Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo
Part 17
Il signore di Caschifellone non si apponeva che a mezzo. E difatti, il nostro amico non poteva argomentare da sè, come Bahr Ibn, seguendo una buona ispirazione, fosse andato sollecito sull'orma di Abu Wefa. Se questo avesse saputo, il resto gli sarebbe apparso chiaro come la luce del giorno. Perchè, quanto a indovinare le conseguenze di un incontro di Bahr Ibn colla bella figliuola di Guglielmo Embriaco, nessuno lo avrebbe fatto più agevolmente di Caffaro. Egli stesso, così leale amico ed onesto cavaliere, aveva forse potuto custodire il suo cuore contro le grazie innocenti, eppure tanto pericolose, di madonna Diana?
Arrigo, intanto, che non vedeva più lume, avrebbe senz'altro ordinato di dar la scalata alle mura, e insegnata la via coll'esempio. Ma poichè non tutti gli assedianti partecipavano al suo furore, e l'ardimento più efficace è quello che non si scompagna dalla prudenza, vinse il parere degli altri capitani, i quali fecero intendere al nostro innamorato non essere ancora il tempo di dare l'assalto, tanto più che le torri e le altre macchine di guerra, in cui erano così valenti i figli di Genova, non erano ancora condotte a termine, e le frequenti sortite degli assediati facevano andar lenti i lavori dei maestri d'operare.
Il povero Arrigo dovette ristarsi e divorare la sua rabbia impossente. Ma intanto il suo amico Caffaro si preparava a servirlo in altra guisa.
Un trombettiere andò la mattina seguente fin sotto le mura di Tortosa, diede i tre squilli, e, veduti i custodi che s'affacciavano alla merlata, gridò:
— Il mio signore Caffaro di Caschifellone, uno dei cavalieri dell'esercito genovese in Sorìa, chiede al vostro capitano, il nobile _Sciarif_ Bahr Ibn, un colloquio entro le mura di Tortosa, o in altro luogo che più gli torni gradito. —
La risposta si fece aspettare a lungo. Finalmente giunse alla merlata un araldo, e disse:
— Ben venga il signore di Caschifellone; lo _Sciarif_ è disposto a riceverlo. —
Caffaro salì prontamente a cavallo e andò soletto e fidente verso la saracinesca. Colà uno dei custodi slacciò la fascia del suo turbante e bendò con essa gli occhi dell'inviato, perchè egli non avesse modo ad esplorare gli accessi delle mura; indi il fedele e valoroso amico di Arrigo da Carmandino fu introdotto in città.
Lo _Sciarif_ era in una sala terrena della ròcca, che sorgeva nel mezzo della città, e gli facevano corona parecchi dei suoi uffiziali. A mala pena vide entrar Caffaro, li congedò d'un cenno, e pochi istanti dopo era solo con lui.
Un'aria di cupa mestizia regnava sul volto dello _Sciarif_, indicando l'interno struggimento d'un pensiero molesto. Gli traluceva dagli occhi quella fiamma truce, che tradisce gl'incendii profondi del cuore e annunzia le morti precoci. Le labbra rigide non sapevano più atteggiarsi al sorriso. E tuttavia, Bahr Ibn salutò cortesemente il crociato, invitandolo a sedergli daccanto.
— Sii il benvenuto; — gli disse; — che cosa posso io fare per te?
— Nulla per me; — rispose Caffaro; — tutto pel tuo amico e fratello, per Arrigo da Carmandino. —
Il viso di Bahr Ibn si rabbruscò due cotanti di più, a quel cenno così repentino di Caffaro; che entrava, come si vede, _ex-abrupto_ nell'argomento della sua visita.
— Non lo ami più, forse? — dimandò Caffaro, che aveva notato quell'atto di ripugnanza. — Lo aver combattuto l'un contro l'altro da valorosi, l'essere vissuti così lungamente insieme, tu salvatore per lui ed egli ospite tuo, non sono dunque più nulla?
