Part 19
JACKSON (Will.), compositore di musica e scrittore di molto spirito, nato a Exeter, ove morì nel 1803 in età di 73 anni. Dopo di aver ricevuta un'ottima educazione, studiò i principj della musica sotto il maestro della cattedrale di Exeter, e perfezionossi quindi sotto la direzione di Travers, celebre maestro di Londra. Nel 1777 divenne maestro della cattedrale del suo paese, e venne riguardato in Inghilterra come uno de' migliori compositori del suo tempo. Nel 1769, pubblicò in Londra _Songs_ op. 7, e l'anno d'appresso la sua opera 9, di sonate pel forte-piano con violino, cantici, inni, odi, e un'elegia a tre voci. Le sue produzioni letterarie sono: _On the present state of music_, cioè: _Dello stato attuale della musica_, in 12º, di cui vi ha una seconda edizione; _Trenta lettere sopra diversi soggetti_, che hanno avuto tre edizioni; _Le quattro età_ in 8vo, e _Diversi Saggi_ ec.
JACOB (M.), morto in Parigi nel 1770, allievo di Gaviniès, pubblicò l'anno d'innanzi _Nouvelle méthode de musique_, in cui confuta l'ab. de la Cassagne nel sistema dell'unica chiave ch'egli propone: M. Jacob ne dimostra l'impossibilità.
JAMARD, canonico di S. Genevefa, nel 1769 pubblicò in Parigi _Recherches sur la théorie de la musique_, in 8º, in cui sviluppa il sistema di Ballière; testo e comento inutili.
JAMBLICO di Calcide, filosofo su i principj del IV secolo, ebbe per maestri Anatolio e Porfirio, e fu come essi della setta dei nuovi Platonici, i quali ai delirj degli antichi filosofi univano le loro mistiche insensataggini. Essi non trascurarono di coltivare la musica, ma alla maniera de' Pittagorici inviluppandola di numeri: così Jamblico nella sua opera intitolata: _Delle cose fisiche, morali e divine, che si osservano nella dottrina dei numeri_, impiegato aveva l'ottavo libro ad una _Introduzione alla musica secondo la dottrina de' Pitagorici_. Non è stato certamente gran danno l'essersi perduta: egli ne fa menzione nel suo _Comento sull'aritmetica di Nicomaco_, e nella vita di Pitagora. Tratta egli inoltre nel suo libro de' _Misteri_, de' mirabili effetti della musica, e ne attribuisce la cagione all'aver essa, oltre del naturale, qualche cosa del divino (_V. Sect. III, c. IX, edit. Oxon. Th. Gale_).
JARNOWICK, l'allievo favorito del cel. Lolli, di sangue italiano, sebben nato e allevato in Parigi, il suo vero nome era _Giornovichi_. Giustezza, purità, eleganza era il distintivo carattere di questo abilissimo violinista: egli riusciva particolarmente nel genere brillante e piacevole: per il corso di dieci anni l'entusiasmo dei francesi per Jarnowick fu di moda, ma quindi disparve al segno che questo gran virtuoso fu obbligato a lasciare la Francia, e nel 1782 era egli al servigio del principe reale di Prussia. Il maestro Wolf, nella relazione de' suoi viaggi, descrive i trasporti co' quali sentivasi ogni volta questo virtuoso in Berlino, dove egli lo conobbe. Vi sono di lui impresse 7 sinfonie, e 9 concerti di violino: egli è morto in Pietroburgo nel 1804. Ecco alcuni aneddoti intorno a questo celebre artista. Un dì trovandosi egli presso Bailleux editore e mercante di musica, ruppe per inavvertenza un vetro. _Chi spezza i vetri li paga_, gridò Bailleux. _È ben giusto_, ripigliò Jarnowick, _che bisogna darvi? — Trenta soldi. — Prendete, ecco tre lire. — Ma non mi trovo di che darvi il resto. — Ebbene, siamo saldi_, replicò Jarnowick, e spezzonne nel tempo stesso un altro. In un viaggio ch'egli fece a Lione, annunziò un concerto a sei franchi per biglietto. Vedendo che non si presentava alcuno, stabilì di trar vendetta dell'avarizia de' Lionesi; rimise perciò all'indomani il concerto, e a tre franchi per biglietto. Questa volta vennero in folla: ma al momento di dar principio, non si vide Jarnowick e venne avviso ch'egli era partito per le poste. _Kosolowiski_ compose la musica funebre, che fu eseguita nella chiesa cattolica di Pietroburgo nel 1804, per l'esequie di Jarnowick, e cantata da' migliori musici, tra' quali la cel. Mad. Marà.
