Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo

Part 16

Chapter 163,784 wordsPublic domain

— Ci hanno veduto, — diceva intanto Bahr Ibn. — A noi dunque! E tu, Zeid, ricorda le mie istruzioni.

— Non temere, sarai obbedito. —

Lo _Sciarif_ spronò allora il suo corridore, ordinando a' suoi cavalieri di seguirlo, ma senza troppo ardore, per non insospettire maggiormente Abu Wefa.

Fu grande la meraviglia di quest'ultimo, quando riconobbe colui che meno s'aspettava di vedere.

— Tu qui? — gli disse. — Io ti credeva ancora a Tell el Kanat.

— Se tu ci rimanevi ancora una mezza giornata, — rispose lo _Sciarif_ con aria tranquilla, — avrei potuto partire con te. —

Abu Wefa lo guatò con occhio sospettoso.

— Che cos'è avvenuto, — riprese, — perchè tu avessi a mutar consiglio così presto?

— Niente che io già non m'aspettassi, pur troppo! — rispose lo _Sciarif_, con un candore, che non riusciva tuttavia a disarmare Abu Wefa. — Un messaggio dell'Egitto, che mi ha tolto ogni speranza. Che cosa avrei fatto nel deserto, se non c'era più modo di tentar la fortuna contro l'usurpatore? Ho trovato buono il tuo consiglio; vado a Tortosa.

— Ah, sì? — mormorò il Gran Priore, a cui la risoluzione parea troppo repentina, come troppo sollecito il viaggio.

— Per l'appunto — replicò Bar Ibn; — e voglia il cielo che io non giunga troppo tardi!

— Infatti, — disse Abu Wefa, — a quest'ora i Cristiani possono aver fatto molto cammino.... assai più che tu non ne abbia fatto in così pochi giorni, dacchè ci siamo lasciati. —

Bahr Ibn sentì il colpo, ma fece le viste di non averlo inteso.

— Dunque, se non ti spiace, — ripigliò, — ci faremo compagnia per un tratto di strada.

— Perchè non m'hai raggiunto prima? — esclamò il Gran Priore. Ecco qua, siamo proprio all'ultima stazione in cui potessimo trovarci insieme.

— Come? — domandò lo _Sciarif_, che non si aspettava quella sparizione improvvisa dello schermidore astuto. — Non andavi tu verso le montagne di Tripoli?

— Questo era il primo disegno; — rispose Abu Wefa. — Ma anch'io ho ricevuto un messaggio per via. E vado invece a Damasco, per la strada di Salomè, laddove tu devi proseguire per la pianura di Medan.

— Ah sì? — mormorò Bar Ibn, imitando senza volerlo il suo avversario.

E vide così a tutta prima che la fortuna, se tardava più oltre, gli sarebbe sfuggita di mano. L'occasione era propizia. Abu Wefa non aveva in quel punto che otto o dieci cavalieri con sè, mentre il grosso della sua schiera stava lunge un cinquecento passi, in attesa del suo capo. A lui, invece, a lui, Bahr Ibn, tutti i suoi cavalieri facevano corona oramai. Abu Wefa, così scaltro com'era, non aveva preveduto quel caso. E Bar Ibn risolse di approfittarne senz'altro.

Diede una rapida occhiata a Zeid Ebn Assan, che parve intenderlo a volo. Indi, spronato il cavallo, si serrò addosso al Gran Priore e lo afferrò per un braccio, tentando di levarlo d'arcione.

Questi, a sua volta, benchè sorpreso, strinse le ginocchia nei fianchi dei suo corridore, pensando che questo, con una violenta strappata, lo avrebbe tolto dalle unghie del suo avversario, meglio che non potesse fare egli stesso con un colpo di mazza, quand'anche fosse riuscito ad abbrancare la sua arme ferrata. Ma quantunque il generoso animale obbedisse prontamente all'impulso del suo signore, egli non fu più in tempo di svincolarsi. Zeid Ebn Assan afferrava il cavallo per le redini; uno stuolo di cavalieri, cacciatosi improvvisamente tra lui e i pochi che lo avevano seguito, gli si addensava minaccioso dintorno.

L'assalto era stato così repentino, che i compagni di Abu Wefa rimasero come storditi, e non ardirono muoversi in sua difesa. In meno che non si dice, il Gran Priore fu strascinato a terra e saldamente legato.

Fremeva di rabbia, il malvagio, e aveva la schiuma alla bocca.

