Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo
Part 18
Tornato nel mezzo del campo, lo _Sciarif_ si volse a Mauro di Piazzalunga e così gli parlò:
— Cristiano, ricordo che Arrigo da Carmandino è stato mio ospite. Io l'ho raccolto morente in Cesarea e l'ho condotto nel deserto con me. Il mio Zeid ha medicato le sue ferite e lo ha campato da morte. Se vi piace, anche una volta il sapiente mio servitore potrà dar l'opera sua al ferito. —
Il maestro di campo ringraziò, quantunque di mala voglia. Ma che altro poteva far egli? L'offerta era cortese, e il bisogno di accettarla era grande. A quei tempi, la scienza aveva patteggiato cogli Arabi, e Galeno ed Ippocrate non avevano migliori sacerdoti dei Saraceni, dopo che questi si erano impadroniti d'Alessandria, la città più dotta del mondo.
Frattanto il caduto era portato via dal campo, fuori dei sensi, e a tutta prima creduto morto dai suoi. Per ventura, non si trattava che di uno stordimento, cagionato dal colpo sull'elmetto, e di qualche lieve ferita al viso, su cui si era spezzata la visiera di ferro. Zeid Ebn Assan, mandato dallo stesso _Sciarif_ e accolto con segni di grande onoranza dai capitani genovesi, visitò con ogni diligenza il ferito, e dichiarò che pericolo di vita non c'era.
Il vecchio Arabo ebbe anzi la fortuna di vedere aprir gli occhi al suo antico ammalato e di udirne le prime parole, che erano un ringraziamento ed una interrogazione.
— Mio signore — gli bisbigliò Zeid all'orecchio, — porterò la lieta novella della tua salvezza alla donna del tuo cuore. —
Gli occhi di Arrigo espressero al Saracino tutta la gratitudine di cui egli era compreso. Ma il pensiero della prigionia di Diana e del non aver potuto egli far nulla per lei, tornò, insieme con quelle parole, alla mente del giovane, che tosto ricadde nel suo abbattimento.
In quel mezzo, i cavalieri di Genova si consigliavano di ciò che avessero a fare. Caffaro di Caschifellone voleva ad ogni costo entrar secondo in lizza; ma si opponevano altri, chiedendo a gara di succedere ad Arrigo. A chetarli, fu proposto di lasciare il giudizio alla sorte; e già si disponevano a tentare la prova, allorquando si udì lo scalpito di un cavallo che giungeva a galoppo.
Si volsero incontanente e videro un cavaliere tutto vestito a gramaglia, su d'un destriero anch'esso bardato di bruno.
— Messeri, — diss'egli, avvicinandosi e rivolgendo la parola ai due figli di Guglielmo Embriaco, — mi concedete voi di combattere contro il rapitore di madonna Diana, vostra sorella? Io ve ne prego, ve ne supplico, per quanto avete di più caro sulla terra.
— E chi siete voi, messere, — disse di rimando Ugo Embriaco, a cui la visiera calata del nuovo venuto non permetteva di conoscer chi fosse, — per nutrire la speranza che noi vogliamo concedervi questo onore?
— Son tale, — rispose lo sconosciuto, con voce tremante per la commozione, — che ha il diritto e l'obbligo di domandare, non già l'onore, come voi dite, ma la grazia di andar primo al pericolo.
— La grazia; — ripetè Ugo Embriaco, che non afferrava il senso di quella distinzione.
— Sì, messere. Ma consentite che io non dica di più. Ad uno di voi, a messer Nicolao, se non vi spiace, dirò tal cosa che lo persuaderà certamente di farsi mallevadore per me. —
La novità del caso avea tolto la parola a tutti gli astanti. Ugo si volse al fratello, che era il maggiore dei due, come per lasciargli la cura di cavarsi d'impiccio, o il carico di prendere una deliberazione in proposito. Messer Nicolao si fece avanti, senza aprir bocca, e avvicinatosi allo sconosciuto, stette ad udire il secreto, che quegli voleva confidare a lui solo.
Alle prime parole del nero cavaliere, il primogenito di Guglielmo Embriaco fece un gesto di meraviglia; ma tosto si ricompose, in atto di severo ascoltatore. Le ragioni dello sconosciuto dovevano essere molto incalzanti, o molto ben disposto Nicolao ad accoglierle, perchè, dopo alcuni istanti di colloquio, questi andò verso il fratello Ugo e gli disse:
— Io penso che dobbiamo lasciare entrar primo in lizza costui.