— Erano; — rispose Bahr Ibn, sospirando; — ora non più. La catena dell'amicizia è spezzata; le tenebre regnano tra noi due. Quando la luna passa sul disco del sole, anche la luce dell'astro maggiore si spegne, e il freddo invade le ossa. —
Caffaro chinò la testa senza far motto.
— Diana è in tuo potere? — diss'egli, dopo un momento di pausa.
— C'è; — rispose asciuttamente Bahr Ibn.
— E non pensi di lasciarla tornar libera ai suoi?
— L'amo; — replicò lo _Sciarif_, abbassando le ciglia.
— Che essa è la fidanzata di Arrigo?
— L'amo. Non m'intendi? L'amo. Ti parrà forse strano....
— No; — rispose Caffaro. — L'ho amata anch'io, ma ho saputo comandare a me stesso.
— Non l'hai amata; son io che te lo dico; — gridò lo _Sciarif_ con accento vibrato. — Se tu l'avessi amata, l'ameresti ancora, l'ameresti fino alla morte. O mi hai mentito, — soggiunse notando l'aria abbattuta di Caffaro, — o l'ami sempre anche tu. Vedi? L'ho indovinato. Anche su te qualche spirito maligno ha gettato un incantesimo, come su me lo ha gittato Abu Wefa? Triste cosa, cristiano, amar chi non t'ama, e amare come amo io! Ma comunque sia, io non vo' separarmi da lei. La perla d'Occidente mi sarà fatale, lo sento; e tuttavia non la darei per la corona d'Egitto, non pel trono di Arun el Rascid, non per quello di Suleiman, il re che comandava agli spiriti e che ebbe nel suo Arème le più leggiadre fanciulle del mondo. Ella morrà, mi ha detto; ed io mi ucciderò sul suo cadavere. Le ho offerto, sai, le ho offerto di inchinarmi al Dio dei suoi padri, io, io discendente del Profeta, e di esser dannato in eterno. Vedi tu se io l'amo, se posso ascoltare le profferte che vieni a farmi, in nome tuo o di Arrigo, non monta.
— In nome di Arrigo, io te l'ho detto; — rispose Caffaro, vedendo oramai che di riavere la donna per le vie dell'amicizia non rimaneva speranza. — Se fosse in nome mio, ben altra proposta farei.
— E quale?
— Di domandarti madonna Diana in campo chiuso, con lancia e spada, all'ultimo sangue. —
A quelle parole del crociato, lo _Sciarif_ diede un balzo e sbuffò come il destriero generoso al primo squillo della tromba di guerra.
— Sarebbe un giuoco pericoloso; — diss'egli, con accento pieno di minaccia. — E perchè non me l'offre Arrigo?
— Arrigo non ci ha pensato; — rispose Caffaro. — Egli non sapeva mica, non poteva prevedere che tu avresti fatto così poca stima della amicizia che era tra voi. Del resto, — soggiunse, col fermo proponimento di pungerlo, — Arrigo da Carmandino ha combattuto già una volta con te, e non è stato egli il perdente.
— La sorte è cieca; — gridò lo _Sciarif_. — Potrebbe esser vinto quest'altra.
— In Occidente, — notò Caffaro, — una giostra cosiffatta non è consentita dagli usi. Quando due cavalieri si sono affrontati in campo chiuso ed è stato sparso il sangue di uno tra loro, essi diventano fratelli, son sacri l'uno per l'altro; salvo che....
— Salvo che.... — riprese Bahr Ibn. — Prosegui!
— Salvo che uno di loro voglia portare il carico della offesa alle consuetudini, commettendo un atto sleale. E qui forse sarebbe il caso... almeno, davanti alle leggi dell'amicizia. Non sei tu il rapitore della sua donna?
