Democrazia futurista: dinamismo politico

Part 8

Chapter 83,458 wordsPublic domain

Dichiariamo soltanto che i forestieri verranno sempre, purtroppo, in gran numero in Italia, poichè la nostra penisola ha il clima più dolce, il cielo più bello, la massima varietà di paesaggi, ed è insomma il riassunto meraviglioso di tutte le bellezze della Terra. Siccome la vendita delle nostre opere d'arte antiche sarà necessariamente graduale, i forestieri, per molto tempo, se ne accorgeranno appena. Essi troveranno sempre ad ogni modo, sul nostro suolo, torri, mura, chiese e palazzi da ammirare.

D'altra parte, tutti i nostri vecchi quadri e le nostre vecchie statue vanno continuamente decadendo in una lenta agonia e sono destinate a perire. La loro vendita dunque s'impone a un popolo come l'italiano, praticissimo, il quale deve fare oggi ciò che domani si farebbe con vantaggio assai minore.

La vendita dovrà essere fatta con somma perizia e abilità. Ne affideremo volentieri la direzione ai più illustri nostri cultori e critici d'arte, che ne regoleranno la valutazione sul mercato mondiale, mantenendone alti i prezzi e imponendo in ogni contratto delle clausole di riscatto. Nessuno vieterà all'Italia, ingigantita da queste utili vendite, di riacquistare più tardi ciò che fu venduto.

Un'altra obiezione può essere questa: Non si devono privare gl'italiani del piacere di godere in casa loro le opere dei nostri grandi antenati. Rispondiamo. È assurdo che su 40 milioni d'italiani, i 39 milioni che sono incapaci o non hanno tempo di amare le opere d'arte antiche continuino ad essere esauriti, e fors'anche esasperati fino alla rivolta, da sempre più gravose imposte, mentre il paese possiede un colossale capitale artistico praticamente trasformabile in tanto oro.

Supponendo nella maggioranza incolta della popolazione italiana una sempre crescente possibilità e passione di gustare il possesso delle opere d'arte antiche, noi proponiamo che una piccola parte del prodotto della vendita sia consacrata a nuovi e più profondi lavori di scavi archeologici, i quali riempiranno certo, in pochi anni, i vuoti dei nostri musei e delle nostre piazze con innumerevoli altre opere d'arte antiche. Possiamo infatti affermare senza ombra di paradosso o d'ironia che mentre gli altri paesi posseggono miniere di carbone, di ferro o d'oro, il nostro possiede le più inesauribili miniere archeologiche. Il sottosuolo di Roma, quello dell'Umbria, della Toscana, della Campania e della Sicilia, possono diventare le nostre Cardiff, le nostre Westfalie, il nostro Capo di Buona Speranza. Certe zone saranno meno fruttifere, ma anche per quelle si tratta di lavoro, e io non esito ad affermare che a tre o quattrocento metri sotto la mia Casa Rossa, a Milano, dorme un prezioso, elegante e nostalgico Tempio di Venere. Il passato galvanizzato così, risorgerà per partecipare al gran progresso nazionale. I nostri grandi avi pittori e scultori, da Giotto a Botticelli, a Cellini, a Michelangelo, a Raffaello, parteciperanno alla nostra vita formidabile, ombre di futuristi geniali del loro tempo, finalmente liberate dalla muffa e dal tedio dei musei.

Queste idee, d'un futurismo moderato, che io comunicai nel 1913 allo _Standard_ di Londra, e nelle quali il mio intervistatore inglese trovò allora qualche cosa di vero, di pratico e di patriottico, potevano sembrare, in tempo di pace, audaci e divertenti paradossi. Oggi, dopo la grande vittoria noi sentiamo il dovere di proporre al Governo italiano la vendita graduale e sapiente delle nostre opere d'arte antiche, come una soluzione razionale del compenso ai combattenti.

2ª Soluzione:

_Sequestriamo due terzi dei guadagni ai fornitori._

Il futurista Settimelli dice:

Bisogna colpire subito i fulminei esagerati guadagni dei fornitori.

Ragioni sopratutto sentimentali ci spingono a far gravare la mano -- prima che su ogni altro proprietario -- sui fornitori militari.

Nessuna ricchezza potrà oggi essere ingiusta di fronte al combattente come quella accumulata in occasione della stessa guerra che gli ha portato disagi, ferite, sacrifici, pericoli d'ogni sorta.

Afferma giustamente Léon Daudet: «L'arco di trionfo non è tutto!».

E nemmeno i paroloni di riconoscenza. Occorre del buon pane, del buon vino, del buon panno a questi quattro milioni di maschi italiani che hanno salvata e ingigantita la loro patria e che oggi le sono più che mai indispensabili.