— Ma lo conosci tu? — chiese Ugo, stupito della pronta condiscendenza del fratello.
— Mi pare; — rispose quell'altro.
— Pare anche a me d'indovinarlo, — riprese Ugo. — E se io non m'ingannassi...
— Dovreste ammettere, fratello mio, — interruppe messer Nicolao con accento tra malinconico e severo, — o la prova dell'innocenza, o la giustizia di Dio.
Ugo Embriaco non aggiunse parola.
— Ma forse v'ingannate, — continuò Nicolao. — Ed ora, messeri, lasciate passare il cavaliere innominato. Io lo conosco e sto mallevadore per lui.
— Grazie! — mormorò lo sconosciuto, chinando la fronte sul collo del suo destriero, come se non gli paresse bastante la visiera dell'elmo a nascondere la sua commozione.
Gli araldi cristiani diedero una seconda volta nelle trombe in segno di sfida, e al loro squillo risposero tosto dall'altra parte le trombe dei Saracini.
Bahr Ibn fu sollecito a ritornare nello steccato, con una nuova rotella al braccio e una nuova lancia nel pugno.
Egli guatava frattanto quell'altro avversario che gli era opposto dal campo cristiano.
— È nero dal capo alle piante come Azraele! — dicevano i suoi cavalieri intorno a lui.
— Ben venga l'angelo della morte! — gridò lo _Sciarif_. — Egli mi avrà liberato da un peso assai grave. Ma temo, — soggiunse, con un accento tra minaccioso e triste, — che non sarà neppur lui il padrone della mia vita. —
I maestri di campo si fecero innanzi per adempiere al loro uffizio e stabilire le condizioni dello scontro, o, a dire più veramente, per farle conoscere al nuovo venuto, poichè erano le stesse dello scontro antecedente, e Bahr Ibn non aveva ad udirle più oltre.
Come ebbero finito, un gran silenzio si fece per tutto il campo. L'ansietà si dipingeva in varie guise su tutti quei volti abbronzati, ma tra i Cristiani più viva, più profonda, che non tra i Saracini. Questi conoscevano già alla prova il loro campione, quegli altri non sapevano neppure il nome di colui che era venuto così d'improvviso a vendicar l'onta della loro prima sconfitta. Chi era costui? Non poteva anche essere un temerario, che troppo presumesse di sè? E non dovevano per avventura prepararsi ad un nuovo scorno, tanto più probabile, in quanto che tutti conoscevano la somma valentia di colui che era stato vinto dallo _Sciarif_ e altro vantaggio non potevano sperare che da un capriccio di fortuna?
A Caffaro non diè neppur l'animo di assistere al combattimento.
— È una perdita di tempo; — diceva egli a Ferrario di Castello. — E ciò senza contare che questo cavaliere sconosciuto mi torna di mal augurio per gli altri che la sorte chiamerà a succedergli. —
Finalmente, fu dato il segnale. I due campioni erano liberi di andarsi contro l'un l'altro.
Stettero un tratto a guardarsi. Poi lo _Sciarif_ volse gli occhi al palco su cui stavano le donne. Diana era al suo posto, ed appariva più calma. Zeid Ebn Assan stava ritto al suo fianco, e certo le avea recato nuove di Arrigo.
— Per Allah! — disse il forte guerriero tra sè. — Questa volta io non la farò piangere. Chiunque abbia a cadere di noi due, non si tratterà più di vedere in pericolo il suo fidanzato. —
Diede, ciò detto, un'ultima occhiata al suo avversario, e lo vide pronto a partire. Spianò la sua lancia, ne fermò il calcio tra l'òmero e il petto, e lanciò il suo cavallo a carriera.
Il generoso animale sentì l'impulso delle ferree ginocchia, e, caldo ancora del primo incontro, andò veloce come uno strale verso il mezzo del campo.
Chi non sa come il cavallo partecipi alle nostre passioni, alle ire, ai desiderii, agli impeti nostri? Il nobile amico dell'uomo si sente amato e riama, dando la gagliardia dei suoi tendini, l'ardore della sua indole al cavaliere, diventando come una moltiplicazione della forza di lui, mettendo un'altra volontà, un'altra vita, a servizio della sua.
