuralo....

La baronessa si rizzò in piedi, guardandolo fisso.

--Te lo giuro!...

Anch'egli s'era levato, facendosele vicino, vicino da sfiorarle la fronte con la sua, scottante e imperlata di sudore.

--Giuralo per la memoria dei tuoi morti!

--Andrea!... Lo giuro!

Egli portò le mani alla faccia, quasi per soffocare le proprie parole:

--Ebbene, no! non ti credo!...

Un'espressione di grande serietà si dipinse in volto alla baronessa. Pallida, muta, ella uscì dalla stanza.

Andrea non fece un passo per trattenerla. Si sentiva soffocare. Quelle parole gli avevano bruciato la gola. Non sapeva ancora come aveva fatto a pronunziarle. Cento volte aveva tentato, ma non gli era ancora riuscito. Il pensiero di addolorare, di offendere anche con dubbii atroci la donna amata gli era stato insostenibile. Come dire a colei che gli confessava in tutti i momenti il proprio amore: Tu pensi ad altri? Egli intuiva che non era vero; che, se vera, sarebbe stata una cosa mostruosa, da spegnere, non che l'amore, la stima; ma di quella cosa mostruosa egli era arrivato ad ammettere la possibilità. Il passato di quella donna era una macchia, e quella macchia si allargava, si diffondeva, la ricopriva tutta. Fatalmente, il dubbio, il dubbio atroce, insinuante, rinascente non sì tosto scacciato, gli era penetrato nell'anima, non gli dava più quiete.... Ella diceva di amarlo; quali prove, infine, glie ne aveva dato? Era venuta a cercarlo quando egli era fuggito.... Per qualcun altro ella aveva disciolta una famiglia, abbandonata una posizione, sfidata una intera società!...

Ella aveva avuto degli altri amanti, prima di lui, quando ancora non lo conosceva: che cosa importa? Come credere alla sincerità delle parole che gli diceva, se parole simili, se forse quelle stesse parole erano state dette ad altri? Come aver fede nella sincerità attuale di quella donna, se ella aveva giudicato di essere stata amata, una volta, come ora, più di ora?... Egli l'amava ciecamente, con tutte le forze d'un'anima rimasta giovane malgrado l'avanzarsi degli anni, aveva sofferto per lei fino al pianto, fino alla pazzia, dei suoi dolori e delle sue gioie le aveva dato le prove più eloquenti, e quando egli le aveva chiesto se era stata mai amata così, gli aveva risposto: Sì.... Una volta! Una volta! Come se non fosse già stato troppo! Ancora, sempre, malgrado tutti i suoi sforzi, lo spettro del passato gli sorgeva dinanzi, minaccioso, inevitabile. Come lottare contro l'invisibile potenza di un ricordo, se tutto quello che egli aveva fatto per lei non era bastato a vincerlo, ad eclissarlo? Quali altre prove di amore doveva egli darle per dimostrarle che si era ingannata, che mai era stata amata così?... Una volta!... E le altre? Le altre volte, dunque, non era stata amata; lo riconosceva implicitamente lei stessa! E la figura del cavaliere di Sammartino appariva ad un tratto, tanto più odiata quanto meno inverisimile diventava la sua presuntuosa vanteria.... Ed era dunque possibile? Ella sarebbe discesa fino a quell'essere abietto? Ed egli avrebbe amata una donna che era stata del Sammartino?... No, no; non era possibile, era un'aberrazione dello spirito ammalato, era un incubo prodotto dalla impotente gelosia di quel passato incancellabile. Dov'era, dov'era Costanza, la sua Costanza, perchè ella dissipasse con una sola parola l'infame sospetto?...

Allora, le parole del duca di Majoli gli tornavano alla memoria, come un rimprovero, come un'accusa. «Crediamo sempre d'esser sinceri, ma la sincerità di oggi fa a pugni con quella di ieri.» Colui aveva dunque ragione? Perchè gli aveva dette quelle parole? Era anch'egli stato un amante della baronessa?... Ah! delirava, impazziva!...

