Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 3 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne

Part 14

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PICHL (Vincislao), compositore e direttore della musica dell'Arciduca Ferdinando a Bruxelles, ed accademico-filarmonico, nel 1790 ha fatto imprimere in Amsterdam sino a 16 opere, contenenti concerti per violino, di cui è un ottimo professore, sinfonie, quartetti ec. Egli dimorò lungo tempo in Italia e dal 1780 sino al 1790 era in Milano; fu allora ch'egli propose al dotto P. Sacchi di risolvere la questione delle _quinte successive_, non trovandosi contento delle ragioni che da' maestri sono state prodotte. La lettera in risposta del Sacchi è diretta a M. Pichl, e stampata in Milano nel 1780.

PIGEON DE SAINT-PATERNE (M.), interprete delle lingue orientali a Parigi, è autore d'un'erudita _Memoria intorno alla musica degli Arabi_, 1790. (_V. Arteaga t. 2_)

PINDARO nacque a Tebe nella Beozia sei secoli prima dell'era cristiana. Ebbe le prime lezioni di musica da suo padre, che suonava per professione il flauto, studiò quindi sotto Mirti la poesia e la musica. Questa donna distinta pe' suoi talenti si rese più famosa ancora per avere annoverato fra' suoi discepoli Pindaro e Corinna (_V. il suo artic. t. 2_). Si sa che i Beoti avevano molto gusto per la musica: quest'arte fu da Pindaro posseduta coll'estensione della poetica, essendo entrambe all'età sua unite insieme. Non bastando alla feconda sua vena gli antichi metri, ne inventò de' nuovi con altri nuovi ritmi eziandio per cantarli. Lo stromento, di cui si prevalse, fu il _magade_ di corde immobili: egli riuscì abilissimo nella lira e nella cetra. (_V. Requeno t. 1_). Tutte le nazioni della Grecia lo ricolmarono di onori, ed egli riportò più volte il premio ne' conflitti di poesia e di musica. _Pausania_ racconta, come in tempo dei giuochi pitici a Delfo egli si poneva a sedere coronato d'alloro sopra una scranna elevata, e dando di piglio alla sua lira faceva sentire quei suoni che rapivano, ed eccitavano da ogni parte grida d'ammirazione, e d'applausi (_lib. 10 c. 24_).

PISTOCCHI (Franc. Ant.) di Bologna, ottimo compositore del suo tempo è principalmente riguardato in Italia come il fondatore della moderna scuola di canto: essa si è resa celebre pel metodo d'insegnare, per la varietà degli stili, e pel numero de' primarj maestri e cantanti che ne sono sortiti. I più famosi allievi del Pistocchi, che divennero tanti Capiscuola in Italia, nel sec. 18º furono il Bernacchi, il Pasi, il Minelli, il Fabri tutti di Bologna, ed il Bartolino di Faenza. Tra i scolari del primo basta rammentare Guarducci, Amadori, Raff, e Mancini, che si è anche distinto fra i letterati pel suo bel libro intitolalo _Riflessioni pratiche sul canto_. “I cinque allievi di Pistocchi, dice il sullodato _Mancini_, benchè instruiti dal medesimo maestro, differivano tra loro per il metodo e per lo stile, ciascuno di essi essendo stato regolato secondo la naturale sua disposizione; e questo esempio basta per dare a divedere che un buon maestro non dee limitarsi ad un solo metodo co' suoi scolari, ma che per formare de' perfetti cantanti, egli deve, profondamente sapere le diverse maniere di dirigerli, e praticarle con giudizio. Chiunque avrà questo talento, sarà sempre apprezzato dalle persone dell'arte, ec.” Pistocchi fiorì sul principio del p. p. secolo, tra le sue composizioni è molto pregevole la sua opera 3, pubblicata in Bologna nel 1707, che contiene dieci duetti e due cantate a 3 voci.