— Non l'ho rapita a lui; — proruppe Bahr Ibn; — nè ad altro dei suoi che non sapesse difenderla. A un ladro l'ho tolta. Se io non fossi stato, ella sarebbe ora in balìa di Abu Wefa, di un padrone e di un amante assai meno riguardoso di me. —
Caffaro sapeva oramai tutto quello che gli premeva sapere.
— Dunque, — diss'egli, — se verremo a ridomandartela colle armi?...
— Il ferro della mia lancia ricaccerà la domanda in gola a chi sarà tanto ardito da tentare la prova.
— E se soccombi? Perchè, tu l'hai detto, o _Sciarif_, la fortuna è cieca.
— Non ho che una parola. Chi mi vince, l'avrà.
— Altri dunque, dopo Arrigo, potrà misurarsi con te e correre la sua lancia?
— E dopo e prima di lui, non monta; — rispose Bahr Ibn, infiammandosi. — Venga pure tutto Occidente contro di me, non lo temo.
— E sia; — disse Caffaro. — Ci consenti dunque di mandarti il nostro cartello di sfida?
— No, son io che vi sfido; — tuonò lo _Sciarif_; — ad Antiochia, e dovunque, son sempre stato io il primo. Là da mezzodì, verso Medina, a due tratti d'arco fuor delle mura, è un piano che dicono del Sicomòro. Giuriamo una tregua di quattro giorni, di sei, di otto; insomma, di tanti giorni quanti saranno i campioni d'Occidente, a cui giovi di misurarsi con me. Al piano del Sicomòro andrò con cinquanta dei miei cavalieri; veniteci con altrettanti, e farò di rimandarvi pentiti.
— Bandisci la giostra e terremo l'invito; — disse Caffaro, infiammandosi alla sua volta. — Ma un giorno ed un scontro basteranno.
— Ti è lecito di sperarlo; — ribattè lo _Sciarif_ con accento sarcastico. — Io vedrò alla prova il novello cavaliere di San Giovanni; vedrò se un uomo, il quale ha rinunziato alle gioie dell'amore, potrà vincerne un altro che per la prima volta le intende.
— Tu puoi deridere un voto, strappato ad Arrigo di Carmandino dal più giusto dolore. Ma bada, o _Sciarif_; ci sarà sempre dopo di lui chi non ha rinunziato a nessuna tra le dolci impromesse della vita. Tutto il fiore dei cavalieri di Genova soccomberà, se fia mestieri, per liberare madonna Diana.
— La perla dell'Occidente! — esclamò Bahr Ibn, passando improvvisamente dal furore alla tenerezza. — Così la chiamava Abu Wefa, quando mi gittò l'incantesimo, che ora mi brucia le carni.
— E sia questo il suo nome; — conchiuse Caffaro di Caschifellone. — La perla d'Occidente ha da tornare al suo lido. Ho la tua parola, o _Sciarif_?
— Pel sangue di Fatima, lo giuro. Siate contenti voi di scendere in lizza, come io sono desideroso di mostrare a quella donna che io valgo da solo tutti i suoi prodi campioni. —
Caffaro di Caschifellone se ne uscì da Tortosa assai più tranquillo di quando c'era entrato. Infatti, il nostro amico sapeva due cose: il rispetto di cui madonna Diana era circondata nella sua stessa prigionia, e la possibilità di riaverla.
Di quest'ultima cosa non era a dubitarsi. Arrigo era uno dei primi giostratori della Cristianità; poi, avrebbe dovuto combattere contro un uomo che egli aveva già vinto in altra occasione, e senza l'alta lusinga del premio. Infine, dopo Arrigo non c'erano tutti i migliori di Genova? Non c'era Ugo Embriaco? Non c'era lui, Caffaro di Caschifellone? Non c'era Pagano della Volta, Ingo Mallone, Ferrario di Castello, e un centinaio d'altri, schermidori valenti e pronti ad ogni sbaraglio?
