Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo
Part 19
Non valse al generoso Antar di tentare uno dei suoi salti di fianco. La lancia del cavaliere misterioso non era costretta a seguire una linea immutabile. Il calcio faceva pernio in un punto solo, e il pugno poderoso che la tenea salda, poteva aiutarla a seguire i movimenti del nemico, mantenendone la punta sul petto di lui. Liberare il suo signore non era dunque possibile; e Antar s'impennò, sbuffando, sotto la spinta gagliarda. Lo _Sciarif_ si strinse colle ginocchia ai fianchi del destriere; lasciò cadere la lancia e le redini; cercò la sua mazza all'arcione, ma non ne venne a capo, respinto com'era da quella terribile antenna. Provò allora ad arrovesciarsi sulla groppa per scivolargli da un lato, come i cavalieri della sua nazione, quando si piegano col petto in fuori per raccogliere un anello, od altro premio della corsa, che sia posato a terra, mentre il cavallo prosegue la via. Ma l'asta del nemico incalzava; il cavallo era impennato; e lo _Sciarif_ cadde miseramente d'arcione.
Se la gorgiera di Bahr Ibn non fosse stata di buona tempra, quel colpo di lancia lo avrebbe certamente finito.
Un grido di giubilo si levò allora nel campo crocesegnato. Finalmente, il cielo veniva in soccorso dei suoi.
— Potrei ucciderti; — gridò lo sconosciuto. — Amo meglio averti prigione. Arrenditi! —
Bahr Ibn si rialzava allora da terra, dopo aver liberato destramente il piè dalla staffa.
— Perchè? — gridò egli, furente dalla patita vergogna. — Se tu mi togli la perla dell'Occidente, a che mi serbi la vita? Difenditi, guerriero, e non mi fare il mercante! Se la tua lancia ha guadagnato una misura sulla mia, questa spada ragguaglierà le distanze. —
Così dicendo, lo _Sciarif_ corse al cavallo, che si era fermato pochi passi più oltre, levò dall'arcione la spada, e si piantò fieramente in attesa.
Il cavaliere sconosciuto non disse parola. Balzò di sella, diè di piglio alla poderosa sua lama e andò verso il nemico, che voleva ad ogni costo proseguire la pugna.
Non è da creder qui che le spade d'allora fossero quali ce le rappresenta l'arte del Quattrocento e dei secoli posteriori, cioè a dire pugnali allungati alla misura di spiedi. Anche pesanti per le nostre braccia disavvezze, quando ci proviamo a trattarne qualche rugginoso esemplare, queste spade non potevano paragonarsi alle antiche, nè pel loro peso, nè per la larghezza della lama, nè pel modo di usarle. Fu solamente dopo la metà del secolo decimoterzo che gl'italiani incominciarono a seguire la nuova usanza dei Francesi, dimenticando gli antichi spadoni a due tagli, per servirsi delle spade da punta, più sottili e più maneggevoli a gran pezza. Le vecchie spade, le spade di Orlando, di Oliviero, e di Uggero il Danese, pesavano intorno a cinque libbre; la lama era lunga almeno un metro, si allargava nel forte fino ad otto centimetri, nel debole si restringeva a quattro. Così larghe e pesanti, dovevano tagliare assai meglio che pungere. Tali erano Fusberta, Durindana, Gioiosa, e tutte le altre spade gloriose dei quattro secoli intorno al Mille; veramente temperate con arte magica, poichè dovevano fendere le armature, e far servizio di ore, di giorni intieri, in mano ai loro possessori. E in quell'arte i maghi più esperti di Sorìa potevano trovarsi a Damasco; quelli d'Italia a Milano.
I due campioni si posero in guardia; lo sconosciuto colla punta in alto, pronto a calare un fendente appena si muovesse quell'altro; Bahr Ibn colla lama poco distante da terra, colla persona a mezzo curvata, per tenersi pronto del pari a ferire e a cansarsi.
Era evidente che lo _Sciarif_, notata la corporatura straordinaria del suo avversario, mirava a sfuggirgli, e lasciarlo ruzzolar dietro ad un colpo che gli andasse a vuoto, per coglierlo di fianco e scegliere il punto in cui potesse più sicuramente ferirlo. Ma il cavaliere sconosciuto mostrò fin dai primi colpi di non voler essere ingannato che a mezzo. Infatti, calò il suo fendente, ma fiacco, e quasi nel solo intento di palpare davanti a sè, come uomo che brancoli nel buio. Lo _Sciarif_ spiccò un salto e gli fu rapidamente sulla destra. Ma l'altro non si era punto squilibrato, e il suo fendente, rimasto a mezz'aria, non ebbe che a mutarsi in manrovescio, per far capire al Saracino che certe malizie erano fuori di luogo. E perchè la lezione si stampasse meglio nella testa d'uno scolaro, quel manrovescio diè così forte sulla visiera dell'elmo, che la ruppe senz'altro.
