Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo

Part 2

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Anche Guglielmo Embriaco, il nobile figlio di Guido Spinola, il consanguineo degli Avvocati, dei Marini e degli Isola che ho nominati poc'anzi, aveva posta la croce vermiglia sulla cappa bianca, e il suo fratel maggiore, Primo di Castello, aveva imitato l'esempio. Ora egli avvenne che un di quei giorni, Diana pregasse il padre di condurla a vedere il vescovo di Grenoble, che dalla gradinata di Santo Stefano teneva discorso ai fedeli. E messere Guglielmo, da quel padre amoroso che egli era, condusse la figliuola, con gran corteggio dei suoi famigliari, fuor della porta di Sant'Andrea, fino ai piedi dell'erta su cui sorgeva la chiesa del protomartire, tutta listata di marmo bianco e pietra nera di Promontorio, giusta il costume d'allora.

Il popolo accolse con liete grida il nuovo crociato, e Arrigo da Carmandino (vedete se la fortuna non aiuta gl'innamorati) ebbe in sorte di far luogo presso di sè a messer Guglielmo e alla sua bella figliuola.

L'Embriaco salutò cortesemente il Carmandino, e questi si fece tutto rosso, nel ricambiarlo della sua cortesia. Gli occhi di Diana si erano incontrati nei suoi; Diana lo aveva salutato per la prima volta, e Arrigo aveva sentito il sangue rifluirgli al cuore, chè mai gli era parso di aver provato altrettanta allegrezza.

Il tacere più oltre sarebbe stato disdicevole. Guglielmo conosceva Arrigo per un gentil cavaliere, del sangue di Ido Visconte, da cui, come ho detto più sopra, scendevano anche i signori di Manesseno. E Carmandini ed Embriaci avrebbero potuto vantare un dugento anni di certa genealogia, che era già molto per quei tempi, se allora, più che da un lungo ordine di avi, non si fosse reputato più bello derivar fama dalle opere proprie. E nemmeno allora si usavano stemmi a contraddistinguere le casate. Ogni cavaliere inalberava l'emblema che più gli andasse a grado, per essere riconosciuto in giostra, o in battaglia. Soltanto dopo la prima crociata, l'emblema, illustrato sui campi di guerra, parve degno d'essere perpetuato, ad onore di tutto il lignaggio. Così ad esempio gli Embriaci lo portarono d'oro, con tre leoni rampanti di nero; i Carmandini ebbero lo scudo partito di nero e d'argento, con un leone rampante _dall'uno all'altro_.

Torniamo ad Arrigo. Il giovane, dopo una breve pausa, che gli fu necessaria per trovar le parole, e arrossendo da capo, come potete immaginare cercando tra le memorie della vostra giovinezza il caso consimile, si fece animo a dir qualche cosa.

— Messer Guglielmo, — cominciò egli, — voi dunque partite, per andarvene in Terra Santa a sostenere il buon nome dei cavalieri genovesi?

— Come sapete; — rispose con nobile modestia l'Embriaco; — vo a fare il debito mio e nulla più. Per quanto è di sostenere il buon nome di Genova, voi mi fate, messer Arrigo da Carmandino, troppo gagliarde le spalle. Sono dei primi pel buon volere, non già per l'efficacia delle opere.

— Messer Guglielmo, consentite, che, per amore di verità, io pensi di voi l'una cosa e l'altra. Così voi mi credeste degno di combattere al fianco vostro, come io vi seguirei di buon grado, avendolo per somma grazia ed augurio fortunato. —

La lode dei buoni è grato conforto agli ottimi; e questo è tanto vero, e lo fu tanto in ogni tempo, che a Guglielmo Embriaco le parole di Arrigo da Carmandino toccarono il cuore. Egli non rispose nulla; ma, presa la mano del giovine, la strinse con indicibile affetto. Diana alzò, per guardare Arrigo, i suoi begli occhi azzurri; e traluceva da quegli occhi un sorriso di cielo.

Che cuore fu il vostro, che dolci pensieri vi passarono pel capo, messere Arrigo da Carmandino, quando sentiste la stretta di quella mano paterna e la virtù di quello sguardo virgineo? Per fermo i vicini, in quel momento, videro sulla vostra fronte un'aureola, come quella dei santi, poichè hanno goduto l'aspetto di Dio. E Diana stessa, la leggiadra Diana, ebbe sicuramente a vedere alcunchè di simile, perchè tenne a lungo i grandi occhi fissi su di voi, in atto di compiacenza e di meraviglia.