— Tu mi dirai, o _Sciarif_, — gridò egli, spirando dal labbro tutto il furore che non poteva manifestarsi col braccio, — la ragione di questa ingiuria ad un amico, ad un ospite. Nel mio accampamento di Tell el Kanat, io ti ho accolto come si accoglie un fratello.

— Sì, — rispose Bahr Ibn, con accento sarcastico, — per farmi poi comparire un traditore, un ribaldo, agli occhi degli amici ed ospiti miei.

— Io non t'intendo; — disse Abu Wefa.

— Non m'importa; m'intenderai tra breve. —

E fattosi verso i compagni di Abu Wefa, lo _Sciarif_ comandò loro che scendessero tutti da cavallo, salvo uno che aveva a portare un messaggio.

— Non sarà fatto alcun male al vostro signore, se voi non vi muovete; — diceva Bahr Ibn. — Uno di voi se ne torni a quella gente laggiù, e dica loro che vuol essere una guerra a morte, se non stanno tutti immobili al comando. —

Il messaggiero andò, sbalordito dalla fulminea rapidità di quel colpo di mano.

Come egli fu partito, Bahr Ibn si volse al suo prigioniero.

— Dimmi, Dai al Kebir, ov'è la donna che hai rapita, alle strette di Cades?

— Io non ho rapito donne; — rispose Abu Wefa, dissimulando a stento la commozione destata in lui da quella domanda.

— Bada a te! — rispose lo Sciarif, corrugando le ciglia. — Sono del sangue di Maometto, e ti giuro pel sangue suo, che se tra un'ora non è qui la donna rubata, io ti ucciderò come un cane. —

Il Gran Priore vide che non c'era nulla a sperare dal tenersi sul niego, e che colui avrebbe operato in tutto come diceva.

— Essa è tra le mie donne; — diss'egli, abbassando la voce e col volto acceso di vergogna. — Ma tu, seguace del profeta, non oserai scoprir loro il viso....

— L'oserò; — interruppe Bahr Ibn; — per gli occhi di Fatima, la gran genitrice della mia stirpe, l'oserò, se pure tu non mi consegnerai il tuo sigillo, per farlo riconoscere dal capo dei tuoi eunuchi, che dovrà restituire la preda. —

Non c'era modo di resistere. I minuti scorrevano veloci e la scimitarra di Bahr Ibn era già fuori della guaina. Abu Wefa mise un sospiro, che meglio si sarebbe potuto dire un mugghio di toro, e toltosi dal dito un anello, sulla cui pietra era inciso il suo nome, lo consegnò allo _Sciarif_.

— Prendi, e corri! — disse Bahr Ibn al suo fedele Zeid.

Il vecchio prese l'anello, e seguito da cento cavalieri galoppò alla volta della schiera di Abu Wefa.

Quegli uomini, informati di tutto dal messaggiero, stavano immobili e taciturni, in attesa.

— Credenti in Dio, — disse Zeid, alzando la voce, — ascoltatemi. Ecco l'anello di Abu Wefa, vostro glorioso signore. Egli vi comanda di consegnarmi la donna; dopo di che egli stesso potrà tornar libero a voi. —

Uno degli ufficiali del Gran Priore si avanzò, e, riconosciuto il sigillo del suo signore, chinò la fronte senza far motto. Dopo di lui s'inoltrò il capo degli eunuchi, e, compiuta la medesima cerimonia, che doveva dissimulare la vergogna comune di una disfatta senza combattimento, andò, taciturno del pari, verso le lettighe.

Poco stante, il biondo scudiero balzava dal carro coperto, d'ov'era rinchiuso insieme colla bruna favorita.

Kadigìa non aveva un concetto ben chiaro di ciò che era avvenuto, e temeva forte per la vita del suo signore ed amante.

— Nessuno ti ha fatto male; — diss'ella, con accento carezzevole. — Sii misericordiosa con lui!

— Non temere; io non mi vendico; — rispose Diana.

Anch'ella ignorava l'accaduto, ma pensava che Arrigo da Carmandino e l'amico di lui avessero avuto mano nella sua liberazione. Essi, per conseguenza, dovevano esser là, arbitri della vita di Abu Wefa.

— Grazie! — esclamò Kadigìa.

E presa la mano del biondo scudiero, v'impresse il bacio della gratitudine.

— Ecco il tuo pugnaletto; — disse Diana. — Anch'io debbo ringraziarti, perchè in questo ferro ho veduto un soccorso del cielo.