Fremette di rabbia lo _Sciarif_, e, senza badare al sangue che gli grondava dalla guancia percossa, si avventò allo sconosciuto, menandogli un colpo a tutta forza sul capo. Ma non trovò che l'òmero del nemico, perchè questi si era cansato in quel punto, e la lama, dopo aver rotta la maglia, rimbalzò lungo dal corpo, sospinta da un moto repentino del ferito.
La fretta, la bramosìa furibonda di render sangue per sangue, aveva tradito Bahr Ibn. Prima che egli avesse rialzato la lama per raddoppiare il colpo, quell'altro aveva colla manca afferrato la sua spada a mo' di croce sotto gli elsi, e spingendosi sotto misura colla rapidità della folgore, dava del capo a mezzo il petto del suo avversario.
Un masso scagliato da una catapulta non avrebbe fatto rovina maggiore. Lo _Sciarif_ balenò un tratto sulle ginocchia, annaspò colle braccia; lasciò cadere la spada, e andò ruzzoloni sul terreno.
A quel colpo maestro, i Cristiani riconobbero il loro campione.
— Tosta di maglio! — gridarono. — È il glorioso Testa di maglio! —
I lettori rammentano certamente, non per merito mio, ma per l'altezza del personaggio, quello che di Guglielmo Embriaco ho raccontato in principio. Nella presa di Gerusalemme il forte uomo aveva rotto in simil guisa l'ostacolo che opponeva al suo passaggio un manipolo di Saracini; e il soprannome di Testa di maglio aveva consacrato l'impresa.
Immaginate l'allegrezza di tutti quei cavalieri, quando credettero di aver conosciuto l'eroe. Immaginate quella di madonna Diana, al cui pensiero già era balenato il dubbio che quel cavaliere sconosciuto potesse essere il padre suo, poichè egli lo ricordava tanto nella voce e negli atti. Il dubbio, ho detto, e non altro. Infatti, come poteva egli trovarsi laggiù, davanti a Tortosa? Ella non sapeva già che Arrigo da Carmandino e Caffaro di Caschifellone, tornati appena dalla trista spedizione di Gaza, avevano spiccato una galera sottile dell'armata di Tortosa, per mandare incontanente a Guglielmo Embriaco l'annunzio di ciò che era avvenuto alle strette di Cades. Non sapeva già, che, un mese dopo l'invio, erano capitate nelle acque di Tortosa altre otto galere genovesi, comandate da Mauro di Piazzalunga e da Pagano della Volta, e che quando lo _Sciarif_ ebbe bandita la giostra di cui essa doveva essere il premio, i comandanti dell'armata genovese non avevano accettato l'invito, se non dopo un consiglio tenuto sulla galera padrona, consiglio segreto, a cui erano stati ammessi soltanto i più vecchi, gli uomini consolari della spedizione, e che era parso misterioso più del bisogno a Caffaro e ad Arrigo.
Udite le tristi nuove di Soria, messer Guglielmo non aveva posto tempo in mezzo, e, con tutte le navi che erano allestite nel porto, si era messo alla via per lo stretto di Messina, donde a golfo lanciato aveva fatto cammino per alla volta di Rodi e Tortosa. Non era sicuro di salvare la sua bella figliuola; ma aveva giurato di vendicarla.
Ma torniamo al racconto, che, per questi cenni necessarii, abbiamo dovuto interrompere.
— Sì, Testa di maglio! — gridò lo scudiero, che poc'anzi aveva risposto al nome d'Antiochia, e che era per l'appunto il nostro Anselmo, il vecchio arcadore, il servo prediletto di madonna Diana. — Testa di maglio, castigo dei miscredenti e dei rapitori di donne! —
Nuove grida risposero alle parole del vecchio Anselmo. Quel terribile cavaliere che ristorava le sorti della giostra e il buon nome delle armi genovesi, era proprio messer Guglielmo, il vincitore di Gerusalemme e di Cesarea, il console del Comune di Genova.