Con questo pensiero in mente, il nostro Caffaro giunse al campo latino. Tosto gli furono intorno tutti i giovani cavalieri dell'esercito, per saper da lui le novelle. Ma il giovane, che preludiava così facilmente a tutte le onorevoli ambascerie di cui fu ricca la sua vita pubblica, volle anzi tutto recarsi a conferire coi capi; tra i quali, come vi sarà facile argomentare, avea luogo il Carmandino.
Arrigo fremette di sdegno, udendo del tradimento di Bahr Ibn, chè ben altro si sarebbe aspettato da lui; ma, data la sua parte alla rabbia, ringraziò il cielo che Diana non avesse corso pericoli maggiori. Lo _Sciarif_ era, dopo tutto, uno strumento della Provvidenza. Arrigo non aveva forse votato la sua persona al servizio di Cristo, perchè Diana uscisse salva dalle mani degli infedeli? E nella fortunata impresa di Bahr Ibn contro il capo degli Assassini non era a riconoscersi che il voto di Arrigo era stato accolto benignamente da Dio?
Avrebbe voluto accettar subito la giostra. Ma, oltre che era stato risoluto tra Caffaro e Bahr Ibn che questi avrebbe fatto il primo passo, i comandanti dell'armata pensarono che fosse utile maturare il consiglio. E si recarono per ciò sulle galere, con cui erano venuti pur dianzi Pagano della Volta e Mauro di Piazzalunga. Per conferire, dicevano essi, in numero più ristretto di ottimati. Ma Arrigo non intendeva nulla di ciò, e Caffaro nemmeno.
Del resto, erano essi i più giovani, e dovevano rassegnarsi a quel dirizzone dei vecchi, cui pareva il mobile castello di poppa d'una galera luogo acconcio a più saldi consigli, che non fosse la tenda capitana, sotto le mura della assediata Tortosa.
CAPITOLO XVIII.
Dove si vede che la posta troppo alta confonde il giuocatore.
La conclusione di quel consiglio, tenuto sulla galera patrona, fu questa: accettare la tregua profferta e l'invito dello _Sciarif_.
Bahr Ibn mantenne la fede giurata a Caffaro, e quel medesimo giorno un araldo usciva dalla città assediata, per recare la doppia proposta, che fu accettata senz'altro.
La mattina seguente, due squadre di artigiani, l'una genovese e l'altra mussulmana, andavano sul piano del Sicomòro, per metter mano allo steccato. E i maestri di campo si recavano anche essi sulla faccia del luogo, per vedere e per misurare il terreno. Pei Genovesi era Mauro di Piazzalunga; pei Saracini lo stesso emiro di Tortosa.
In un giorno il palco fu rizzato, e chiuso il campo destinato ai combattenti. Vennero a guardia cinquanta cavalieri dalle due parti, e fu solennemente giurato di stare ai patti, qualunque fosse l'esito della disfida.
Arrigo da Carmandino fece nella notte la sua veglia d'armi davanti ad un altare improvvisato, com'era debito d'un buon cavaliere, e promise di consacrare alla Vergine le sue armi e quelle del suo avversario, se mai gli fosse concesso di abbatterlo. Al sorgere dell'alba, consigliato dall'amico Caffaro, prese qualche ora di riposo: ma, come vi sarà facile indovinare, non potè chiuder occhio, tanta era in lui l'ansia di giungere al paragone delle armi.
Il sole era già alto, quando le due schiere mossero verso il piano del Sicomòro. Nella schiera genovese era il fiore dei cavalieri di San Lorenzo, tutti giovani baldi, che invidiavano al Carmandino il suo posto, e che gli sarebbero di grand'animo succeduti nell'arringo, se a lui fosse stata contraria la sorte. Ma di questo non temeva nessuno. Forse che non era Arrigo il prode tra i prodi?