— Vuoi tenerlo per amor mio? — rispose la schiava. — Esso ti ricorderà Kadigìa. —

Diana accettò il dono e lo ripose nella cintura. Ella pensava di non separarsi più da quello strumento di morte, che era stato per tanti giorni la sua unica salvaguardia in mezzo al pericolo.

Zeid Ebn Assan, che era rimasto lunge dal carro in attesa del prezioso acquisto, si avanzò allora per riceverlo in consegna dal capo degli eunuchi. Si aspettava una donna, e la sua meraviglia fu grande al vedere un giovine scudiero, ma ben presto si riebbe, o, per dire più veramente, passò dalla meraviglia allo stupore, vedendo quel miracolo di bellezza, che accoglieva in sè tutte le grazie, tutte le lusinghe, date da Dio all'ultima e alla più leggiadra delle opere sue.

L'aureola dei santi, come l'hanno immaginata i pittori cristiani, non era nulla al paragone di quella luce spirituale che circondava la bellissima testa. Sarebbe stato mestieri di correre colla fantasia a quell'incognito indistinto di etere e d'ambrosia che involgeva le dee del paganesimo, quando si degnavano di apparire ai mortali. Essenza di bellezza, soavità di profumo, aura di pudore, eravate voi che componevate una corona intorno ai biondi capegli di quella divina, che, passando in mezzo a tutti quegli uomini, a tutte quelle ammirazioni, a tutte quelle cupidigie, si faceva in volto color della fiamma.

La più parte dei Fedàvi non avevano mai visto la prigioniera; quei pochi che l'avevano rapita, mentre la notte ne celava i lineamenti e il terrore l'avea come contraffatta, credettero anch'essi di vederla per la prima volta. E gli uni e gli altri sentivano tutta l'amarezza di quella improvvisa partenza.

— Non ha il paradiso una Urì più leggiadra di questa.

— Essere amati da lei e rinunziare ad ogni gioia promessa nei cieli! —

Erano questi i discorsi dei Fedàvi, mentre la fanciulla degli Embriaci si allontanava dal carro.

E uno di costoro osò dire, accanto a Zeid Ebn Assan:

— Siete a un di presso di un numero eguale al nostro. Se noi non volessimo lasciarla partire!...

— Provate! — rispose fieramente Zeid. — Al menomo cenno di rivolta da parte vostra, il Gran Priore ci lascia la testa. —

Il Fedàvo non aggiunse parola.

Diana intanto era balzata sul cavallo di Zeid, che aveva voluto scendere ad ogni costo, per essere il suo palafreniere. E andava gloriosa come una regina, verso le schiere dello _Sciarif_ che la salutavano con grida di gioia, mentre quelle di Abu Wefa stavano mute, in preda alla costernazione. E non era forse naturale, al vedere quell'astro meraviglioso che si allontanava per sempre? Aldebaran, la stella prediletta degli Arabi, sparendo improvvisamente dal cielo, non avrebbe lasciato maggior desiderio di sè.

Lo _Sciarif_, ritto in arcioni davanti al suo prigioniero, contemplava da lungi la scena e si rallegrava dell'opera sua. Non pensava più alla fallita impresa d'Egitto; pensava alla gioia dei suoi nemici quando egli avesse potuto mandar fuori dalle mura di Tortosa un araldo che dicesse agli assedianti: — Cristiani, Bahr Ibn, mio signore, ha liberata dalle mani del capo degli Assassini una figlia di Genova, e la manda, senza chieder riscatto, al suo amico ed ospite Arrigo da Carmandino, il più prode tra tutti i cavalieri d'Occidente. —

La cavalcata giungeva frattanto al cospetto di Bahr Ibn. Il biondo scudiero cercava indarno cogli occhi Arrigo da Carmandino.

— Bella figliuola di Genova, — disse allora lo _Sciarif_ in quella lingua mezzo araba e mezzo italiana, che era il primo frutto delle Crociate, — tu cerchi i tuoi concittadini; ma non è qui che un amico loro, il protettore e il fratello d'Arrigo. —

Spiacque a Diana l'assenza di coloro che sperava trovare laggiù. Ma come seppe l'accaduto, e più particolarmente il modo in cui Bahr Ibn avea trapelato il rapimento di lei e provveduto alla sua liberazione, lo ringraziò con tutta l'effusione di un animo riconoscente. Bahr Ibn l'udiva, la guardava in viso, e s'inebriava di quella voce melodiosa, di quella bellezza sovrumana.