PITAGORA nacque a Samo cinque secoli innanzi l'era cristiana: intraprese lunghi viaggi presso le più culte nazioni, e dopo essersi arricchito di vaste conoscenze, andò a stabilirsi a Crotona in Italia, e vi formò una scuola, che si è resa celebre per i grand'uomini che produsse, sotto il nome di _Setta Italica_. Non volle Pittagora arrogarsi, come gli altri, il fastoso titolo di _Savio_, ma usò il primo il modesto nome di _Filosofo_, cioè amatore della Sapienza. In riguardo alla musica, che era da' Greci con ispezial cura coltivata, Pittagora vi si applicò profondamente, ed a lui generalmente si attribuisce l'averla ridotta a calcolo con qualche apparenza di scienza esatta. La sua teoria musicale, diversa da quella che formarono in appresso i di lui seguaci i Pittagorici, può vedersi bene sviluppata dal dotto ab. Requeno nella seconda parte de' suoi Saggi t. 1, e nella quarta al 2º t. p. 189, egli dà a divedere che questo grand'uomo, benchè senza pretenderlo, desse origine ad un nuovo sistema armonico, non si discostò in nulla dall'antichissima musica degli anteriori greci, nella quale fu abilissimo; che egli non fu, come da tutti gli scrittori moderni si vocifera, l'inventore del sistema armonico de' posteriori pittagorici: ma che co' suoi calcoli altro non fece che scoprire nell'antico sistema aritmetico gl'intervalli consoni, e notare le distanze della fondamentale, in cui si trovavano. “Era Pitagora assai grande filosofo, egli dice, per innalzare un sistema armonico da' pochi fatti scoperti e verificati nell'antico sistema, fin allora applaudito nella nazione. Le ragioni delle consonanze, da lui comunicate a' suoi scolari, e da questi malamente intese, furono generalizzate e prese in astratto da' medesimi, ed a poco a poco co' calcoli, senza fondamento di sperienze armoniche, si allontanarono dall'antico sistema aritmetico di modo tale che ne crearono un altro pieno di errori e di supposizioni, le quali fanno poco onore a' loro seguaci” (_p. 199 t. 2_). Il racconto de' suoni armonici trovati da Pitagora da' pesi diversi de' martelli d'un ferrajo, e del gran numero delle maraviglie, che si pretende aver operato questo filosofo per mezzo della musica, per quanto sia stato ricevuto da' Greci e Latini, dagli antichi e moderni, dee nondimeno riporsi fra le favole greche, e riggettarsi come privo di verisimiglianza, non che di verità. Il Montucla, lo Stillingfleet, e M. Chladni hanno osservato non essere conforme alla natura il formare un'armonia sensibile co' martelli battuti su l'incudine, e molto più colle corde tese da tali pesi, essendo i suoni piuttosto come le radici cubiche inverse de' pesi, e come le radici quadrate della tensione (_Acustiq. p. 100_).

PITAGORA (Zacinto), diverso dell'antecedente fu capo d'una setta di musici secondo ciò che ne riferisce Aristosseno (_Harmonic. p. 36_). Da costui si rileva altresì ch'egli abbia scritto sulla musica, e secondo Ateneo (_Lib. XIV_) fu inventore di un nuovo strumento musico detto _Tripode_, _l'uso del quale_, egli dice, _durò per breve tempo, o perchè era difficile a maneggiarsi, o per qualche altra ragione. Questo instrumento, che fu in tanta ammirazione, subito dopo la di lui morte, passò in disuso e in dimenticanza_. Pittagora fioriva circa cinque secoli prima di G. C.

PLANELLI (cav. Antonio), letterato napoletano, _uomo fornito di ottime cognizioni, di gusto delicato, e dolcissimi costumi_, come dice il Mattei (_Nuovo sist. d'interpret. i trag. Greci_), pubblicò in Napoli un eccellente libro intitolato: _Dell'opera in Musica_, in 8vo, 1772. Nella Sezione 1 dimostra egli che s'intenda per opera in musica, fa la storia de' suoi progressi e perfezione, e tratta assai dottamente delle belle arti in generale. La Sez. 2 tratta del Melodramma. Nella 3, Sezione della musica teatrale, dello stile proprio di ciascuna passione, e di ciascuna parte di questa musica, della differenza tra la musica antica e la moderna. La Sez. 4 si occupa della Pronunziazione dell'Opera in musica. Le sez. 5 e 6, trattano della Decorazione e della Danza dell'opera in musica; e l'ultima della Direzione, e Necessità, che ha l'opera in musica del buon ordine, e come vi vada procurato il pubblico costume. Questo trattato è ben scritto, e molto interessante: da per tutto vi regna una non ordinaria erudizione, e buona lettura d'Autori antichi, de' quali l'A. ha saputo fare uso ove bisognava, e ben giudiziosamente. “Egli abbraccia, dice l'ab. Arteaga, in tutta la sua estensione il suo oggetto. Le sue osservazioni circa le belle arti in genere, e circa la musica, e direzione del teatro in particolare sono assai giudiziose e proficue, e da pertutto respirano l'onestà, la decenza e il buon gusto.” (_Disc. prelim._)