JOMMELLI (Niccola) nacque nello stesso anno che Gluck nel 1714, in Aversa, città nelle vicinanze di Napoli, dove studiò i primi elementi della musica sotto il canonico Muzzillo. In età di sedici anni fu messo in educazione in Napoli, nel conservatorio de' _Poveri di Gesù_, e di poi nell'altro _della pietà_ sotto i bravi maestri Prota e Feo: ma non contento ancora di questi, cercò il Jommelli d'apprender da Leo il grande, il sublime della musica, e ben si scorge dagl'intendenti, che egli ha fatto grandissimo studio sulle carte del gran Leo, e che spesso ha rivestito di miglior colorito gli stessi disegni del suo precettore. Costui già uomo di una riputazione ben stabilita, e superiore all'invidia, nel 1736 in occasione, che si concertava una cantata del Jommelli in casa di una di lui discepola, trasportato dal piacere, e quasi fuor di se, _Signora_, le disse, _non passerà molto, e questo giovane sarà lo stupore, e l'ammirazione di tutta Europa._ Leo andò dunque più volte a sentir quella musica nel teatro nuovo, predicando, che i suoi presagi si sarebbero in brieve avverati. L'_Odoardo_ scritto da Jommelli all'età di 24 anni pel teatro de' Fiorentini ebbe maggior incontro: la fama cominciò a divulgare il suo nome fra gli esteri, e fu chiamato in Roma nel 1740, sotto la protezione del cardinale duca di York. Scrisse ivi il _Ricimero_, e nel seguente anno l'_Astianatte_ pel teatro di Argentina col più felice successo. Nell'anno stesso chiamato in Bologna scrisse l'_Ezio_, e mentre colà dimorava non trascurò di frequentare il P. Martini: giuntovi appena andò egli a ritrovarlo senza farsi conoscere, pregandolo di ammetterlo tra' suoi scolari. Gli diede il Martini un soggetto di fuga, e nel vederlo così eccellentemente eseguito: _Chi siete voi_, gli disse, _che venite a burlarvi di me? anzi vogl'io apprender da voi._ — _Sono Jommelli, sono il maestro, che deggio scriver l'opera in questo teatro: imploro la vostra protezione._ Il severo contrappuntista, _gran fortuna_, rispose, _del teatro di avere un maestro come voi filosofo; ma gran disgrazia è la vostra di perdervi nel teatro in mezzo ad una turba d'ignoranti corruttori della musica_. Jommelli confessava di aver molto appreso da quest'illustre maestro, e specialmente _l'arte d'uscire da qualunque imbarazzo_, o aridità, _in cui si fosse ridotto un maestro, e di trovarsi in un nuovo spazioso campo a ripigliare il cammino, quando si credea, che più non ci fosse dove andare_. Espressioni sincere, dice il Mattei, che io ho inteso più volte da lui medesimo, ed egualmente mi confessava, che al Martini mancava il genio, e che suppliva coll'arte laddove mancava la natura. Dopo di avere scritto il Jommelli nuovamente in Roma ed in Napoli con incredibili applausi, fu chiamato in Venezia, ove la sua _Merope_ ebbe tal riuscita, che quel Governo, per quivi stabilirlo, lo diè per maestro al _Conservatorio delle figliuole_, per il quale scrisse varj pezzi di musica sagra, e deesi tra questi rimarcare il _Laudate pueri_ a due cori di 4 soprani e 4 contralti, la cui esecuzione, dopo quasi 70 anni ch'è scritto, riempie tuttora di ammirazione, e di diletto e il volgo, e i dotti; egli è un capo d'opera di espressione e d'armonia. Nel 1749, scrisse l'_Artaserse_ per l'Argentina in Roma, e l'oratorio della _Passione_ per il cardinale di York: fu chiamato in quello stesso anno in Vienna, per scrivervi l'_Achille in Sciro_ e la _Didone_. Fu incredibile il piacere del Jommelli, che desiderava di abboccarsi col gran Metastasio, prender lumi da lui, come quegli che co' suoi drammi avea contribuito a far tant'alto levare la musica. Con lui passò egli tutto il tempo che dimorò in Vienna, e vantavasi quindi molto più aver egli appreso dalla conversazione di quel divino poeta, che dalle lezioni