Sì, il duca aveva ragione; egli aveva creduto di esser sincero quando pensava che il passato di Costanza non esisteva per lui; che glie la rendeva, se mai, più cara--sì, le stesse parole di colui--ed era sincero anche in quel momento che le rinfacciava il suo passato come una colpa!... Come dunque accadeva, e perchè?... Perchè il suo amor proprio non ammetteva che un altro avesse potuto amarla più di lui, che ella avesse fatto per un altro più di quello che aveva fatto per lui!... Era dunque un egoista; nient'altro che un egoista sofisticatore?... No; era che egli non la sentiva più sua, più tutta sua; che qualcuno aveva ancora un posto nella memoria se non nel cuore di lei; che i fatti dai quali era stata ridotta nella condizione in cui l'aveva trovata erano di quelli che lasciano indelebili traccie. Era finita, l'amore non era più possibile; quella donna era indegna d'un amore come il suo; a momenti avrebbe voluto metterla alla tortura per farle confessare che Sammartino era stato il suo amante, per avere il diritto di disprezzarla, per abbandonarla a colui....

--No! No!... Costanza mia!...

La baronessa riappariva in quel momento. Malgrado il suo braccio destro fosse irrigidito per lo sforzo di sostenere una vecchia valigia polverosa, ella entrò nella stanza con passo affrettato, con una risolutezza in tutti i suoi movimenti. Gettò la valigia per terra, s'inginocchiò per aprirla con una piccola chiave che teneva già in mano, e rialzandosi:

--Ecco le lettere,--disse ad Andrea, freddamente.--Fatene quel che volete.

D'un movimento istintivo egli si era gettato sulla valigia come sopra una preda. Erano dunque lì le prove materiali di quel passato che egli aveva cominciato per non curare, e che, suo malgrado, gli si era imposto inesorabilmente, fino a farlo dubitare di quell'amore che aveva formato il suo più grande orgoglio! Più tangibile, più reale, più fatale ora esso gli appariva, dinanzi a quei documenti irrefutabili, dinanzi a quelle indelebili traccie che si era lasciato dietro.... E quando pure egli avesse stracciato ad una ad una quelle lettere, quando pure le avesse bruciate, quando pure ne avesse disperso al vento le ceneri, avrebbe egli abolito quel passato funesto? Quand'anche egli avesse strappato con le proprie mani il cuore della donna, quand'anche egli si fosse strappato il suo proprio cuore, lo avrebbe abolito ancora? Nulla poteva egli, nulla poteva nessuno contro quella fatalità. Chi, chi mai ne era stato la causa?... Ah! avere fra le mani uno di quegli uomini, avventarglisi alla gola, strozzarlo: ecco solo quello che avrebbe potuto ridargli la pace!

Cogli occhi accesi, febbrilmente, Andrea si era messo a disfare i pacchi, di cui la valigia era piena. Le lettere ricascavano da tutte le parti, si sparpagliavano, si confondevano; ma Andrea Ludovisi non pensava a leggerne nessuna. Preso da una specie di furore, di smania distruttrice, egli si accaniva contro quei pacchi, non riusciva a sciogliere i nodi dei lacci, li spezzava con le mani, coi denti, non avvertendo neanche il dolore che quegli sforzi gli cagionavano. Come li ebbe tutti disfatti, sostò un momento, alzando gli occhi.

Con la persona curvata, il collo teso come in attesa di un colpo mortale, gli occhi stranamente spalancati e fissi, le braccia protese indietro, le mani strettamente intrecciate, la baronessa aveva una tale espressione di angoscia e di smarrimento, che Andrea Ludovisi si rialzò di scatto. Il suo primo pensiero fu che ella era impazzita.

--Costanza! Costanza!

E fece per avvicinarsi.

Ella gridò, indietreggiando:

--Non mi toccare!--E mostrando le lettere, con un gesto imperioso:--Leggile!

--Non voglio!... Non ne ho bisogno....

Prima ancora che ella avesse potuto pensare a sfuggirgli egli l'aveva presa per lo braccia. Con una forza di cui non sarebbe stata mai creduta capace, la baronessa si sciolse da quella stretta, fuggendo per la camera. Egli la raggiunse.

Allora cominciò una lotta feroce, tra la donna che tentava di liberarsi e l'uomo che stringeva le bellissime forme scosse da lunghi fremiti, in preda a contorcimenti serpentini. Col viso di porpora, le nari aperte, gli occhi sfavillanti, la baronessa era bella d'una fiera e selvaggia bellezza. Al colmo dell'indignazione, ella balbettava confuse parole.

--Ah, no!... ah, no!... è un'infamia!... le lettere!... le lettere!...

Caddero, l'una sull'altro, sopra il divano; e traendo profitto della sua momentanea superiorità, ella abbassò un braccio per prendere una delle lettere sparpagliate per terra.

