Democrazia futurista: dinamismo politico

Part 9

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Ma noi artisti non siamo i così detti intellettuali. Siamo soprattutto dei cuori palpitanti, dei fasci di nervi in vibrazione, degli istintivi, degli esseri governati solo dalla divina, ubbriacante intuizione, e crediamo di essere, o siamo, tutti accesi del così detto fuoco sacro.

Abbiamo attraversato, senza fermarci, le catacombe dell'erudizione pedantesca; sappiamo quel tanto che basta per camminare, senza inciampare, e non inciamperemmo mai, anche se fossimo meno colti, poichè siamo dotati del sicuro fiuto della gioventù.

Alla gioventù noi accordiamo tutti i diritti e tutte le autorità, che neghiamo e vogliamo strappare brutalmente ai vecchi, ai moribondi ed ai morti.

Il Futurismo proclama così il necessario intervento degli artisti nelle cose pubbliche, _per fare finalmente del governo_ un'arte disinteressata, al posto di quello che è ora una pedantesca scienza del furto.

Ma vi sento già mormorare della nostra inesperienza tecnica. Eh! via!... non dimenticate che la razza italiana non sa produrre, in realtà, che dei grandi artisti e dei grandi poeti, ai quali certo non può essere impossibile l'istruirsi rapidamente, in pochi mesi d'osservazione, della meccanica parlamentare.

Io credo che il parlamentarismo, istituzione politica fallace e caduca, sia destinata fatalmente a perire. Io credo, che la politica italiana vedrà inevitabilmente precipitare la sua agonia, se non si piegherà a sostituire degli artisti -- ingegni creatori -- alla classe degli avvocati -- ingegni dissolventi e palliativi -- che l'hanno monopolizzato fino ad ora, manifestandovi oltre misura la loro funzione specifica, che consiste nello sfruttar bene e nel vendere il loro cervello e la loro parola.

Quindi, è specialmente dallo spirito avvocatesco, che noi vogliamo liberare la vita politica italiana. Ed è perciò che noi combattiamo energicamente gli avvocati del popolo, e in genere tutti gl'intermediari, i mezzani, i mediatori, tutti i grandi cuochi della felicità universale, particolarmente nemici di ogni violenza, ignobili maestri di diplomazia bassa, che noi riputiamo dannosi ed ingombranti nell'ascensione della maggiore libertà.

La loro presenza è diventata ormai goffa e ridicola in questa nostra vita ferrea e convulsa, ebbra di una frenetica ambizione e sulla quale giganteggia la nuova e tremenda divinità del pericolo.

Le forze oscure della Natura, prese nei lacci e nelle reti delle formole chimiche e meccaniche, e così asservite all'uomo, si vendicano terribilmente, balzandoci alla gola con la selvaggia irruenza dei cani arrabbiati.

Ben lo sapete, voi, operai degli arsenali, fuochisti dei transatlantici, marinai dei sottomarini, operai delle acciaierie e dei gasometri!

Mi sembra inutile dimostrarvi qui come, per lo sviluppo fulmineo della scienza, per la prodigiosa conquista delle velocità terrestri ed aeree, la vita essendo diventata sempre più tragica, e l'ideale di una serenità georgica essendo ormai definitivamente tramontato, convenga oggi che il cuore dell'uomo si famigliarizzi sempre più col pericolo immanente, per modo che le generazioni future possano essere ringagliardite da un vero amore di questo pericolo.

Il progresso umano esige sempre più delle anime da giocatori d'azzardo, dei fiuti da segugi, delle intuizioni temerarie da aviatori, delle sensibilità medianiche, delle divinazioni da poeta.

La complessità psichica del mondo è singolarmente aumentata per l'accumularsi delle esperienze fornite dalla storia, per la corrosione continua e il controllo eccitante che la stampa va operando.

La febbrilità e l'instabilità delle razze sono divenute tali da sconvolgere ogni calcolo di probabilità storica.

Potrei anche parlarvi del logorio che hanno subìto tutte le vecchie formole sintetiche che influenzavano il movimento dei popoli, tutte le ricette e le panacee di sicura e immediata felicità.