Passarono davanti ad Abu Wefa, che stava ancora prigioniero, ai piedi d'un sicomòro. Diana lo intravvide, ma torse gli occhi da lui, che la saettava d'uno sguardo feroce, sospirando profondamente.

— Che hai? — gli chiese Bahr Ibn, muovendo verso di lui, per sciogliere la fune che lo teneva legato.

— Sospiro la perla d'Occidente; — mormorò il Gran Priore. — Tu sei fortunato, o _Sciarif_!

— Fortunato, certamente, perchè potrò restituirla a chi l'hai tolta.

— Ne sei ben certo? Bada, o _Sciarif_; io posso predirti fin d'ora....

— Che cosa?

— Che tu l'amerai e non vorrai più restituirla.

— Sia maledetta la tua lingua! — gridò Bahr Ibn, profondamente turbato.

CAPITOLO XVII.

Nel quale si vedono operare i sortilegi di Abu Wefa.

Siamo a mezzo l'autunno. La _Caffara_, salpata dalla Maiuma di Gaza, è andata a golfo lanciato verso settentrione, per raggiungere le sue trentanove compagne all'assedio di Tortosa.

Quando i nostri amici arrivarono in quei paraggi metà dell'impresa era già fornita da Ugo Embriaco e dal fratello Nicolao, perchè il naviglio genovese si era in quel frattempo impadronito dell'isola e della fortezza di Arado.

Era quell'isola distante forse due miglia dalla costa. I Fenicii l'avevano chiamata Arvad, i Greci Aradio, e al tempo di cui narro dicevasi Arado. Anzi che un'isola, poteva dirsi uno scoglio, emergente dai flutti, che girava forse un miglio, di forma allungata, con una lieve salita verso il centro, e ripido da tutti i lati. Gli esuli di Sidone avevano fondata su quello scoglio una città marinara, ed è facile immaginare che, mancando lo spazio, gli abitanti Arvad se ne ricattassero nell'altezza a cui facevano ascendere le loro case, altezza sterminata, come era sterminata la profondità delle cisterne scavate nel masso, per raccogliervi l'acqua piovana o andare a cercare una sorgente d'acqua dolce nelle viscere della terra.

Una doppia cinta di mura, avanzo dell'arte fenicia, custodiva la città di Arado. Ma non gli valse perchè i Genovesi, impedite le comunicazioni colla costa, l'ebbero per fame in loro balìa; non rimanendo ad essi più altro che espugnare la città sorella, Tortosa, che sorgeva sulla costa.

I fratelli Embriaci e Ansaldo Corso, loro compagno nell'impresa, diedero opera gagliarda all'espugnazione della terra. Come ho già detto, avevano spedito in tutta fretta a Genova una galèa per annunziare ai consoli la presa di Arado, e ad uno di essi, a Guglielmo Embriaco, il triste esito della spedizione di Gaza.

Da venti giorni durava l'assedio, senza che la città, forte per la sua postura e validamente difesa, accennasse ancora ad arrendersi. Non potuta circondare dalla parte dei monti, Tortosa avea sempre vettovaglie e soccorsi d'armati. Ma San Lorenzo (che era in quei tempi ii santo prediletto dei Genovesi), san Lorenzo proteggeva i suoi divoti cittadini, e faceva capitare nelle acque di Tortosa altre otto galere, comandate da Mauro di Piazza Lunga e da Pagano della Volta, che erano stati consoli nella antecedente compagna. A proposito, ho promesso, non so più dove, di chiarire ai lettori questo negozio della compagna. E poichè il nome mi è caduto dalla penna, manterrò la promessa.

Noto anzi tutto che _compagna_ e _compagnia_ gli è come dir zuppa e pan molle. Per altro, i Genovesi antichi dicevano sempre compagna, intendendo forse da principio una società pattuita fra mercatanti, per due, o tre anni, nell'intento di far fruttare l'opera loro, e il danaro posto in comune. Dalla pluralità il concetto si allargò alla totalità, e l'associazione di tutti i cittadini si disse, nel latino dei pubblici, atti, _Communis compagna_, e più chiaramente _compagna de comuni Janue_. Se eravate fuor d'essa, potevate considerarvi fuor della legge; non avevate diritto a cittadinanza, a giustizia, a pubblici uffizi.