--Leggile!... è un'infamia!... leggile!

--Costanza, soffoco!... Non voglio, ti credo.... perdono!--E con la mano rimasta libera, le strappò la lettera.

Una seconda volta ella si curvò, per prenderne un'altra.

--È un'infamia!... Leggile!...

Come ella gli mise sotto gli occhi la busta, Andrea Ludovisi lesse: _Alla baronessa Costanza di Fastalia, sue adorabili mani_. Era il carattere del cavaliere di Sammartino.

In quello stesso momento s'intese il cigolio dell'uscio dell'anticamera, e il cameriere entrò annunziando:

--Il signor principe di Marciano.

VII.

Il duca di Majoli e il Giussi, incontratisi alla Villa Nazionale, salivano la scaletta augusta della sezione napoletana del _Reale Yacht Club italiano_--una vera scala di bastimento--e si fermavano ogni due gradini.

--Dunque, è proprio inevitabile?--chiedeva ancora il Giussi.

--Pur troppo!

--Ma questa è già la seconda questione fra loro!

--Sammartino aveva giurato di vendicare la prima ferita.

--Una scalfittura!

--Non importa, per uno spadaccino come lui, un po' _guappo_, anzi _mafioso_, come dicono in Sicilia.

--Ludovisi è forte?

--Debolissimo. Ma non lo può soffrire; l'antipatia è una forza.

--E questa antipatia?

--Chi sa!

--_Cherchez la femme!_

Con una scossa del capo, il duca aveva troncate le indiscrete interrogazioni del suo compagno. Era proprio la donna che bisognava cercare! egli non lo sapeva che troppo, e le sue tristi previsioni si avveravano tutte!...

Aspettando i padrini dell'avversario, in quella piccola sala deserta, mentre veniva dall'aperto il ronzio della folla che passeggiava per i viali della Villa e i mille diversi rumori del Caffè di Napoli, il duca sentiva un'agitazione interiore crescere in lui di momento in momento. Perchè aveva accettato di rappresentare Andrea Ludovisi in quella partita d'onore? Perchè non aveva trovata la forza di rifiutarsi, come si era rifiutato una prima volta? Perchè si era lasciato vincere dal pianto dell'amico?... Ah! le lacrime, i palpiti, i singhiozzi: egli non conosceva che questi!... E rivedeva la disfatta figura di Andrea, quando, non più sorretto dall'eccitazione che lo aveva spinto a sfidare ad un tratto le sorde provocazioni del Sammartino, gli aveva confessato tutta la propria miseria, il contrasto dell'amore, della gelosia, della disistima; l'impossibilità di durare in quella tortura di tutti gl'istanti.... E risentiva le parole con le quali gli aveva dato ragione: «Sì, sì; non bisognava amarla, bisognava soffocare quel sentimento fino dal nascere; ma non aveva potuto! non poteva! ed era un miserabile, e voleva farsi ammazzare da un altro miserabile suo pari!...»

Allora il duca imaginava i due uomini, armati, scagliarsi l'uno contro l'altro; vedeva il sangue scorrere, e un tremito nervoso gli passava per tutto il corpo. Il sangue ed il pianto!... L'eterna vicenda ricominciava ancora una volta; e quale fatalità condannava gli uomini a scontare in tal modo l'incerto, il fugace piacere? Perchè la fantasticata asportazione del cuore, l'abolimento di ogni sensibilità non doveva esser dunque possibile?... Ah! tutto quel che si poteva di più, era il soffrir da soli, in secreto! il soffrire come egli stesso, in quel momento, al pensiero della catastrofe che aspettava la disgraziata, soffriva....

Un'esclamazione del Giussi lo richiamò ad un tratto alla coscienza del presente.

--Ecco quei signori.

Erano il barone De Falco e il giornalista Andritti. Scambiati i saluti, i quattro rappresentanti presero posto intorno a un tavolo, su cui la lampada gettava una viva luce.

Il duca di Majoli prese la parola, seccamente.

--Sarebbe inutile ricordare il motivo che ci riunisce stasera. L'offesa fatta dal signor Sammartino....

Il barone De Falco interruppe:

--Se il signor duca permette....

--Ella vuol dire che l'offeso è il suo primo? Reclama per lui la scelta delle armi?

--Perfettamente!

--Noi abbiamo mandato di accettare qualunque condizione.