È ormai profonda in noi la convinzione che tutto si complica, che ogni semplificazione ideologica, dimostrativa o amministrativa è illusoria, e che _l'ordine assoluto in materia politica_ o sociale è assurdo.

Siamo giunti alla necessità di accettare in noi e fuori di noi la _convivenza degli elementi più contradittorî_.

Il popolo non potrà per nessuna forza, per nessuna volontà, rinunciare mai alle sue libertà conquistate. Rinunciarvi, sarebbe come volersi servire della diligenza, ora che le reti ferroviarie hanno rimpicciolito e offerto il mondo ad ogni singolo cittadino, come un giocattolo da palleggiare e da osservare.

Queste libertà individuali, che ingigantiscono nel loro sviluppo verso una possibile e desiderabile anarchia, debbono coesistere con un principio di autorità. Questo, per meglio salvaguardare le singole libertà, tende a distruggerle.

Vi è dunque una convivenza ed insieme una lotta salutare di principî ostili, come fra i diversi elementi che compongono il sangue dell'uomo. Cosicchè l'Italia dovrà sempre più attivare in sè il doppio fervore di una possibile rivoluzione proletaria e di una possibile guerra.

Tra il popolo, sinonimo di libertà crescente, e il governo, sinonimo di autorità decrescente, corrono in certo modo i rapporti, amichevoli e antagonistici insieme, che corrono tra il proprietario e gl'inquilini di una casa.

Vi è infatti qualche cosa di simile tra una rivoluzione contro un governo colpevole di tirannide o d'incapacità, e il brusco trasloco di un inquilino, quando il suo padrone di casa rifiuta di fare le riparazioni necessarie contro le invasioni della pioggia, del vento e del fulmine, o quando egli non seppe difendere i proprî inquilini dai ladri notturni.

In quest'ultimo caso, come l'inquilino scinde il contratto, così il popolo fa la rivoluzione.

Bisogna che ogni italiano concepisca nettamente il fondersi di queste due idee: rivoluzione e guerra, distruggendo la stupida rettorica paurosa che le avvolge di orrore, esaltando in sè e fuori di sè l'idea di lotta e il disprezzo della vita, che solo può sublimare l'uomo, dando il massimo splendore e il massimo valore ad ogni attimo vissuto.

Io credo infatti che non importasse salvare la vita di Francisco Ferrer, chiusa da una veglia e da una morte eroiche, che hanno generato la volontà liberatrice di Canalejas, -- mentre era necessario impedire ad ogni costo un nuovo trionfo dell'oscurantismo clericale.

Disgraziatamente, la scuola, inquinata dalla morale cristiana, che esige lo stupido perdono delle offese, degenerato in vigliaccheria sistematica, lavora assiduamente alla evirazione della razza.

Null'altro s'insegna oggi in Italia, se non l'obbedienza supina, e la paura davanti al dolore fisico, e questo avviene con la tremante collaborazione delle madri italiane, le quali certo non son fatte per preparare dei soldati, nè dei rivoluzionari.

Noi futuristi esaltiamo dovunque, con la parola e con l'esempio, la necessità di un'attivissima propaganda di coraggio personale.

Vogliamo che uno spirito di rivolta e di guerra circoli come un sangue impetuoso nella gioventù italiana.

La nazione, che ha origine violenta, non può che essere rafforzata da questa doppia circolazione irruente di sangue che mantenendo l'elasticità delle arterie amministratrici, rinvigorisce il senso di responsabilità nella testa e nei centri governativi.

Noi crediamo ormai infantile quel concetto dell'evoluzione rotativa storica per la quale, secondo il sogno di molti imperialisti miopi, si dovrebbe fatalmente ritornare a una forma di governo tirannico e ad una supina schiavitù popolare.

Ci raffiguriamo invece l'evoluzione futura dell'umanità come il movimento oscillante ed irregolare di una di quelle pittoresche ruote di legno munite di secchielli e mosse da un quadrupede bendato, che, in Oriente, estraggono l'acqua per l'irrigazione degli orti.

Per la costruzione primitiva della ruota e dei secchielli, l'acqua estratta è mista con della sabbia, la quale, riversandosi anch'essa, alza di continuo il livello del suolo circostante, di maniera che il congegno stesso deve essere di continuo e sempre più innalzato.