del Feo, del Leo, del Martini. Egli stesso fatti aveva de' buoni studj e componeva con felicità de' buoni versi. Profittò ancora più dopo alcune istruzioni del Metastasio, ed ecco come della sua musica della _Didone_, composta in Vienna, scrisse allora quel gran poeta alla sua principessa di Belmonte: _Andò in iscena la mia Didone, ornata d'una musica, che giustamente ha sorpresa ed incantata la corte. È piena di grazia, di fondo, di novità, di armonia, e sopra tutto di espressione. Tutto parla sino a' violoni, e a' contrabassi. Io non ho finora in questo genere inteso cosa, che m'abbia più persuaso._ In un anno e mezzo di sua dimora in Vienna, Jommelli ebbe più volte l'onore di accompagnare al cembalo l'Imperatrice M. Teresa, la quale fece levar via lo sgabello senz'appoggio, e sostituire una sedia per lui: lo colmò di doni, tra' quali un anello col di lei ritratto guernito di grossi brillanti. Il gran Lambertini nel 1750 vacando il posto di maestro di S. Pietro, volle che l'occupasse il Jommelli, a preferenza di tanti bravi concorrenti sì romani, che esteri: ed egli nel solo spazio di tre anni, dopo i quali rinunziò a quell'onorevole posto, arricchì di moltissime carte la musica di chiesa. Può leggersene il lungo catalogo nell'elogio di lui scritto dal Mattei, a cui ci rimettiamo eziandio per il rimanente delle sue composizioni da teatro e da chiesa, scritte dopo quell'epoca per le Corti di Stuttgart, di Madrid, di Lisbona, di Torino e di Napoli. Ma Napoli questa ingrata patria, Napoli fu l'occasione della morte di sì grand'uomo. La sua _Ifigenia_ scritta per quel teatro nel 1773, e pessimamente eseguita in sua assenza, diè campo alla malevolenza e all'invidia di scagliarsi contro al suo autore come già per vecchiezza rimbambito e disutile. Il disgusto ch'egli ne risentì, malgrado la sua filosofica moderazione, gli cagionò un accidente di apoplesia, da cui non perfettamente rimesso scrisse tuttavia il divino suo _Miserere_ tradotto in versi italiani dal Mattei, a due voci, col solo accompagnamento di due violini, violetta e basso, capo d'opera dell'arte, ed immortale come lo _Stabat_ del Pergolese, di cui poteva veramente vantarsi l'autore: _Exegi monumentum ære perennius... Non omnis moriar_. Era scorso già un anno, quando un secondo colpo di apoplesia lo tolse di vita a' 25 agosto del 1774. Fu egli di ottimi costumi, buon cristiano, buon cittadino, e di una coltura non ordinaria fra le persone del suo mestiere. In mezzo a' furori dell'invidia, ei non seppe dir mai una parola contro di alcuno: modesto ne' suoi giudizj, superiore alla rivalità non negò i dovuti elogj ai gran maestri suoi contemporanei. Egli era di grande e corpulenta persona; il dot. Burney, che lo vide ne' suoi viaggi, dice ch'ei singolarmente rassomigliava a Hendel, ma che era molto più di costui pulito ed amabile. La di lui musica si distingue per uno stile tutto suo proprio, per una immaginazione sempre feconda di nuovi concetti sempre lirici, e di voli veramente pindarici: egli passa da un tuono all'altro d'una maniera tutta nuova, inaspettata e dottamente irregolare: se pecca alle volte di troppa arte e difficoltà, _la sua difficoltà è del genere di quella di Pindaro; non tutti sono in grado di comprender Pindaro e molto meno d'imitarlo_. Pindaro vola per mezzo alle nubi, chi si fiderà di seguirlo? _diceva Orazio_. (_Mattei, elog. di Jomm._) Ecco quel che conciliò al Jommelli gli elogj de' conoscitori e de' filosofi, e gli fè perdere alle volte quelli del volgo.
JONES (William), musico dei nostri giorni in Londra, ove nel 1786 diè al pubblico: _Treatise on the art of music, etc._ cioè: _Trattato della musica, e Corso di lezioni disponenti alla pratica del basso continuo, e della composizion musicale_ (_V. Monthly Review, 1786_).
