Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo

Part 3

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Narra per l'appunto un cronista, che, mentre giuravano, uno di essi, conte di vecchia nobiltà, fu così ardito da andare a sedersi sul trono imperiale, e il povero Alessio non gli disse verbo, ben conoscendo l'oltracotanza dei Franchi. Il conte Baldovino, fratel di Goffredo, fece star su l'insolente, dicendogli che non era costume di sedersi in tal guisa a fianco degl'imperatori. L'altro obbedì, ma non si ristette dal guardare in cagnesco il monarca, dicendo nella sua lingua: «_Voyez ce rustre, qui est assis, lorsque tant de braves capitaines sont debout!_» L'imperatore si fe' voltare in greco quelle parole. Egli dice, spiegò l'interprete: vedete quel villano che sta seduto, mentre tanti prodi capitani son ritti in piè! Allora Alessio fece chiamare costui e gli chiese il suo nome. — «Son Francese, rispose questi, e dei più nobili. Nella mia terra egli c'è, sull'incontro di tre vie, una chiesa antica, dove ognuno che abbia voglia di combattere entra a pregare il Signore Iddio ed aspetta il suo avversario. Io ho avuto un bello aspettare; nessuno ha ardito venirci.»

Alessio Comneno non volle udire di più, e non si tenne sicuro fino a tanto non ebbe mandato in Asia l'ultimo di quei capitani Fracassa. Io torno al racconto.

A Mirrea non c'era presidio di Greci e le galere c'entrarono come in casa loro. Così mi sembra che s'abbia a dire, poichè non dissimilmente pensarono i nuovi arrivati che andasse la bisogna, non si peritando di portar via dalla chiesa di San Nicolao le venerate reliquie di San Giovanni Battista, colà custodite da quei bravi calogèri.

Taluno dei moderni miscredenti penserà che quei monaci spacciassero una frottola ai Genovesi; e battezzassero quelle ceneri col nome di Precursore, a bella posta per farsele prendere e liberarsi da quegli ospiti un tal poco prepotenti che dovevano essere i nostri antenati. Ma per siffatta gente ci sono i documenti che parlano. Nell'Archivio di Genova si conservano le lettere di Alessandro III e di Innocenzo IV, le quali rendono testimonianza certissima che quelle non fossero ceneri da bucato, ma le vere ed autentiche reliquie del Battista. Carta canta e villan dorme; così dice il proverbio.

L'armata giunse a Genova; ma la sua lunga dimora nel porto di Mirrea aveva fatto sì che la infausta notizia di cui era portatrice alla patria, fosse preceduta da più recenti e lieti messaggi del campo cristiano: come la paura di alcuni fuggiaschi avesse fatto correre la voce d'una sconfitta e come l'avesse poi malamente conformata la presenza di alcuni drappelli saracini innanzi al porto di San Simeone. L'arrivo delle galere non recò dunque nessun lutto in città, e quando per contro si riseppe che portavano le sante reliquie del Precursore, fu una gran festa da per tutto, e v'ebbe chi ringraziò la Provvidenza dell'errore, aggiungendo esser vero verissimo che tutto il male non vien per nuocere. E poco mancò che il vescovo Ciriaco non gridasse il Nicolao, collo zio Primo e con Gandolfo del Moro, salvatori della patria.

Il buon vecchio ebbe cionondimeno tanta gioia, che morì poco dopo, e gli successe Airaldo Guaraco, o Guarco, il quale resse la chiesa diciassette anni, _et fue uomo di grande dottrina per li suoi tempi._

Quando le galere fecero ritorno in Soria, Antiochia era espugnata da mesi parecchi, e i Crociati erano già passati per la famosa valle di Giosafat, gridando: «Jerusalem!» alla vista della santa città.

Messer Guglielmo Embriaco, appena i messaggeri vennero a dirgli che due galere dell'armata genovese, la quale stava dalle parti d'Antiochia, erano giunte a Joppe ad aspettare i suoi comandi, lasciò Arrigo da Carmandino a capo delle schiere genovesi in sua vece, e corse al mare, seguito dal figlio Ugo e da una compagnia di balestrieri.

