Chapter 5
Molli pianure del passato, intrise di pianto, visitate dai curvi fantasmi del ricordo, io vi scavalco sul mio treno impennecchiato d'orgoglio e mi dondolo in cielo, vogando in accordo col ritmo impetuoso e la cadenza meravigliosa di questo fiume stellare! Che importa se il mio cuore si lamenta, spossato, traboccante d'amarezza, stanco d'ebbrezza titillante, gonfio di gioia grossolana, e pur tanto leggiero, sottile, come impalpabile, per aver troppo bevuto alla diaccia lusinga della velocità verso la notte vorace dell'Infinito?... Ah! che il mio petto scoppi al pulsar del mio cuore!... S'allarghi, s'allarghi il mio cuore, inghiottente e rosso come il bacio voluttuoso con cui il sole disseterà l'agonia della terra!...
A piacer tuo, mio cuore disilluso!... Nulla deve arrestarti, malgrado l'immensa stanchezza e l'immensa disperazione! Nessun'oasi più, sulla terra, per la tua sete, o cuore!
Senza terrore contempla la curva Notte, ammantata nelle sue tenebre a lunghe pieghe, che verso lo Zenit trascina la Via Lattea come una enorme rete d'oro, piegando sotto la follia ed i fulgidi guizzi delle stelle squamate come anguille!... Oh! mangiane, se vuoi, per saziar la tua fame!...
Lo sai, che queste stelle, grappoli succulenti di luminose uve gonfie di rosso sugo, uve che maturarono al basso del ceppo inzaccherate dei vapori cocenti che all'orizzonte stagnano... lo sai, mio cuore, che questi grappoli siderali sono assai più saporosi d'ogni altro grappolo d'astri? Ecco di che placare l'immemorabil tua sete!...
Città rugose dai ponti neri le cui tremule dita affondano nella giovinezza chiassosa dei torrenti... Città inchiodate dalla paralisi, che contro le nubi in urti sonori spaccate la fronte vibrante dei vostri campanili cascanti dal sonno... non vi stancate invano a trascinar lontano dietro al mio correr veloce le vostre mura crollanti! Piuttosto riposatevi, e rimanete così, tutte adunche d'invidia e di rancore focosamente immote, ebbre d'odio, perduti gli occhi a contemplare gli uccelli migratori che fanno soste brevi sui vostri lunghi campanili, per schizzar fimo e rivolarsene via con la stanca indolenza disdegnosa delle loro ali librate!... Urrà! Urrà!... Cantate! Ballate, miei cari desiderî suicidi! Suvvia, fieri demoni che pedalate furiosi cavalcando senza sella le ruote giganti del mio folle treno!... Addosso! Addosso ai monti!... Dobbiam superarli, poichè domani il Rimorso forse potrebbe schernirci ed avrebbe ragione!... poichè la Morte--pensate!-- potrebbe domani afferrarmi alla cintola ed obbligarmi a lasciare le staffe!...
Monti! Mammùt in mostruosa mandra che pesanti trottate, inarcando le vostre immense groppe, eccovi superati, eccovi avvolti dalla grigia matassa delle nebbie! E odo il vago echeggiante rumore che sulle strade stampano i favolosi stivali da sette leghe dei vostri piedi colossali!...
Lampi! o bei lampi, io disdegno i vostri colpi d'ascia violetti, vibrati in pieno sul mio nero cuore! Lampi! o bei lampi, io disdegno i vostri scatti sonori!... Urrà! Urrà! Venti che volete uncinarmi coi vostri lunghi raffi allo svoltar delle valli, io vi ho sorpassati, frantumati, vinti!... Urrà! Urrà!... Son sorpassate o vinte le cupe Città suppliziate sulle grandi braccia in croce delle candide strade Vi ho sorpassate, foreste gesticolanti!... Ed ecco già sull'arco lontano dell'orizzonte il Mare dalla lucente armatura lunare!... Oh! Ebbrezza di tuffarmi nell'onde, fra l'alito effuso del largo, saturo d'_al di là_!... Ed ora, a noi due, bel Destino!... Giochiamo alfine la nostra partita sublime!... Folle partita che intavolare dovremo sull'immenso tappeto del firmamento, in fretta, in fretta, assai prima che l'Aurora dalle mani scarlatte venga con un gesto furtivo di baro a rubarci, l'una dopo l'altra, le stelle bipartite di nero e d'azzurro che sono i nostri dadi fortunosi!