— Arrigo da Carmandino, — disse, dopo brevi istanti, il padre della fanciulla, — voi siete un nobil garzone e degno d'esser amato da quanti vi conoscono. Non avete voi ancor presa la croce?

— No, messere; — rispose turbato il giovine. — Il desiderio me ne aveva colto fin dal primo giorno che il venerando vescovo di Grenoble arringò il popolo dalla gradinata di San Siro. Ho tardato, per timore non già, sibbene....

— V'intendo, messere; — ripigliò con amichevole festività l'Embriaco; — aspettavate la fascia di zendado trapunta dalla donna dei vostri pensieri.

— Non vi apponete che a mezzo; — rispose Arrigo, facendosi rosso per la terza volta. — La donna che io amo, dopo Dio e la mia fede di cavaliere, è cosa troppo alta per me, e forse io non potrò sperar mai di portarne i colori. Soltanto avrei desiderato che ella sapesse del mio disegno, per leggere nei suoi occhi un saluto. Ma lasciatemi andare; — soggiunse il giovane, dopo aver dato una timida occhiata a Diana; — io non potrei rimanere più oltre al fianco vostro, senza la croce vermiglia sul petto. —

E dette queste parole, Arrigo si mosse con giovanile baldanza verso la chiesa. Il popolo fece largo al cavaliere, sapendo che non si correva tanto in fretta verso il buon vescovo di Grenoble, se non per avere il segno della crociata. E infatti, pochi istanti dopo, il giovine Arrigo era ai piedi di Ugo, diceva il suo nome e tornava benedetto, coi due scampoli di scarlatto incrociati, verso il luogo dove aveva lasciato Guglielmo Embriaco e la sua celeste figliuola. Tutti gli astanti, che conoscevano il terzogenito di Ingo e di Rainoisa (una tra le più belle gentildonne di Genova, alla quale egli somigliava moltissimo) lo salutarono con lunghi evviva; ma il suo trionfo egli lo gustò tutto intiero negli occhi raggianti della bellissima fanciulla e nel bacio del padre di lei.

— Siate il ben venuto, — gli disse questi, — tra i cavalieri di Cristo. Ora è tempo di tornarcene alle case nostre. Arrigo, venite un tratto con noi?

Il giovane innamorato non se lo fece dire due volte. E la sua gioia fu al colmo, allorquando l'Embriaco, postagli una mano sulla spalla, mentre le donne andavano innanzi per la via di Macagnana, donde si giungeva alle case di messer Guglielmo, gli susurrò all'orecchio queste parole:

— Arrigo di Carmandino, io so tutto, ho tutto veduto. Volete voi essere mio figlio, come Ugo e Nicolao? —

CAPITOLO III.

Breve anzi che no pei lettori, ma sugoso per Arrigo da Carmandino.

Come la brigata fu giunta alle case degli Embriaci, il giovine Arrigo tolse commiato, non senza promettere a messer Guglielmo che sarebbe andato a visitarlo. Il lettore intenderà che Arrigo dicesse al padre, ma che il discorso, nella sostanza, andasse alla bella figliuola. Ed io glielo lascierò credere, sebbene avrei buono in mano per dimostrare che l'ossequio ad un uomo come l'Embriaco c'entrava per la sua parte.

Arrigo, dunque, tornò una e più volte in quella casa; e, bisogna dirlo a sua lode, ogni qualvolta ei metteva il piede sul limitare, il cuore gli batteva forte, come gli era battuto alla prima. Soltanto gli uomini della nostra generazione stracca possono affogare la delicatezza dell'affetto nelle acque morte della consuetudine; laonde a me, figliuolo del mio secolo, non fa gran senso vedere un amico mio passeggiare con aria uggiosa accanto alla moglie, non ricordando più i giorni ch'egli era tutto fuoco e fiamma per lei, ed affrettava col desiderio l'ora in cui gli fosse dato vederla, fanciulla ancora, in quella conversazione, dove si era introdotto con tanta fatica.

