Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo

Part 6

Chapter 63,837 wordsPublic domain

I giovani non se lo fecero dire due volte, poichè tanto all'uno quanto all'altro premeva di giungere, se pure fosse stato possibile, in aiuto ad Arrigo da Carmandino. Frattanto l'Embriaco volgeva alla parte più bassa del muro, e, raccolto colà il nerbo dei suoi, faceva grandi apparecchi alla vista dei nemici. Tutte le scale che avevano servito per superare il primo ostacolo alla espugnazione della città, furono immantinente portate davanti al secondo, e quasi tutte concentrate in un punto; della qual cosa molti Saracini si sbigottirono, altri presero argomento a sperare.

— Ci assalgono in troppi da un lato solo; — diceva l'Emiro, il comandante della terra; — noi non correremo dunque il pericolo di sparpagliare le nostre forze e saremo pronti a respingerli.

— E poi, signore, — chiese timidamente il Cadì, anziano della città, — che farai tu?

— E poi, con una vigorosa sortita compiremo l'opera nostra, incalzandoli fino alla spiaggia e buttandoli in mare, prima che abbiano tempo a salir sulle navi. —

Il Cadì non aveva una fede così grande nelle sorti della difesa. Uomo di legge e non dedito alle armi, era alieno così dalle speranze come dai bellici ardori del suo collega. Per altro, non ardì ripeter parola, e si allontanò dalle mura, per recarsi alla Moschea maggiore dove erano radunati i vecchi, le donne e i fanciulli, ad implorare la misericordia di Allà.

I Cristiani, frattanto, appoggiate le scale, muovevano all'assalto, sostenuti da dugento scelti arcadori, che con tiri aggiustati si studiavano di ferire quanti Saracini si affacciassero alla merlata.

Famosi erano allora gli arcadori di Liguria, e grandemente ricercati d'allora in poi presso tutti gli eserciti della Cristianità. La loro valentia del resto era nota anche in tempi più antichi, ed aveva giovato moltissimo ai Cartaginesi, nelle loro guerre con Roma. La ragione di questa eccellenza nelle armi da trarre non era difficile a trovarsi. Un popolo che non aveva quasi agricoltura, come quello che pativa difetto di suolo, dovea trarre il sostentamento dalla pesca e dalla caccia, e diventare perciò marinaio e arcadore.

Alte grida si levarono da ambe le parti. San Giorgio e Maometto si contendevano il trionfo. Ora mentre i Saracini più ferocemente combattevano, e colle rotelle imbracciate sulla merlata, paravano la pioggia dei dardi adoprandosi valorosamente a ricacciare gli assalitori, un urlo di terrore si udì sulle mura e lo scompiglio si manifestò nelle file, arrestando ogni virtù di difesa.

Messer Guglielmo indovinò subitamente che cosa fosse avvenuto. Ed egli stesso si mosse allora al secondo assalto, che non fu così validamente respinto come il primo. Pochi erano rimasti, fedeli al debito loro, per sostenere il buon nome delle armi musulmane; la più parte dei difensori fuggivano, si sparpagliavano a caso per le vie tortuose della città, tosto inseguiti, rincorsi come fiere dai soverchianti Cristiani.

Anche i lettori avranno indovinato il perchè di quella fuga precipitosa. Il nemico era penetrato nella seconda cinta, per una via donde non lo aspettava nessuno. Inerpicatisi sull'albero di palma, Ugo Embriaco e Caffaro di Caschifellone, avevano insegnata la strada ai cinquanta animosi che si erano scelti a compagni. Di là, correndo al basso colle spade sguainate, erano piombati alle spalle dei difensori, in mezzo a cui fecero strage grandissima. Omero potrebbe qui rimettere a nuovo il suo famoso paragone del re dei deserti, balzato d'improvviso in mezzo alla mandria. Io non sono Omero, e colla scusa bell'e pronta che le similitudini piacciono poco ai moderni, mi ristringo a dire che i Saracini, senza indugiarsi a noverare i nuovi assalitori e temendo che una metà dell'esercito genovese fosse già loro alle calcagni, non sostennero l'urto, fuggirono, di qua, di là, ciecamente, parte gittando le armi, parte stringendole nei pugni convulsi, senza aver più l'ardimento di usarle e di vender cara la vita.