9.
Il Demonio lusingatore
O laceranti fischi, bei lampi a zig-zag!...
Sono fosforee forbici di streghe, che tagliano il velluto e l'orpello delle nuvole, con ebbrezza squarciando i palpitanti panneggiamenti delle tenebre seriche per farne il mio sudario?
Ben vedo sulle cime lontane fili d'oro ondeggianti che mostruosi gomitoli sdipanano a casaccio, mentre il Vento dal lungo pelame di gatto d'Angora si trastulla con essi, agitandoli con la sua morbida zampa...
I fischi funerei del vento squartano senza fine con l'accese unghie loro il cuor sanguinolento della macchina!...
Che il mio treno voglia forse disossarsi per mordersi meglio con avidi aguzzi denti, inondando gli echi del suo dolore irreparabile e gonfiando d'amarezza la notte ebbra delle lagrime contenute delle Stelle?...
Ah! no!... Non più singhiozzi!... Mi spezzi la schiena! Vuoi tu dunque, o mio cuore, commuovere fino alle lagrime gli echi femminei che un tempo conobbi sulla mia strada e che ancora m'attendono, in ginocchio, preganti come domestiche curve intorno a un'agonia... alla mia agonia danzante e frenetica?...
Il mio cuore trabocca, gronda il mio cuore d'un orgoglio fantastico e temerario impennacchiato di rumorosa ebbrezza e agghiacciato di freddo terrore come una coppa di _champagne_ avvelenato!
La morte? M'annunciate la mia morte?... Lo so: laggiù, in quella città stretta dall'odio sotto il suo campanile alzato come un pugno nero.... lo so: nell'intestino fumoso di una viuzza, dietro la porta chiusa d'una bettola, la Morte m'aspetta... (È là ch'ella vive!) Essa, pezzente scarnita sotto i suoi stracci di nebbia, è là da sempre, seduta a una tavola, e tende al visitatore predestinato la sua faccia d'incandescente cenere, in cui sfavillano occhi di stagnante putredine!...
Orrore!... Mi sento sulle guance e nell'ossa il tenebroso brivido di un abbraccio mortale!
Serrate i freni!... Son rotti?... Che fare? Bisogna dunque che io abbandoni la pazza frenesia del mio treno alle ostili sdrucciolate del binario! Vedete? Come potrei rallentare il mio slancio ed il ritmo possente del mio cuore nero?
Esploro lontano, e vedo tettoie formidabili dagli occhi di porpora, arrotondati dall'attesa, che s'accosciano intorno alla fumida bocca della stazione, sulle matasse e le trecce dei luccicanti binarî... Le sinistre tettoie a quando a quando oscillano, come nordici pescatori dal gabbano incatramato che agli scogli s'aggrappan, nello sforzo di trarre a riva grandi reti ricolme di pesca...
Lo so: voi mi aspettate sotto i vostri sonori cappelli di latta dalla falda piatta, aperte le braccia per regger nasse immense, in cui presto (voi lo sperate, lo so!) il mio folle treno balzerà assurdo e guizzante come un pesce preso. Sono un pesce, lo ammetto!... Ma ribelle, ma invitto!...
Che! Nulla vi spaventa?... Eppur le mie rosse branchie soffian lontano un alito di fucina, e le raffiche sferzanti, che torcono i vostri cappelli di latta vibrante, sapranno atterrarvi!... Ebbene? che dite? Questo vento pesante non potrà soffocare il vostro violento ansimare?
Oh! davvero vi ammiro, o sacripanti irrigiditi nello sforzo d'inchiodare le vostre fatidiche nasse agli scogli della riva! Ma non importa: io sono indomabile e posso flettermi come un'anguilla, cacciandomi attraverso le strette maglie, e mi diverto oltremodo ad ascoltare i vostri gridi gutturali di vapor crepitante!...