Genova aveva inoltre, a testimone del valore dei suoi figli, uno tra i più alti dignitari della Chiesa, il vescovo Maurizio, legato del Papa in Terrasanta, quegli che, insieme col patriarca Damberto, aveva assistito alla espugnazione di Cesarea. Era uno strano impasto di religioso e di guerriero, il vescovo Maurizio, e, scambio di pastorale, impugnava la mazza in forma di maglio, arma particolare dei vescovi e degli abati, che si trovavano in persona nelle battaglie, secondo l'obbligazione annessa alle loro terre, feudi ed uffici.
Qui sarebbe il caso di ricordare, cogli autori timorati, come fosse vietato agli uomini di chiesa di portar spada e lancia, per toglier loro il biasimo di crudeltà, e consentito in quella vece l'uso della mazza, arme da difesa, e non fatta per uccidere, nè per ferire la gente. Per altro, se al buon vescovo Maurizio si fosse detta una cosa simile, egli sarebbe stato il primo a riderne, anche senza aspettare il riverito parere di Giulio II, che era ancora di là da venire.
I Genovesi erano già al piano del Sicomòro, quando vi giunse l'Emiro, coi suoi cinquanta Cavalieri e con uno stuolo di donne velate. Perchè quella novità? Voleva l'Emiro offrire un po' di svago alle sue mogli, annoiate dalla vita rinchiusa di una città assediata? Od era un sentimento di cortesia per gli avversarii, che gli consigliava di dare alla giostra l'ornamento e lo stimolo della bellezza, secondo la costumanza d'Occidente? Nè l'una cosa, nè l'altra. Quelle donne erano là per volere dello _Sciarif_. La bella figliuola di Guglielmo Embriaco non doveva essere il premio del vincitore? Era dunque naturale che fosse condotta laggiù, spettatrice del combattimento, che aveva a farla schiava per sempre. Così almeno pensava Bahr Ibn; e il miglior modo di farle intendere la sua sorte e di consigliarle la rassegnazione ai voleri del cielo, era quello di farla assistere alla giostra, e di mostrarle che il suo signore, dopo averla ritolta al capo degli Assassini, sapeva contenderla in giusta guerra a' suoi medesimi concittadini e meritarla colla sua prodezza nelle armi.
E la bella Diana, mutata in una veste femminile la tunica crocesegnata dello scudiero Carmandino, veniva in mezzo a quello stuolo di ancelle, per andarsi a sedere sul palco, davanti alla lizza; con che cuore, lascio a voi di pensarlo.
Bianca nel viso come persona morta, soltanto dagli occhi le traluceva la fede nella giusta causa per cui combattevano i suoi. Alla vista di Arrigo, che s'avanzava allora sul suo palafreno, mentre un valletto gli conduceva a fianco il suo destriero di combattimento, e lo scudiero gli recava la lancia, la bella fanciulla degli Embriaci sentì una stretta al cuore, la stretta acerba che precede il pericolo, e a cui sfugge di rado anche il più valoroso degli uomini. Si recò allora una mano al petto, come per comprimere i battiti violenti del cuore; e la sua mano sentì la sciarpa che le stringeva la vita. Snodar quella sciarpa e sventolarla in guisa di saluto al suo campione, al suo fidanzato, fu un punto solo per lei.
Era tutto ciò che potesse fare quella povera bella. Il braccio le ricadde inerte sulle ginocchia; la fronte si abbassò; un tremito convulso la invase; nè per un pezzo vide più altro di ciò che accadeva davanti ai suoi occhi smarriti.