Incalzati colle spade nelle reni, lasciando a centinaia i morti lungo le vie, corsero a rifugio verso la Moschea maggiore. Ma le porte erano chiuse. I mercatanti, le donne, i vecchi, i fanciulli, stavano raccolti là dentro, implorando la misericordia del Profeta, aspettando trepidanti la pietà dei vincitori.

— Siamo uomini al pari di voi; — gridava il Cadì dall'alto di un minareto, sventolando la bianca fascia del suo turbante in segno di chieder pace. — Non uccidete chi non può più resistere! Perdonate agli inermi! —

I consigli di misericordia rimasero inascoltati fino a tanto ci furono Saracini armati intorno alla Moschea. I Genovesi rammentavano troppo le minacce spavalde dell'Emiro, e giustamente pensavano che, se avessero dovuto dar essi indietro, non uno di loro si sarebbe salvato dalla rabbia dei vincitori. E poi (chi nol sa?) il sangue inebria e il ferire ha la sua voluttà, che travolge i sensi del soldato più umano.

Giunse finalmente il Patriarca, misto di sacerdote e di guerriero, che quei tempi comportavano e di cui si ebbe esempio anche in secoli a noi più vicini. Invitato da messere Guglielmo, a cui pareva inutile oramai quella strage, Damberto ordinò che si concedesse la vita a quanti erano chiusi nel tempio, tanto più che non si trattava di armati, ma di paurosi mercatanti e di femmine imbelli, intorno a cui si stringevano vecchi cadenti e fanciulli.

Quella turba si arrese, come è facile argomentare, alla prima intimazione. Il Cadì già ne aveva fatto la profferta ai vincitori. Era intorno all'ora di sesta, quando si spalancarono le porte della moschea, e Guglielmo Embriaco vi entrò, seguito dal patriarca Damberto, brandendo la spada dalla lama, per modo da far credere che portasse in mostra la croce.

Il fiero prelato ebbe dunque ragione, colla sua profezia. Ma il savio capitano, tratti in disparte Caffaro di Caschifellone, ed Ugo, strinse loro amorevolmente la mano, ringraziandoli di averne aiutato l'adempimento, colla pronta esecuzione del suo stratagemma.

Queste le prodezze dei Genovesi nella espugnazione di Cesarea. Per metter fine al racconto, bisognerà aggiungere che, alcuni giorni appresso, il legato del Papa e il patriarca Damberto, «dopo le debite purificazioni e consuete cerimonie, consacrarono la moschea maggiore in onore di San Pietro, e un'altra (per far piacere ai Genovesi) in onore di San Lorenzo; e così fu tornata la città al servizio di Cristo.»

E l'armata e l'esercito si ridussero a Solino; sulla spiaggia di San Parlerio divisero la preda, e cavata fuori la decima del vescovo Airaldo e il quinto delle galere, si fece la distribuzione del resto per ottomila uomini, ciascuno dei quali ricevette le due libbre di pepe, e i quarantotto soldi del Poitou, che ho detto più sopra, ragguagliandone la somma ad una libbra e due once d'oro. Donde, come potete immaginare, grande allegrezza nel campo.

Così ebbe fine il racconto del giovine Caffaro. Il quale, s'intende, modesto com'era, non disse nulla di sè; quantunque, avendo in pratica l'Eneide, si sarebbe potuto servire del «_quorum pars magna fui_» e senza far torto a nessuno.

Il vescovo Airaldo, i consoli e tutti i capi della compagne (che cosa fossero le compagne dirò poi al lettore) avevano udito con ammirazione il racconto, volgendo spesso gli occhi da lui al valoroso Embriaco, che stava pensoso, a fronte china, come uomo che volesse sottrarsi alla sua gloria, o riandasse colla mente i fatti trascorsi, a mano a mano che erano narrati.

Messer Guglielmo era triste. Fino a quel punto aveva posto l'animo negli obblighi suoi di capitano; allora, finalmente, poteva ricordarsi di essere padre e di non aver liete novelle per la sua bella figliuola.

La fine di Arrigo da Carmandino aveva compreso di mestizia ogni cuore.

— Ma proprio non sarà dato di sapere in qual modo Genova ha perduto questo generoso suo figlio? — chiese Pagano della Volta. — E il suo cadavere, almeno?

