Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo
Part 5
— Un vostro congiunto, nato da vostra sorella Giulia e da Rustico di Caschifellone. Caffaro, — proseguì messer Guglielmo, volgendosi alla brigata di gentiluomini che lo aveva seguito sotto il vestibolo, — mostrate a vostro zio, e agli altri onorandissimi consoli, che Genova avrà quind'innanzi uno storico delle sue gesta, e uscito dalle file dei suoi migliori soldati.
CAPITOLO VII.
La presentazione del primo annalista di Genova.
Le parole di messer Guglielmo Embriaco fecero inventar rosso come una fravola il viso d'un giovane, a mala pena ventenne, che era nella sua comitiva. Consideriamolo un tratto, mentre gli occhi di tutti gli astanti sono rivolti su di lui.
Il giovane vestiva come tutti gli uomini d'arme del suo tempo: camicia di maglia d'acciaio, che scendeva fino al ginocchio, e cappuccio, anch'esso di maglia, arrovesciato sugli omeri, perchè non aveva elmo, ma in quella vece una semplice berretta d'ormesino rosso, donde uscivano in lucide anella i capegli biondi, incoronando un viso più allungato che tondeggiante, ma così fresco e gentile, che sarebbe parso di fanciulla, se le guancie e il labbro superiore, coi primi peli morbidi ond'erano ornati, non avessero fatto alla bella prima una testimonianza contraria. Del resto, lo si poteva credere un guerriero, che avesse vergogna di mostrarsi tale in mezzo a tante facce d'uomini prodi, abbronzate dal sole dei campi di battaglia e fatte ruvide dalla vita sul mare, alla spruzzaglia dei marosi e al fischio dei venti; perchè, come l'elmo era messo da banda, così anche la maglia si teneva nascosta sotto una tunica di lana bianca, ornata sul petto di una modesta croce vermiglia.
All'invito di messer Guglielmo, accolto da lui come fosse un comando, il giovane uscì fuori dal gruppo, andando alla volta dei consoli.
Pagano si mosse incontro a lui e lo baciò su ambedue le guance; indi, tenendolo stretto fra le sue braccia e guardandolo amorevolmente negli occhi, gli disse:
— Eccoti qui, ragazzo mio! Sei partito fanciullo e torni uomo. Sarà felice tua madre, quando ti vedrà salir l'erta di Caschifellone!
— Ah, non sono a Genova, i miei? — chiese il giovane, leggermente turbato dalle ultime parole di suo zio.
— No, sono in Polcevera. Il castellano ha gli obblighi del suo ufficio, che passano avanti a ogni cosa.
— È giusto; — disse il crociato. — Partirò dunque subito, se voi e messere Guglielmo me ne date licenza.
— Pare che ti rincresca; di' su! — gli susurrò nell'orecchio lo zio. — Avresti per avventura qualche bel viso di donna da rivedere?
— Zio!
— Eh, non ti far rosso, via! Che cosa ci sarebbe di male?
— Sì, ho per l'appunto da vedere... qualcheduno; — rispose il giovine tutto confuso.
— Qualcheduna, vorrai dire.
— E sia, qualcheduna, ma non per me. Ho una imbasciata da fare.
— Fàlla prima e poi corri da' tuoi.
— Poterlo! — mormorò il giovane. — Non conosco la donna a cui debbo parlare.
— Che cosa mi narri tu ora?
— Storia pretta, mio zio.
— A proposito di storia, non dimentichiamo che ci hai da leggere quella delle vostre prodezze in Terra Santa; — ripigliò Pagano della Volta, alzando la voce, poichè i suoi colleghi di consolato si erano avvicinati per stringere la mano al suo valoroso nipote.
— A voi dunque, messer Caffaro di Caschifellone; — disse il console Amico Brusco, uno dei sette figli di Guido Spinola e perciò fratello dell'Embriaco; — leggete il racconto delle imprese a cui avete partecipato. Il santissimo Airaldo ve ne prega, e i consoli tutti, per mia bocca, ugualmente.
— Qui? — balbettò il giovane, facendosi piccin piccino nella sua cotta di maglia.