PLATONE, il celebre filosofo; nato in Atene passò la sua giovinezza nello studio della musica e delle belle arti compagne: confessa egli stesso, che prima che entrasse nella scuola del pitagorico Archita, aveva egli imparata la musica degli antichi greci in iscuola, e nel tempio ove con gl'altri suoi pari concorreva al canto delle leggi di Solone ne' giorni festivi: onde è che ne' libri della Repubblica si dichiara egli a favore di quest'arte per l'educazione. Platone, già filosofo e calcolatore di sublime e audace ingegno per l'invenzione, osservando la dissonanza degli stromenti accordati da' Pittagorici, e la concorde melodia di quegli, che i greci antichi avevano lasciati per l'uso de' tempj e della giovanile educazione; per non iscreditarsi co' filosofi e per farsi nome con gli ignoranti pratici suonatori, stabilì, che la musica pitagorica co' suoi calcoli dovesse destinarsi allo studio della natura, e l'antica allo studio della religione e del costume. Per far valere questa sua maniera di pensare, ci descrisse nel Timeo con le armoniche proporzioni de' pitagorici la formazione dell'universo, e ne' libri della Repubblica si dichiarò contro tutte le novità introdotte nell'arte più severa degli antichi greci; e sì nell'una che nell'altra opera mostra, non essere egli ignorante, anzi eruditissimo in ambidue i sistemi di musica antico e moderno. Sentì egli sì bene l'insufficienza del calcolo armonico ne' suoni degli instromenti, e quindi relegò l'armonia pitagorica alle sfere, ove con le leggi de' tetracordi potessero spiegarsi i loro movimenti, e la loro formazione con l'altra dell'universo da non falsificarsi mai cogli stromenti armonici. Platone fu tre volte in Sicilia, ed ebbe quivi lezioni di musica da Metello d'Agrigento (_v. Requeno t. 1_). Morì finalmente in Atene circa 347 anni prima di G. C.

PLAYFORD (John), mercante di musica, ed abile pratico in Londra è autore di una buona opera intitolata: _Introduction to the skill of music_, ossia _Introduzione all'arte della musica_, la di cui terza edizione è del 1697. Il suo ritratto si trova nella storia di Hawkins.

PLEYEL (Ignazio), nato in Austria nel 1757, studiò la composizione sotto il grande Haydn in Vienna, e fu il solo allievo ch'egli avesse fatto di proposito. Nel 1786, Pleyel viaggiò in Italia, e fu da per tutto accolto della più distinta maniera: scrisse _l'Ifigenia_ opera seria italiana, la di cui musica ebbe grandissimo incontro in quella patria dell'armonia. Nel 1787, venne egli chiamato a Strasburgo come maestro di cappella, coll'onorario di quattro mila franchi, e dopo alcuni anni si è stabilito in Parigi come mercante di musica e di cembali a piano-forte. La più parte delle sue composizioni sono state impresse a Offenbach presso il maestro di cappella André, autore del Giornale di musica per le dame. Pleyel benchè abbia preso l'Haydn per _archetipo_ della sua musica strumentale, ha cercato nondimeno di semplificare la melodia collo scemare gli accordi e scarseggiare di transizioni, onde i suoi lavori sono meno di quelli del suo maestro dignitosi e robusti: ma in compenso la sua armonia ha una chiarezza, una grazia, che penetra facilmente e contenta l'orecchio degli ascoltanti. Egli ha composto di recente due opere di quartetti d'uno stile più forte, e d'un'armonia più piena e robusta degli antecedenti.

PLINIO il seniore, nato in Verona, benchè abbia servito nelle armate di più Imperatori, trovò da per tutto il tempo di darsi allo studio più profondo della natura. Perì egli nella famosa eruzione del Vesuvio l'anno 79 di G. C. allorchè restaron sepolte sotto le sue ceneri Ercolano, Pompeja e molte altre città della Campania. La sua storia naturale in 37 libri è una delle più importanti opere che ci sopravanzino dell'antichità. Nel libro XI c. 51 tratta egli della voce e del canto, e nel lib. XVI c. 36, rapporta in qual maniera costruivansi le differenti specie di tibie o di flauti. (_V. Forkel, Hist. de la Mus. t. 1_)

