Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo
Part 7
Quel medesimo giorno, Caffaro di Caschifellone adempiva l'ufficio pietoso che aveva accennato nel duomo di San Lorenzo al console Pagano della Volta, al fratello di sua madre.
Entrò nelle stanze di madonna Diana atteggiato ad una profonda mestizia, ben sapendo di dover rinnovare un acerbo dolore nell'animo di quella gentil creatura, che egli vedeva per la prima volta, e di cui non aveva mirato mai la più bella.
Imperocchè, lo sapete, la fanciulla degli Embriaci era un miracolo di bellezza, senz'altro. Caffaro, nella sua adolescenza, era vissuto lontano da Genova, nel castello de' suoi padri. Più tardi era passato in Genova, ma presso un congiunto, prete nella chiesa di San Teodoro, il quale lo aveva diligentemente ammaestrato nelle umane lettere, col proposito di farne un chierico. Ma l'uomo propone e il caso dispone. Caffaro di Caschifellone non doveva lasciare ai fratelli Oberto e Guiscardo il carico di continuare la stirpe; era destinato a far parlare di sè nelle istorie della sua patria. Del resto, gli studi fatti presso il suo consanguineo avevano a dare i loro frutti, poichè Caffaro di Caschifellone, soldato, ambasciatore e console, doveva riuscire anche uno scrittore, anzi il primo annalista d'Italia, nell'alba del suo risorgimento.
Tutte queste parole per chiarirvi come e perchè Caffaro di Caschifellone non conoscesse Diana, la perla di casa Embriaca, la bella tra le belle di Genova. Anche visitata così aspramente dalla sventura e abbattuta dalle sue afflizioni, madonna Diana era sovranamente bella, come certe Vergini addolorate, che derivano dalla espressione dell'interno affanno una nuova e più efficace bellezza.
Il giovane, affacciatosi appena all'uscio, e veduta la fanciulla degli Embriaci, avrebbe voluto ritirarsi. Ma era tardi, poichè essa pure aveva veduto lui; donde avvenne che rimanesse estatico a contemplarla.
Tutta nel suo dolore, la fanciulla non si avvide di quella ammirazione, che del resto era improntata d'un ossequio profondo, e gli fe' cenno di avvicinarsi.
— Madonna! — diss'egli, inchinandosi.
— Venite, cavaliere, e non temete di parlarmi liberamente. Son forte, credetelo. E poi, se Arrigo da Carmandino è morto, che altro può egli toccarmi di più? E non deve giungermi come un refrigerio ben meritato, — notò ella mettendosi una mano sul cuore, con gesto d'ineffabile angoscia, — quella parola sua che voi mi portate di Terra Santa?
— Sì, madonna, è vero ciò che voi dite; — rispose il giovane, facendosi animo a compiere l'ufficio suo. — Le ultime parole dei cari estinti sono continuazione del loro affetto ai superstiti. Arrigo da Carmandino, il mio sventurato e glorioso amico, pensava a voi, madonna, pochi istanti prima di abbandonarci. Salivamo ambedue per la medesima scala sulle mura di Cesarea, quando egli, a poca distanza dalla merlata, volgendosi a me, che mi stringevo al suo fianco, mi disse.... Ah, le sue parole mi suonano distinte all'orecchio, come se egli parlasse ancora in questo momento!
— Orbene, messere! Vi disse?....
— «Amico mio, ve ne prego, se io muoio, dite a madonna Diana che ho pensato a lei nell'ultima ora, e che l'anima mia, con licenza di nostro Signore, a cui mi raccomando, andrà a dirle tutto l'amore che io le ho portato vivendo.» —
Il viso della fanciulla, cosparso di un pallore mortale al cominciare delle parole di Arrigo, si era a mano a mano trasfigurato. Poi che ebbe finito di riferirle, Caffaro guardò Diana, e gli parve di non aver più davanti a sè una povera donna addolorata, ma una visione celeste; una martire sì, ma raggiante, levata sulle nubi in una gloria di spiriti.
Poco stante, la trasfigurata, la martire, ridiscese sulla terra. Un dubbio le si era affacciato alla mente.
— Avete detto questo a mio fratello Nicolao? — dimandò ella al messaggiero.
— Non rammento, madonna.
— Pensateci, messere; raccogliete i vostri ricordi, ve ne prego! —
E aveva un'aria così soavemente supplichevole, così cara nella sua mestizia, che Caffaro ne fu intenerito.