Sento incessantemente le mani impazienti d'un Dèmone carezzevole, furtivo, onnipresente, che senza sforzo mi strappa con le unghie dorate un occhio:... gli occhi... le ciglia!... Oh! qual delirio! Quale orrore squisito! Le sue unghie s'accaniscono a lisciarmi la carne del volto, e la sua bocca vorace passa e mi mangia le labbra!... Il mio volto è spianato, levigato come i Cristi scolpiti sui vecchi reliquiarî, divorati dai baci d'innumeri pellegrini... Grazie, grazie, Demonio di Frenesia e d'Impossibile, poichè certo sei tu che sazî la tua fame sulla mia faccia!... Sei tu che rivesti il mio corpo d'invisibili labbra e di elettriche nari!... Per te, tutto il mio corpo beve, mangia e fiuta il soffio glacial della Morte!...
Un urto brusco!... un grande scrollìo di cerniere!... Ah! maledetto guscio di tartaruga! Il mio treno è incatenato! Io ne fuggo fuori rompendo i vetri, come un lupo che scappi abbandonando la coda superflua, (non è forse un oggetto di lusso?) alle mascelle d'una trappola!... Ed entro finalmente nella città!...
10
Il Veliero condannato.
Già il cielo nero si gonfia del singhiozzo straziante che il mio cuor condannato sta per lanciare allo Zenit... Alba sinistra e macerata d'angoscia!... Alba contratta! Il vento, agonizzando a un quadrivio, aguzza un suo rantolo estenuato... O vento crocifisso dai chiodi delle Stelle!... Riboccano le vie d'un bitume di folla tutto fumante di tenebre, che scuotere sembra penosamente la corpulenza delle facciate. E dovunque il soffio selvaggio del mare s'ingolfa con fracasso, sbatacchiando le sue mille teste dai capelli ritti, le sue mille braccia, le sue mille voci a trivello... E il Terrore dovunque m'insegue da presso pungendomi le reni con la spada!... Pennacchi crollanti di fumo greve e grasso invischiano orribilmente il tumultuar della folla, che svolge intorno a me i suoi tentacoli di piovra colossale dalle ventose fetenti... Maschi e femmine... tutti mi somigliano! Sei sempre tu, Demonio delle Frenesie, che divorasti loro la faccia... Oh! eterna lebbra!... ... Come a me?... Come a me!
Nessuno sentiva l'angoscia e il crudele rimorso d'aver perduto così i proprî lineamenti, la propria maschera, il proprio viso fra le unghie d'un ignoto, per amor dell'Inferno o del Cielo? No: per amor delle Nuvole! Ecco: una donna!... Le mie dita t'hanno riconosciuta!... Per le poppe t'afferro... Gridami dunque, gridami se senti l'orror della mia faccia corrosa! E non hai tu la brama angosciosa di sapere il delitto, la follia, la disperazione nascosta dietro la mia fronte d'avorio? Poichè son io, il colpevole, il condannato a morte che trascinate senza saperlo verso il nulla delle vostre vendette!... Forse lo ignori?... Silenzio... Sanno farsi capire le mie dita, affondando nella tua carne?... Hai tu compreso?... Ahimè! Io non sento che un pesante scalpiccìo molle di piedi nudi sulla strada fangosa, che sembra fermentar d'odio sotto i miei passi...
A destra ed a sinistra, le mura delle case furtivamente fuggono fra l'ondeggiare dei fumi e delle fiamme... e la folla si spande, sinistro ventaglio di palpitante velluto, nell'ombra spaziosa dei moli e delle banchine... delle banchine immense di questo porto fatidico!...
Ecco! Uno dopo l'altro gli schiaffi colossali di un'ondata che s'erge, impennacchiata di luna verde, imprimono alla folla sussulti e risacche violente in cui rapido piroetta il mio corpo.
Orrore! che mai vedo, in lontananza, in cerchio intorno a me?
Non tremare, o mio cuore!... Digradanti sui declivî dei monti lontani vedo le case nere che scendono, sbarrando i loro vetri rossi, col dolce sghignazzare e col sorriso truce dei loro vecchi balconi sdentati...
A me intorno la folla automatica e bituminosa si mesce e si confonde coll'agitazione del mare. Ma da ogni parte fiammeggian pupille, pupille vive di case precipitanti il loro galoppo fantastico, di gradino in gradino, dall'alto al basso di questo gran circo di monti, per vedermi e seguirmi con un lungo sguardo inesplicabile.