Troppe automobili da passeggio per neo-milionarie, troppi sfarzi son sbocciati fuori dalle lunghe teorie dei rudi carriaggi da guerra!

Signori del governo, trasformate questo lusso in denaro per i combattenti, date all'Italia questa eleganza più grezza ma più sana!

Denaro, denaro, denaro per i vincitori! Non è un'elemosina, ma il riconoscimento di un sacrosanto diritto che nessuno e nessuna forza potrà togliere loro. _Non è possibile truffare il Destino._

All'opera, signori del governo, finchè siete in tempo!

Il nostro _manifesto politico_ esige: il sequestro dei due terzi di tutte le sostanze guadagnate con forniture di guerra.

Costituzione di un patrimonio agrario dei combattenti. Occorre acquistare una determinata quantità della proprietà terriera d'Italia, pagandola a prezzi da fissarsi con criterii speciali, e darla, con le debite cautele e riserve, ai combattenti, o, in caso di loro soccombenza, alle famiglie superstiti.

Al pagamento delle terre così acquistate deve provvedere la Nazione intera, senza distinzione di classe, ma con distinzione progressiva di posizione finanziaria, con elargizioni volontarie e con imposte.

Il pagamento delle terre occorrenti potrebbe estinguersi entro cinquant'anni dallo spossessamento, in modo che il contributo della Nazione, sotto forma di elargizione o di imposta, sarebbe minimo. Rientrino, se ve ne sono, nel patrimonio agrario dei combattenti, le terre espropriate per debito d'imposta.

Tutti i lavoratori manuali che avranno prestato servizio militare nella zona delle operazioni dovranno essere inscritti per cura dello stato nella «Cassa Nazionale di previdenza per la invalidità e la vecchiaia degli operai» a far data dal primo giorno del loro effettivo servizio. Lo stato dovrà pagare i contributi annuali per tutta la durata della guerra. L'iscrizione dei militari combattenti alla «Cassa Nazionale» avverrà d'ufficio e sarà posta a carico dello stato per tutto il periodo corrispondente al servizio militare, produrrà un onere continuativo a carico degli interessati per tutto il resto della loro vita.

L'assegno congiunto alla concessione di medaglie al valor militare sarà triplicato, -- Il limite di età stabilito nei corsi sarà prolungato per i reduci della zona delle operazioni di un tempo equivalente alla durata della guerra. -- Ai reduci dalla zona delle operazioni, quando ottengono un pubblico impiego, saranno computati il servizio militare e le campagne agli effetti dell'anzianità e della pensione, provvedendo lo stato, quando ne sia il caso, ai versamenti alla Cassa Pensioni per il tempo passato dal militare sotto le armi. Per dieci anni dopo la guerra le amministrazioni dovranno alternare concorsi liberi, con concorsi esclusivamente riservati ad reduci della zona delle operazioni ed ai mutilati di guerra fisicamente suscettibili del servizio richiesto.

Preparazione della futura socializzazione delle terre con un vasto demanio mediante le proprietà delle Opere Pie, degli Enti Pubblici e con la espropriazione di tutte le terre incolte e mal coltivate. Energica tassazione dei beni ereditari e limitazioni di gradi successorii.

Sistema tributario fondato sulla imposta diretta e progressiva con accertamento integrale. Libertà di sciopero, di riunione, di organizzazione, di stampa. Trasformazione ed epurazione della Polizia. Abolizione della Polizia segreta. Abolizione dell'intervento dell'esercito per ristabilire l'ordine.

Giustizia gratuita e giudice eletto dal popolo.

I minimi salari elevati in rapporto alle necessità della esistenza. Massimo legale di 8 ore di lavoro. Parificazione ad eguale lavoro delle mercedi femminili con le mercedi maschili. Leggi eque nel contratto di lavoro individuale e collettivo. Trasformazione della Beneficenza in assistenza e previdenza sociale. Pensioni operaie.

Industrializzazione e modernizzazione delle città morte che vivono tuttora del loro passato. Svalutazione della pericolosa e aleatoria industria del forestiero.

Sviluppo della marina mercantile e della navigazione fluviale. Canalizzazione delle acque e bonifiche delle terre malariche. Mettere in valore tutte le forze e le ricchezze del paese. Frenare l'emigrazione. Nazionalizzare, utilizzare tutte le acque e tutte le miniere. Concederne lo sfruttamento a enti pubblici locali. Agevolazioni all'industria e all'agricoltura cooperative. Difesa dei consumatori.

22.

Abolizione della coscrizione, esercito volontario, scuole di forza, coraggio e patriottismo; corsi di strategia e d'armi.