— Vidi messer Nicolao questa mane; — diss'egli. — Era coll'amico suo Gandolfo del Moro. Udito della vostra tristezza (ben ragionevole, madonna, ed ogni cuore ben nato la intende), accennai al messaggio che avrei avuto da compiere. E questo dissi, lo ricordo bene ora, dopo aver notato che Arrigo aveva il presentimento della sua morte.
— E non altro diceste? non altro?
— No, Messer Nicolao mi rispose che non avrebbe mai osato annunziarmi a voi. Ed io, in verità, non avrei creduto mai d'esser chiamato così presto.
— Oh grazie! grazie pel bene che mi fate! — esclamò Diana, giungendo le palme, quasi parlasse al serafino delle sue veglie verginali. — Tacete, ve ne supplico, tacete quind'innanzi le parole di Arrigo.... segnatamente le ultime.
— Perchè, madonna? — dimandò il giovane, non intendendo il senso di quella preghiera.
— Perchè? Mi chiedete il perchè? Ah, non sapevano davvero quello che si facessero, quando mi hanno accennato il vostro messaggio! Perchè... infine, a voi amico di Arrigo da Carmandino io lo dirò; quelle parole sue erano per me, per me sola; e qualcheduno, — soggiunse Diana, rabbrividendo involontariamente, — qualcheduno, in cui mio fratello Nicolao ripone una fede soverchia, non è degno di risaperle. Perchè Arrigo vive, intendete? vive, e ritornerà tra coloro che l'amano.
— Madonna, e che cosa vi fa sperare?....
— Sperare no, esser certa. Arrigo ha promesso di venirmi a recare il suo saluto di là dalla tomba, se era volontà del cielo che egli morisse. Arrigo non è venuto; Arrigo non è morto. —
Caffaro rimase muto e triste a guardarla. Temette allora di avere col suo racconto lusingato una vana speranza, di aver forse dato esca ad una pericolosa follia, ed una profonda compassione ricercò tutte le fibre del suo cuore.
— Madonna, — rispose egli, dopo un istante di pausa, — non vi fidate in questi argomenti. Le parole di Arrigo erano un saluto, un desiderio, non già una promessa. Ahimè, pur troppo non tornano gli estinti!
— No, no, non dubitate; — gridò la fanciulla degli Embriaci. — Dopo quella solenne promessa, se fosse morto, sarebbe venuto, e Iddio misericordioso avrebbe esaudito questo voto all'anima di un martire della sua fede. Oh signore onnipotente, — proseguì ella, inginocchiandosi davanti alla immagine del Crocefisso, — voi mi avete dunque veduta nella mia afflizione? —
E diede in uno scoppio di pianto. Erano le prime lagrime che quella poveretta avesse versato, dal giorno dell'annunzio fatale della morte di Arrigo.
Caffaro di Caschifellone, giovane com'era ed inesperto delle cose del cuore, non poteva argomentare come fosse benefico quello sfogo improvviso. E si sottrasse discretamente allo spettacolo di un dolore che credeva di aver rinfrescato, promettendo a sè stesso di non far parola a nessuno del messaggio che aveva recato a quella bella infelice.
Da quel giorno Diana non disse più verbo, non fece più atto, che accennasse alla memoria di Arrigo. Non tornò ilare già, nè serena, come era suo costume in passato; ma si mostrò tranquilla e rassegnata, umana con tutti, perfino con Gandolfo del Moro, che andava spesso alle case degli Embriaci, e incominciò a sperare, lo sciocco, di poter cancellare un giorno da quel cuore la immagine di Arrigo da Carmandino. Certi uomini hanno la insigne baldanza di credersi irresistibili; certi altri il torto gravissimo di credere che tutte le donne sian pari. Gandolfo del Moro teneva molto di questi e di quegli.
La fanciulla degli Embriaci non parve accorgersi di tutte quelle rinate speranze. I suoi modi erano aperti e pieni di cortesia per ognuno; la sua anima era chiusa. Unico accenno al segreto di quell'anima, era il lampo fugace degli occhi e un più soave sorriso, quando si presentava a lei il giovine Caffaro. Il quale non pensò davvero che tanta soavità di grazie celestiali andasse a lui, proprio a lui. Non era Gandolfo del Moro, per ingannarsi a quel segno, e, memore amico del Carmandino, ricacciò, seppellì nel suo cuore un sentimento involontario, che, nato appena, minacciava di comandare alla sua stessa ragione.