Ogni giorno, al cadere del sole, il nostro giovane era al fianco di messer Guglielmo, il quale si ristorava, conversando con Diana ed Arrigo, dalle quotidiane fatiche per l'allestimento del suo naviglio. L'ospite toccava di sovente il liuto, alla maniera dei trovatori, cantando qualche cobla o serventese nella lingua di Provenza; e Diana, che avea risaputo il discorso fatto da suo padre ad Arrigo, si sentiva la più felice tra le donne.

La sua allegrezza era, a dir vero, turbata dal pensiero della partenza di Arrigo. Ogni giorno ella udiva dalla bocca del padre come andassero solleciti gli apprestamenti navali, e non era quella per fermo una consolazione per lei. Ma non s'ha a credere, per altro, che la fanciulla degli Embriaci fosse una delle nostre Malvine, che dànno negli spasimi per ogni cosa, e si strappano i capegli dalla disperazione. Diana avrebbe commesso un peccato mortale a strappare i suoi, che erano bellissimi, e, nata di padre guerriero e marinaio, in tempi d'avventure e di zuffe continue, si sarebbe mostrata indegna del proprio sangue, se troppo si fosse doluta che il suo fidanzato partisse, per andare in Soria, a romper lancie contro le schiere infedeli.

La bella Diana, scambio di pregare, lavorava assiduamente a metter punti d'oro su d'una fascia di seta. Nessuno le aveva chiesto per qual santo ella usasse tanta diligenza, ma lo indovinavano tutti. In casa di messer Guglielmo non si era anche annunziato solennemente; ma tutti sapevano, congiunti, amici e famigliari, che non si poteva dare nè immaginare una coppia meglio combinata di quella.

Un uomo solo se ne rodeva, un uomo solo guardava di mal occhio il trapunto di madonna Diana. Gandolfo del Moro era amico di Nicolao, il primogenito di Guglielmo Embriaco, e Nicolao gli aveva promesso di aiutarlo presso il padre suo ad ottenere la mano della sorella. Perciò quell'altro si tenne sicuro del fatto suo; e quando tra giovani cavalieri si lodavano le grazie della bella Diana, invidiando anticipatamente il fortunato mortale che l'avrebbe condotta in moglie, messer Gandolfo tronfiava, faceva la ruota, come a dire: «invidiatemi pure, io sono quel desso.» Ma durò poco la sua gloria, ed egli si trovò scavalcato, mentre si credea fermo più che mai sull'arcione. Arrigo da Carmandino s'era fatto avanti, e gli era bastato presentarsi, per vincere. Gandolfo del Moro non volle già persuadersi che il cuore di Diana fosse libero di darsi a cui più gli piacesse, e tutta la sua rabbia si volse contro di Arrigo, come se Arrigo gli avesse rubato una cosa che apparteneva a lui, a lui, Gandolfo del Moro.

Il nostro geloso aveva pensato da prima di romperla apertamente con Arrigo e disfarsene con un buon colpo di spada. Ma il Carmandino era un osso duro da rodere, e Gandolfo era certo di averne la peggio. Allora gli venne fatto un nuovo disegno, che gli parve il migliore, tanto che volle mandarlo subito ad effetto, appostando due ribaldi in una viottola presso la torre dei Della Volta (che ancora non avevano assunto il nome di Cattanei), da dove il Carmandino, tornando da casa gli Embriaci, soleva passare ogni sera. Senonchè, la mattina dopo l'agguato, si trovò un morto sulla strada, e il superstite non ardì ritentare la prova.

Arrigo aveva indovinato donde gli venisse il colpo, ma non fece motto ad alcuno di quel suo rischio notturno, contentandosi da quella sera in poi di girar largo ai canti per esser pronto ad ogni evento e non lasciarsi cogliere alla sprovveduta. In quanto a messer Gandolfo, si può argomentar di leggieri che non andasse attorno a menar vanto della disfatta.

Intanto, l'armata genovese era in assetto per prendere il mare. La partenza fu assegnata pei primi di luglio del 1097, sotto il comando di Guglielmo Embriaco. Erano dodici galere armate di tutto punto, piene di cavalieri e di arcadori, scelti tra i riputati di Liguria, e le seguiva un sandalo, nave oneraria di quei tempi. Padroni di quelle galere erano i cittadini che ho nominati più sopra, uomini prodi e navigatori esercitati nella caccia continua ai pirati, che infestavano allora il Tirreno.