Il Carmandino, del quale ho taciuto finora per la necessità di tirare innanzi il racconto, s'aveva guadagnato molta rinomanza in mezzo ai Crociati d'ogni nazione, per le prodezze sue non meno che per la saviezza dei consigli. Durando l'assedio d'Antiochia, uno dei capi saracini, cavalier generoso e insofferente di indugi, era uscito dalla città sfidando a singolare combattimento quello dei cavalieri cristiani che si fosse sentito da tanto. La novità della cosa, più che la fama del guerriero, la quale era del resto grandissima, avean fatto rimanere un tratto incerti i baroni crociati, e di quell'istante fece suo pro' il Carmandino per andar contro all'araldo e raccogliere primo il guanto di Bahr-Ibn, chè così avea nome il Saracino.

La giostra si tenne il giorno di poi, su d'una spianata in riva all'Oronte, presenti i capi dell'esercito latino da una banda, e quei degl'infedeli dall'altra. Guglielmo Embriaco avea di sua mano indossata la maglia d'acciaio al diletto giovane e serratagli la gorgiera dell'elmetto sul collo.

L'assalto fu violento da ambe le parti; ma Arrigo da Carmandino stette fermo in arcioni. La sua lancia si era spezzata contro l'elmo dell'avversario, che ne ebbe come uno stordimento al capo, e fu appena a tempo di trarre la spada, quando Arrigo tornò a briglia sciolta sopra di lui. Il cozzo dei ferri durò lunga pezza, chè bene combattevano ambedue; finalmente il Saracino toccò un colpo sì fiero, che gli ruppe l'elmetto e aperse ancora una lunga ferita sul fronte. In quanto ad Arrigo, egli aveva l'armatura rotta in due o tre punti e spargeva anch'egli il suo sangue per due ferite, fortunatamente non gravi.

Il cavalier saracino si diede per vinto. La sorte delle armi lo avea fatto prigioniero del Cristiano; ma il Carmandino non volle saperne di riscatto, e come Bahr-Ibn fu risanato, egli lo rimandò libero in Antiochia, non chiedendo altro da lui se non che si astenesse dal combattere contro i Cristiani fino all'espugnazione della città, o altrimenti alla levata dell'assedio. Là qual cosa essendo giusta, secondo le costumanze guerresche d'allora, fu giurata dal Saracino, che si partì dal campo, commosso per tanta gentilezza d'animo, e quasi contento d'essere stato vinto alla prova dell'armi da un cavaliere siffatto.

Torniamo ora a Guglielmo Embriaco, che abbiamo lasciato sulla strada di Joppe. Giunto colà, ebbe a mala pena il tempo di salire a bordo della galera padrona, e di chiedere novelle ai suoi della amata figliuola, che i marinai in vedetta sui calcesi annunziarono la presenza di molte vele dalla parte del mezzogiorno.

L'Embriaco salì tosto sul castello di poppa per osservarle, e conobbe esser quelle di parte nemica. Le navi dei latini erano infatti a tramontana, nel porto di San Simeone, e quest'altre venivano da Ascalona, dove sapevasi raccolta l'armata del soldano d'Egitto. Messer Guglielmo, colla prontezza d'occhio del marinaio, non istette molto ad intendere com'egli s'avesse davanti tutte le forze navali del Soldano, e, prima di scendere dal castello di poppa, aveva già formato il suo disegno nell'animo.

Passarono tre quarti d'ora, in cui le navi degli egiziani non fecero che avvicinarsi a furia di remi, dacchè il vento spirava poco propizio alla loro venuta. I marinai genovesi stavano affacciati alle scale di fuori banda e lunghesso le impavesate, guardando con ansietà quei legni, il cui numero si accresceva man mano che si facean più vicini, e non levavano gli occhi da quella parte se non per guatare all'Embriaco, che stavasi ritto, colle braccia incrociate sul petto e le ciglia aggrottate.

Lo stato delle due galere non era per fermo il migliore del mondo. Erano esse ben armate e difese da uomini gagliardi, sotto il comando di un prode capitano; ma che cosa avrebbe potuto il valore contro quelle trenta navi saracene, le quali non aveano che a presentarsi in lizza per vincere?

Questi ed altri somiglianti erano i pensieri della marinaresca; ma egli bisognerà dire a sua gloria, che nessuno pensava alla resa. Già tutti si disponevano a combattere disperatamente e a farsi ammazzare sull'arrembata.