Passarono tre mesi. E finita la _campagna_, cioè il reggimento de' sei consoli che abbiamo accennati nel principio del nostro racconto, alle calende di febbraio del 1102, si designò un nuovo magistrato. Quattro furono i consoli nuovi: Guglielmo Embriaco, Guido Visconte, suo padre, che era stato il primo a portare il soprannome di Spinola, Guido di Rustico del Riso, e Ido di Carmandino, fratello maggiore del povero Arrigo. Era, come si vede, un consolato tra consanguinei, appartenendo tutti, salvo Guido del Riso, alla schiatta di Ido Visconte.
Anche Guglielmo Embriaco, datosi tutto alle cose del Comune, potè ingannarsi intorno allo stato dell'animo di sua figlia. E un bel giorno, mentre ella era a mala pena tornata dalla vicina chiesa di Santa Maria del castello, così le parlò il suo glorioso genitore:
— Figliuola mia, provvediamo al futuro. Fu triste il passato, e abbiamo dovuto rassegnarci ai decreti del cielo. «Dio lo vuole» fu il grido che ci ha condotti in Terra Santa e ci ha fatto meritar la vittoria; «Dio lo vuole» sia anche il nostro grido e la nostra forza nelle cose domestiche. —
L'esordio non prometteva niente di buono a Diana, che stette in silenzio, ma col cuore in soprassalto, ad ascoltare la fine.
Guglielmo Embriaco proseguì il suo discorso annunziando alla figliuola che essa doveva pensare a prender marito.
— Gandolfo del Moro — diss'egli — è un gentil cavaliere; ha congiunti in nobile stato, attinenze poderose e castella che lo fanno desiderabil partito per ogni padre che abbia una figliuola da accasare. I tuoi fratelli lo amano come se già egli fosse della famiglia; io lo pregio grandemente e lo amerò come figlio, se anche tu, come spero, lo vedrai di buon occhio. —
Al nome di Gandolfo, la fanciulla impallidì e sentì piegarsi i ginocchi. Resistere alla volontà di suo padre, quando si fosse chiaramente manifestata, sarebbe stato impossibile per lei. Sarebbe morta di crepacuore, ma non avrebbe ardito alzare la voce, per respingere la mano che a lui fosse piaciuto di unire alla sua. Per fortuna, le ultime parole di lui temperavano il rigore della paterna autorità, ed ella trovò ancora la forza di rispondergli, sebbene con voce tremante per la violenta commozione ond'era compresa.
— Padre, il mio cuore è spezzato, nè batterà più per altr'uomo. —
Messere Guglielmo fu scosso da quella confessione dolorosa.
— Diana! — esclamò egli, turbato. — Dici tu il vero?
— Per la santa croce di Cristo; — rispose ella con accento solenne. — Tu puoi uccidermi, o padre; ma io non amerò più nessuno. —
Messer Guglielmo non diede risposta a sua figlia. La guardò un tratto, corrugando le sopracciglia, come se volesse concentrar tutta in lei la virtù degli occhi e penetrare nel suo cuore. Indi si mosse, andando su e giù per la camera a passi disuguali, che dovevano certo rispondere ai varii moti dell'animo. Non era già crucciato, ma pieno di rammarico, vedendo sua figlia, una mite fanciulla fino a quel dì, mostrarsi donna in quella forma di dolore che egli bene scorgeva invincibile. Povera Diana! Come doveva aver sofferto, per rispondere in quella guisa a suo padre! E come, alla saldezza della fede, alla profondità del sentire, egli riconosceva in quella gentil creatura il suo sangue!
Diana, intanto, stava ritta ed immobile davanti a lui, bianca in viso come una statua di marmo, aspettando la risoluzione di suo padre.
Ma egli stesso non sapeva che risolvere. Si fosse trattato di muovere all'assalto d'una città, di vedere, così sui due piedi, il lato debole d'un esercito nemico schierato in battaglia davanti a lui e di dar dentro con tutte le forze in quel punto, manco male, era quello il fatto suo, perchè il Testa di maglio vedeva giusto, pensava pronto e colpiva sicuro. Ma là, davanti ad una povera fanciulla, padre, non capitano d'eserciti, messer Guglielmo titubava, non vedeva l'uscita.