Così Antar, il cavallo prediletto di Bahr Ibn, volava feroce allo scontro.
Anche l'avversario era ben provveduto. Ma il cavaliere riusciva nuovo al cavallo, che riconosceva in lui un padrone, e non sentiva un amico.
Però, all'urto delle due lancie, il cavallo bardato di nero inalberò, e il cavaliere, perduto l'equilibrio, spinto da una forza irresistibile, fu balzato di sella.
Che era egli avvenuto?
Lo _Sciarif_ quella volta aveva mirato più basso di prima. Non voleva che gli fosse sviato il colpo, come già gli era occorso col suo primo avversario. A mezzo il cammino che doveva percorrere, si era curvato quanto più poteva sull'arcione, badando a coprire colla rotella il breve spazio che intercedeva tra il suo petto e il collo di Antar. L'asta del cavaliere innominato urtò sull'elmetto, e scivolò, stracciando la verde fascia dei discendenti del Profeta. Quella di Bahr Ibn entrò fra lo scudo del nemico e l'arcione, trovando il giaco del cavaliere, là dove finisce il costato. La maglia, colta in pieno dal ferro di Bahr Ibn, non resistette, così violento fu l'urto. L'asta in quella vece si ruppe, ma il tronco rimase nella ferita.
Mandò un gemito il disgraziato, e cadde riverso a terra. Lo _Sciarif_, fornita la sua corsa fino alla estremità della lizza, tornò indietro a briglia sciolta, balzò da cavallo colla rapidità della tigre, e, sguainata la spada, volle dare il colpo di grazia, cercando colla punta l'allacciatura dell'elmo.
— Ferma — gridarono i maestri di campo, accorrendo solleciti.
— Perchè? — gridò lo _Sciarif_. — Non è questo il mio dritto?
— Sì; — disse Mauro di Piazzalunga; — ma tu colpisci un morto. —
E mostrò a Bahr Ibn il petto squarciato del suo avversario. Il tronco della lancia palpitava nella ferita, e il sangue gorgogliava nerastro intorno alle anella spezzate della maglia d'acciaio.
Bahr Ibn si arrestò e rimise la spada nel fodero.
Intanto erano accorsi i valletti, e insieme con essi il vecchio Zeid, per offrire l'opera sua, quantunque, a giudicarne dalla prima apparenza, la vedesse inutile affatto.
Slacciarono l'elmo e tolsero la cervelliera al ferito. La morte gli stava nel viso. Ma anche tra i lividori ond'era cosparso e le contrazioni cagionate dallo spasimo atroce dell'ultim'ora, fu agevole a tutti di riconoscerlo. Bahr Ibn diede in un grido di stupore e di raccapriccio.
— Gandolfo! — esclamò.
Indi, volgendosi al palco delle donne, soggiunse:
— Perla dell'Occidente, son io che ti vendico!
— Ah, l'avevo pure indovinato! — disse Ugo Embriaco, volgendosi al fratello.
— Orbene? — replicò Nicolao. — Che cosa vi dicevo io? O la prova dell'innocenza, o la giustizia di Dio. Passi la giustizia di Dio: — aggiunse con una voce piena di tristezza, il primogenito degli Embriaci: — e gli uomini si dispongono a perdonare. —
Ciò detto, senza che Ugo ardisse rispondere altro in quel momento solenne, messer Nicolao si avvicinò al suo vecchio amico, la cui vista cominciava ad offuscarsi, mentre le braccia annaspavano, come cercando di aggrapparsi a qualche cosa che lo trattenesse un istante sull'orlo della tomba.
— Povero Gandolfo! — mormorò Nicolao. — Potessi tu almeno morire in pace colla tua coscienza!
— Ho tradito... — balbettava il morente, — ho tradito, sì... ma ho pure, espiato!... _Sciarif_, rendi la fanciulla.... o morrai.... Quest'oggi morrai.... — incalzò, facendo uno sforzo supremo, per compier la frase, — quest'oggi, come muoio io.
— Pensa a te, bugiardo profeta! — gridò lo _Sciarif_, inasprito da quella minaccia del moribondo. — Salva te stesso, se puoi.