JONES (Eduardo), circa 1790, pubblicò in Londra: _Musical and Poetical Relics etc._ cioè: _Avanzi di musica e di poesia de' poeti del paese di Galles, conservati o per tradizione, o per i MSS. autentici, che non sono stati sinora pubblicati_. Quest'opera, di cui si trova una ben dettagliata analisi nel _Monthly Review_, mese di gennaro 1786, contiene de' materiali preziosi per l'antica storia della poesia e della musica, e del paese di Galles, su la quale evvi una particolar dissertazion dell'A. in fronte dell'opera.
JORISSEN (Gius.), abbiamo di costui una Dissertazione col titolo: _Nova methodus surdos reddendi audientes_, Halæ 1757; nella quale vi ha molte osservazioni sulla propagazione del suono per mezzo di materie solide (_Chladni, Acoust. p. 317_).
JORTIN, dottore in musica a Londra nello scorso secolo, di cui vi ha una _lettera sulla musica degli antichi Greci_, nella seconda edizione del saggio di Avison (_V. Burney, Diss._).
JOSQUIN Desprez, in latino _Jodocus Pratensis_, nato nel Belgico circa 1450, è stato riguardato come il più abile maestro dell'antica scuola fiamminga: ammirato da' suoi contemporanei, servì di modello a' suoi successori. I didattici del suo secolo e quelli delle generazioni d'appresso, appoggiarono i precetti loro sulla di lui autorità ed esempj. _Heyden_, _Glareano_, _Zarlino_, _Artusi_, _Cerone_, _Zacconi_, _Berardi_, _Bononcini_, e fin anco il _P. Martini_, a' nostri giorni, lo citano a ciascun foglio: se oggidì non è più alla cognizione che di pochi eruditi, si è perchè nello spazio di tre secoli, che sono scorsi dalla di lui morte, la musica ha subito infinite rivoluzioni: perchè generalmente i musici hanno pochissimo zelo di sapere tutto quel che riguarda la storia dell'arte loro, e perchè la mancanza di buoni libri su tale argomento, specialmente nella nostra lingua, ne renderebbe loro l'istruzion malagevole, quando anche ne avrebbero la voglia. _Forkel_ nella eccellente sua _Storia della musica_ (in tedesco, Lipsia 1790) dà dei lunghi dettagli intorno a Josquin e le sue composizioni. _Adamida Bolsena_ dice ch'egli fu nella cappella pontificia al tempo di Sisto IV, cioè dal 1471 sino al 1484.
I
IBICO, uno de' principali poeti lirici della Grecia, nacque in Messina da un cittadino di Reggio. Egli, come tutti i poeti di que' tempi, era ancora eccellente musico. Neante di Cizico ed Euforione presso Ateneo (_lib. 4, e 14_), affermano ch'egli fu inventore d'un istrumento triangolare di quattro corde che rendeva un suono acuto, ed a cui si diè poi il nome di _Sambuca lirofenicia_. Ibico fu ucciso da' ladri in un bosco della Calabria quattro secoli innanzi l'era volgare. Dicesi che sorpreso da costoro, e sul punto di essere ucciso, vide egli passare uno stuolo di grue: _oh cielo!_ sclamò, _voi sole sarete testimoni della mia morte._ I ladri essendo di poi assisi nel teatro, videro passare alcuni di questi uccelli, e sovvenendosi delle parole d'Ibico, dissero fra loro come per ischerno, ecco _le grue d'Ibico_. Il loro detto svegliò negli astanti la memoria del perduto poeta, ed il sospetto del delitto: i ladri furono arrestati, esaminati, convinti e condannati, onde restò in proverbio _le grue di Ibico_, presso a' Greci e a' Latini giureconsulti, per dinotare una cosa per convincenti indizj manifesta (_Fabric. B. G. t. 14_).
IPPASO di Metaponte filosofo musico e scolare di Pitagora, fioriva cinque secoli prima innanzi l'era cristiana. Teone di Smirna (_cap. 12, Harmon._) narra ch'egli, e Laso d'Ermione ritrovarono gl'intervalli del loro maestro col porre or più, or meno d'acqua in diversi bicchieri, e formando così il diapason, il diatessaron ec. (_V. Requen. t. 1, p. 174_). Più conforme al vero è forse però l'altra invenzione dello stesso Ippaso, che ci viene narrata da uno scoliaste di Platone in un frammento pubblicato recentemente dal Morelli (_Ex Bibl. Ven. D. Marci præf._). Prendeva egli quattro piatti di bronzo del medesimo diametro, ma di grossezza diversa, sicchè il primo forse sesquiterzo del secondo, sesquialtero del terzo, e doppio del quarto, battendo questi quattro piatti formava una sinfonia, o accordo. Questi ed altri fatti degli antichi, fanno vedere quanto grossolanamente eglino pensassero nella parte acustica, e come opinassero su le armoniche proporzioni.