Le finestre battono le palpebre, rapide, poichè la bufera raddoppia.
Il porto cupo altro non è che un vasto scricchiolamento d'alberature infrante sotto lo sforzo delle vele dal ventre squarciato, saccheggiato da artigli feroci!... Aiuto! Aiuto! Il vecchio porto contorce la sua immensa carcassa schiacciata di capanna masticata dal fulmine... Aiuto!... La tempesta?... Ah! no!... Questo è un assalto di onde dai denti di lupo!... Sembrano lupi furibondi per fame, che s'avventino sulla porta d'una casa, e in torrenti accaniti penètrino dalle finestre!
Un gran veliero leva alto il suo scheletro davanti a me, sul molo. Le sue ossa piegan sotto cordami simili a budella.
Accorrete dunque in folla, o case scellerate dalle facce forate di pupille febbrili!... Inarcate le vostre braccia e i vostri tetti coperti di tegole... Issatevi le une sull'altre, per assaporare il sublime spettacolo della mia morte!
Uragano! Uragano dalla bocca tôrta come le vaste brecce che il fulmine di Dio scava nella fronte dei templi sacrileghi, scatena, scatena dunque la muta delle tue onde dai denti di lupo!... Urrà! vedo la lucente madreperla delle lor zanne, che si arrota, intaccando il molo irremovibile, qui sulla soglia di questo gran porto, le cui alberature oscillanti sussultano crollando giù come travi carbonizzate!...
Urrà! Urrà!... Mentre dunque l'Angoscia delle Angoscie mi serra feroce la gola, io mi rizzo sull'altissimo cassero di questo veliero spettrale. Alfine, o mio cuore, prepàrati a goder della festa gloriosa che la Morte, tua patrona, t'appresta nei Regni del Nulla!... Fa presto i tuoi voti, o mio cuore, i tuoi ultimi voti assurdi!... Sul mio capo, le vele si gonfian mostruose, e cozzan le loro mammelle e le lor pance di streghe, Il molo è superato!... Uragano, mi strozzi! O Luna verde, mistico ragno che con laboriose zampe intrecci i miei cordami, lascia dunque ch'io vomiti l'anima mia frenetica sulla tua bocca triangolare!... Bevi sulla mia fronte l'ebbrezza e la demenza del mio sogno!... Il sogno è un tormento dalle delizie divine, ma pur sempre un tormento!... Tu mi schiacci, Uragano!... Terrore!... Ecco le onde dai denti di lupo!... Io vedo i vostri occhi di porpora acuta!... Io sento i vostri artigli... Li sento!... I vostri denti mi màstican le guance!... Oh! il dolore di morire addentato da voi!... Ahi! Ahi! Sto per morire! Il mio petto è infranto!... La mia carena scricchiola e si lamenta. Vele impregnate d'azzurro liberatore! Vele arricchite dei fiori dell'orizzonte!... Stridente alberatura, tu sfondi il mio corpo!... Ahi! Ahi! Più forte!... Ancora! Ancora! Ancora! Tu godi, t'inebbri, a schiacciarmi così?... Anch'io ne godo!... Anch'io m'inebbrio!... Baci dei venti!... Assolventi carezze dell'Infinito! Io v'assaporo con tutte le labbra di tutte le mie ferite!...
Oh! Spazio!... Spazio!... Il mio Desiderio, folle nuotatore uso ai tuffi più audaci, con furore t'abbraccia nella schiuma volante e nel vento rapace!... A me il Sogno sommergente e l'estasi ondeggiante delle foreste sottomarine! A me il verginale sbocciar delle perle!... Alito assopente, trascinami per le immense pianure di corallo, sommerse!
Aroma dei mari notturni già spalmati d'aurore profumanti!... Malinconia delle piovre che snodano il loro sonno contemplando dal profondo dell'abisso, attraverso l'elastico cristallo delle acque, il greve sole levante galleggiar molle e vermiglio sul mare come una favolosa ninfea d'oro!...
Aroma evocatore di paradisi perduti, tutto il mio corpo a brandelli beve il tuo vigore divinizzante e muor di te senza fine!... Ahi! Ahi!... Mi sento morire!... Morire!...
8.