— E perchè no? — disse un altro personaggio, grave all'aspetto, che era il diacono Sallustio, consigliere del vescovo. — Tutto quanto voi narrerete, messer Caffaro, è gloria della croce, ed è ragione che si ascolti nella casa di Dio. —
Un mormorio di approvazione accolse le parole del vecchio Sallustio. La cosa non dee recare meraviglia ai lettori, se ricorderanno che il duomo di San Lorenzo, essendo una cosa medesima col Comune, era appunto il luogo da ciò. Diventato secolare il governo, i consoli, tuttochè non fossero più gli scabini del vescovo, in ossequio alla sua venerata autorità usavano amministrare la giustizia e tenere i parlamenti sotto il vestibolo del tempio.
Colà, all'ombra della graticola di marmo, su cui era raffigurato il martire Lorenzo, si facevano adunque i decreti consolari, si ricevevano gli atti di cittadinanza e di vassallaggio di principi e popoli, si davano le investiture, si manomettevano i servi, si pubblicavano le leggi a suon di tromba dal cintraco, si deliberavano le imprese, si bandivano le guerre, si conchiudevano le paci, si stringevano le alleanze, si celebravano le vittorie.
Aggiungerò che il Duomo di San Lorenzo era compreso in ogni trattato, che i feudatarii e i vassalli giuravano fedeltà ed obbedienza ad esso, e che in ogni disposizione testamentaria dovevasi rammentar la sua fabbrica. Fu insomma il monumento più glorioso del nuovo Comune, ordinato sugli avanzi della curia romana e della barbarie feudale, e durò a lungo come il palladio della libertà genovese. Le sue case contigue e le sue torri, se occupate, davano il dominio di tutto lo Stato agli occupatori; e i Ghibellini più d'una volta minacciarono d'appiccarvi il fuoco. Ma forse prevalse la reverenza ad un miracolo dell'arte italiana, prevalse quel culto della forma, che s'infiltra a poco a poco negli animi più rozzi, _nec sinit esse feros_.
Il giovane Caffaro, così caldamente pregato dai maggiorenti della città, pose mano al suo cartolaro; e alla presenza del vescovo, dei consoli e dei capitani, lesse la sua narrazione, semplice, disadorna, ma veritiera e scevra di tutte quelle esagerazioni che la pedissequa cura degli esemplari antichi doveva ficcare nel latino di quattro secoli dopo.
È questo un dirvi chiaro che il racconto del giovine gentiluomo era dettato in quella lingua, giusta il costume d'allora. E perchè riesca chiara anche la narrazione dei fatti, io vi compendierò lo scritto in volgare, avvertendo che questa, se Dio vuole, sarà l'ultima indigestione di storia che farete per colpa mia.
Si torna indietro fino al capitolo sesto, dove ho già detto delle ventisette galere partite nel 1100 per la seconda spedizione di Terra Santa, con sei navi cariche di pellegrini d'ogni nazione. Giunti nel porto di Laodicea, città della Siria e soggetta ad Alessio imperatore di Costantinopoli, vi si trattennero per tutta la seguente invernata. Morto era il pio Buglione di peste, nel mese di giugno, non essendo vissuto che un anno nell'amministrazione del regno di Gerusalemme. Ed essendo ridotto in ischiavitù Boemondo, figlio a Roberto Guiscardo, duca di Puglia, que' paesi, conquistati con tanta fatica ai Saracini, erano abbandonati in balìa di sè stessi. Li ebbero in tutela i Genovesi, che si può dire capitassero davvero in buon punto; e d'accordo col vescovo Maurizio, legato del Papa, mandarono a Baldovino, fratello dell'estinto Goffredo e a Tancredi, cugino di Boemondo, perchè assumessero, quegli, la corona di Gerusalemme, questi il principato di Antiochia. Consentì Baldovino, a patto che i Genovesi lo aiutassero. E così avvenne che, cavalcando alla volta di Sion, incontrati tremila Saracini, nel distretto di Bairut, li ruppe e procedette senz'altro contrasto fino a Gerusalemme.
Arrideva la fortuna ai Genovesi. Nella quaresima dello stesso anno 1101 partivano essi di Laodicea, colle galere, le navi e tutto l'esercito, costeggiando le città marittime infino a Caiffa, anticamente denominata Porfiria, che era de' Cristiani. Colà, per un violento fortunale, tirarono le galere in terra; il che tolse loro di potersi misurare, come avrebbero voluto, coll'armata del Soldano d'Egitto, forte di quaranta vele, che, sbattuta dal vento impetuoso, passò davanti alla costa, andando fino al porto di Ascalona.