Intanto l'Embriaco era corso addosso all'avversario, per mettergli il ferro alla gola. Si trattenne, per altro, vedendo che lo _Sciarif_ non faceva atto di resistenza, e chiamò i valletti, perchè andassero in aiuto del vinto.
Slacciato l'elmetto, si vide lo sfregio alla guancia; ma questo non era grave, e il sangue che inondava la faccia di Bahr Ibn non doveva esser sgorgato in copia così grande da una così lieve ferita. Zeid Ebn Assan, che era accorso a sua volta, vide pur troppo donde venisse quel sangue. Le labbra del ferito ne erano tutte imbrattate, e ad ogni tanto ne davano fuori, minacciando di soffocarlo.
— Mio signore! — gridò il vecchio Zeid, con voce lagrimosa. — Mio dolce signore! —
E così dicendo, si fece con amorosa cura a sollevare da terra il caduto. Tra lui e i valletti, ne vennero a capo, e l'infelice Bahr Ibn potè finalmente trarre il respiro.
— Aveva ragione il profeta! — mormorò lo _Sciarif_. — Sono un uomo spacciato.
— Perchè dici tu questo? Vivrai, gloria dell'Islam; la mano dell'onnipotente è ancora distesa su te.
— No, mio Zeid, mi sento morire. Non vedi? — E accennava il sangue che gli fiottava dalla bocca. — Ho il petto infranto, e le menzogne pietose non giovano. —
Zeid Ebn Assan diede in uno scoppio di pianto. Egli bene intendeva come ogni speranza fosse perduta oramai.
— Non piangerei — riprese Bahr Ibn. — Così era scritto lassù. E a me non duole il morire... purchè non mi maledica Diana....
— Essa ti compiange, mio signore! — rispose il vecchio, che aveva veduto la fanciulla degli Embriaci discendere dal palco, e gettarsi nelle braccia del padre, poco lunge da loro. — Il cuore della bionda cristiana è buono, e sa perdonare le colpe d'amore. Ah perchè doveva il destino colpir noi in tal guisa, e privarci di te, quando ne era più grande il bisogno?
— Meglio così — disse Bahr Ibn. — È la morte del guerriero, e niente è più bello... del morir giovani... quando non si spera più nulla dagli angeli della vita. Ditemi... — soggiunse, dopo aver fatto uno sforzo, per rattenere lo sgorgo del sangue dalle fauci; — vive Arrigo? Potrà risanare?
— Si, mio signore. Non gli hai tu accordato generosamente la vita?
— Ah, sono felice di averlo fatto! A lui il mio buon destriero.... datelo a lui il mio fedele Antar! Pregatelo di non odiare la memoria di Bahr Ibn. Era destino che io gli fossi rivale. Chi aveva veduto la perla di Occidente, doveva possederla... o morire. —
Furono le ultime parole di Bahr Ibn, il Fatimita secondogenito dell'estinto califfo del Cairo, o del soldano di Babilonia, come dicevano allora i Cristiani.
Certo, il giovine e valoroso _Sciarif_ meritava una sorte migliore. In quell'indole fiera l'amore aveva destato un incendio, e nell'impeto delle sue vampe gagliarde si era offuscata la ragione. Ma pensiamo, a sua scusa, che era un figlio del suo tempo e della sua nazione, ancor barbara a mezzo, e non dimentichiamo neppure che, giusta il sentimento del vecchio Zeid, le colpe d'amore meritano più facilmente d'ogni altra il perdono dei cuori gentili.
La fanciulla degli Embriaci, campata finalmente da tanti pericoli, sentì di non odiare Bahr Ibn, che l'aveva salvata dal più tristo dei suoi persecutori, e nel candore della sua coscienza pregò pace all'anima dello _Sciarif_, non ricordando neppure essere egli un infedele, morto lontano da ogni via di salvezza.
Badate, egli non è per sentenza mia che vi parlo così. Tento di conciliare la cosa colle idee del tempo di cui vi ho narrato. Quanto a me, ricordo di aver letto nelle epistole di un padre della Chiesa, non doversi in questa delicata materia giudicare a occhio e croce. «Che ne sapete voi dell'ultim'ora di un uomo? Un angelo può sempre giungere in tempo e bisbigliare non visto all'orecchio del morente la parola che deve aprirgli le porte chiuse del cielo.»
Santo padre della carità! Dopo voi, bisogna confessarlo a nostra vergogna, non è stato più detto nulla di simile.