IRHOV (Gugl.), nel 1728 pubblicò a Leyde _Conjectanea in Psalmorum titulos_, in 4º. In questo trattato intraprende a provare che la musica artificiale non deriva da' Greci; ma da' popoli Orientali, e principalmente dagli Ebrei o Caldei: che da quest'ultimi l'apprese Pitagora, e ci vengono i più antichi nomi dei musicali istromenti.
ISOUARD (Nicolò), nato in Malta circa 1775, di una ricca e distinta famiglia, fece i suoi primi studj in Parigi del latino, del disegno, e delle matematiche, e da M. Pin apprese a sonare il forte-piano, ma scoppiata essendo la rivoluzione, lasciò Parigi nel 1790, e tornò in Malta. Suo padre lo applicò allora al commercio, ma il suo gusto naturale, e le buone accoglienze che gli venivano fatte nelle compagnie per la sua abilità sul cembalo, lo impegnarono a proseguire i suoi studj di musica; Vella e Azopardi, noto pel suo trattato di composizione furono quivi i suoi maestri. Da Malta passò in Palermo alcuni anni, come giovane di banco presso il Sig. Mattei negoziante; nelle sue ore d'ozio continuava i suoi studj sotto la direzione del Sig. Amendola valente maestro palermitano, e allora fu che ebbi l'onore di conoscerlo, e sentirlo sonar più volte. Quindi si rese egli in Napoli presso Cutler ed Heigelin, negozianti tedeschi, ma non ostante la perseveranza dei suoi parenti a dirigerlo verso il commercio, il suo irresistibil pendio alla musica fecegli compire questi studj in quella città sotto il cel. Sala. Mediante la principessa di Belmonte, a cui era stato raccomandato, ottenne dal gran Guglielmi, che colà allora ritrovavasi, alcuni consigli per applicare alla composizione drammatica le cognizioni da lui acquistate sotto i maestri di contrappunto. La brama di farsi un nome nella musica lo decise allora, malgrado il volere de' suoi parenti, ad abbandonar il commercio per seguir senz'ostacolo la nuova carriera, alla quale destinavasi. Passò in Firenze, e vi scrisse la sua prima opera l'_Avviso ai maritati_, il cui prodigioso successo vie più il confermò nella sua risoluzione, solo, per non opporsi al padre, prese il partito di dare in appresso tutte le sue opere musicali sotto il nome di _Nicolò_, che gli è rimasto e sotto il quale è generalmente conosciuto. Il gran maestro dell'ordine di Malta Rohan sentito avendone i successi, lo richiamò presso di se, e dopo la morte di San Martino lo nominò maestro di cappella dell'ordine, impiego ch'egli esercitò sino all'arrivo de' Francesi. L'ordine essendo stato abolito in quell'epoca, il gen. Vaubois, che avevalo conosciuto e mostrato avevagli particolar benevolenza, lo condusse seco a Parigi come suo secretario. Sia per seguire il suo proprio gusto, sia per rendersi utile alla sua numerosa famiglia emigrata seco da Malta, si risolse a darsi interamente alla scena francese, e ne studiò i modelli nelle partiture di Monsigny, e di Gretry, di cui ammirava i capi d'opera. Egli riconosce l'acquisto delle cognizioni nell'arte di applicare la musica alla poesia drammatica, all'intima unione ch'egli ha fatta con M. Hoffman, ed a' consigli di quest'illustre letterato. Egli aveva scritto in Malta messe, salmi e mottetti per la cappella di S. Giovanni, e otto diverse cantate composte d'ordine di S. A. E. il gran maestro Rohan: più opere in Italia per i teatri di Firenze, di Livorno, ec. e dal 1802 sino al 1811 molte opere in Francia, di cui la più parte ha ottenuto il più gran successo. Possiede in oltre al più alto grado l'arte di sonar il piano-forte, e l'organo, come ancora l'armonica e molti altri strumenti.