Messer Guglielmo Embriaco rammentava ancora il primo incontro avuto cogli Egiziani, e volendo ricattarsi della perdita di due galere, che ho già raccontato ai lettori, fece quella medesima notte prendere il mare ad una parte dei suoi legni, per dar caccia al nemico. Ma fu tanta la rabbia del mare, che, giunti alle viste dei Saracini e già disposti a far arme in coperta, ne furono separati senz'altra speranza, e l'armata nemica ebbe campo a salvarsi.
— Sarà per un'altra volta! — disse l'Embriaco. E celebrata nelle acque di Porfiria la festa della domenica delle Palme, navigò verso Joppe; nella quale città gli venne incontro il re Baldovino colle bandiere spiegate e salutò l'armata e l'esercito con alto suono di trombe.
Colà, tirate in secco le navi, si sbarcarono i cavalieri e le ciurme. Baldovino volle i suoi Genovesi a Gerusalemme, dove entrarono, per la seconda volta il mercoledì santo, e dove, poi ch'ebbero digiunato tutto il giorno e la notte sopra il sabato, si recarono a visitare il Santo Sepolcro, aspettando che dal cielo, come era fama, si facesse scorgere in quel dì il lume di Cristo; fuoco miracoloso «disceso visibilmente dal cielo, il quale si vedeva accendere tutte le lampade che sogliono stare appese intorno al sepolcro.»
Ma per tutto quel giorno, nè la notte appresso, il santo lume non si mostrò, quantunque tutti lo dimandassero con lagrime, sospiri e _Kirie eleison_ a perdita di fiato. Il patriarca Damberto, già vescovo di Pisa, li esortò allora a recarsi tutti nel tempio di Salomone, imperocchè Dio aveva promesso di consentire ogni dono a chi lo supplicasse con mondo cuore sull'ingresso del tempio. Andarono, a piedi scalzi, divotamente pregando, visitarono il tempio, chiedendo l'aspettato miracolo, a conforto della pietosa curiosità, indi ritornarono al Santo Sepolcro. L'accenditore era pronto e i nostri buoni antenati ebbero la grazia. Il vescovo Maurizio e il patriarca Damberto furono i primi, come era giusto, a veder scendere il lume in due lampade, che sogliono stare nell'ultima camera del Santo Sepolcro. «E diffusa la voce per la città, poichè la maggior parte erano andati a desinare, subito ognuno corse al tempio del Santo Sepolcro, e in quella meridiana luce furono vedute essere accese le sedici lampade che erano di fuori intorno al Santo Sepolcro, l'una dopo l'altra; e si vedevano a modo d'un fumo affogato ed ardente, che veniva dal cielo, ed ascendeva per l'acqua e per l'olio insino allo stoppino della lampada, e facevalo scintillare tre volte, e restava il lucignolo acceso.»
Non sono io che racconto; è Caffaro giovinetto e pieno di fede.
Dopo ciò, andarono i Genovesi alla visita dei santi luoghi. Videro il Giordano e tornarono a Joppe; con Baldovino deliberarono la espugnazione di Tiro (Assur, dicevano allora), e la condussero a buon fine in tre giorni. Poscia, nel mese di maggio andarono le galere coll'esercito all'assedio di Cesarea, detta anticamente Torre di Stratone, poi Cesarea, in onore di Cesare Augusto, da Erode che la riedificò, in ultimo Flavia da Vespasiano, che la fece colonia romana. Tirati i legni alla riva, i Genovesi occuparono di primo impeto il paese e stettero accampati nei giardini e negli orti insino alle mura della città. Intanto, colla usata diligenza, si diedero a fabbricare castella di legname ed altre macchine, per condurre innanzi l'assedio.
Impensieriti da quella vista, i Saracini mandarono due messaggieri, con parole di pace.
— La vostra legge, o Cristiani, non proibisce ella di uccidere uomini fatti a somiglianza di Dio, e di pigliare la roba d'altri? E nondimeno, voi, che siete maestri e dottori della legge cristiana, comandate alle vostre genti di uccider noi e di usurpare la roba nostra! —
Così cavillavano i Saracini. Ma udite come rispondesse di trionfo il patriarca.