Messer Guglielmo non aveva ancora aperto bocca. Quando le navi nemiche non furono più che a tre tiri di balestra, egli fe' voltare la prora a tramontana e comandò la voga arrancata, accennando ai Saracini di voler prender il largo e fuggire.

Le galere, cedendo all'impulso dei remi, pigliarono l'abbrivo in alto mare. Allora il capitano dei Saracini si tenne sicuro di vincere, e comandò che le sue navi s'avanzassero in modo da formare un largo cerchio sul mare, dentro cui sarebbero côlti i fuggiaschi, come fiere in caccia.

Dal canto loro, gli uomini delle due galere non avevano capito nulla di quella mossa dell'Embriaco, la quale pareva ad essi il colmo della temerità. Gandolfo del Moro fu il primo a dirne il suo giudizio ad alta voce, affermando che di tal guisa e' sarebbero caduti prigioni in meno di un'ora.

Ma messer Guglielmo, niente turbato, si volse, e crollando le spalle, disse a Gandolfo queste due sole parole:

— Avete paura? —

Era questa la frase consueta dell'Embriaco in simili casi, e non s'era dato mai che ella non costringesse i contradittori al silenzio. Però Gandolfo non ardì rispondere altro, se non poche parole confuse, colle quali cercava di colorire alla meglio il senso della sua osservazione.

— Non temete! — soggiunse allora Guglielmo. — Non passerà mezz'ora che noi saremo tutti in salvo, e senza colpo ferire. Vedete come que' cani si dispongono a darci la caccia! Quel povero capitano ha creduto che io volessi sfuggirgli in alto mare e subito allarga le sue ali per metterci in mezzo, senza avvedersi che sparpaglia i suoi legni e non potrà più farsi udire quando ci avrà altri comandi a dare. Suvvia, figliuoli! nel nome di San Giorgio! Leva remi! Orza, al timone! Vira di bordo! La prua contro terra! Forza nei remi! Arranca! Benissimo, così; e adesso, buon dì ai Saracini! Che ve ne pare, Gandolfo? Saremo noi fatti prigioni in mezz'ora? —

Dalle parole del capitano i lettori hanno già indovinato il suo stratagemma qual fosse: divider le forze dell'armata nemica, e, quando ella si fosse impacciata in que' movimenti disgregati per dargli caccia, voltar la prora a terra e lasciare i Saracini scornati. Appena le ciurme trapelarono l'ardito disegno, levarono un grido di giubilo e si diedero con maggior lena a stringere la voga.

Ma questa non era che la prima parte del disegno di Guglielmo Embriaco. La seconda era dieci cotanti più malagevole. Importava di sfuggire ai Saracini, facendo getto delle galere e salvando tutto ciò che potea tornar utile al campo latino. In quelle due galere erano molti maestri d'operare, con gran copia di strumenti ed attrezzi, dei quali messer Guglielmo sapea per prova il difetto nei quotidiani lavori d'assedio.

— Fermi a' banchi, i rematori! — prese egli da capo a gridare. — Tutti gli altri si tengano saldi al sartiame e dove possono meglio! Ora, figliuoli, raccomandiamoci a San Giorgio il valente, e avanti contro la spiaggia! —

Un nuovo scoppio di evviva accolse questo comando di Guglielmo Embriaco. Le due galere volarono sui flutti, e le chiglie vennero in breve ora a rompere sulla ghiaia del lido, entro cui si affondarono fino a mezzo della loro lunghezza, tanto era stata la violenza dell'urto. Molti dei marinai, sebbene si tenessero parati a quel colpo, stramazzarono sulla tolda.

Ma, grazie a San Giorgio il valente, nessuno si acciaccò tanto da dover rimanere supino, e tutti, anche coloro che aveano le membra indolenzite, gridarono a squarciagola, esaltando lo stratagemma di messere Guglielmo.

Ben s'erano avveduti gli Egizii dell'inganno in cui li avea tratti il Cristiano; ma già gli era tardi per rimediarvi, e non tornava d'alcun pro mordersi le labbra. Il capitano, con tutti quei legni che potevano obbedirgli, mise la prua sulla terra e giù alla disperata, con gran forza di remi e di bestemmie. Senonchè, giunti a un trar di balestra dal lido, i Saracini videro fallita ogni loro speranza. I Genovesi, profittando di un'ora di tempo che era corsa tra lo arenamento e l'arrivo dei nemici, avevano fatto un salto a terra, tagliando il sartiame e portando seco tutte le vele, i ferramenti, i congegni, le macchine, e ogni altra cosa che mettesse conto trar via. Sulla spiaggia si vedevano ancora tutte le cose salvate, ma v'erano a custodia i bravi Genovesi, con molti degli abitanti di Joppe, i quali, scaldati dall'esempio, avrebbero voluto menar le mani ancor essi.