Questo, come ho detto, avveniva nel 1097. Capi dei Crociati erano (lo accennerò brevemente per chi non ne avesse ricordo) Goffredo di Buglione, duca di Lorena, Baldovino ed Eustachio, fratelli di lui, Ugo fratello del re di Francia, due Roberti, l'uno figlio al re inglese e duca di Normandia, l'altro conte di Fiandra, Raimondo conte di Tolosa e Stefano conte di Bles, tutti seguiti da un numero stragrande di Tedeschi, Francesi, Inglesi, Scozzesi, Italiani. Non andarono Spagnuoli, perchè, travagliati da guerra continua coi Mori, si potea dire che avessero la Crociata in casa. Ugo, passato in Italia, aveva rappattumati i due fratelli normanni, Boemondo di Taranto e Ruggero di Puglia, in discordia tra loro pel principato di Melfi. Con essi e con Tancredi, nipote a Ruggero, partivano ventimila uomini; anch'essi gente italiana.

Giunti per vie diverse a Costantinopoli, passato il Bosforo e calati in Bitinia, i Crociati espugnavano in cinquantadue giorni la città di Nicea; donde spartivano l'esercito in due corpi, l'uno destinato a correre la Licia e la Panfilia, l'altro a penetrare in Cilicia, dove occupava Tarso, Malmistro, seguitando poi alla volta d'Antiochia, capitale della Siria, a dodici miglia dal mare, dove era il porto detto allora di San Simeone. Colà approdavano i Genovesi, mentre l'esercito si travagliava nel difficile assedio. Ma di questo a suo luogo; rifacciamoci ora al porto di Genova, dove sta l'armata, sul punto di salpare le ancore.

La sera innanzi la partenza, Arrigo fu, come di consueto, alla casa di messer Guglielmo. L'Embriaco stava a consiglio coi notabili della città presso il vescovo di Ciriaco, e non v'ebbe che Diana a ricevere Arrigo.

— Madonna, — le disse il giovane, — domani si parte.

— Lo so; — rispose Diana, chinando i suoi begli occhi a terra, per nascondere due lagrime. — Addio dunque, messere! Il cielo v'abbia in custodia, e laggiù, tra le donne di Sion, che hanno fama di tanta bellezza, non vi faccia dimenticare di me.

— Oh, non temete! — esclamò egli con accento solenne. — Voi dovete credere, madonna, che Arrigo da Carmandino vi terrà la sua fede, come credete in Dio e nella lealtà del vostro genitore. Io vi amo, Diana, come la più santa cosa che al mondo sia, e un amore cosiffatto non può affievolirsi per volger di tempo nel mio cuore, dove esso rimarrà come sacro suggello ad ogni cosa che io pensi o faccia in futuro. Io, per contro, — soggiunse egli umilmente, — so quanto poco valgo al paragone delle grazie vostre, e temo.... temo che gli occhi di Diana degli Embriaci non abbiano a cadere su altri, migliori a gran pezza di me.

— Perdonatemi, Arrigo! — ripigliò la fanciulla, dicendo assai più cogli occhi supplichevoli che non facesse colle parole. — La donna che vi ama voleva celarvi le sue lagrime e nella confusione non ha trovato miglior cosa a dirvi che una scortesia. Ma non so parlare, io, come si dovrebbe parlare ad un uomo come voi; tutto il meglio dei miei pensieri mi resta qui, dentro il cuore. Ora sappiate che qui dentro c'è pure, e ben custodita, l'alterezza del sangue d'Ido Visconte, donde scendiamo ambedue, e la figlia di Guglielmo non può amare che un prode. O come vorreste, messere, che mentre mio padre, mio zio Primo di Castello, i miei fratelli, e con essi il fiore dei cavalieri di Genova, fossero in Terra Santa a sostenere il buon nome della nostra città (la frase è vostra, messer Arrigo), io potessi volger gli occhi intorno.... o al basso, — aggiunse ella prontamente, — per guardare i rimasti? —

Diana aveva profferito queste ultime parole con molta veemenza. Era forse quella la prima volta che sotto i sembianti della fanciulla trasparisse la donna. Del resto il momento era solenne, e amore è gran maestro d'eloquenza per tutti. Anche Arrigo fu eloquente a rispondere.