I CAFFÈ NOTTURNI.
(_Canto che finisce in prosa volgare_).
Quand'ero adolescente, io venivo ogni sera a mendicare oblìo sotto bassi soffitti, saturi di luce, seguìto da allegri compagni, l'uno a braccetto dell'altro, e coi _Fumi_, miei vecchi amici fedeli, agili e beffardi giocolieri d'azzurro vestiti e di grigio-perla, abilissimi nell'arte di far scomparire le apparenze con una piroetta, e d'imbrogliare i fili delle nostre memorie.
Tutte le sere, _le Luci_ in tumulto si radunavano là, spesso ferite a morte e sanguinanti ancora dopo una rissa a corpo a corpo con l'Ombra implacabile... ma sempre ugualmente pronte a scoppiar dal ridere e a lanciar fino al cielo le loro bianche grida di martiri inutili! Io pagavo loro da bere, volentieri, del Nulla a tutti e del Fuoco in bottiglia, perchè già sono buoni diavolacci, nottambuli impenitenti che s'affollano al crepuscolo, in quell'antro, per soffocare in sinistro complotto il gran Sogno maledetto, il gran Sogno ossessionante e puro delle notti divine...
Bisogna pure, infatti, strangolare il nostro Sogno, in qualche posto, allo svolto d'una viuzza infame, o in un postribolo, o, meglio ancora, in un caffè-concerto, tra i vasti specchi mendaci che sanno scusare i nostri delitti e le nostre tristezze, moltiplicandoli!...
Specchi sôrti ad un tratto, come miraggi di trasparente frescura, nel deserto soffocante e nostalgico dei caffè notturni!... ... In voi più che altrove si può uccidere il Sogno, per poi, più tardi, nell'ore gialle dell'alba, portarne via il cadavere a lenti passi, e gettarlo in un nero canale, semplicemente, come si vomita il mal di mare dal parapetto di bordo!...
Quando non lo si uccide, bisogna metterlo in fuga, con gran fracasso, picchiando su la latta rovente del suo cranio, come fanno gli Orientali, quando sbattono l'una contro l'altra casse di petrolio, per sciogliere l'amoroso abbraccio del Sole e della Luna in eclisse...
Subitamente gli _Alcool_, ritti intorno a noi, gesticolan dimenando la pancia e le tonde facce apoplettiche simili a culi di vecchie scimmie, e parlan tutti insieme per aver tutti ragione. Quand'ecco cento odori vischiosi e granulosi vi palpano dolcemente le nari o bruscamente vi tiran pel naso.... e si vaga, non si sa dove, fra l'urtarsi dei Sosia, che fanno smorfie e lazzi nei mirifici corridoi degli specchi profondi... Allora, orchestre pesanti si scagliano su la calca, come orde di negri, con urli selvaggi e saliva schizzante tra i denti, con precipitosi tam-tam e con penne variopinte piantate ritte nei capelli crespi...
E nella folta notte dei loro volti, a quando a quando, al ritmo della danza, brilla il gran lampo sbrandellato del loro sorriso di neve scintillante!... Ma già i salti pazzeschi delle orchestre s'incrociano e s'imbrogliano ne' miei nervi, e si urtano tumultuosi, e dànno impossibili tuffi, piegati in due, dall'alto di neri vascelli...
Oh! i caffè-concerti della mia giovinezza, dove trascinavo la mia Anima barcollante, come si trascina, appeso al braccio, dopo un'orgia un amico briaco fradicio, per coricarlo su un qualche divano!...
Ci sedevamo a un tavolino, io e la mia Anima, a notte inoltrata, per aspettar la Gioia, e sentivamo piegarcisi le ginocchia, oppressi dal peso di un'infinita tristezza, forse millenaria! Avevamo al collo grevi stole di noia, e curvi stavamo come vecchi preti, stanchi, assai stanchi di far sacrifici al nostro idolo antico!... Oh! i brividi delle nostre braccia che sollevavano, fra dita malferme, verso il soffitto coppe funeree: assenzio o rhum! E brillavano, fantasmagoriche, le bevande, sgranando l'ombra loro e il loro fosforo prima d'assolvere i nostri rimorsi!...