PLOTINO, filosofo della scuola de' posteriori Platonici, di cui riferisce nella di lui vita Porfirio suo discepolo, ch'egli era profondamente instruito in tutte le scienze, come ancora nella musica, benchè esercitato non si fosse nella pratica. Che Plotino fosse versato nella teoria della musica facilmente rilevasi dalle sue opere, ove ad esempio di Pitagora e di Platone spiega col mezzo delle leggi dell'armonia le cose naturali, come per esempio i movimenti de' corpi celesti, e quelli della nostr'anima. (_V. Fabric. Bibl. Gr. t. 4_)

PLUTARCO, nato a Cheronea nella Beozia, uomo di una erudizione universale, fiorì dall'impero di Nerone sino a quello di Adriano, e dopo essere stato più volte in Roma morì in sua patria circa l'anno 120 di G. C. Benchè in molte delle sue opere parli egli della musica, due lascionne frattanto che trattano espressamente della medesima. L'una di queste può considerarsi come un compendio benchè oscurissimo della musica teorica, ed è il suo _Comento sul Timeo di Platone_: l'altra è puramente istorica, ed è il suo _Dialogo sulla musica_, che M. Burette ha tradotto in francese con lunghi comentarj e note, come veder si può in più volumi, delle Memorie dell'Accad. delle Inscrizioni. Gli interlocutori di quel dialogo sono _Lisia_ puro pratico, e _Soterico_ letterato di Alessandria; questi non danno che una mal digerita storia, dell'origine e de' progressi dell'antica musica e dell'utilità dell'armonia. Plutarco per bocca di Soterico (_dice l'ab. Requeno_) “vuole spiegarci i tre generi di musica diatonica, cromatica ed enarmonica: lo fa però così superficialmente e con tanto disordine d'idee, che si scuopre ignorante del piano e de' precetti, su de' quali ragiona; e solamente si rende stimabile per mostrarci lo stato, in cui era allora questa famosa arte.” (_Tom. 1, pag. 284_)

POISSON (Leonardo), curato di Marcangis, diocesi di Sens, morto in Parigi nel 1753, è autore d'un'eccellente opera intitolata: _Nouvelle méthode, ou Traité théorique du plain-chant_, Paris 1745 in 8vo, vi si trovano de' fatti curiosi, delle preziose ricerche e delle nuove dottissime osservazioni.

POISSON (M.), professore di geometria nella scuola Politecnica, è autore di una _Memoria sulla teoria del suono_, che si trova nel t. VII du Journal ec. Chladni loda le sue ricerche come assai dotte (_V. Acoustiq. p. 293_).

POLLUCE (Giulio) di Naucrate nell'Egitto, fu in Roma per la sua erudizione, assai caro all'Imperatore Commodo, e per di lui ordine diè scuola di umane lettere in Atene, ove morì in età di 58 anni. Tra le sue opere una ve n'era intitolata _Certamen musicum_, di cui fa menzione Suida, e che si è perduta; nel suo _Onomasticon_, ossia Vocabulario in X libri, che tuttora ci rimane, vi ha molte notizie intorno agli istromenti di musica in uso presso gli antichi, delle quali molto ne ha profittato il Requeno trattando della divisione degli stromenti, tom. 2, p. 404.

PONCE (Niccolò), celebre incisore, non che distinto letterato in Parigi, nel 1805 diè al pubblico una memoria molto interessante _Sur les causes des progrès et de la décadence de la musique chez les Grecs_. (_V. les Quatre Saisons du Parnase p. 264_)

PONZIO (Pietro), nato in Parma nel 1532, abbracciò lo stato ecclesiastico. Dotato delle più felici disposizioni per le scienze, e le arti, e con ispezialità per la musica, fu chiamato circa 1550 a Bergamo per maestro di cappella della cattedrale, donde passò in Milano, e quindi fè ritorno in Parma, ove morì nel 1596. Abbiamo di lui _Ragionamento di musica_, Parma 1588, dedicato al conte Bevilacqua di Milano, gran partigiano della musica. _Dialogo, ove si tratta della teoria e pratica di musica_, dedicato all'accad. filarmonica di Verona, Parma 1595. Egli è diviso in quattro libri, e sono gli interlocutori il conte Alessandro Bevilacqua, il conte Sarego, ed il conte Marco Verità: opera pregevolissima per la dottrina di quel tempo.