— Di ciò non dubitavo io punto; e voi, madonna, non dubitate di Arrigo. Son vissuto finora senza amare altra donna fuor quella da cui nacqui; vivrò il restante della mia vita non amando che voi. —

Non ripeterò ai lettori tutto ciò che, seguendo un bandolo così bene avviato, andavano dipanando i due giovani in quell'amoroso colloquio. Chi non è stato innamorato? E chi dunque non sa che cosa potessero dirsi quei due nobili cuori, in un momento solenne, che era il primo e poteva anche esser l'ultimo delle loro espansioni?

Diana trasse fuor da uno stipo la fascia di seta, trapunta di sua mano, la baciò e la porse ad Arrigo; il quale la prese divotamente, come vi sarà facile argomentare, baciandola a sua volta.

Il giorno seguente, sul far dell'aurora, le galere salparono le ancore, sciolsero i provesi e si misero alla via. Tutta Genova era sulla spiaggia a salutare i suoi cari.

Il mare era cheto e scintillava tremolando ai primi raggi del sole, apparso allora allora di là dall'azzurro promontorio di Portofino. Una brezza leggiera spirava da ponente, come impromessa di fortunato viaggio alle galere della croce.

Diana accompagnò fino al lido il padre, lo zio Primo di Castello e il fratello Ugo e Nicolao. Gandolfo del Moro partiva anch'egli per Terra Santa, e stava al fianco dell'amico. Ma Diana nol vide, o nol curò; ben vide Arrigo, che stava al fianco di suo padre.

La fanciulla si sentìa venir meno; pure, si fece animo, fino a tanto i suoi le furono vicini. L'addio di Guglielmo Embriaco fu quello d'un padre e d'un eroe; il che vuol dire che egli non ebbe vergogna di bagnare con una lagrima amorosa il candido fronte della sua bella figliuola.

— Le vostre preghiere, madonna, ci portino ventura. —

Furono queste le ultime parole di Arrigo; a cui Diana rispose con un gesto eloquente, alzando gli occhi al cielo, quasi lo chiamasse a testimonio del voto.

Ella stette colà, ritta, immobile, senza lagrime, sulla punta del molo, fino a tanto le galere non si dileguarono sull'orizzonte. La povera derelitta aveva la morte nel cuore.

Quando fu giunta alle sue case, nella sua fida cameretta, le forze l'abbandonarono, e pianse, pianse lungamente, colla faccia ascosa sul guanciale del suo letticciuolo. Indi, alzati gli occhi ad una immagine di Maria, che pendeva dalla parete, e che la volgare credenza attribuiva al pennello di San Luca, si fece a pregarla in tal guisa:

— Madre santa, essi vanno a riscattare il sepolcro del vostro divino figliuolo. Ma qui rimane una donna, una povera donna, senza padre, senza fratelli, senza.... Oh Maria, madre d'amore, fate voi che ritornino! —

CAPITOLO IV.

Delle prodezze di Arrigo e dei sottili accorgimenti di messere Guglielmo Embriaco.

I crociati genovesi mi pigliano per sopraccarico, ed io me ne vado con essi in Sorìa; non già per farmi cronista delle loro intraprese, chè i consoli non me ne hanno commesso l'ufficio, sibbene per poter scrivere qualche pagina di storia ai lettori, in quella parte che si ragguarda alla mia narrazione.

Le galere, partite da Genova sui primi di luglio, giunsero in ottobre al porto di San Simeone, presso Antiochia, dove allora, espugnata Nicea, stavano ad oste i cristiani. Già da quattro mesi l'esercito stringeva d'assedio quella città, ma senza alcun pro, imperocchè si difettava di artiglierie. Allora, siccome è noto, portavano questo nome tutte le macchine da trarre e ingegni di guerra, come a dire le torri di legno, le briccole, gli arieti, le testuggini, i gatti ed altri arnesi consimili.

Laonde, non è a dire come tornasse grato a messer Goffredo Buglione e a tutti gli altri baroni della crociata l'arrivo dei genovesi, che si sapeva essere in cosiffatte materie espertissimi. Tosto fu mandato incontro ad essi buon numero di cavalieri, per salutare i nuovi compagni e affrettare la loro venuta al campo latino.