CAPITOLO XX.
In cui si finisce una storia, promettendone un'altra.
Il triste esito della giornata sul piano del Sicomòro aveva colpito d'alto sgomento i Saracini. La superiorità delle armi cristiane si era solennemente affermata colla inattesa apparizione di Guglielmo Embriaco. Anche questi aveva dovuto comperare la vittoria con qualche goccia del suo sangue: ma lo _Sciarif_, anima della difesa di Tortosa e speranza dell'Islam in Terrasanta, aveva cessato di vivere.
Tortosa oramai si trovava orbata del suo più valido campione, e, quel che era peggio, obbligata a difendersi dal più terribile avversario che i Saracini potessero avere in Sorìa. Guglielmo Embriaco mostrò, con la prontezza delle sue risoluzioni, che lo sgomento dei nemici non era punto fuori di luogo. I difensori della città noveravano ancora i giorni che sarebbe potuta durare la resistenza, e già nei consigli dell'esercito genovese era deliberato l'assalto.
Arrigo da Carmandino, riavutosi dal suo stordimento, chiese a Messer Guglielmo Embriaco di poter guidare egli stesso le schiere genovesi all'assalto. Il valoroso Testa di maglio, il quale non era andato in Sorìa per togliere ai giovani la gloria di una spedizione che essi avevano già così bene avviata, non volle negare questa consolazione a quel prode congiunto, che egli amava già come un figlio. E l'esercito intiero giubilò, quando seppe che Arrigo da Carmandino, uno dei primi sulle mura di Antiochia, di Gerusalemme e di Cesarea, lo sarebbe stato del pari sulle mura di Tortosa. Il nome del capitano non era per sè stesso di buon augurio all'impresa?
La fama del Giovannita non si era punto scemata per l'esito infelice del suo combattimento collo _Sciarif_. Rammentavano tutti come Bahr Ibn andasse debitore della sua prima e facile vittoria al colpo di mazza che aveva dato sulla cervice del cavallo di Arrigo, colpo disgraziato, secondo i giudizii più miti, ma sempre contro le norme della cavalleria.
Cento e sessantatrè anni più tardi, sul piano di Benevento, dovevano macchiarsi di grave colpa i cavalieri di Carlo d'Angiò, per aver rotte le schiere di Manfredi, usando il brutto artifizio di ferire i cavalli. E messer Ludovico Ariosto, narrando la pugna di Ruggero e Mandricardo, potè raccogliere la dottrina cavalleresca, intorno a questo particolare nella ottava seguente:
Ferirsi alla visiera al primo tratto; E non miraron, per mettersi in terra, Dare ai cavalli morte; ch'è mal atto, Perch'essi non han colpa de la guerra. Chi pensa che tra lor fosse tal patto, Non sa l'usanza antiqua, e di molto erra; Senz'altro patto, era vergogna e fallo E biasmo eterno a chi ferìa 'l cavallo.
L'assalto di Tortosa, felicemente riuscito, coperse di gloria il nome Arrigo. E messer Guglielmo, che era stato presente a tutta quella importantissima fazione lodò assai il giovine capitano, pel valore e per la saviezza di cui aveva fatto prova, ottenendo una così splendida vittoria con poco spargimento di sangue.
Non meno lieto dell'Embriaco fu il re Baldovino, che, risaputo appena il felicissimo evento, mandò con gran sollecitudine a Tortosa il suo confidente Folchiero di Chartres, per congratularsi coi Genovesi, e invitare i capi a recarsi in Gerusalemme.
Andarono tutti, e messer Guglielmo condusse la figlia con sè. Del vecchio Anselmo non occorre il dire, perchè questi, nella sua nuova qualità di scudiero, doveva seguire il suo signore, come fa l'ombra il corpo.
Baldovino accolse con grande onoranza i suoi fidi e valorosi amici di Genova, e molto si rallegrò di vedere la bella figliuola dell'Embriaco, che egli aveva già ricevuta nella sua corte, celata sotto spoglie virili, e intorno a cui si era svolta, in quel breve spazio, di tempo, una vicenda così assidua di strane avventure.
Data la parte loro alle cerimonie ed alle feste, il re Baldovino pensò a cavare i frutti di quella visita, impegnando i Genovesi all'imminente assedio di Tripoli. Quell'altra impresa era stata disegnata e doveva essere condotta dal conte di Sant'Egidio, uno dei pochi baroni d'Occidente, rimasti a difesa del regno crocesegnato.