Poi, ad un tratto, al disopra dei nostri pallori le lampade elettriche brandivano i loro cuori bianchi, tenendoli stretti fra dita di ferro, così da farli gridare, spumanti di latte azzurro... Oh! poveri cuori feriti delle lampade elettriche... Oh! cuori di fuoco, contusi, spasimanti per mille dolori, sotto mille pugnali indifferenti e placidi, pugnali arroventati!...
E quei pugnali di luce si volgevano contro di noi, inchiodando le nostre volontà ipnotizzate sui divani profondi, dalla carne scarlatta grondante di lave, sui divani profondi come un tramonto doloroso d'autunno, affranto da voluttà cocenti e nostalgiche.
Talvolta le lampade elettriche ci versavan nel cuore chiari di luna acciecanti, acidi e corrosivi, nei quali i nostri profili, le nostre lussurie e i nostri desideri metallizzati apparivano ad un tratto cesellati nella madreperla e nell'acciaio scintillante...
Una sera, me ne ricordo, dei vecchi Soli disperati rotolarono, con gran fracasso, sotto il soffocante soffitto, tra le macerie delle nostre tristezze, come in fondo a cave di tufo abbandonate che ardessero fra turbini di polvere...
Allora la mia Anima, a me accanto seduta, comprimendosi il petto con le mani e agitando il capo stanco, si mise a piangere, vinta, compassionevolmente, come un cane lapidato!
Ed io le dissi:--Anima mia! Povera Anima mia! che vuoi? Qual nuova pena inconsolabile ti tormenta? Lentamente la mia Anima sospirò allora il suo lamento: --Tu conosci la Donna in fiore dalle labbra di profumo, conosci la Donna dagli occhi d'azzurro attiranti che amo ed aspetto dal giorno che seppi la speranza di vivere, la fame d'amare e godere... l'amante che le Stelle mi promisero, nel passato, sui bei laghi della mia giovinezza piena di cielo!... Oh! io vorrei questa sera inginocchiarmi davanti a lei, e spiare il suo sorriso come spiavamo, io e lei, dall'alto d'una scogliera lo sbocciare felice degli astri sul mare!... Ma Ella non verrà, la Donna in fiore dalle labbra di profumo!... Uno stregone, forse, la fece prigioniera mentre passava per qualche sentiero notturno!--
Ancora! Ancora! Moltiplicate i vostri zig-zag, instancabili archi dei violini! Archi febbrili che una strana pazzia incatena agl'istrumenti, segate, segate furiosamente il cuore dei violini, e demolitemi l'anima, archi vibranti e slogati che sussultate, più rossi di martiri scorticati vivi, inchiodati in croce!... Oh! Indugiatevi dunque, perdute le mani, a strizzare senza fine le stanche mammelle, le mammelle esauste delle bestie agonizzanti, per trarne, per trarne senza fine del dolore!...
In un terribile incubo, a un tratto, l'orchestra si gonfiò come dorso di balena, fra uno scorrere diffuso di amare nostalgie... Allora, gigantesche brenne presero a inerpicarsi per la china d'un calvario esecrabile, intimo calvario che s'erge nella mia carne!... Scalpitavano nel mio sangue, le fantastiche rozze, arrampicandosi per la salita del mio passato... Le loro groppe montuose, scheletriche, crocchiavano come colossali panoplie. Enormi, le loro ossa, che quasi spuntavano nude, reggevano l'ampia pelle, come un mantello teso e sollevato su punte di lance!...
Le cavalle mostruose dell'orchestra mi scalpitavan fra i nervi, come fra i grevi cordami di una nave squassata dalla burrasca, e il mio terrore cresceva quando le cavalle balzavano, fingendo ad ogni istante di saltare dal ponte giù nell'immenso naufragio!...
Io tremavo, al sentire mani unghiate di ghiaccio pettinarmi a piccoli strappi i capelli, che mi stavano ritti sulla testa! La mia Anima accanto a me, sommersi gli occhi nel sogno, borbottò, come una mendicante allucinata: --Vedi? Questa bevanda ha la soavità inebbriata d'un crepuscolo ardente in cui lentamente inverdisca e si copra d'ombra un bel volto agonizzante... Appunto in un crepuscolo così dolce, io sogno di vederla apparire e venirmi incontro a braccia aperte!--