Il nemico si provò a pigliar terra; ma non sì tosto il primo sandalo, carico d'armati, fu per avvicinarsi alla riva, i balestrieri dell'Embriaco presero a sfolgorarlo con tiri così ben aggiustati, che freddarono molti Maomettani e persuasero il loro capitano a tornarsene dond'era venuto.

E così, per sottile accorgimento dell'Embriaco, furono salve le vite di tanti valentuomini e maestri d'operare in arnesi di guerra, con tutti i loro strumenti preziosi.

Il giorno appresso, giungevano al campo latino, accolti dalle grida d'esultanza di tutto l'esercito e dalle congratulazioni di Goffredo Buglione. Questi grandemente pregiava i Genovesi che costituivano nel suo campo ciò che oggi si chiamerebbe il genio e l'artiglieria, mentre tutte quelle schiere, venute di Francia e d'altri luoghi d'Europa, non erano che cavalieri e fantaccini.

Laonde, le cose della guerra, che pareano difficilissime prima, sembrarono un nulla dopo l'arrivo di que' nuovi artefici. Fu assegnato loro l'alloggiamento tra quella eletta di cavalieri e di balestrieri che erano rimasti sotto il comando di Arrigo da Carmandino e la gente guidata dal conte di Tolosa; intanto fu deliberato di metter subito mano alla costruzione di due grosse torri di legno, le quali sovrastassero, colle loro merlate, alle mura della città assediata.

CAPITOLO V.

Di una gran torre di legno, che comandò a molte torri di pietra.

Era nei pressi di Gerusalemme una selva, non molto fitta, per verità, la quale fu spogliata interamente dei suoi alberi, per quelle costruzioni che l'Embriaco disegnava di fare. Nessuno aveva pensato, prima di lui, a cavar profitto da quella boscaglia; di guisa che non si aveano, per le necessità dello assedio, che poche macchine, costrutte da artefici mal destri.

Questa volta gli artefici sono valenti per ogni maniera di congegni, e il capo, disegnatore ed operatore ad un tempo, è lo illustre messere Guglielmo. In quella che una parte dei suoi manovali preparano catapulte, baliste, arieti ed altri arnesi minori, il maggior numero suda intorno ad un'opera, non meno maravigliosa, e in pari tempo, più vera del famoso cavallo di Troia; vo' dire la torre murale, che servirà d'esemplare ad altre due di pari grandezza, tutta intessuta di pino e di abete e fasciata di cuoio, per ischermirsi dal bitume infiammato, con cui le genti assediate usavano allora respingere gli assalti.

Quella gran mole è il capolavoro di Guglielmo Embriaco. Ella si scommette e si ricompone, si tien ritta e si snoda, a talento dei difensori, tanto ne sono ben condotte e piene d'artifizio le mille giunture. Il piano più basso è aperto da due lati, per dar passaggio e libertà di moto ad una trave smisurata, col capo a foggia di montone, la quale ha l'ufficio di scuotere le mura dalle fondamenta; mentre la parte superiore della torre è congegnata in modo da potersi piegare a guisa di ponte sui merli, e dal corpo della macchina si spinge subito in su una nuova torre, che sopraggiudica quel ponte improvvisato, e vi scarica all'uopo i suoi combattenti. Un centinaio di saldissime ruote, cerchiate di ferro, sostengono quella macchina enorme e le danno facilità di movimenti, a malgrado del suo peso e del soprassello degli armati.

In breve spazio di tempo la torre è compiuta, e due altre, siccome ho già detto, di egual forma e capacità, le tengono dietro.

Tutto il campo traeva ogni giorno a contemplare questa meraviglia dei Genovesi. Dal canto loro, i Saracini, che dall'alto delle mura vedevano ogni mattina gran salmerie di legname essere portate dai camelli nel campo latino, si beccavano il cervello per indovinarne la cagione, e avendola finalmente risaputa, non riuscivano a capacitarsi del perchè s'innalzassero quelle moli, le quali (pensavano essi) non avrieno potuto esser tratte un palmo più lunge dal loro cantiere.