— Credenti in Dio e seguaci del profeta Gesù, — diceva intanto il banditore dei Saracini, facendosi in mezzo al campo con tutta la solennità del suo nobile ufficio, — il mio signore Bahr Ibn, secondogenito di Abu Temin Maad al Mostanser Billah, il vittorioso Califfo d'Egitto, che Asraele ha rapito anzi tempo alla gloria dell'Islam, scende in campo a combattere con quanti cavalieri cristiani potranno misurarsi seco lui, fino al numero di dodici, quante sono le costellazioni del firmamento. Chi lo vincerà, avrà in premio la perla d'Occidente. Voi tutti, nemici suoi, giurate che, quando egli abbia abbattuto i suoi dodici, a due per giorno, nessuno potrà dire che egli non meriti di tenere la sua conquista, e nessuno ardirà accusarlo di avere profittato soltanto della sua grande fortuna. —
— Giuriamo! — rispose Mauro di Piazzalunga per tutti.
Intanto il giovane Arrigo, lucente nell'armi, riceveva la benedizione del vescovo Maurizio. Il campione di madonna Diana vestiva, secondo l'uso dei tempi, il giaco di maglia, sorta di corazza intessuta strettamente di anella, o maglie di ferro. Del medesimo tessuto erano le maniche e gli schinieri. Una cuffia di ferro sottilissimo gli difendeva le tempie, donde scendeva una gorgiera anch'essa di maglie, per proteggere il collo. Sulla cuffia posava l'elmo di acciaio brunito, sormontato da un grifone colle ali spiegate. Al braccio sinistro del cavaliere era adattata la rotella di cuoio bollito, con un cerchio di ferro all'intorno, perchè non fosse troppo agevolmente troncata e fessa da un colpo di spada.
Fieramente piantato in arcione su d'un destriero morello, tutto bardato di cuoio, con piastre di ferro, Arrigo da Carmandino avrebbe potuto essere paragonato a San Giorgio, nell'atto di muovere contro il dragone.
Bahr Ibn, memore allora più che mai della sua sconfitta sotto le mura d'Antiochia e desideroso di vendicarla, stava immobile dall'altro lato del campo. Montava un cavallo bianco, anch'esso bardato di ferro, ma coperto, a dimostrazione di magnificenza araba, d'un manto di seta verde, ricamato a fogliami d'argento. Gli luccicava sul capo l'elmo aguzzo d'acciaio, senza visiera e senz'altro ornamento fuorchè il verde zendado dei discendenti del Profeta, che era attorcigliato a mo' di turbante intorno alle tempie. Anch'egli indossava il giaco di maglia, sottilissimo e saldo lavoro dei fabbri di Damasco; ma l'armatura si nascondeva sotto un mantello bianco di latte. Al lato manco gli splendeva la spada ricurva dei Saracini; la mazza ferrata pendeva dal pomo della sella, per modo che il cavaliere potesse spiccarla ad ogni occorrenza. In pugno aveva la lancia, il cui calcio posava sul cosciale, poco sopra al ginocchio.
I maestri di campo erano già al loro posto, di rimpetto al palco delle donne. Tutto in giro allo steccato si accalcavano i cavalieri dei due eserciti.
Finalmente gli araldi diedero il segnale convenuto. I due avversarii si saettarono d'uno sguardo, che significava lo sdegno ond'erano animati ambedue, in quella che volevano misurare la probabilità dello scontro; e, dato di sproni nel ventre ai cavalli, si precipitarono a furia l'uno sull'altro. Fu un momento solenne e terribile per tutti gli spettatori, al vedere quelle due lunghe antenne spianate, che muovevano l'una verso l'altra colla rapidità della folgore.
Certo, a parità di forza nel braccio dei cavalieri o di saldezza nelle gambe dei cavalli, l'uno e l'altro dei combattenti dovevano balzare fuori di sella.
Ma così non avvenne. Il colpo dello _Sciarif_, sviato dal tronco dell'asta di Arrigo, andò a vuoto. E l'asta di Arrigo trovata sulla sua via la rotella di Bahr Ibn, che era tutta d'acciaio levigato, andò in ischeggie senz'altro. Balenò il cavaliere percosso, piegò tutto sul manco lato, come presso a cadere; ma le ginocchia erano saldamente aggrappate ai fianchi del cavallo, e questo, colla intelligenza di tutti i cavalli arabi, diede un balzo a sinistra, aiutando il suo signore a cavarsi d'impaccio, mentre il tronco spezzato della lancia di Arrigo scivolava sulla rotella cedevole dello _Sciarif_.