— L'anima... l'anima vorrei salva... — rispose Gandolfo — E il perdono dei miei... il perdono di madonna.... —
Voleva aggiungere Diana; ma il sangue incominciava a flottargli dalla bocca e non gli consentiva altre parole.
Mauro di Piazzalunga si volse al palco delle donne, e ad alta voce espresse il desiderio del morente.
— Madonna Diana, — gridò, — Gandolfo del Moro chiede il vostro perdono. Concedetelo, e sia per lui l'impromessa del perdono di Dio. —
La fanciulla degli Embriaci esitò un istante, ma più pel turbamento ond'era stata colta da quella sequela di casi, che non per titubanza a concedere. Indi, mormorato un sì, e temendo che la sua voce, soffocata dalle lagrime, non potesse giungere al moribondo, slacciò la fascia che le stringeva la vita e la gettò a Mauro di Piazzalunga.
Lo _Sciarif_ guardava e taceva. Ma fremette, nel profondo del cuore, al vedere quell'atto. Avrebbe cangiato volentieri di posto con Gandolfo del Moro, per ottenere quel segno di perdono da lei.
— Madonna si raccomanda alle vostre preghiere lassù, e vi manda la sua sciarpa: — disse Mauro di Piazzalunga, parlando amorevolmente all'orecchio di Gandolfo. — I suoi fratelli e tutti i vostri concittadini vi hanno perdonato del pari. —
Gandolfo fece uno sforzo per riaprir gli occhi e vedere il dono della fanciulla. Ma non ne venne a capo, e allora si strinse la ciarpa alle labbra.
— A lei... il pensiero; — mormorò; — l'anima a Dio... se vorrà perdonarmi.
— Pregatelo, mio figlio; — egli è il Dio delle misericordie! — disse il vescovo Maurizio, facendo il segno della croce sulla fronte a Gandolfo.
Il disgraziato non rispose più verbo. Tentò bensì di aprire la bocca per balbettare una preghiera. Ma un altro botto di sangue uscì dalle fauci, e Gandolfo del Moro aveva cessato di vivere.
CAPITOLO XIX.
Che potrebbe intitolarsi il principio della fine.
A tutta quella vicenda di casi e di mestizie assisteva in disparte un cavaliere, muto, immobile e solo, che si sarebbe potuto credere un simulacro di guerriero, come quelli che decoravano le sale d'armi delle antiche castella, se tratto tratto non lo si fosse veduto muovere il capo, ora per guardare nel palco delle donne, ora per seguire degli occhi le fasi della giostra.
Nessuno dei cavalieri cristiani si era avvicinato a lui per rivolgergli la parola, nè egli aveva mostrato mai di volersi frammettere nei discorsi degli altri. Pareva che niente lo commovesse, di quanto accadeva sotto i suoi occhi. Alto della persona, poderoso di membra, tutto chiuso nella sua armatura, ravvolto in un mantello bianco, che era segnato sull'òmero da una croce vermiglia, lo si poteva riconoscere a tutta prima per un cavaliere d'alto grido, ma senza altrimenti poterne ripetere il nome. Infatti, egli era andato e rimaneva là, fin dal principio della giostra, colla visiera calata, lasciando immaginare ai più curiosi che si trattasse d'un voto.
In que' tempi, simiglianti stranezze non erano rare. Un cavaliere giurava di rimanere per un certo numero d'anni coll'occhio destro bendato, e non ardiva sciogliersi di per sè stesso dal voto, neanche dopo aver perduto in guerra il sinistro.
Il cavaliere sconosciuto non si scosse neppure alla scena dolorosa della morte di Gandolfo del Moro, nè quando il cadavere fu trasportato fuori del campo. Le braccia incrociate sul petto, il mento chino sulla gorgiera, dinotavano che il cavaliere se ne stava assorto in una profonda meditazione, o che sapeva padroneggiarsi in tal guisa, da non lasciare intendere ad altri qual senso facessero sull'animo suo le cose che accadevano a pochi passi lontano.
La pugna per quel giorno poteva dirsi finita, giusta le condizioni poste dallo _Sciarif_. E già i due maestri di campo erano per darsi commiato e prender ora pel giorno seguente.
Ma il vincitore appariva poco desideroso di tornarsene in città. Era profondamente crucciato; le ultime parole di Gandolfo del Moro gli stavano ancora sull'anima.
Tutto ad un tratto scosse fieramente la testa, come uomo che abbia presa una risoluzione subitanea, e si avanzò nel mezzo del campo.