— Noi non vogliamo già usurpare l'altrui, ma ricuperare la terra che fu dell'apostolo San Pietro e che appartiene a noi, come suoi vicarii e successori. Per quanto è dell'uccidere, Dio vuole che sia fatta vendetta, col coltello e colla spada, di chi fa contro alla sua legge. Lo ha detto il profeta: «A me si appartiene la vendetta, ed io sarò il pagatore; a me si appartiene far piaga e sanarla, e non è chi possa campare dalle mie mani.» E perciò brevemente vi diciamo che abbiate a restituire la città, e sarannovi salvate le persone e le robe; se no, Iddio vi ferirà col suo coltello, e sarete morti giustamente. —
Recata questa intimazione in città, si riconobbe che con simili avvocati non c'era a far altro. Il Cadì, capo civile della terra, avrebbe voluto arrendersi, per salvare le robe. Ma per contro, l'Emiro, che era il comandante militare, gridò che innanzi di render la terra voleva si provassero le spade dei suoi uomini con quelle dei Genovesi, sperando egli di far partire questi ultimi dall'assedio, e con loro grande vergogna. E prevalse, com'era naturale, il consiglio dell'Emiro.
Udita questa risoluzione, che gli parve arrogante oltre ogni credere, il patriarca arringò l'esercito.
— «Venerdì prossimo, che è il giorno della Passione, la mattina per tempo, dopo che ciascuno di voi avrà comunicato e ricevuto il corpo e il sangue del Signore, senza castella e senza macchina alcuna, con le sole scale delle galere, salirete sulle mura; e se avrete fede che, non per virtù vostra, ma per grazia di Dio dobbiate aver vittoria della città, io vi annunzio e profetizzo che, prima dell'ora di sesta, Dio onnipotente darà in vostra mano la città, gli uomini, le ricchezze ed ogni altra cosa che essa contiene.» —
Parlava l'entusiamo, non l'arte, e molto meno il senno militare. Ma per allora non era il caso di aver contraria opinione. Guglielmo Embriaco, pensandoci su quel tanto che può correre dal lampo al tuono, accettò l'invito del Pisano, ma a patto di essere il primo a tentare l'impresa, forse per non assistere allo sbaraglio de' suoi, se falliva. Il vescovo aveva a mala pena finito di parlare, che egli secondò con infiammate esortazioni l'audace proposito, facendo giurare l'esercito che lo avrebbe immantinente seguito all'assalto.
— Con voi, capitano, alla morte e alla gloria! — gridò Arrigo da Carmandino, a cui fecero eco tutti i suoi generosi compagni.
— Orbene, andate alle galere, spiccate le scale di fuori banda e venite. Nessun invito ha da essere tenuto più prontamente di questo, che ci ha fatto il patriarca Damberto. —
Corsero le ciurme; tolsero le scale dai bandinetti, e via di corsa, a braccia tese, fino a' piè delle mura, circondati da numeroso stuolo di cavalieri. Guglielmo Embriaco, Testa di maglio, era il primo di tutti. Armato di corazza, di lancia e di spada, pose il piede sulla prima scala che fu accostata al muro, e si inerpicò veloce di piuolo in piuolo, senza pure munirsi di scudo, contro le frecce, i sassi e la rena infuocata, che gli avventavano sopra i nemici. L'elmo di ferro, e più la fortuna, schermì l'animoso condottiero, che giunse ad afferrare la merlata, mentre la scala, non potendo sostenere il gran numero di coloro che seguivano, si rompeva, facendo cadere quei volenterosi nel fosso.
— Sire Iddio! — gridò il Carmandino, rizzandosi a stento sulle ginocchia. — L'ho detto io, che si saliva in troppi!
— Vi siete fatto male, Arrigo? — chiese una voce accanto a lui.
— Chi siete? Ah, il giovine Caffaro! Bravo, eravate dei primi anche voi? Non è nulla, vedete; un po' di stordimento e nient'altro. Animo, su, a quell'altra scala! Purchè giungiamo in tempo, e non accada disgrazia al capitano, che deve esser rimasto solo lassù. —
Era proprio mestieri che volassero al soccorso. Trovatosi solo ed incolume sul parapetto, Guglielmo Embriaco pregò Iddio che si degnasse di aiutarlo; siccome era uomo da poter fare due cose ad un tempo, menò attorno la lancia, atterrando i primi che gli capitarono sotto. Una torre sorgeva lì presso, e l'Embriaco vi corse a riparo. Ma appunto allora ne usciva un Saracino, che gli si avvinghiò al petto, tentando, se gli veniva fatto, di soverchiarlo. Era una bisogna difficile assai, e alle prime strette che diede l'Embriaco per svincolarsi da lui, il Saracino ebbe a domandargli mercè. Gittata la lancia, inutile in quel frangente, messere Guglielmo aveva afferrato il nemico per un braccio, e così forte, che a quell'altro parve di esser còlto da una tanaglia di ferro.