Vi sarà sempre, nel rivolgersi della storia, insieme con la monotona acqua degli avvenimenti una sempre crescente sabbia fine di libertà.

Gl'imperialisti sembrano ignorare, per esempio, la novità assoluta e l'importanza eccezionale di quello che a me sembra l'avvenimento più importante di questi ultimi cent'anni: voglio dire la libertà di sciopero, conquistata meccanicamente dal proletariato; libertà tanto più forte inquantochè non riconosciuta dalla legge; libertà che nessun Napoleone potrebbe abolire.

Questa libertà non è che un risultato logico ma inaspettato della già lontana Rivoluzione francese, la quale, come tutte le rivoluzioni registrate dalla storia, produsse effetti lentamente fecondatori paragonabili a quelli delle periodiche inondazioni del Nilo.

L'autorità dello stato non può più essere concepita come un freno alle aspirazioni libertarie del popolo. Noi crediamo invece che lo spirito rivoluzionario del popolo debba frenare -- o meglio -- corrodere lentamente l'autorità dello stato e il suo spirito conservatore, indizio di vecchiezza e di paralisi progressiva.

Rammentatevi della celebre frase di Clemenceau: «Io sono il primo Poliziotto di Francia». Con questa espressione che sembrò un motto di spirito, il grande ministro espresse esattamente la necessità che costringe i socialisti -- spinti al potere dalla forza ascensionale del proletariato, quali esponenti e difensori della libertà -- a trasformarsi immediatamente in ferocissimi reazionari.

Un dilemma infatti si presenta a costoro: o diventare un coperchio pesantissimo e soffocante sul ribollire della caldaia popolare, o prestarsi ad essere lanciati via dalla traboccante veemenza di questa furia accesa.

È sottinteso, nondimeno che simili coperchi non possono resistere a lungo. I radico-socialisti Clemenceau e Briand, divenuti i poliziotti barcollanti e feroci del movimento rivoluzionario francese dànno una nuova prova della convivenza tumultuosa di quegli elementi contradittorî di cui vi ho già parlato.

Da tutto ciò, è ovvio concludere che la violenza è oggidì divenuta la miglior condizione di vera salute per un popolo. L'ordine, il pacifismo, la moderazione, lo spirito diplomatico e riformista, non ne sono forse l'arteriosclerosi, la vecchiaia e la morte?

È soltanto con la violenza, che si può ricondurre l'idea di giustizia, ormai sciupata, non a quella fatale che consiste nel diritto del più forte, ma a quella igienica, sana, che consiste nel diritto del più coraggioso, e del più disinteressato, cioè all'eroismo.

Partendo da questo principio, io posso soddisfare subito quelli fra voi che più sono assillati dal desiderio o dal bisogno di una precisione dogmatica, collo stabilire che _il bene_ è per noi, tutto ciò che accresce e sviluppa le attività fisiche, intellettuali e istintive dell'uomo, spingendolo al suo massimo splendore, mentre _il male_ è tutto ciò che diminuisce e interrompe lo svilupparsi di queste attività.

Come il pacifismo e la paura della guerra hanno creata la nostra dolorosa schiavitù politica, così l'orrore della violenza hanno fatto del cittadino italiano un fantoccio ridicolo, malmenato dagli azzeccagarbugli, che risponde a un ceffone con una querela o con un ricatto.

E qui tocchiamo uno di quei facili conflitti fra l'autorità ordinatrice e la libertà individuale, la quale deve sempre finire col vincere, per la legge ascensionale verso l'anarchia, che governa l'umanità.

Il principio delle sanzioni giuridiche in materia di offese personali distrugge il senso importantissimo della dignità fisiologica, intimamente legata a quella psichica, e canalizza tutte le attività umane verso l'astuzia sfruttatrice, l'usura, la taccagneria e la divinità tirannica del denaro.

Siamo ricaduti così, per altra via, nello stagno della vita nostra italiana, le cui rive sono custodite dagli sterpi intricati delle leggi poliziesche e dalle siepi burocratiche, destinate soltanto a stancare e a dilaniare ogni istinto profondamente umano e ogni legittima ribellione.