Dopo lo smembramento dell'impero austroungarico e lo sfasciamento del suo esercito noi proponiamo senz'altro l'abolizione della coscrizione che la conflagrazione ha dimostrato assolutamente inadatta a preparare la vittoria.

Crediamo che bisogni rimpiazzarla con un indirizzo sistematicamente sportivo, pratico e tecnico da darsi alle scuole. Istituiremo delle scuole di forza fisica, di coraggio e di patriottismo concreto che producano dei giovani agilizzati e rinforzati simili a quelli usciti senza malattie, senza gravi ferite dalla guerra di trincea. Non crediamo che occorra la vita assurda, deformata, esasperata, contorta, di tre anni sopportati nel sudiciume delle Caserme per formare lo spirito militare. Il giovane italiano non ha bisogno di 3 anni di scuola a piedi abbrutente per imparare ad andare all'assalto e a circondare una mitragliatrice nemica.

L'esercito è una costruzione medioevale che è stata quasi radicalmente deformata e spaccata per vincere la guerra.

È tempo che si concepisca nettamente la possibilità di una guerra fuori dal concetto di esercito.

Le scuole di forza, coraggio, patriottismo che noi vogliamo istituire devono essere concepite fuori della vecchia mentalità del dovere pesante e della disciplina monotona. Con una giocondità primaverile di gioventù che si diverte, giuoca, e involontariamente perfeziona così la potenza dei muscoli addestrandosi allegramente a scattare in avanti, a correre, a irrigidirsi, a snodarsi, per evitare una legnata, prendere a volo un oggetto lanciato, traversare un fiume a nuoto, saltare un ruscello, superare un muro, arrampicarsi, ecc.

Queste scuole devono dare agli adolescenti l'orgoglio del proprio corpo, della propria salute fisica e della propria bellezza muscolare. Da queste scuole devono uscire dei giovani muscolosi, agili e belli che sappiano non soltanto leggere e scrivere, ma anche atterrare un aggressore, salire su un albero velocemente, considerare il coraggio come la virtù essenziale dell'uomo, la vigliaccheria come il peggiore delitto, e la qualità d'italiano come un titolo di nobiltà.

Fra questi giovani sarà facile reclutare un piccolo corpo coloniale volontario con un pratico sistema di quadri elastici adatti a formare i quadri delle grandi armate improvvisabili in caso di guerra.

Non credo alla utilità della vasta, ingombrante costruzione pletorica e passatista che si chiama _lo stato maggiore_. Dei generali geniali e decisivi come _Badoglio_ e _Pétain_ benchè venuti dallo Stato Maggiore, ne dimenticarono sistematicamente la vecchia dottrina durante questi 4 anni di guerra, sviluppando il loro ingegno strategico e il loro esperto maneggio di fanterie e di cannoni nell'esperienza quotidiana, caso per caso, osservando la linea, contrapponendo astuzie ad astuzie, perfezionamenti a perfezionamenti.

Il generale Caviglia e il geniale Foch si dimostrarono grandi condottieri perchè unicamente preoccupati di agire con buon senso antiscolastico, risolvendo tutti i problemi con un ingegno ancora giovanile che aveva saputo resistere ai pedanteschi insegnamenti dello Stato Maggiore e della Scuola di guerra.

Quattro anni di guerra ci hanno dimostrato che la cavalleria nel suo stato attuale non può avere che una funzione decorativa da parata o da torneo medioevale.

Enorme paralitico e paralizzante bersaglio offerto alle artiglierie nemiche e senza vera potenza offensiva.

Impiegare delle masse di cavalleria non può divertire che un cervello da macellaio.

Impiegare la cavalleria per squadroni o per plotoni in azioni di molestia o di collegamento equivale a dichiarare il fallimento della cavalleria.

Questa guerra ha assolutamente svalutato il cavallo. Prima, nei periodi di lotta di trincea, e ultimamente nell'ultima meravigliosa nostra offensiva manovrata.

Il fucile essendo stato quasi altrettanto svalutato che il cavallo e la guerra futura non potendo essere che una guerra di mitragliatrici, noi giungiamo al concetto di creare degli squadroni di mitraglieri a cavallo, utilizzando così il cavallo a portare celermente in punti lontani il maggior numero possibile di mitragliatrici. In una possibile guerra futura avranno perciò parte preponderante i mitraglieri ciclisti, le auto-mitragliatrici blindate, oltre le artiglierie.

Perchè eventualmente domani delle armate così concepite siano facilmente improvvisate occorre che l'educazione sia imperniata oltre che sulla ginnastica e i giuochi sportivi anche sulla scienza meccanica.