— Signore, te ne prego; — gridò egli allora con accento compassionevole; — lasciami andare e sarà meglio per te.
— In che modo? — chiese l'Embriaco, che non coglieva il senso di quella esortazione.
— Perchè i miei compagni verranno a liberarmi, o a vendicarmi: — rispose il Saracino; — e tu non farai in tempo ad entrar nella torre.
— Ragioni diritto! — esclamò Guglielmo. — Va dunque, e trova un altro che ti perdoni la vita, come io te la perdono. —
Così dicendo, lentò la stretta, sicchè il nemico potè sfuggirgli di mano. E corse, non dubitate, come se avesse le ali alla calcagna, e temesse lì per lì un mutamento di proposito.
L'Embriaco già pensava a tutt'altro. La torre non era alta ed egli poteva sperare di giungere in pochi istanti alla sommità, donde avrebbe potuto vedere più largo spazio di mura. Incontanente vi entrò, salì in furia i due piani che mettevano alla piattaforma, e assicuratosi che nessuno dei difensori aveva ancora potuto seguirlo lassù, si fece al ballatoio, per guardare dalla parte del fosso, come volgessero le sorti della battaglia.
Poco lunge di là si combatteva aspramente. Un manipolo di cavalieri aveva afferrato il ciglio delle mura e vi si teneva saldo, quantunque i Saracini facessero ogni sforzo per ricacciarlo indietro. Messer Guglielmo intese allora perchè lo avessero lasciato libero lui, occupati com'erano a respingere i nuovi e più numerosi assalitori.
— Su, Genova, su! in nome di san Giorgio! — gridò egli allora, levando la spada e facendola balenare davanti agli occhi de' suoi, che avevano appoggiate le altre scale alla muraglia. — La città è nostra!
— Guglielmo Testa di maglio! Testa di maglio è padrone delle mura! — gridarono mille voci dal basso. — Animo, alla scalata! —
E infiammati così dalle loro stesse parole come dalla vista del capo, fecero impeto su per una ventina di scale ad un tempo. Tutte quelle file d'uomini, erette e minacciose come i serpenti di Tenedo sulla spiaggia di Troia, strisciarono lungo le mura, le involsero sotto un tessuto di lucide scaglie, che erano le loro targhe scintillanti al sole, ed afferrata la cima, si riversarono dentro, quasi senza combattere. Fu male che la città avesse una doppia cinta di mura, perchè pochi ardirono di resistere laggiù, parendo a tutti più facile di custodire utilmente un cerchio più stretto. Così ragionava la prudenza negli uni, la paura negli altri.
Con quello sforzo simultaneo da molte parti, i Genovesi penetrarono in Cesarea, ma senza giungere in tempo per entrare nella seconda cinta, alle spalle dei difensori. Le vie strette e tortuose avevano impedito ai valorosi di raccapezzarsi alla lesta e di inseguire in numero sufficiente il nemico. Bene tentarono l'impresa i primi arrivati, ma senza pro, e la scortese saracinesca si chiuse con grande frastuono davanti agli audaci, mentre solo alcuni di loro, che si potrebbero chiamare i temerarii, erano riusciti ad entrare, proprio alle calcagna dei fuggenti.
Caffaro rimase nel numero degli audaci, fuor della cinta, ai piedi della saracinesca, che era stata calata in quel punto. La fortuna lo aveva assistito; eppure egli si dolse amaramente di non esser giunto prima, perchè tra gli animosi che lo precedevano, e che avevano pagata così caramente la gloria d'essere andati avanti a tutti gli altri, c'era l'amico suo, il suo compagno di scalata, Arrigo da Carmandino.