— Non fu trovato; — rispose il giovine Caffaro. — Gandolfo del Moro afferma bensì di averlo riconosciuto in alcuni avanzi umani, mezzo abbrustoliti dal bitume ardente. —

Raccapricciarono gli astanti, e tutti gli sguardi si rivolsero allora a Gandolfo del Moro.

Il torvo amico di Nicolao si fece avanti d'un passo, e senza pure alzar gli occhi a guardare i consoli, aggiunse:

— Pur troppo! Vorrei che così non fosse finito un tant'uomo. Una cosa sola desidero, cioè di essermi ingannato. —

Per altro, è delle moltitudini di non concedere troppo larga parte ai rammarichi, segnatamente dove il danno dei pochi si confonde nel benefizio dei più. La vittoria ha una aureola che offusca ogni cosa d'intorno a sè. Ed anche Arrigo da Carmandino, il bel cavaliere, sospiro di tante donne gentili, invidia di tanti prodi uomini, orgoglio della sua terra natale, ebbe, in un senso fugace di pietà, in una parola di rimpianto, tutto quello che potesse aspettarsi dai sopravvissuti un estinto.

— Messer Caffaro di Caschifellone, — disse Amico Brusco, il fratel dell'Embriaco, — voi avete fatto opera egregia, raccogliendo la storia della nobilissima impresa. Il comune di Genova incomincia bene, ed io, conoscendo il valore di tutti i suoi cittadini, son certo che non si fermerà così presto sulla via della gloria. È dunque giusto che abbia trovato, in voi prode guerriero, il suo storico. —

Sallustio, il venerabile segretario di Airaldo, soggiunse:

— Gravissimi istorici ebbe Roma, e certo essa ripete da questi la somma ventura di veder tramandato alla posterità più lontana il grido delle sue gesta. Procurate voi, messer Caffaro, uguale fortuna al comune di Genova. —

Il giovine annalista si inchinò tacitamente all'invito cortese, che doveva riuscire un vaticinio per lui. A quelle lodi non era da rispondere con parole; che, anco umilissime, sarebbero sempre, dopo il paragone del vecchio segretario, sembrate a lui non abbastanza modeste.

CAPITOLO VIII.

Un cuore spezzato.

Che era egli avvenuto di Arrigo da Carmandino? Era caduto vittima del suo temerario valore? Erano di lui quegli avanzi mezzo abbrustoliti, in cui temeva di averlo avvisato Gandolfo del Moro?

Ricordate chi fosse Gandolfo, e pensate con che sincerità potesse egli aver manifestato quel suo desiderio di essersi ingannato. Caffaro, che bene lo conosceva e lo sapeva rivale di Arrigo, era il primo a dubitare di quella sincerità e di quella testimonianza. Ma un fatto era vero; che nella presa di Cesarea il povero Arrigo era scomparso; che era rimasto in balìa dei nemici, nel furore di quella disperata difesa; donde si poteva argomentare facilmente che lo avessero fatto a pezzi, vendicando su lui lo scorno di una prima sconfitta.

Anch'egli, Caffaro, espugnata la seconda cinta di mura e posate le armi, aveva chiesto nuove del suo povero amico. Ma tra per la diversità della lingua, quantunque già allora i pellegrinaggi e le guerre avessero dato vita a quella parlata bastarda che faceva intender tra loro Cristiani e Saracini, e per la confusione e lo smarrimento dei vinti, egli non aveva potuto saper altro che questo: i pochi Genovesi, entrati primi nella seconda cinta, essere stati colti in mezzo e aver venduto cara la vita, cadendo, stremati di forze e coperti di ferite, su d'un mucchio di cadaveri.

Niente adunque di più naturale che il loro capo fosse morto con essi, e che il bitume infiammato, onde usavano i difensori per respingere gli assalti, appiccandosi alle vesti e alle armature, avesse rosolato le carni dei morenti, sfigurati, resi irriconoscibili i corpi.

Così pensava anche messer Guglielmo. Povera la sua figliuola! Come avrebbe accolto ella il messaggio?

Nello avvicinarsi alle sue case, tra Macagnana e il Castello, il grand'uomo si smarriva d'animo, tremava in cuor suo, come avrebbe fatto un bambino.

Diana era sulla soglia ad aspettarlo, attorniata da tutti i congiunti, familiari e servi di casa Embriaca. Come una giovine matrona romana, essa era rimasta alla custodia dei lari domestici, mentre gli uomini attendevano agli obblighi loro fuor dei confini della patria, e aveva governato il suo piccolo mondo con senno e fermezza, rafforzata dall'autorità del suo nome e circondata dall'ossequio di tutti.