POPE (Alessandro), celebre poeta inglese del secolo 18, di cui vi ha un'_Ode sulla musica_, per la festa di S. Cecilia, che è un'imitazione di quella di Dryden sullo stesso soggetto: M. Hennet nella sua _Poétique Anglaise_ (3 vol. in 8, Paris 1806), e M. de Valmalète nel 1808, ne hanno data la traduzione francese.

PORFIRIO, filosofo nato a Tiro l'anno di G. C. 223, dimorò per alcun tempo in Sicilia, donde passò in Roma, ove morì sul cominciare del 4.º secolo. Egli scrisse molto sulla musica, alla maniera de' nuovi platonici, ne' suoi _Commentarj sugli Armonici di Tolomeo_, che il Dott. Wallis pubblicò il primo, benchè imperfetti, a Oxford nel 1699.

PORPORA (Niccolò), uno de' più celebri maestri di Napoli, dove stabilì una scuola di canto, che ha forgiati i più gran cantanti del 18º secolo, come Farinelli, Cafarelli, Salimbeni, Hubert detto il Porporino, la Gabrieli ec. che si sono fatti ammirare in Europa quai prodigi di melodia. Egli era inoltre profondo nella teoria, e nella pratica del contrappunto, ed ebbe la gloria, essendo in Vienna in casa dell'ambasciatore di Venezia, d'insegnare al grand'Haydn la buona ed italiana maniera di cantare, e quella pure di accompagnare al cembalo, mestiere molto più scabroso di quello che si crede, e che pochi fra i maestri medesimi possiedono perfettamente. Nell'articolo di Carlo VI, e in quello di Haydn (tom. 2, p. 22, 199), abbiamo riferiti alcuni aneddoti relativi al Porpora; egli fu inoltre maestro in Dresda della principessa elettrice di Sassonia M. Antonia Valburga, alla quale dedicò poi l'Eximeno l'opera sua sulla musica. In questa corte ebbe tale stima il Porpora, che ne divenne infin geloso lo stesso Sassone: in Londra fu il rivale di Hendel. La chiesa, la camera e 'l teatro sono stati arricchiti da' suoi capi d'opera, e spesso i Pontefici hanno creduto di fare un dono gradito ai principi regalandoli di un originale di Porpora. Il carattere generale della di lui musica è il grande ed il serio: ma si è di accordo nel dire che quanto è maraviglioso nel _cantabile,_ altrettanto è egli stentato negli accompagnamenti delle sue arie. Ciò però gli è comune con tutti i buoni maestri del suo tempo, Vinci, Leo, Pergolesi ec., perchè la semplicità e l'economia delle note, che costituiscono la grazia, e l'espressione del canto, rendono la musica instrumentale arida e scipita; ma tutti i compositori lo riguardarono sempre come loro modello nel recitativo, Porpora può dirsene il padre, egli trovò la vera declamazione musicale. Morì tuttavia in Napoli nell'estrema indigenza nel 1767, di 82 anni.

PORPORA, altro maestro italiano dello scorso secolo, di cui raccontava il Jommelli, che sebbene non fosse stato sprovveduto di merito in riguardo alla cognizione teorica e pratica della musica, si rese però ridicolo per non capire il senso delle parole che metteva in note. Obbligato una volta a mettere in musica il _Credo_, alle parole _Genitum, non factum,_ credette a proposito l'introdurvi il coro, il quale, mentre un cantante diceva da una parte, _genitum, non factum_, rispondeva, _factum non genitum_. Il pezzo fu eseguito, ed applaudito: ma qualcuno dinunziò Porpora all'Inquisizione come empio. Egli si difese con dire che non sapeva il latino, e sembrò di tanta buona fede, che i giudici, meno severi allora, che non l'erano trent'anni avanti, rimandarono via l'accusato. Un'altra volta dovendo mettere in musica l'aria _Superbo di me stesso_, fece che l'attore dopo aver detto questo primo verso, gridasse poi con enfasi, _Andrò portando in fronte:_ seguiva una gran pausa, e non si sapeva ancora _cosa andasse costui portando in fronte_, quando con una uscita di corno gliela fece annunziar chiaramente in mezzo alle risa di tutto il teatro.

PORTA (Costanzo), francescano di Cremona, fu condiscepolo del Zarlino sotto Adriano Willaert, e uno de' primi compositori del suo secolo per la musica di chiesa: il P. Martini facevane gran conto, comechè fosse più adatta a soddisfar l'occhio anzichè l'orecchio. Egli fu maestro di cappella a Padova, a Ravenna, e finalmente a Loreto, dove morì nel 1601.