IUNKER (Carlo-Luigi), nato a Æringen, fu prima precettore nel _Filantropino_ di Heidesheim, e dopo il 1779 cappellano della corte a Kirchberg. Egli si è reso illustre per molte opere di teoria e di pratica e di storia musicale. Nel 1776, diè al pubblicò in lingua tedesca la _Biografia di 20 compositori_; nel 1777, _Un Abbozzo o Saggio di musica, in 8º_. Nel 1778 _Considerazioni sulla Pittura, sulla Musica e la Scultura, in 8º._ Nel 1782 _Alcuni principali doveri di un Maestro di Cappella, o direttor di musica, in 12º_. Nel 1786, _Sul pregio della Musica_. Oltracciò nelle _Mizzellaneen artistichen ec._ ossia _Miscellanee di alcuni soggetti d'arte di Meusel_ vi ha di lui una _Dissertazione sulla musica vocale_, tom. V; Nel Museo per gli artisti del medesimo autore, _Osservazioni sull'arte musica in un viaggio da Augusta a Monaco_, pag. 20; _Osservazioni ec. in un viaggio a Ludwisburgo e Stutgart_, pag. 69; _Della ricompensa dell'Arte_, p. 3; _Notizie di Giov. Marziale Greiner_, p. 25; _Giovani musici del nostro tempo_, p. 27; _Registro delle belle cappelle in Monaco_, p. 31 in lingua tedesca. Tra le sue composizioni vi sono impressi _due Concerti per il forte-piano, con accompagnamento, ed alcune fantasie per lo stesso instromento_.
K
KAHLER (Martino), Dott. in medicina della R. accademia svedese, negli Atti della quale trovasi un di lui _Trattato sulla malattia detta il ballo di s. Vito, e sulla maniera di guarirla per mezzo della musica_. Egli racconta di essere stato nella Puglia l'anno 1756, di avere osservato esattissimamente questa malattia, e prova che essa non deriva già dal morso della tarantola, ma di una specie d'ipocondria ed isterìa propria degli abitanti del golfo di Taranto. Egli dà la storia di tal malattia, che dura spesse volte due e anche tre anni o più: che in una data stagione, e principalmente nel giugno chi ne è affetto, risente più forti i sintomi della medesima: che cade allora nell'animo suo ch'egli sia stato morso dalla tarantola, ed è opinione comune non potersi questo male guarire se non colla musica: probabilmente, dice l'A., perchè Galeno l'adoperò già come rimedio contro il morso delle vipere, scorpioni ec. Viene dunque un sonatore: l'infermo comincia a far le battute, poi v'aggiunge urla e strida, e si mette finalmente a ballare. Quanto più inveterata e grave è la malattia, tanto più dura il ballo, e delle volte per due ore continue. Se il musico falla un tuono, il ballatore manda un grido fierissimo ed assume un aspetto orrendo. D'indi in poi, l'ammalato dee per tre giorni ballare ogni dopo pranzo, e a ciò lo muove una certa musica particolare. Se finiti i tre giorni non sente più sì fatto bisogno, egli è libero d'ogni incomodo, e sta benissimo di salute per un anno intiero: tornata poi la stagione, ricomincia la stessa pratica. Sono cotesti musici per lo più medici giurati. Soggiornando il D. Kahler a Taranto fece venire a se due del paese onde imparare tal musica. Una fanciulla, la quale non si seppe mai se fosse ammalata, passò a caso per quella stanza, e tosto sentiti quei suoni si diede a ballare tre intieri quarti d'ora. Possono vedersi le ragioni dell'A. in quel suo trattato, o presso quello _Dell'influenza della musica_ ec. del D. Lichtenthal p. 54, per provare che non è se non pregiudizio, l'attribuire tutti questi sintomi al morso della tarantola, e che siano piuttosto gli effetti d'una particolare specie d'ipocondria, a guarir della quale giova molto la musica.
KAISER (P. L.). Nato a Francfort, viaggiò per due volte in Italia per apprendervi il buon gusto della musica: nel 1784 vi si fece distinguere per la squisitezza della sua maniera nel sonare il forte-piano, e delle sue composizioni, nelle quali riconoscevasi facilmente lo stile di Gluck, che egli prese ad imitare. Stabilitosi quindi a Winterthur nella Svizzera, sino al 1790 pubblicò colà _Canzoni allemanne con melodie. Omaggio al ritratto del Gluck_, nel Mercurio allemanno del 1786; _Due sonate in sinfonie pel cembalo, con accompagnamento di un violino e due corni_, Zurigo 1784. ec.