Abbracciò il padre, e confuse con quelle di lui le sue lagrime; lagrime d'allegrezza le sue, di mestizia e di tenerezza quelle del padre. Strinse di poi la mano ai fratelli, e fu lieta di non veder altri con uno di loro. Il fedele Gandolfo non aveva stimato prudente consiglio di accompagnare fin là il suo amico e protettore Nicolao.

Concessa la debita parte agli affetti domestici, Diana cercò degli occhi Arrigo, e non lo vide nel corteggio paterno. Forse era andato prima alle sue case. Ma che? Bene era egli tornato una prima volta di Soria, e la sua prima visita era stata per le case dell'Embriaco. Il cuore le si strinse d'improvviso, come per presentimento d'una sciagura. Volse gli occhi a suo padre e vide il volto di lui impresso di profonda pietà. — Arrigo! Arrigo! — balbettò essa, e si sentì venir meno.

Messer Guglielmo fu pronto a sostenerla nelle sue braccia.

— Animo, figliuola mia! — le susurrò egli all'orecchio, mentre cercava di condurla verso le scale. — Pensate che siete del sangue d'Ido Visconte, e che, dove la patria è in festa, debbono tacere i privati dolori. Diana, fate buona custodia al cuor vostro, in questi momenti solenni. Io sono addolorato al pari di voi. Venite, figliuola, e preghiamo Iddio che accolga nella gloria celeste i martiri della sua fede. —

La preghiera di suo padre era un comando per la nobilissima fanciulla. Mormorò alcune frasi sconnesse; rattenne le sue lagrime, le ricacciò indietro a forza, le sentì ridiscendere, gelarsi intorno al suo povero cuore. Non le reggevano le membra, ma il braccio del padre era saldo ed ella si trovò, senza pure avvedersene, nella sua fidata cameretta, dove aveva tanto pensato a lui, tanto pregato per lui, pel suo gentil fidanzato. Eppure non pianse, tanto era lo smarrimento dell'animo; non rispose parola alle molte ed amorevoli del padre, che, congedati i suoi famigliari, si era ridotto per quel giorno al fianco dell'amata figliuola.

Muta e fredda a guisa d'un marmo, ascoltava il suo fiero genitore, diventato un fanciullo per lei. Cogli occhi sbarrati e l'orecchio intento, beveva avidamente, più che non udisse, le dolenti notizie della presa di Cesarea e della sparizione di Arrigo. Il valore di lui, la fama acquistata, l'amore e l'ossequio dei compagni d'arme, cose tutte che ella sapeva e che le venivano ricordate nel racconto paterno, erano una vana memoria oramai, raggio di un sole che si dileguava, eco d'un suono che era cessato. E tutte quelle parole fatte di lui, come voci di là dalla tomba, le rimbombavano nell'anima, davano suono come di corda spezzata.

Povero cuore! Quale vi apparve da quel giorno la vita! Quella casa in cui si affaccendavano i servi, lieti pel ritorno del loro glorioso signore, era un chiostro per lei, un antico chiostro in rovina, tutto popolato di larve, che andavano e venivano, ma senza dar suono al suo orecchio, che gestivano e parlavano tra loro, ma in una lingua sconosciuta. Quella città, tutta piena di gente operosa ed allegra, tutta suoni e canti e rumori festosi, era un camposanto, nel quale ella si trovava, raccolta in un angolo, a pregare su d'una fossa, a piè d'una croce. La croce! la fossa! Ahimè, neppur quelle ci aveva, su cui raccogliere i suoi affetti desolati. Non c'era, in tutto quel mondo mutato, un luogo, un punto d'appoggio per lei. Diana stessa, la povera Diana, era una larva tra i vivi.

Le avete mai sognate, quelle solitudini ignude e fredde, in cui si rimpicciolisce il cuore e si smarrisce il pensiero? Il cielo, i monti, il piano, son tutti d'un colore; non un fil d'erba su cui posar l'occhio; non un batter d'ali a cui tener dietro sull'orizzonte; un senso di freddo vi corre per tutte le fibre; il sole è spento; si ha la certezza che non tornerà più. Bel sole, glorioso sole, che eri la vita del mondo, che facevi risplendere così puramente quel cielo, scintillare così allegramente quel mare, e variare per tante gradazioni di tinte quei colli, che avevi dato impulso e dettato un inno d'amore a tante umili esistenze, sei morto anche tu? Ancora una reliquia del tuo calore, che si andrà spegnendo a grado a grado, e poi regnerà in terra la notte. Oggi il male, domani il peggio; in lontananza il nulla, l'orrido nulla!