— Cristiani, udite; — gridò egli allora. — Il vostro profeta di sciagure mi ha pronosticato la morte per questo medesimo giorno. Se esco dalla lizza, direte che lo _Sciarif_ è stato colto dalla paura. E poi, se è vero che la mia ultim'ora sia giunta, non sarà meglio il morir qui, della morte del guerriero, che per via, o entro le mura di Tortosa, per un malore improvviso e volgare? Rimarrò dunque, per altri due scontri, se vi dà l'animo di tentare la prova, e vedrò subito qual fede meritasse l'augurio. Son fresco ancora di forze; le mie membra non hanno toccato una di quelle graffiature che pure si hanno così facilmente da una mano di donna. A voi dunque, poichè siete uomini; non rimandate il pericolo a domani; io son pronto. —
Le acerbe parole punsero i cavalieri cristiani, a cui bastava assai meno, per uscire da quella inerzia apparente. Invero, nessuno di que' baldi giovani si era attentato di proporre la continuazione della giostra, perchè lo _Sciarif_ aveva detto fin da principio di non volere che due campioni al giorno. Ma poichè egli rompeva la sua legge, balzarono tutti verso lo steccato, gridando di esser pronti del pari; e Caffaro di Caschifellone tra i primi.
— Oramai, — diss'egli, — nessuno vorrà contendere il primo luogo all'amico e al compagno di Arrigo da Carmandino.
— Io ve lo contendo, messere; — gridò Nicolao. — Se voi siete l'amico di Arrigo, io sono il fratello di madonna Diana, per cui si combatte quest'oggi. Neanche Ugo mio fratello potrebbe passarmi innanzi, perchè, se egli è il primo capitano dell'armata, io sono (io, m'intendete?) il primogenito degli Embriaci.
— È giusto! è giusto! — gridarono tutti. — Il primo luogo a messer Nicolao! —
Al giovine signore di Caschifellone dispiaceva quel consenso universale. Già due campioni erano stati abbattuti dal Saracino. Il terzo, poi, non aveva di grande che il nome, e Caffaro temeva a ragione di vedergli fare, per sua imperizia, la fine che avevano fatto i primi due, uno per capriccio di fortuna e l'altro in espiazione de' suoi falli. Comunque fosse, una terza sconfitta in quel giorno sarebbe stata troppo dolorosa, e avrebbe nociuto grandemente al buon nome dei cavalieri di Genova. Perciò doleva a Caffaro di vedere come tutti s'inchinassero al volere di messer Nicolao, ed egli tentò ancora una volta di smuoverlo.
— Sia pure come voi dite; — replicò. — Ma perchè non vorreste concedermi in grazia ciò che sarebbe l'orgoglio di tutta la mia vita? Pensate, messer Nicolao, che i capitani non debbono avventurarsi in ogni maniera d'imprese, che il loro senno e il loro valore sono sacri alla salvezza di tutti....
— Perchè dite voi ciò? — chiese una voce alle spalle di Caffaro.
Era la voce del cavaliere sconosciuto, che credeva finalmente opportuno di rompere il silenzio.
— Sappiate, messere, — proseguì egli, — che i capitani debbono saper comandare, ma altresì combattere all'uopo, come l'ultimo dei loro uomini d'arme. —
Caffaro voleva rispondere. Ma gli parve di conoscere quella voce e rimase perplesso.
— Del resto, — riprese lo sconosciuto, — messer Nicolao non entrerà in lizza contro il Saracino. E di ciò spero sarete contento. Antiochia, il mio cavallo! —
Le ultime parole erano rivolte ad un vecchio scudiero, che pareva le aspettasse, poichè egli fu d'un balzo fuor della cerchia degli astanti, e tornò poco dopo, conducendo un destriero fieramente bardato di maglia e munito d'un ampio frontale d'acciaio.
I cavalieri, che erano pur dianzi così pronti a contendersi l'onore di scendere in lizza, guardarono stupefatti quell'uomo, che si prendeva il primo luogo senza pure domandarlo; indi si volsero a messer Nicolao, e rimasero sbalorditi senz'altro, vedendo com'egli non tentasse neanche di resistere.
— Chi sarà mai?
— Uno dei nostri non è.