— Ed ora, — diss'egli finalmente, fermandosi a un tratto, — che cosa intenderesti di fare? —
Diana raccolse le sue forze e rispose:
— Con tua licenza, padre mio, andrò in pellegrinaggio al sepolcro di Cristo; donde muoverò alla volta di Cesarea, in traccia di Arrigo. Se Arrigo è morto, e se in capo ad un anno io non avrò contezza di lui, fonderò un monastero là dove si narra esser egli caduto, e finirò la mia vita pregando per lui e per tutti. —
Messer Guglielmo capì che non c'era nulla a fare e che la risoluzione di sua figlia era immutabile. Avrebbe egli potuto negarle il suo assenso paterno; ma col suo rifiuto l'avrebbe anche uccisa.
Diana s'inginocchiò a' piedi del suo glorioso genitore.
— Padre mio, acconsenti; — gridò; — acconsenti, te ne prego per l'amore che portavi un giorno ad Arrigo. —
Si scosse a quella invocazione l'Embriaco, e una lagrima apparve sul ciglio del fiero soldato di Gerusalemme, dell'espugnatore di Assur e di Cesarea.
— Un giorno! — ripetè egli con accento di profonda amarezza. — Dite, figliuola mia, che l'immagine di Arrigo non è uscita mai dal mio cuore, come non è uscita dal vostro. Se l'ho amato! Fanciulla, il cuore del guerriero ha amori così gagliardi, che una donna, non che sentirli, non verrebbe a capo d'intenderli. Il compagno nostro di speranze, di fatiche, di pericoli e di glorie.... ma sai tu, Diana, ch'egli è più d'un fratello per noi? Avere nel tuo campo uno che t'intenda, che ti risponda anche da lunge, da un altro punto della battaglia, come ti risponde il tuo cavallo generoso ad un toccar di sprone, ad un premere di ginocchio; sapere che là, dove è più grande il bisogno, combatte un altro te stesso, che comparirà tra breve, guidando un pugno di valorosi, e ti porterà la vittoria, come tu la porterai a lui; che fa voti per te, come tu li stai facendo per esso; e tutto ciò senza dubbiezze, senza timori, senza invidia (perchè là, davanti alla morte, non c'è invidia, sai!), questa è l'amicizia del guerriero, questa è la fratellanza delle armi. E posso io dimenticare Arrigo da Carmandino? Mio figlio Arrigo? Pensa, immagina quel che vorrai; dimentica che poc'anzi ti parlava un padre, costretto a consigliarti pel tuo bene futuro; ma non giudicare il soldato, il soldato che ha il suo culto immutabile nel cuore, il soldato che ti risponde: un altro Arrigo non c'è; nessun altri prenderà il suo posto qui dentro. —
E si lasciò cadere su d'un seggiolone, il grand'uomo, e pianse come avrebbe pianto un bambino.
— Vedi, padre, vedi? — gridò ella, esaltandosi a quelle infiammate parole del console; — tu lo hai amato davvero, e non potresti più amarne un altro in sua vece.
— È vero. Ma il cuore dell'uomo può chiudersi; quello di una donna, di una fanciulla, come tu sei, non lo può, non lo deve. La donna, nel corso della vita, ha mestieri di appoggiarsi ad un uomo.
— O ad una memoria; — soggiunse Diana. — Ho veduto l'edera e la vite, a cui siamo spesso paragonate, appoggiarsi alle rovine. E la mia scelta è fatta. Se Arrigo non è morto, verrà, o noi dovremo rinvenirne le traccie.
— Le traccie! In che modo?
— Chiedi a Gandolfo del Moro. Egli, a cui tanto premeva di riconoscere un compagno d'armi in poche ossa non consumate dalle fiamme, egli sarà il primo a dirti, se tu lo interroghi col medesimo sguardo con cui fulminavi i nemici, il primo a dirti che Arrigo vive, e che egli ne ha la certezza.
— Che dici tu mai?
— Dico, padre mio, che Arrigo, sulle mura di Cesarea, fece voto di poter venire in ispirito a recarmi un ultimo saluto, se era destinato che egli dovesse cadere. Iddio, per la cui fede egli combatteva, Iddio lo avrebbe esaudito; io avrei veduto lo spirito di Arrigo, se egli veramente fosse rimasto tra i morti. Non deridere la mia fede, o padre; essa è più salda che mai. Arrigo non è venuto; egli è vivo, ed io debbo rintracciarlo, dedicare a lui la mia vita. Non me lo avevi tu concesso in isposo, e non doveva egli consacrarmi la sua? —
Messere Guglielmo rimase un tratto sovra pensiero.