Tale apparve la vita a Diana. Non sorrisi, non carezze dei suoi, valsero a distogliere il suo spirito dai tetri abissi in cui si era sprofondato. Non piangeva: fu anzi veduta sorridere umanamente alle sue donne, che si facevano intorno a lei colle usate dimostrazioni di ossequioso affetto, e quel sorriso parve a tutti più doloroso del pianto. Che avveniva egli in quell'anima chiusa ad ogni sguardo indagatore? Si maturava la follia? O si preparava le vie lo struggimento della morte?

Per molti giorni e settimane, quella povera mesta non accennò il desiderio di ritornare sul doloroso argomento. Ma ognuno, al solo vederla, indovinava qual cura fosse presente nell'animo della infelice Diana.

Finalmente, un giorno, ella chiese di sapere per filo e per segno l'accaduto. Forse le si era snebbiata la mente e l'afflizione si era chetata un tratto nel suo cuore; forse una speranza le si affacciava allo spirito, una speranza lieve ed incerta, che un più assegnato racconto di tutti i particolari della espugnazione di Cesarea e un più diligente esame di tutti gli indizi raccolti dai compagni di Arrigo, avrebbe potuto rendere più salda, o far dileguare del tutto.

Ugo, il diletto fratello, si fece ad esporre partitamente le cose già dette in breve dal padre. Diana, sebbene rabbrividendo ad ogni tratto, come persona colta dalla febbre, pure ascoltò attentamente, e di molti particolari, che le erano sfuggiti dapprima, volle ripetuto il racconto.

— Infine, — diss'ella, quando si avvide che Ugo non aveva più altro a narrarle, — Arrigo da Carmandino non è stato più rinvenuto. Questo soltanto è accertato. —

Nicolao aggiunse, rispondendo alla tacita conchiusione del ragionamento di lei:

— Gandolfo del Moro lo ha riconosciuto tra i morti. —

Il cuore della fanciulla diè un balzo violento, a quell'accenno crudele e al ricordo di quel nome odiato, che, dall'ultimo ritorno dei crociati in poi, non le era più venuto all'orecchio.

— Consentite, sorella, — ripigliò Nicolao, — che il nostro amico Gandolfo vi racconti la cosa egli stesso. È doloroso, — soggiunse, notando il senso che la sua proposta aveva fatto sull'animo della fanciulla, — ma infine, se voi dovete sapere, e se è giusto, come io penso, che voi sappiate ogni cosa... —

Nicolao non ebbe tempo di finir la sua frase, perchè Diana, che a tutta prima non aveva saputo dissimulare un senso di ripugnanza, si era subito ravveduta e lo interrompeva a mezzo.

— Venga l'amico vostro, — diss'ella. — È ancora un omaggio alla memoria di Arrigo, che io ascolti chiunque mi parla di lui. —

Gandolfo del Moro non era mai troppo lontano dal suo fido Nicolao, e giunse più sollecito che la stessa Diana, dopo essersi risoluta di riceverlo, non avrebbe potuto desiderare.

Il giovine cavaliere dai capegli rossi e dalla torva guardatura si fece avanti tutto peritoso, severo all'aspetto, ma più azzimato del solito, colla sua gavardina di color pavonazzo aggiustata all'imbusto e colle calze divisate di bianco e di azzurro.

— Madonna, — diss'egli, sospirando, — la perdita di un così prode cavaliere è un lutto universale. La cristianità ne aveva pochi che gli stessero a pari, nessuno che gli andasse avanti per gentilezza e valore. —

Diana accolse le parole compunte di Gandolfo, con un gesto che voleva dire: — sta bene, ma venite al fatto, messere. —