Messer Guglielmo promise, in nome dei suoi figli e di tutta l'armata che essi guidavano. Quanto a lui, era venuto per un ufficio di padre, e doveva ritornare incontanente a Genova, dove lo richiedevano le sue cure di console. Per altro, innanzi di rimettersi in mare, il forte uomo avrebbe voluto assicurare la sorte della sua Diana, dandola in moglie ad Arrigo. Ma qui, dove meno se l'aspettava, occorse l'intoppo. Arrigo non era più libero, e doveva rinunziare ad ogni speranza di felicità sulla terra.
— Padre mio, — diss'egli piangendo, — quando avevo perduto ogni fiducia nelle mie forze e in quelle degli uomini, per rintracciare la vostra diletta figliuola e liberarla dalle mani dei tristi, ho giurato di consacrare il resto dei miei giorni all'Ordine del glorioso San Giovanni, se madonna Diana fosse restituita incolume ai suoi cari.
— E al vostro voto, Arrigo, io son debitrice della mia salvezza; — rispose Diana, non meno commossa di lui. — Questo è volere di Dio; rispettiamolo. Io pure ho giurato. O di Arrigo, o di nessuno. Voi tra gli Ospitalieri di San Giovanni; io tra le vergini di Santa Maria Latina. —
Messer Guglielmo non seppe che rispondere.
Intanto quei due giovani piangevano. E il vecchio Anselmo, che era profondamente pio, ma che credeva altresì non potere certi sacrifizii tornare accetti al Signore, prese di schianto una grande risoluzione.
— Infine, — borbottò egli tra i denti, — un re è un uomo come un altro, e non mi mangerà mica cogli occhi. —
Avete già capito che il vecchio scudiero domandava un'udienza al re Baldovino. E l'ottenne, e là, senza tanti preamboli, con schiettezza da soldato e da marinaio, gli raccontò ogni cosa, dall'a fino alla zeta.
— Mio buon amico, e che ci posso far io? — disse il re, dopo averlo ascoltato con molta benevolenza. — Non c'è che il Papa, per sciogliere i voti dei fedeli cristiani.
— È vero.... — rispose Anselmo; — è proprio vero.... — aggiunse, mentre si recava macchinalmente e poco rispettosamente la mano al capo, per grattarsi la nuca. — Ma ecco qua!.... Il Papa non ha forse un legato in Gerusalemme? E non ce l'avrà mica mandato, io mi penso, per legare soltanto! —
Il re Baldovino, a quella uscita spontanea del vecchio, non seppe trattenersi dal ridere.
— Hai ragione, in fe' mia! — esclamò. — Vedete questo vecchio arcadore, — soggiunse, volgendosi a Folchiero di Chartres, che era stato l'introduttore di Anselmo, — vedete questo vecchio arcadore, che mette un re sulla via! Tanto è vero che i buoni consigli si trovano da per tutto! —
Fu chiamato senza indugio il legato, che era, come sapete, il buon vecchio Maurizio, anch'egli amico dei Genovesi, e spettatore della giostra sul piano del Sicomòro. Delle sue buone disposizioni per tornar utile a messer Guglielmo non si poteva dubitare.
— I Genovesi ci hanno grandemente aiutato, e più ancora ci aiuteranno in questa edificazione del reame di Cristo; — disse il re Baldovino. — È debito nostro, messere, di fare in guisa che il console di Genova se ne parta contento.
— Sire, voi dite il vero; — rispose il vescovo Maurizio. — E poichè noi abbiamo potestà di legare e di sciogliere, possiamo anche rimettere il suo voto al prode Carmandino, al vincitore di Tortosa. Ma pensate che egli ripasserà il mare e il regno vostro avrà perduto un valente campione. È già troppo scarso il numero dei baroni d'Occidente, a cui non sia parso grave di rimanere in Terrasanta, per servizio di Cristo!
— Voi dunque non sciogliereste dal suo voto Arrigo da Carmandino? — disse il re, scosso da quella argomentazione del vescovo.
— Sì e no; — rispose Maurizio. — cioè a dire, vorrei poter conciliare una cosa coll'altra. Il voto è senza fallo una ispirazione del cielo. Ora, se noi ce ne assicurassimo i frutti, anche pagando quell'altro di due cuori innamorati, pare a me che si potrebbe consentire al matrimonio senza rimorsi.