— Hai risoluto? — le chiese, dopo un istante di pausa.
— Sì, padre mio; so di accorarti, ma invero non meriterei di essere tua figlia se pensassi altrimenti. O con lui, o su lui. —
Il console piangeva, ve l'ho detto. E le sue lagrime bagnarono la pura fronte di sua figlia.
Quel medesimo giorno l'Embriaco andò per le usate faccende alla casa del Comune. I quattro consoli avevano allora non pure il reggimento della signorìa, ma altresì quello delle controversie e delle cause civili, non essendo ancor l'uso, che venne pochi anni dopo, di separare i consoli dello Stato, o maggiori, dai consoli de' placiti.
Però, quel giorno, finito di render giustizia, Guglielmo Embriaco invitò i suoi colleghi a radunarsi in segreto, per vedere se non fosse il caso di allestire una nuova armata e mandarla a guadagnare altri allori ed espugnare altre terre in Sorìa.
CAPITOLO IX.
Nel quale è dimostrata l'utilità del combattere a capo scoperto.
La saracinesca era calata con alto fragore alle spalle degli animosi, e Arrigo da Carmandino, che li precedeva, colla spada nelle reni ai fuggenti nemici, non se ne era avveduto. Bene lo avvisarono i più tardi tra i suoi compagni, che all'improvviso rumore si erano voltati indietro. Ma era tardi oramai per rifarsi alla porta e costringere i guardiani a rialzare l'ostacolo. Un'altra schiera di Saracini giungeva alla riscossa, arrestava i compagni, rianimava la difesa, metteva in grave pericolo quel pugno d'audaci, che dovevano pentirsi, ma tardi, della loro temerità, con un nugolo di avversarii che li incalzavano di fronte e coi guardiani della porta che rumoreggiavano alle spalle.
— Ammazza! ammazza! — era il grido dei Saracini.
La strada angusta tornava propizia alla resistenza dei crociati. Ma quanto avrebbe potuto essa durare? Era da supporsi che l'esercito genovese, dato di cozzo nella seconda cinta, superasse l'ostacolo nuovo prima che i suoi compagni perduti là dentro fossero tagliati a pezzi? Arrigo da Carmandino aveva dato un'occhiata intorno a sè e non si pasceva di vane speranze. Cinque cavalieri genovesi lo avevano seguìto. Quanto tempo avrebber resistito sei uomini, anche valorosi come sei paladini di Carlomagno?
— Amici, — disse Arrigo ai compagni, approfittando di un momento di confusione che in quella stretta rendeva impossibile ai nemici un utile assalto. Che si fa? Pensate voi di arrendervi?
— No, piuttosto morire, mille volte morire!
— Bene, preghiamo dunque il Signore che riceva le anime nostre. —
E brandendo la spada sul capo, con alta voce gridò:
— Difensori di Cesarea, seguaci del Profeta, noi Arrigo da Carmandino, Simone Gontardo, Marino della Porta, Tanclerio Burone, Vassallo Cavaronco, Anselmo di Zoagli, cavalieri genovesi, sfidiamo tutti voi a combattere, uomo contro uomo, fino a tanto ci basti la vita. Del resto, meglio sarebbe per voi lo arrendervi alle insegne della Croce. Infatti, a che vi gioverebbe la resistenza? Tutto l'esercito genovese è nelle mura di Cesarea, e tra poco anche la seconda cinta sarà superata e voi non otterreste misericordia.
— Arrenditi tu per il primo, cane cristiano, — urlò uno dei Saracini, facendosi incontro ad Arrigo colla scimitarra levata. — Hai buona la lingua; vediamo se hai buono il braccio ugualmente.
— Ti sia permesso di vederlo, ma non di ricordartene; — tuonò Arrigo da Carmandino.
E serratosi addosso al nemico, prima che questi avesse tempo a cansarsi, con un fendente della sua spada poderosa gli spezzò l'elmo sul cranio.
Fu quello il segnale della mischia.
— San Giorgio il valente! — gridarono ad una voce i Crociati genovesi. — Viva San Giorgio! Ammazza i cani infedeli! —
E levata la spada, si fecero avanti animosi, a vender cara la vita.