Messer Guglielmo, a cui già si può dire che le mani formicolassero, accolse lietamente i messaggieri dell'esercito e lasciato il fratel suo, Primo di Castello, col figlio Nicolao, al comando dell'armata, mosse alla volta del campo con grossa schiera dei suoi e con un drappello di maestri da operare in ogni specie di legnami e congegni ferrati.

Quell'aiuto portò i suoi frutti; i quali tuttavia, per la fortezza del luogo, che era difeso da doppia cerchia di mura, e per la validissima resistenza degli assediati, non giunsero a maturità che nell'ultimo giorno di maggio del seguente anno 1098. Appunto in questo lungo frattempo, i genovesi ebbero a patir grandemente delle loro navi. Ed ecco in qual modo.

La campagna, tutto intorno ad Antiochia e all'oste dei cristiani, era mal sicura, per le continue scorrerie degl'infedeli, ed anco (rincresce il dirlo) di molti fedeli, datisi al lucroso mestiere di ladroni, che forse aveano già esercitato ne' loro paesi. Non tutti avean preso la croce per amore di Cristo; c'erano baroni, che agognavano impadronirsi di qualche città in Sorìa, la quale li confortasse della povertà di loro castellanie in Occidente, e c'erano avventurieri, che dopo avere ribaldeggiato per tutta l'Europa, venivano a cercare miglior fortuna in Terra Santa.

Così stando le cose e non potendosi distogliere dall'esercito una parte di soldatesche, le comunicazioni degli assediati col mare poteano dirsi interrotte, salvo nei casi eccezionali dello approvvigionamento, per cui si spiccavano grossi drappelli fino al porto di San Simeone. E quivi un bel giorno corse la voce, che lo esercito dei cristiani fosse stato disfatto, parte uccisi, o prigioni, e tutti gli altri sbandati per la campagna, senza speranza di poter guadagnare la spiaggia. La nuova era stata recata da due capitani d'oltremonte, i quali, una notte in cui gli assediati erano usciti dalla città e piombato in mezzo ai cristiani, sopraffatti dalla paura, avean preso la fuga e giù a spron battuto erano giunti fino al mare.

Il fratello e il figlio dell'Embriaco non sapeano che farsi, se lasciar le navi per andare in traccia dei superstiti e morire con essi, o salvare almeno l'armata, mettendosi al largo. Mentre così stavano incerti, non dando retta a Gandolfo del Moro, il quale parteggiava caldamente per un ritorno sollecito, ecco giungere alla spiaggia, dalle parti d'Ascalona, numerose schiere di Saracini, i quali accennavano di muovere alla volta d'Antiochia. Lo sbarco era fatto impossibile ormai; la perdita dei compagni più che sicura. Prevalse allora il consiglio di Gandolfo, e le galere genovesi usciron dal porto, per ritornarsene mestamente in Liguria.

Per colmo di sventura, sui primi giorni di navigazione, l'armata fu colta da una fiera burrasca, così che fu mestieri pigliar terra a Mirrea, nell'Asia Minore, sottoposta allora al dominio dell'imperatore Alessio, quel tale che amava i Crociati come il fumo negli occhi e s'augurava di vederli cader tutti quanti sotto le scimitarre dei seguaci di Macone.

A guardare le cose dal lato suo, il Bizantino non aveva poi tutti i torti del mondo. Tra quei fieri baroni d'Occidente, che andavano al conquisto di Gerusalemme, ce n'erano parecchi, e dei più riputati, pei quali il sepolcro di Cristo era un pretesto e nient'altro. A costoro era entrato in mente che, facendo il loro tornaconto, facevano ad un tempo quel della fede. Però, giunti appena a Costantinopoli, facilmente si scordavano di Gerusalemme, pensando che la conquista dell'impero di Oriente sarebbe stata la cosa più agevole e più utile del mondo. E già aveano proposto il colpo a Goffredo di Buglione; ma quell'anima onesta non volle sentirne altro, e costrinse anzi tutti quei principi e baroni a rendere omaggio all'imperatore Alessio per tutte le terre che avrebbero conquistate.