PORTA (Berardo), nato in Roma circa 1760, fu allievo del Magrini che lo era stato del cel. Leo. Egli fu dapprima maestro di cappella a Tivoli e direttore d'orchestra: compose molte opere, oratorj, e musica strumentale. Tornò quindi in Roma al servigio del principe di Salm ch'era prelato in quella corte, ed ebbe la sopravvivenza di Anfossi sì per i teatri, che per le cappelle, ma la rivoluzione gli fè perder tutto, e nel 1798 venne in Parigi, dove ha scritto più opere per quel teatro: egli vi si è stabilito, e vien riputato colà come uno de' migliori maestri di composizione.

PORTOGALLO, compositore portoghese per teatro stabilito da più anni in Italia: nel magazzino del Ricordi in Milano vi ha di lui impressa la musica de' seguenti drammi: _Il ritorno di Serse_; _Idante_, opere serie. _Lo spazza camino_; _la Donna di genio volubile_; _Oro non compra amore_; _I due gobbi_, burlesche. _Il filosofo_; _la maschera fortunata_; _il Ciabattino_, farse.

POULLEAU (M.) è l'inventore di un nuovo stromento a tasti, detto l'_orchestrino_, che è brillante, espressivo e canta assai bene. A siffatte pregevoli qualità unisce inoltre il vantaggio di potere imitare il violoncello e la viola in maniera a produrre una compiuta illusione. Benchè l'imitazione del violino sia di minor effetto, tuttavia un suonator di forte-piano produce con questo strumento egli solo l'effetto di un _quintetto_ composto di due violini, viola, violoncello e basso. Poichè l'_orchestrino_ sostiene e fila i suoni per mezzo di un arco, e fa passar quelli gradatamente dal _piano_ al _forte_, e dal _forte_ al _piano_, egli ha perciò la varietà di esecuzione del pari che gli stromenti ad arco nei canti, che esiggono delle note legate, staccate, sostenute, o pizzicate. La di lui forma è di un piccolo clavicembalo; le sue corde sono di budelli, ed il suo arco riceve movimento per mezzo di una ruota che si fa girare col piede.

PRANDI (Girolamo), pubblico professore di filosofia morale, e di dritto di natura nell'università di Bologna, nel 1805 all'occasione del solenne aprimento delle scuole comunali filarmoniche di quella città recitò una dotta _Orazione sulla musica_. Rintraccia in essa l'origine prima di quest'arte, ne segue i progressi da filosofo osservatore, e tutti i vantaggi descrive di questo mirabile ritrovato, ch'egli attribuisce al tedio ed alla noja: il tutto è descritto con istile purgato e sublime.

PRATI (Alessio), nato a Ferrara circa 1736, fu un gran maestro, compositore di molto gusto e generalmente stimato. Nel 1767 venne a Parigi e scrisse per quel teatro con molto successo, si rese quindi a Pietroburgo, ove fu similmente applaudita la sua musica. Dopo un'assenza di 17 anni tornò in Italia, e scrisse in Firenze l'_Ifigenia_ nel 1784, che ebbe uno straordinario incontro, nè meno prodigioso fu quello che riportò in Monaco di Baviera per la sua _Armida abbandonata_ nel 1785, per cui divenne maestro di cappella dell'elettor palatino. Non godette molto però della sua fortuna, poichè finì di vivere in Ferrara sul principio del 1788. Vi ha di lui molta musica sì vocale, che strumentale impressa in Parigi, a Lione, in Berlino ed in Londra.

PREDIERI (Luca-Ant.) da Bologna, fu quasi per tutto il corso di sua vita al servigio della corte di Vienna. Tenuto in conto de' più valenti maestri del suo tempo, fu uno di quelli che più felicemente han saputo unire l'antico gusto al moderno. Fornito di bella immaginazione e di una gran verità di espressione, aveva moltissimo spirito, e la sua conversazione si rendeva molto piacevole: l'Imperatore Carlo VI, che aveva particolare stima di lui, si prendeva spesso piacere di contender seco lui. Egli fu il primo a mettere in musica gli Oratorj del Metastasio, _il Sagrifizio di Abramo_ nel 1738, e _l'Isacco_ nel 1740, come ancora più drammi dello Zeno e del Silvani. Morì egli in Bologna sua patria nel 1743.