Vi ascrivevate alla compagnia giurandone i patti _in osculo pacis_, nel bacio della pace, vincolo e pegno tanto necessario in quei tempi di continue discordie. Questo dicevasi «giurar la compagna;» e coloro che giuravano erano i cittadini _utili_, i cittadini _idonei_, che contribuivano alla cosa pubblica con danaro, o servigi, sotto il reggimento dei consoli, i quali si eleggevano ad ogni nuovo giuramento di compagna.

Questa adunque era la grande, la prima de _communibus rebus_. C'erano poi le urbane, o minori, in numero di otto, che rispondevano agli otto rioni della città. Tra queste compagne urbane si dividevano le imposte, le spese di guerra, gli apprestamenti delle galere. Donde avveniva che pel numero delle compagne si dividessero altresì le schiere dell'esercito e le galere dell'armata, dando ciascheduna compagna il suo rettore alla nave, o alla compagna di soldati, sotto il comando di un console, o di altro capitano, scelto dal popolo tra gli uomini consolari.

E questo, che ho detto così di passata, vi chiarirà, lettori umanissimi, quell'altra faccenda del numero di otto galere che giungevano di rinforzo nelle acque di Sorìa, sotto il comando di Pagano della Volta, uno dei nobili genovesi, e di Mauro di Piazza Lunga, uno dei popolari, ambedue scaduti in quell'anno dalla prima magistratura cittadina.

Caffaro di Caschifellone si confortò un tratto nelle braccia dello zio Pagano. E dell'arrivo di quelle otto galere si confortarono tutti, sperando di poter condurre più facilmente a buon fine l'impresa.

Infatti, c'era mestieri di rinforzo. Mai, dopo la espugnazione di Cesarea, i Crociati avevano tanto sudato attorno ad una cerchia di mura. Ben presto ne seppero la ragione. L'Emiro di Tortosa non era solo a difendere la città. Fin dai primi giorni dell'assedio, aveva compagno uno dei più valorosi campioni dell'Islam. Il lettore lo ha già indovinato; era Bahr Ibn, che noi avevamo lasciato presso Teli Asterè, a quattro giornate di marcia dalla terra assediata.

Arrigo da Carmandino era lungi dal sospettare che tesoro fosse caduto in mano al nuovo difensore di Tortosa. Per lui, come per Caffaro, la povera Diana era sempre in balìa di Abu Wefa, il terribile capo degli Assassini, del quale s'incominciava appena allora ad avere nel campo dei Crociati qualche più certa notizia, ma senza sapere il vero luogo in cui fosse andato a piantare le sue tende.

Non c'era dunque da far nulla, nè da tentare, per la salvezza della infelice Diana. Questo era il pensiero di Caffaro, il solo dei due amici, che avesse ancora la mente così sana per accogliere un concetto e meditarlo. Quanto ad Arrigo, non c'era affè da sperarne un consiglio. Il poveretto avea quasi perduto il senno; il suo spirito annebbiato non vedeva più che una cosa, la possibilità di un miracolo. Ma certamente non lo sperava neanche, poichè l'uso ch'egli faceva della vita, indicando il disprezzo in cui l'aveva ogni giorno di più, mostrava apertamente com'egli cercasse la morte, quasi per trovarci un termine alle sue cure affannose.

Combatteva da disperato, guidava tutte le fazioni più arrisicate. Non c'era sortita di assediati, che non s'incontrasse, per sua disgrazia, in quell'audace guerriero, davanti al quale indietreggiava la morte.

La fama del suo voto si era sparsa nel campo, e di là era corsa fino a Gerusalemme, dove spesso andavano messaggieri dell'esercito. E già parecchi degli Ospitalieri di San Giovanni erano partiti dalla città santa, per andare a vedere le prodezze di lui e a salutare quella futura gloria dell'Ordine.

Continuatori dell'opera pietosa degli ospizii ai pellegrini (ospizii che avevano fondato in Gerusalemme i mercatanti d'Amalfi), gli Ospitalieri di San Giovanni erano allora una congregazione tra monastica e militare, che da Goffredo Buglione aveva avuto lode e privilegi, e da Baldovino ogni maniera di favori, come quella che prometteva di riuscire un valido aiuto al regno crocesegnato. Il loro istitutore, Gerardo di Tonco, era un gentiluomo piemontese, andato in Terrasanta fin dal 1074. La fondazione degli Amalfitani aveva trovato in lui il più zelante e il più divoto dei suoi cultori. Durante l'assedio di Gerusalemme, il buon Gerardo era stato chiuso in prigione dai Saracini, e l'entrata dei Cristiani lo avea liberato. I suoi Giovanniti erano monaci, infermieri e soldati, e dal loro ordine, che fu il primo di tal sorte, doveva staccarsi pochi anni di poi un altro italiano, Ugo de' Pagani, per fondar l'Ordine dei cavalieri del Tempio.