Ma gl'infedeli aveano fallato il conto. Nella giornata del 3 di luglio dell'anno 1099 _dopo la fruttifera_ _incarnazione_ fu un continuo trar di baliste e di briccole, che rovinarono le mura in luoghi parecchi; laonde la notte fu tutta spesa dagli assediati nel riparare i loro danni e afforzare i punti che l'esperienza avea chiarito più deboli.

L'aurora del giorno quarto spuntò, e grande fu il turbamento dei Pagani, quando s'avvidero che le torri non erano più al loro luogo consueto, ma stavano in quella vece sotto alle mura. Grida di stupore e di spavento salutarono la molesta vicinanza di quelle smisurate macchine, le quali erano collocate in guisa da offendere la città per tre lati, mentre lo spazio che correva tra ognuna di esse, era colmato degli altri arnesi minori, tutti pronti a battaglia.

Alle grida dei Saracini rispondono quelle dei Crociati, e l'assalto incomincia. E qui, sebbene non sia còmpito mio, non posso resistere ad una voglia spasimata che mi ha preso, di raccontarvi, se non tutti, almeno parecchi dei particolari di quella gloriosa giornata.

Si fa un gran parlare delle nostre moderne artiglierie, e non a torto, imperocchè le palle scagliate a forza di fuoco traggono più lontano e fanno più larga la breccia. Ma le artiglierie di messere Guglielmo non eran troppo da meno, in quanto allo spettacolo che esse davano di sè. L'aria era oscurata da nugoli di dardi e verrettoni che scagliavano i Saracini; ma il danno era poco; le schiere latine si tenevano ancora distanti, e gli uomini delle macchine si stavano bene al riparo. Per contro, questi ultimi fornivano più larga bisogna; gli arieti scrollavano le mura con impeto grandissimo, e la terra ad ogni colpo traballava sotto i piedi ai difensori di quelle. Dall'interno delle torri, che si levavano al paro della cresta delle mura, uscivano fischiando le frecce dei balestrieri e non cadevano in fallo. Dall'alto poi di quelle moli, ruinavano giù sui merli e ballatoi del nemico grosse palle di marmo e globi di pece infiammata, che sgominavano, rompevano, bruciavano ovunque cadessero.

Mentre questa gragnuola piombava sui Saracini, le mura per lunghi tratti s'erano sfaldate al cozzo degli arieti e all'urto dei sassi, scagliati da più che cento tra briccole e baliste. Allora parve acconcio al Buglione di far innoltrare il nerbo delle sue schiere, sotto il riparo dei gatti, che erano macchine intessute di legno e di vimini, fino ai piè delle mura. E il cenno fu eseguito; tra i rottami ammonticchiati, la grandine dei sassi, dei verrettoni e del bitume acceso, l'oste cristiana si lanciò alla scalata.

Il vento, levatosi impetuoso pur dianzi, le tornò di grande vantaggio, imperocchè gli assediati non poteano molto servirsi delle fiaccole che scagliavano sui nemici, e quelle dei Cristiani, così secondate dalla bufera, andavano facilmente sulle mura e ardevano i sacchi di strame, le stuoie e gli altri ripari, che i Saracini v'andavano sospendendo man mano, per ammorzare i colpi delle baliste.

L'incendio in breve ora si propagò; nè l'acqua valeva a frenarlo. Il fumo e l'ardore acciecavano, soffocavano gl'infedeli, lasciando una parte di muro senza alcuna difesa. Di ciò si giovarono gli assalitori per uguagliare il terreno, facendo piana la strada a quella torre, che era comandata dall'Embriaco in persona, e che fu tosto avvicinata cosiffattamente al parapetto, da poter tentare la gettata del ponte.

Cotesto disegnava di fare l'Embriaco; ma gli bisognò vincere da prima un ostacolo nuovo. Era piantata sulle mura una grossa antenna, a cui gli assediati avevano sospesa per traverso una trave ferrata, e con questa pigliavano a sfrombolare di replicati colpi la torre. L'Embriaco non si perdette d'animo. Fe' dar di mano alle falci murali, che stavano piantate ai fianchi della torre, e, studiato il momento che quel poderoso arnese tornava a picchiare il gran colpo, quattro falci alzate ad un tempo colsero al passaggio la gomena di sostegno, e il tronco inerte cadde con grande rimbombo sul parapetto, pestando nella caduta i suoi medesimi serventi, che già se ne ripromettevano il trionfo contro la macchina nemica.