Arrigo da Carmandino era il primo tra tutti, e primo si slanciò nel folto della fronte nemica. Rotta la spada, combattè col tronco, ed anche questo, che più non gli serviva, scaraventò sulla faccia del primo che ardì farglisi contro, oltre quel mucchio di morti e di feriti onde il valoroso giovane si era come asserragliata la via. Quindi, spiccò dal fianco la sua mazza ferrata, e, piantatosi fieramente su quel cumulo di carne sanguinosa e palpitante, prese a tempestare di colpi i suoi assalitori. Quanti, adescati dal poco numero dei nemici o spinti innanzi dai compagni accorrenti, si facevano sotto, tanti egli ne stendeva a terra, o ne rimandava acciaccati. Più disperato valore non si era visto mai. E i compagni di Arrigo, Simone Gontardo, Marino della Volta, Anselmo di Zoagli, animati dall'esempio, combattevano con pari fortuna al suo fianco.
Tanclerio Burone e Vassallo Cavaronco, facendo testa dall'altra parte, impedivano che i guardiani della porta, meno numerosi e non ancora ben raffidati, cogliessero quel pugno di valenti alle spalle. E anch'essi, sebbene in due soli, fornivano lavoro per dieci.
Da lunga pezza durava quella pugna disuguale, senza che i Saracini avessero guadagnato un palmo di terreno. E già i loro assalti riuscivano più lenti, poco piacendo a quella plebe di fantaccini di morder la polvere sotto i colpi di quei furibondi, che prendevano forza sovrumana dalla loro medesima disperazione. Ma appunto allora, un nuovo aiuto venne ai Saracini, che in quella stretta via non potevano trar d'arco; e fu la rena ardente, fu il bitume infiammato, che incominciò a piovere dall'alto delle logge circostanti sul capo ai cavalieri cristiani. Contro quel nuovo assalto non c'era difese nè scampo. Pararono alla meglio co' palvesi quella pioggia di fuoco; ma anche i palvesi ardevano, e i combattenti furono costretti a gittarli, restando scoperti sotto il rovente flagello; involti in un turbine di fiamma e di fumo, che li acciecava e toglieva loro il respiro.
Anselmo di Zoagli e Marino della Volta caddero i primi; Simone Gontardo e Vassallo Cavaronco, già investiti dalla liquida fiamma, si avventarono ai nemici, si strinsero a corpo a corpo con loro e parecchi ne costrinsero a morire della loro medesima morte.
Arrigo da Carmandino volse gli occhi intorno e vide che non c'era più nulla a sperare. Anche l'ultimo superstite de' suoi compagni, Tanclerio Burone, mugghiando come un toro ferito, si scagliava ferocemente nelle file nemiche, non d'altro desideroso che di uccidere ancora un Saracino, prima di cadere a sua volta, crivellato di ferite com'era.
Il giovine Arrigo sanguinava anch'egli da molte piaghe per la rotta armatura, ma ancora non si era avveduto di nulla. L'ardore della pugna gli avea tolto di sentire lo spasimo. Bene sentì in quella vece che l'ultima sua ora suonava. Diede un pensiero a Diana, raccomandò la sua anima a Dio, e strappatosi l'elmo dalla fronte, a capo nudo, colla spada levata in aria, si calò dal sanguinoso carnaio, si gettò per morto in mezzo agli urlanti nemici.
L'atto strano colpì di stupore i Saracini. Era egli un eroe, od un pazzo? Comunque fosse, non avevano agio a sincerarsene, e sdegnati di vedere un infedele che affrontava così baldanzosamente la morte, vollero punirlo di una temerità che pareva dispregio, e gli si strinsero addosso, non udendo la voce di uno tra loro, che doveva esser il comandante della Schiera, o alcun che di simigliante.
— Non lo uccidete! — gridava egli accorrendo e tentando di farsi strada in mezzo a loro. — Non lo uccidete! —
Arrigo da Carmandino era già caduto bocconi, per una larga ferita alla fronte.
— Lo _Sciarif!_ Largo allo _Sciarif!_ — gridavano intanto i Saracini delle file più lontane dal luogo del combattimento. — Largo al nipote del Profeta! —
Quelle grida ripetute di fila in fila giunsero finalmente all'orecchio dei forsennati. Arrigo era caduto boccheggiante nel suo sangue e non era più il caso d'infellonire contro un morente. Le file si apersero quantunque a stento, e colui che avevano chiamato col nome di _Sciarif_ (nome che equivaleva a quello di nobile e si dava allora ai discendenti della famiglia di Maometto), spinse il cavallo fino ai piedi del giovine crociato genovese.
— Non avete udita la mia voce? — diss'egli corrucciato. — Quest'uomo è sacro. Allà lo protegge.