Per giungere a questo agognato rinnovamento sociale e politico del nostro Paese, noi dobbiamo forzatamente vincere degli ostacoli, i quali, a prima vista, sembrano insormontabili, poichè li portiamo in noi stessi sotto forma di elementi caratteristici della nostra razza.

Voglio parlare del _personalismo_, dell'_utilitarismo clericale_, della _ipersensualità_ e dell'_ironia_ mordace e demolitrice.

Chiamo _personalismo_ quell'abitudine intellettuale che consiste nel sottomettere qualsiasi giudizio a delle considerazioni, a delle simpatie o a delle antipatie assolutamente personali. -- Chiamo personalismo l'indifferenza, o meglio il disprezzo che ogni italiano nutre per le pure idee, combattendole soltanto quando siano sostenute da un nemico, amandole soltanto quando siano sostenute da un amico.

Bisogna combattere questo vizio gravissimo, anzitutto trasformando il nostro mefitico sistema scolastico, inteso solo a premiare la bassa cortigianeria degli allievi sgobboni ed imbecilli, che, leccando quotidianamente la vanità di un professore finiscono coll'assorbirne la tronfia e dogmatica imbecillità.

Noi futuristi, che accordiamo ai giovani tutti i diritti e tutte le autorità, vorremmo che nelle scuole fossero invece incoraggiati e premiati quegli studenti che manifestano fin dai primi anni, di avere delle idee personali e una maniera spiccata di giudicare uomini e libri.

La libera intuizione, cioè la facoltà di avere e di creare delle idee nuove: ecco ciò che noi vogliamo esaltare! Ed è per questo, che noi proscriviamo dalla scuola il prete, il quale, non potendo più oggi preparare delle fedi nell'assenza di un vero sentimento religioso, si accontenta di rammollire e di abbassare le anime, creando quel fenomeno di _utilitarismo cretino e pauroso_ che si chiama il Clericalismo.

Italiani! Conviene intensificare ed accendere ovunque una guerra accanita contro il clericalismo, partito politico, che non basandosi ormai più sul sentimento mistico e pure avendo ormai perso l'obbiettivo del potere temporale minaccia, nei nostri figli, la nostra grandezza futura.

Utilitarismo pretino, paura quietista: ecco il brago in cui la nostra razza si avvoltola, coprendosi del fango dell'accidia e dell'_ipersensualismo_.

Quest'altro vizio italiano, anzi latino, si manifesta in mille modi, ed anzitutto nella tirannia dell'amore, che falcia le energie degli uomini di azione, nell'ossessione della conquista femminile, nell'ideale romantico della fedeltà e nella tendenza immonda alla più fatale e snervante lussuria.

Questa nefasta tendenza deve essere contrastata, nella scuola e fuori, mediante un continuo e sapiente sviluppo degli _sports_ violenti, della scherma, del nuoto, e particolarmente della ginnastica. Questa deve essere liberata dall'antico acrobatismo e dalla gesticolazione di parata: una ginnastica razionale, atta ad amplificare il torace, a dilatare i polmoni, a liberare il cuore, a contenere gli intestini, la riattivare la circolazione del sangue, ad aumentare l'ematosi, a fortificare i legamenti articolari, e a tonificare i muscoli, per la formazione di un corpo d'uomo bello, svelto, forte e resistente, che sappia pensare, volere ed atterrare uomini, idee e cose con uguale disinvoltura.

Noi futuristi, convinti dell'influenza che l'Arte esercita su tutte le attività di un popolo, vogliamo purificarla dal sentimentalismo, dalla erotomania d'annunziana e dal dongiovanismo, creando un'arte che glorifichi la forza e la libertà individuale, le vittorie della scienza e il dominio crescente delle forze oscure della natura.

Sappiamo infatti che il romanticismo voluttuoso esagera l'importanza dell'amore nella vita nostra.

La donna italiana, madre dolcissima, ma coltivatrice di viltà nei propri figli, quando non sia semplicemente dominata dal prete o dal desiderio assiduo di un lusso sfarzoso -- diventa un nemico quasi invincibile e una barriera insormontabile, in tutte le grandi fiammate guerresche o rivoluzionarie.