Nei campo cristiano, Arrigo era già chiamato il Giovannita. Egli stesso, in un impeto di quella disperazione terrena che fa cercar rifugio nel pensiero della divinità, comunque la s'intenda, e quantunque troppo spesso ci apparisca non curante di noi, aveva già cinte sull'armatura le insegne dell'Ordine, che consistevano in un mantello di lana bigia, e in una croce biforcata d'argento.

In Tortosa il nuovo Giovannita era temuto per quel suo meraviglioso ardimento, che, facendogli disprezzare il pericolo, rendeva gli assalti suoi così dannosi agli assediati. Si diceva da tutti i Saraceni che se nell'esercito cristiano si fossero trovati cento altri come lui, Tortosa non avrebbe potuto resistere un giorno, con tutto il valore e la rara prudenza di cui faceva prova Bahr Ibn.

Ben presto anche tra i Saracini fu risaputo il nome di quel fiero Crociato. Chi li aveva ragguagliati in tal guisa?

Ricordate che non lunge di là, vigile scolta contro Mussulmani e Cristiani, aveva piantato il suo vessillo un altr'Ordine, assai meno religioso, ma fortemente disciplinato, quello degli Assassini. Tripoli, ancora in potestà dei Mussulmani, distava appena quaranta miglia da Tortosa, e alle spalle di Tripoli, nel castello di Massiad, vigilava Abu Wefa, come un avoltoio sul ciglione della rupe.

Insieme col Gran Priore stava un altro personaggio di nostra conoscenza, giunto a lui per una di quelle malaugurate fortune, che arridono spesso ai malvagi e li attraggono l'uno all'altro per mezzo a difficoltà e pericoli tali, che condurrebbero a mal punto una schiera di onest'uomini. Il Gran Priore si era affrettato ad accoglierlo tra' suoi _dais_, o maestri iniziati, facendogli saltare d'un tratto il grado inferiore dei _rèfilis_, o compagni, ai quali non era svelato tutto l'arcano della sètta. Che bisogno c'era egli di aspettare altre prove da Gandolfo del Moro, che aveva mostrato di lancio come fosse sottile l'ingegno e sicura la sua fede nel male?

Gli emissarii di costoro correvano assiduamente per ogni lato. Si fingevano Ebrei, Cristiani, e ogni altra cosa che loro mettesse conto di parere. Arditi e destri, si ficcavano qua e là, curiosando, ascoltando e tremando, giusta i fini reconditi della sètta, e non era città del regno crocesegnato, o terra di Saracini, dove Abu Wefa non avesse mandato suoi esploratori.

Un giorno nella tenda di Arrigo si trovò una pergamena accartocciata. In essa erano scritte queste parole:

«Che il tuo amico Bahr Ibn sia in Tortosa, lo saprai. Ma una cosa non sai: che egli ha rapito la tua fidanzata e la tiene. Egli sa che tu sei votato ali' Ordine di San Giovanni e pensa che un gentil cavaliere come tu sei, terrà fede al suo voto. Diana sarà sua, o per amore, o per forza.»

A quella lettura Arrigo diede in un grido di stupore, che si mutò ben presto in urlo di rabbia. Triste combinazione di eventi! Egli sapeva che la sua povera Diana non era in balìa di Abu Wefa, e in pari tempo che Bahr Ibn lo aveva tradito.

Tradito! Ma come? Il pensiero di Arrigo corse anche una volta a Gandolfo, a cui troppo generosamente Caffaro aveva perdonato la vita.

Ma chi dava l'annunzio del tradimento di Bahr Ibn? Ed anche qui il pensiero correva a Gandolfo, sebbene quel fatto paresse in contraddizione coll'altro. Como mai Gandolfo del Moro potea dare avviso al suo rivale della sorte toccata a Diana, se era egli stesso che aveva ordito la trama per togliere quella donna a lui?

Caffaro, che era il più calmo dei due, si provò a conciliare le due cose, e pensò che quel tristo di messer Gandolfo, dopo averla fatta ad Arrigo, si fosse pentito, e non volesse lasciarne godere il frutto al Saracino.