Povero Arrigo! Certo egli presentiva una disgrazia, quel giorno; poichè nel salir sulle mura, mentre erano a poca distanza dalla merlata, rivolgendosi a Caffaro, che gli si stringeva al fianco, mettendo il piede sui piuolo abbandonato da lui, gli aveva detto:
Amico, ve ne prego, se io muoio, dite a madonna Diana che ho pensato a lei nell'ultim'ora, e che l'anima mia, con licenza di nostro Signore, a cui mi raccomando, andrà a dirle tutto l'amore ch'io le ho portato vivendo. —
E Caffaro gli aveva risposto:
— Amico mio, che pensieri son questi? Per l'onor vostro e di Genova, come pel trionfo della croce, vivrete.
— E sia; accetto l'augurio; ma voi dovete promettermi...
— Tutto quel che vi piace io prometto; — interruppe Caffaro.
— Grazie; — ripigliò il Carmandino, respirando. — Ed ora, torniamo uomini! —
Il resto è noto. Pochi momenti dopo erano giunti sulle mura e avevano fatto prodigi di valore. L'Embriaco, calato dalla torre, donde aveva chiamato la sua gente all'assalto, si fece sollecito a collegarli, a mano a mano che balzavano dentro, per piantarsi saldamente sul baluardo conquistato. Frattanto Arrigo da Carmandino, trascorrendo animoso ad inseguire i fuggenti, era stato côlto, come ho detto, entro la seconda cinta di mura.
Quando lo seppe Gandolfo del Moro, sempre fido seguace di messer Nicolao e suo consigliere malaugurato, il cuore gli diede un balzo per allegrezza.
— Ah, fosse morto! — pensò. — Di solito, questi cani infedeli non perdonano la vita ai prigioni. Madonna Diana, o ch'io m'inganno a partito, o questa le vendica tutte, e messere Arrigo il bello avrà finito di vogarmi sul remo. —
Guglielmo Embriaco udì dalle labbra del giovine Caffaro la mala sorte del suo prode aiutante, ma non ebbe tempo a rammaricarsene. Già, io porto opinione che gli uomini d'allora piangessero poco, e lo argomento da ciò, che molte altre cose non facevano essi, per le quali noi siamo venuti a mano a mano in così fastidiosa eccellenza; verbigrazia il parlare. Per contro, operavano molto; laonde, se la retorica ci ha perso, la storia ci ha guadagnato un tanto. Ne siano ringraziati gli Dei.
Desideroso più che mai di operare, l'Embriaco andava girando con occhio scrutatore intorno alla seconda cinta di mura, donde gli apparivano i nemici preparati ad una resistenza feroce. Già un primo tentativo di scalata era stato respinto, tra perchè gli assalitori erano in pochi e perchè messer Guglielmo non c'era, ad incuorarli colla voce, ad infiammarli coll'esempio. Anche i Saracini respiravano più liberamente, quando non avevano davanti agli occhi quel capitano dalla fulva capigliatura e dallo sguardo leonino, che essi ravvisavano così facilmente, anche da lunge, alle membra poderose e al corto mantello bianco, segnato dalla croce vermiglia che gli svolazzava a guisa di clamide romana sulla corazza di ferro.
Così correndo intorno alle mura, il valoroso Testa di maglio aveva veduto il fatto suo, e imbattutosi in Ugo suo figlio, mentre Caffaro gli veniva raccontando il triste caso di Arrigo da Carmandino, mostrò di non avere inutilmente speso il suo tempo.
— Non temete! — diss'egli, conchiudendo il suo dialogo col giovine Caffaro. — Se non l'hanno ucciso, vedremo di liberarlo, e ben presto. Guardate là, verso tramontana, come vanno salendo le mura? La collina non è alta, nè ripida l'ascesa; voi, del resto, con una cinquantina di uomini risoluti che condurrete da quella parte là, non dovete subito andar sotto al muro, ma girare alle falde dell'eminenza, fino a tanto non avrete veduto una macchia d'olivi, donde meglio coperti giungere al colmo. Lassù, proprio accanto al muro, è una vecchia palma, i cui rami pendono a dirittura sul parapetto; e voi, senza che vi dica altro, figliuoli miei....
— Non dubitate, messer Guglielmo; — interruppe Caffaro di Caschifellone, — abbiamo inteso. Si cala di là sulle mura di Cesarea, come volevano fare i Greci dal cavallo di legno sulle mura di Troia.
— Bene! — ripigliò il capitano sorridendo. — Ma badate di tenervi nascosti nella macchia fino a tanto non vi sarete assicurati che il parapetto sia sguernito di custodi. Ad ottenervi questo, ci penso io. Andate. —