Il nostro ipersensualismo genera non solo questa esagerata importanza della donna unicamente voluttuaria e ingombrante, ma anche ciò che ne è una conseguenza: la mania del lusso appariscente e delle grandi agiatezze domestiche.

Ahimè! talvolta basta la preoccupazione di un buon pranzo, o di un cappello piumato per la signora, o di un bel tappeto da fare ammirare agl'invitati, talvolta basta -- dicevo -- una preoccupazione di questo genere, a far deviare un uomo politico italiano dalla sua rotta disinteressata, o a troncare un programma di eroismo e di sacrificio.

Abbiamo visto recentemente, con nostro grande dolore, uomini dagl'ideali altissimi e violenti subire a tal punto la snervante atmosfera di serenità coniugale, da rinunciare totalmente a qualsiasi audacia direttiva, per sprofondarsi scetticamente in una comoda poltrona -- coltissimi fra i troppo amati, inutili ed amici libri -- ed accogliere il nostro irrompere entusiastico col sorriso della più facile e scoraggiante ironia demolitrice.

Questa facile e scoraggiante ironia demolitrice, ecco il quarto vizio grave, profondamente italiano, dal quale deriva un disastroso misoneismo, opposto ad ogni arditezza, ad ogni sano ottimismo eccitatore; ecco il veleno tragico e gaio che inquina purtroppo la parte migliore d'Italia, voglio dire le popolazioni meridionali, le più ricche d'immaginazione costruttrice e di divinazione geniale.

È questa ironia, fatta di epicureismo, di spirito caustico, e di spensieratezza, che in un tramonto color di fucina, 12 anni or sono, davanti al Cimitero monumentale di Milano, cadenzava stupidamente, con un ritmo allegro di baldoria e di danza il ritorno di una massa rivoluzionaria che aveva accompagnata la bara sinistra di un operaio ucciso in un grave conflitto con le truppe.

Aveva seguito anch'io quella nera marea umana, schiumosa di faccie livide, su cui sobbalzava, come un funebre canotto, la bara, che i portatori curvi rendevano stranamente gambuta.

Sopra, si gonfiavano delle bandiere rosse, col movimento acceso e il respiro di altrettanti mantici enormi.

Fiamme di torce, come stracci di miseria sanguinante, oratori riformisti chini con la fiòcina per infilzare il viscido polpo del mezzo-termine; discorsi di una stomachevole moderazione, tali da far cadere per la noia le stelle e pel disgusto la luna, come un fulgido sputacchio!

Che schifo! Eravamo sommersi da un diluvio di consigli stupidamente paterni, ed era ben giusto che dopo una simile immonda commedia, la folla se ne ritornasse in città, verso il desinare, con ritmo di danza, cantando l'inno dei lavoratori, per accompagnare un secondo feretro: non più quello di un operaio ucciso, ma quello della Rivoluzione!

Ironia! Ironia! Vecchia ironia italiana!... Ecco la nostra nemica, da distruggere, da calpestare, a forza di entusiasmo, a forza di temerità, a forza di ottimismo, anche artificiali!

Operai! Guardatevi dall'ironia scettica ed egoista, vi liquefa il cuore nel giorno della giusta sommossa, e crea in voi quel vergognoso fenomeno che è il _pànico dello squillo_!

Quante volte, nei dieci anni di vita milanese che io ho condotto studiando quotidianamente il flusso e riflusso del socialismo italiano, leggendo attentamente ogni comizio come il più interessante e doloroso dei libri, quante volte ho arrossito, come italiano... ve lo ripeto: _come italiano_, al vedere delle ingenti masse operaie, agitate dalle più legittime rivendicazioni e da un magnifico desiderio di maggior libertà, delle ingenti masse di popolo, dico, prese fulmineamente dal più insensato spavento collettivo, al risuonare delle quattro note insolenti dello squillo poliziesco!

Una mandra in fuga... Dorsi curvi e folli, gambe levate, davanti al trotto sgangherato di una cavalleria incapace di correre sul selciato.

Naturalmente, gli oratori che riformisticamente avevano tinto di rosa, non di rosso, la folla, erano spariti... Dove e perchè? Senza dubbio per qualche loro improvvisa rivoluzione intestinale!...