— Pare anche a me d'indovinare il vostro pensiero. Sciogliere il Carmandino dal suo voto, ma ritenerlo con giuramento al nostro servizio. Non è così?
— Per l'appunto; — rispose il legato.
Quel medesimo giorno, alla presenza del re e di tutta la sua corte, il vescovo Maurizio così parlava ad Arrigo da Carmandino e a Diana degli Embriaci:
— Miei figli, Iddio, padre di amore, non accoglie i voti che condannano i cuori ad un eterno martirio. Iddio vuol servi amanti ed operosi. Le tristi prove, durate da voi con tanta costanza e fiducia, gli bastano. In nome di Dio, non accetto il voto di Arrigo che in parte. Sia sposo a Diana, ma resti in Sorìa, dove il regno di Cristo ha mestieri di valorosi campioni, e dove egli potrà essere utile, colle armi di San Giorgio, come se fosse ascritto alla milizia di San Giovanni. —
Piacque la cosa ad Arrigo, che ringraziò con effusione il buon legato, e promise tutto ciò ch'egli volle. Piacque a messer Guglielmo, che si separava da sua figlia; ma la vedeva già signora di un principato in Terrasanta, scambio di lasciarla umile e triste monaca nell'ospizio amalfitano di Santa Maria Latina. Quanto a Diana, che vi dirò? La sua felicità era pari a quella di Arrigo. Del resto, l'amore della fanciulla non era forse incominciato dal giorno che il bel Carmandino aveva presa la croce? E non era giusto che continuasse all'ombra della croce?
Tre anni dopo le cose narrate, e così male, dal vostro servitore umilissimo, tutta la costa di Sorìa era ridotta, la mercè dei Genovesi, in soggezione di Baldovino. Il quale, in ricompensa delle espugnazioni di Malmistra, Solino, Laodicea, Tortosa, Tripoli, Gibello, Beirut, Acri, Gibelletto, Cesarea, Assur, Joppe, Ascalona, diede in feudo a cittadini genovesi parecchie terre, e alla gloriosa repubblica una contrada in Gerusalemme, una in Joppe, e la terza parte delle entrate marittime di Assur, di Cesarea e di Acri, nelle quali città i mercatanti genovesi avevano un proprio magistrato e vivevano colle leggi loro, come se fossero sempre all'ombra delle torri di Sarzano.
Del resto, carta canta; ed ecco qua il privilegio, come fu vergato in pergamena e trascritto dai Genovesi (in latino, s'intende) sul libro del Comune:
«L'anno della Incarnazione del Signore mille cento cinque, a ventitrè giorni di maggio, nel tempo che il patriarca Damberto presiedeva al governo di Jerusalem, regnante Baldovino, Dio onnipotente, per mano dei servi suoi Genovesi, ha dato la città di Accon (Acri, o Tolemaide) al suo glorioso sepolcro. I quali eziandio vennero col primo esercito dei Franchi, e virilmente si adoperarono all'acquisto di Antiochia, di Jerusalem, di Laodicea e di Tortosa; e loro soli acquistarono le terre di Solino e di Gibello, ed accrebbero all'imperio di Jerusalem le terre di Cesarea e di Assur. A questa così valorosa gente, Baldovino re invittissimo ha dato in perpetua possessione in la città santa di Jerusalem una contrada, e in la città di Joppe un'altra; ed oltre ciò la terza parte di Cesarea, di Assur e di Accon.»
Ho accennato poc'anzi a qualche feudo. Infatti, i due figli dell'Embriaco ebbero l'investitura di Gibello, l'antica Biblo, da essi conquistata. Arrigo da Carmandino ebbe Larissa, e il suo territorio, eretti in contea, e concessi in dote a Diana. Così Baldovino riconobbe, anche in una donna, gli obblighi di gratitudine che aveva verso Guglielmo Embriaco.
Mi domanderete di Anselmo. Il degno personaggio che avete conosciuto fin dal principio di questo racconto, cambiò una terza volta di professione. Era stato balestriere e poi guardiano di casa; in processo di tempo scudiero dell'Embriaco; da ultimo passò ai servigi di Arrigo, o, se vi piace meglio, di madonna Diana da Carmandino.
Perchè bisogna dir proprio Diana da Carmandino. Caffaro di Caschifellone si era acconciato anche lui a chiamarla così. Per altro, non aveva accettato l'invito fattogli da Arrigo, di andare a riposarsi per qualche settimana, nella contea di Larissa, dalle fatiche di quella guerra triennale.