— Son tutti a visiera alzata, i nostri campioni; e costui, nelle membra e nella voce, non somiglia ad alcuno.
— E perchè mo' gli lasciano il campo libero?
— Certo, è un campione disceso dal cielo.
— L'arcangelo San Michele!
— O San Giorgio il valente.
— San Giorgio, di sicuro. Vedete come impugna la lancia! —
E il grido corse rapidamente tra le file. Quel cavaliere non era, non poteva essere altri che il glorioso barone San Giorgio. Del resto, una certa somiglianza c'era, tra lo sconosciuto e San Giorgio. Il forte guerriero di Cappadocia non aveva corso anche lui la sua lancia, per liberare una povera principessa dalle ugne del drago?
Era quello il tempo dei miracoli, non lo dimentichiamo. Pochi anni addietro, Sant'Andrea era apparso tre volte ad un prete di Marsiglia, per annunziargli che in una chiesa d'Antiochia si sarebbe rinvenuta la santa lancia, quella appunto che aveva trafitto il costato di Gesù Cristo in croce. E qualche giorno dopo l'invenzione della Santa Lancia, uscendo i Crociati a battaglia, non avevano avuto il soccorso di tre cavalieri vestiti di bianco, che il legato pontificio, uomo a cui si poteva credere senz'altro, affermò essere San Giorgio, San Teodoro e San Maurizio in persona? E in Gerusalemme, nella cappella del Santo Sepolcro, non si ripeteva forse ogni anno il miracolo delle lampade, che si accendevano senza mestieri d'aiuto?
Per altro, se la pia moltitudine dei Crociati credeva ai miracoli, non ci avea fede Bahr Ibn. Egli era in questo un vero discendente di Maometto, che di miracoli ne avea fatto uno abbastanza istruttivo; quello, io vo' dire, di andare alla montagna, poichè la montagna non volea muoversi per andare a lui.
Ora, come ebbe veduto entrare in lizza quel nuovo guerriero, lo _Sciarif_ non seppe trattenersi dal dire:
— È dunque mia sorte di combattere cogli sconosciuti? Il tuo nome, se puoi confessarlo!
— Il mio nome! — esclamò il cavaliere misterioso. — Esso è scritto sulla punta della mia spada. —
A quella fiera risposta Bahr Ibn diede in un ghigno sarcastico.
— Poco fortunate, le vostre spade, o cristiani! Oggi non hanno avuto neppure il tempo di uscire dal fodero.
— Non t'inorgoglire per questo! La fortuna ti ha concesso il suo primo sorriso. Il cielo ti ha dato di uccidere il secondo dei tuoi avversarii, perchè.... così doveva accadere; — soggiunse con pietosa reticenza lo sconosciuto. — Ma Iddio non è già sceso a patti cogl'infedeli, ed io ti consiglio d'implorarne la misericordia nella tua ultima ora.
— Non temo la morte; — gridò esacerbato lo _Sciarif_. — Ma non foss'altro, per provarti che menti.... —
E senza finir la frase, voltò il cavallo per prender campo, e tornare a briglia sciolta sull'avversario.
Il cavaliere sconosciuto rimase immobile al suo posto; ma appena vide che Bahr Ibn, compiuto il suo tratto di cammino, si rimetteva alla corsa contro di lui, diè di sproni nei fianchi al cavallo, e corse colla lancia spianata, alla volta del nemico.
E qui va notato un fatto, che dimostra come lo sconosciuto facesse a fidanza colla gagliardìa dei suoi muscoli d'acciaio. Scambio di stringere il tronco della lancia tra il braccio e il costato, come portava la consuetudine, prima che fosse inventata la resta da trattener l'arma sulla corazza, egli ne piantò finalmente il calcio tra il petto e i muscoli tesi dell'òmero, che erano così stretti al costato da formare il più saldo degli ostacoli, guadagnando per tal modo la lunghezza d'un cubito. Ora, perchè il colpo non gli andasse sviato al primo intoppo, non occorreva soltanto che il petto fosse gagliardo, ma altresì che il pugno avesse la tenacità inflessibile del bronzo.
E così era di fatti. I due focosi destrieri si toccavano appena, e già l'asta dello sconosciuto coglieva Bahr Ibn sotto la gorgiera, mentre l'antenna di quest'ultimo balenava senza far colpo davanti alla rotella del suo avversario.