Ma una rossa visione mi si affaccia alla mente: una visione che conforta il mio sangue futurista...

Vedo un crepuscolo fumoso di capitale, su una strada viscida di pioggia e già chiazzata e febbricitante di riflessi...

Nella grande rete dei fili tramviari e telefonici, mille luci arrabbiate azzannano la polpa dell'ombra!... Pallore famelico delle case!... Oscuri profili irritati!... Laggiù, nelle vie laterali, ove furono fracassati tutti i lampioni, tenebre, tenebre massiccie, rotolate giù da chi sa qual cielo distrutto!...

Ad uno sbocco di via, una folla compatta, nerissima...

È formata, quella folla, dalle vostre donne e dai vostri figli: braccia intrecciate di notturna foresta africana; tutti incastrati l'uno fra gli altri come i mattoni di una muraglia!

Voi, uomini, vi schiererete davanti alle vostre donne, in quella tragica jungla di pietra e di ferro, sotto i rotondi frutti elettrici, esplosi, lattescenti, bianchissimi, e caricherete tranquillamente le vostre carabine, per le belve poliziesche.

Risuoneranno allora, improvvise e beffarde, le note dello squillo, funebre rasoiata attraverso la gola muta del silenzio...

Ed ecco il comando urlato: «_Avanti!_».

Ma sento anche uno sghignazzamento formidabile rispondere a quello squillo, e la folla, pietrificata dal coraggio, gridare: «Gli italiani non fuggono! Pel sublime amor del pericolo, accettiamo una lotta sanguinosa sotto le stelle fulgidissime d'Italia, che c'impongono di non indietreggiare!...».

Vedo un immane groviglio rosso: la mischia furibonda dei cavalli impennati, sotto un rovescio di tegole. Ben venga il macello!... Ce ne rallegreremo insieme, operai italiani, se avremo sopravvissuto... Ce ne rallegreremo, poichè null'altro sarà avvenuto; null'altro che un salutare colpo di bisturì nel gigantesco foruncolo della paura e del mediocrismo italiano!

Poichè, alla propaganda della vigliaccheria, noi opponiamo la propaganda del coraggio e dell'eroismo quotidiano...

Poichè, all'attuale estetica di fango monetato noi opponiamo -- sia pure, sia pure! -- una estetica di violenza e di sangue!

24.

Morale del pericolo: la libertà elastica senza carceri e carabinieri.

Non credo di essere eccessivamente ottimista nell'accordare la più ampia fiducia allo sviluppo crescente dell'intelligenza italiana.

L'intelligenza delle nostre masse politiche non è ancora giunta ma giungerà al nostro alto concetto futurista di libertà assoluta da imbrigliare o sciogliere secondo la mutevole urgenza degli avvenimenti e dei bisogni.

Queste masse proletarie si dividono in reazionarî cretini e in anarchici balordi. Degli arditi valorosi scatenati dall'orgoglio della vittoria e dal patriottismo sanguinosamente provato sui campi di battaglia dimostravano pochi giorni fa una splendida voglia di menar le mani e di andare all'assalto in piazza della Scala. Ma rivelavano anche pur troppo una tendenza a diventare dei carabinieri reazionari.

Il fenomeno è tipico: Chi dice «ardito» o «reparto d'assalto» dice anche: «slancio rivoluzionario fuori dalla disciplina, amore sfrenato d'ogni libertà, generosità, eroismo. L'ardito era un esplosivo più o meno bene incanalato che scoppiava efficacemente in faccia agli austriaci detentori d'ogni passatismo reazionario e d'ogni clericalume poliziesco. Fui perciò attristato dal vedere un ardito furente di odio slanciarsi con anima carabinieresca contro un cittadino che gridava: «W. l'anarchia!» con audacia d'ardito.

Mi direte che è questione d'intelligenza. È vero. Ma è specialmente questione di una qualità eminentemente futurista della intelligenza: l'Elasticità.

L'ardito che si slancia contro i carabinieri che gli vietano una dimostrazione o contro masse di sozzalisti antipatriottici dovrebbe con elastica intelligenza fermarsi ed abbracciare il cittadino isolato che osa, affrontando tutti i pericoli, lanciare un grido come quello di «W. l'anarchia!».