Tutto ciò avvenne in un batter d'occhio, e i due cavalli volarono oltre, in mezzo a due nembi di polvere.
Grida confuse, di raccapriccio e di giubilo, salutarono il bel colpo di Arrigo e la salvezza di Bahr Ibn.
— Alle mazze! alle mazze! — gridarono allora i maestri di campo.
Giunti all'estremità della lizza, i due combattenti gittarono i tronchi inutili, e, spiccate le mazze dagli arcioni, voltarono i cavalli, per corrersi addosso con una furia più grande di prima.
Le mazze levate s'incrociarono, rombando nell'aria. Il Carmandino, destro e forte com'era, aveva meditato il colpo e preso il tempo giusto per assestare la mazzata sull'elmo del suo nemico. Ma lo _Sciarif_ rammentava come fosse gagliardo il braccio di Arrigo, e già si era prudentemente coperto il capo colla rotella. Frattanto, sviata un tratto la mazza percuoteva destramente la cervice del cavallo, e d'un colpo così forte, che, malgrado il frontale di cuoio, difeso da piastre di ferro, lo fece stramazzare di botto, in quella che il suo scudo di acciaio, colpito dalla mazza poderosa di Arrigo, andava in frantumi, come se fosse stato di vetro.
Questo aveva preveduto il Saracino. Curvando il capo e le spalle sul collo del suo destriero, e prima che Arrigo potesse raddoppiare il colpo, gli menò un manrovescio alla visiera, che andò spezzata a sua volta, come poc'anzi la rotella dello _Sciarif_. E al secondo, aiutando il fatto che Bahr Ibn si trovava allora più in alto, tenne dietro un terzo colpo che fiaccò l'ali al grifone del Genovese, e rimbalzò sull'elmetto.
Sbalordito da quella tempesta, messo in un grave impiccio dalla caduta del suo cavallo, Arrigo da Carmandino non ebbe più modo a rispondere.
Bahr Ibn si era rialzato sull'arcione, in tutta la sua alterezza, e la gioia feroce del trionfo gli fiammeggiava dagli occhi. Già stava per sollevare il braccio e ferire un quarto colpo, che avrebbe vendicato davvero l'onta del suo duello d'Antiochia allorquando un grido acuto s'intese. Lo _Sciarif_ volse la faccia al palco delle donne, e vide Diana che cadeva svenuta, fra le braccia delle ancelle.
Fino a quel punto egli non aveva pensato a Diana. Ma quel grido, quell'accento supplichevole della bellezza, gli scese nel cuore, destandovi una corda dimenticata.
— Che dirà essa, se io lo uccido? — pensò. — Non mi basta aver vinto?
E calata la mazza, ad alta voce proseguì:
— Cristiani, udite; concedo la vita ad Arrigo. —
Ciò detto, e mentre uno stuolo di valletti si affrettava ad entrare nella lizza per sollevare il caduto, lo _Sciarif_ si allontanò maestoso dalla parte dei suoi.
E accostatosi a Zeid Ebn Assan, così gli disse all'orecchio:
— Va sul palco, a rassicurare la perla d'Occidente. Il suo antico fidanzato non riceverà altri colpi da me. —
Lo sgomento regnava nelle file cristiane. Si capiva che cagione di quella sconfitta era stato il colpo fuor delle regole cavalleresche, dato sulla cervice al destriero. Ma, oltre che poteva essere un colpo involontario, i ragionamenti più dotti intorno all'accaduto non potevano fare che ciò che era stato non fosse. E Arrigo, il più destro schermidore dell'esercito, era caduto, e Bahr Ibn era illeso.