Allora l'Embriaco potè mandare il suo disegno ad effetto. La cima della torre, snodata da un fianco, cadde dall'altro sulla opposta muraglia e i Pagani non poterono più farle impedimento.

— Messer lo duca, — disse allora l'Embriaco a Goffredo di Buglione, che era salito sulla torre per esser pronto a balzare nella santa città, — il ponte è fatto, e, sebbene io m'abbia un gran desiderio di corrervi su, debbo pur cedervi il passo. Non sarà mai detto che Guglielmo Embriaco abbia voluto andar primo, dov'era il più prode e nobil guerriero della Cristianità.

Il Buglione non rispose a quelle parole, ma un riso ineffabile si dipinse sul suo volto inspirato. Abbracciò e baciò sulla fronte l'Embriaco, rialzò la ventaglia dell'elmo, e s'innoltrò colla mazza in alto, lungo il cammino coperto. Frattanto, dall'ultimo ripiano della torre, che era stato mandato su, in luogo dell'altro arrovesciato sulle mura, gli arcadori genovesi con spessi colpi tenean lontani i nemici.

L'Embriaco, che per la sua grande modestia, non aveva voluto esser primo, si gettò sulle orme di Goffredo, e dietro a loro corsero spediti i più valenti cavalieri dell'esercito.

In quel mezzo, Arrigo da Carmandino, che stava colla sua gente a guardia della seconda torre, si struggeva di avere e rimanersi degli ultimi. E mentre Primo, il fratello dell'Embriaco, faceva con grande difficoltà innoltrare la sua gran mole di legno, egli, insofferente d'indugi, messe fuori una proposta, che trovò subitamente eco tra i più animosi. Anselmo Rascherio, Gontardo Brusco, Ingo Flaòno lo seguono, e con essi una ventina di cavalieri appiedati, facendosi sotto le mura con scale e rampini, e schermendosi dai colpi nemici colle targhe levate in alto e raccolte a mo' di testuggine. La muraglia, come si è detto, era sfaldata in più luoghi e rotta pel gran trarre di baliste e montoni. S'inerpicano per le macerie ammonticchiate, gettano i rampini alla merlata, appoggiano le scale, e su lestamente di piuolo in piuolo. Altri del campo li seguono a torme, infiammati dal nobile esempio, anelanti di afferrare la cima. Parecchie scale, già gremite di uomini, sono divelte dal muro; vanno ruzzoloni i soldati nella polvere e nel sangue; ma si rialzano, rimettono in piedi le scale, tornano più feroci all'assalto. Di questa guisa giungon parecchi sulla cresta del muro; Arrigo è il primo di tutti; le pietre, le lancie appuntate, i fendenti delle spade, fan mala prova su lui, che para quella tempesta di colpi collo scudo levato.

Afferrare i merli, balzare in piè sulla feritoia e impugnare la mazza ferrata, fu un punto solo per lui. I primi che si fecero a contendergli il terreno, stramazzarono sotto la furia di quell'arma, menata a cerchio dal braccio giovanile. Frattanto una diecina dei suoi avevano agio a salire, e quel tratto di spalto fu ben presto spazzato dai suoi difensori. Il Carmandino gittò allora la mazza, e, strappata la bandiera dalle mani dell'alfiere che lo aveva seguito, sguainò la sua lama poderosa, e corse, volò da quel lato, dove la torre di messere Guglielmo, piegatasi a foggia di ponte, vomitava soldati sul baluardo.

Colà appunto Goffredo di Buglione, Eustachio conte di Bologna, suo fratello, e l'Embriaco, pugnavano valorosamente contro uno stuolo di Saracini, che facevano ressa per rovesciarli dalla merlata. L'arrivo del Carmandino colla sua gente sul fianco degl'infedeli, mutò le sorti della pugna. I Saracini mietuti cadevano e il ponte coperto dava adito a sempre nuovi combattenti. La bandiera della croce sventolò finalmente vittoriosa sovra un monte di cadaveri.