Così dato sesto all'esordio, Gandolfo del Moro narrò come fosse entrata nell'animo suo la persuasione dell'orrida fine d'Arrigo. Quegli avanzi umani da lui veduti erano per l'appunto in una viuzza angusta e tortuosa, presso alla seconda cinta di mura. Colà il valoroso Arrigo e i suoi compagni di sventura dovevano essere stati arrestati dai difensori, trovatisi allora in numero soverchiante. Le armature, comunque ridotte, si riconoscevano essere di cristiani, e, sebbene in gran parte consumati dal fuoco, si potevano ancora distinguere alcuni brani di sorcotta, che era la clamide portata dai cavalieri sulla corazza, o sulla maglia d'acciaio. Come quel pugno di valorosi fosse stato ridotto in tal guisa, era facile argomentare. Avevano combattuto disperatamente, approfittando della strettezza del passo per non lasciarsi cogliere in mezzo, e i nemici non erano venuti a capo di finirla con quella meravigliosa difesa, se non col gittare, dai parapetti delle logge e delle altane, bitume infiammato sui combattenti.

Tutte queste erano prove generiche. L'indizio che colà e in quel modo fossero finiti parecchi dei Genovesi entrati con Arrigo entro la seconda cinta di mura, non poteva esser più certo. Ma chi in quegli avanzi miserandi, aveva riconosciuto il Carmandino?

Diana fissava i suoi occhi in quegli del narratore; e questi, non potendo sostenerne l'incontro, chinata la fronte, terminò il suo discorso cogli sguardi a terra.

— Guardatemi in viso; — diss'ella; — forse vi faccio paura? —

Gandolfo del Moro avrebbe voluto rispondere; ma bene intese che quello non era il caso di venir fuori con una gentilezza, e che Diana non gli aveva già chiesto un detto di quella sorte. Perciò, alzate le ciglia in atto di obbedienza, stette a guardarla perplesso.

— Giurate, — ripigliò la fanciulla con accento solenne, spiccando dalla parete un dittico di avorio, in cui era dipinta da un artista bisantino la passione di Cristo, — giurate su questa croce, che ha toccato le ceneri del Precursore, che voi siete certo di ciò che dite, e che in quegli avanzi avete riconosciuto il corpo di messere Arrigo da Carmandino.

— Ho sempre desiderato di aver preso abbaglio, — rispose Gandolfo, schermendosi; — ma pur troppo mi pare che non possa essere altrimenti. Tra i vivi non è tornato; i morti, dell'ardita comitiva, eran quelli; nè altri se ne sono trovati più lunge. Di certo il povero Arrigo è caduto insieme co' suoi.

— No, non è vero; — gridò la fanciulla, seguendo l'impulso del cuore, anzi che un barlume di ragione. — Non so come ciò possa essere; ma Arrigo da Carmandino non è morto. Credo ai presentimenti; — soggiunse a mezza voce, quasi parlando per sè.

Gandolfo si appigliò prontamente a quel filo.

— Se credete ai presentimenti, madonna, ho fede che crederete a quelli di messere Arrigo non meno che ai vostri. —

Diana lo guardò con occhio attonito.

— Che dite voi ora? — balbettò ella, non bene intendendo il senso delle parole di lui.

— Dico, madonna, che un amico del povero Arrigo ha un messaggio per voi. Egli è Caffaro di Caschifellone, suo compagno nell'assalto di Cesarea, fino al punto in cui la sorte li divise, dando ragione ai tristi presagi di Arrigo.

— Come sapete voi ciò? — chiese Diana, guatandolo con occhio diffidente. — E come avete voi primo un messaggio, che l'amico di Arrigo non ha creduto opportuno di recarmi finora?

— Lo ha detto poc'anzi a me; — rispose allora Nicolao, quantunque non fosse rivolta a lui la domanda. — Messer Caffaro di Caschifellone, giunto a mala pena di Sorìa, aveva dovuto recarsi in Polcevera, per abbracciare i suoi nel loro castello di Pontedecimo, donde è tornato per l'appunto stamane.

— Ed ha un messaggio per me? Di Arrigo? — chiese ella, smarrita.

— Di Arrigo. Egli non ardiva presentarsi qui, non essendo da voi conosciuto, e non ardiva domandarne licenza a nostro padre. Nè io, nè Gandolfo del Moro, che era con me quando Caffaro mi toccò di questo messaggio, avremmo osato parlarne a voi, se la necessità....

— Basta, fratello; — interruppe Diana. — Venga il signore di Caschifellone; mio padre non troverà mal fatto che un prode cavaliero della croce mi rechi le ultime parole, l'ultimo saluto del mio fidanzato. —