Occorre inoltre istituire delle scuole di strategia e d'armi dove tutti i cittadini siano tenuti al corrente dei continui perfezionamenti di tutti gli ordigni di guerra.

23.

Il cittadino eroico, l'abolizione delle polizie e le scuole di coraggio.

Tutto l'attuale sistema d'ordine è assolutamente bacato, reazionario, inefficace, balordo e spesso criminale.

Abolirlo, dunque, _al più presto_.

In massima ogni cittadino _deve_ sapere difendersi. Lo stato _deve_ intervenire soltanto in casi eccezionali per difendere l'individuo. Il principio del libero cazzotto, dosato e frenato da multe, esiste di già in America e in Inghilterra.

Le sommosse, le agitazioni di folla quando sono assolutamente assurde e senza la più piccola parte di vero diritto devono essere frenate, soffocate o spente ma senza intervento militare.

Bastano dei potenti getti d'acqua di pompieri. Se l'incendio prende proporzioni enormi vuol dire che c'è molta legna secca da ardere e che tutto _deve_ bruciare.

I pompieri rientreranno con le pompe e lasceranno assoluta libertà al fuoco.

È assurdo che lo stato debba continuamente intervenire per difendere lo zotico, il lento, il cretino rapace che si lascia prendere dalla solita truffa all'americana.

Questo zotico rapace è molto più disprezzabile che _il ladro stesso_.

Non abbiamo nessuna compassione per un'altra categoria di cittadini lenti, podagrosi, e privi di agilità vitale che io chiamerei gli scimmioni di biblioteca.

Lo scimmione di biblioteca e lo scimmione della campagna _devono_ sparire. Difenderli dalle aggressioni possibili non può essere che una immoralità.

Che ne dite per esempio di quel progetto futurista che consiste nell'introdurre in tutte le scuole un corso regolare di rischi e di pericoli fisici? I ragazzi saranno sottoposti indipendentemente dalla loro volontà alla necessità di affrontare continuamente una serie di pericoli sempre più terribili l'uno dell'altro sapientemente preparati e sempre più imprevisti come: Un incendio, un annegamento, un diluvio d'acqua, lo sprofondamento di Un impiantito o il crollo di un soffitto.

Il coraggio è la materia prima, la materia essenziale perchè secondo la grande speranza futurista tutte le autorità, tutti i diritti, tutti i poteri, siano brutalmente strappati ai morti e ai moribondi e dati ai giovani fra i venti e i quarant'anni.

Propongo l'abolizione delle attuali polizie. Rimpiazzarle con un corpo di cittadini scelti rimuneratissimi e poco numerosi che interverranno soltanto in casi eccezionali portando specialmente il peso della loro autorità e _mai_ quello delle manette.

Propongo inoltre delle vere scuole di coraggio fisico, per addestrare la prima adolescenza ad affrontare con disinvoltura e superare _ogni pericolo senza mai domandare aiuto e senza contare sulla forza pubblica_. Questo coraggio diventato un'abitudine profonda diminuirà singolarmente le aggressioni che in un paese di coraggiosi tenderebbero fatalmente a sparire.

I nostri principî futuristi sono l'amore del progresso, della libertà, del pericolo, la propaganda del coraggio e l'eroismo quotidiano.

Nostri grandi nemici: tradizionalismo, mediocrismo e vigliaccheria.

Da un lucido amore del pericolo, da un coraggio consuetudinario e da un eroismo quotidiano scaturiscono appunto -- naturalmente -- la necessità immediata e la bellezza della violenza.

Io vi parlo di tutto ciò in una forma assolutamente apolitica, alla quale voi senza dubbio siete poco abituati; e vi sguaino senza altri preamboli il mio pensiero, che voi potrete anche prendere per un consiglio ad agire.

Non ignoro le prevenzioni accumulate in voi contro di noi futuristi, dalle più o meno allegre chiacchiere dei giornali mercenarî, custodi eunuchi della mediocrazia e del misoneismo italiani.

Forse non avete ancora un concetto esatto di ciò che siamo e di quel che vogliamo....

Immaginate nella malinconica e stagnante repubblica delle lettere e delle arti un gruppo di giovani, assolutamente ribelle e demolitore, che, stanco di adorare il passato, nauseato dal pedantismo accademico, avido di originalità temeraria, e anelante verso una vita libera avventurosa, energica e quotidianamente eroica, vuol sgombrare l'anima italiana da quel cumolo di pregiudizî, di luoghi comuni, di rispetti e di venerazioni, che noi chiamiamo _il passatismo_.

Ci consideriamo come l'acido nitrico distruttore che è bene gettare su tutti i partiti, già in putrefazione.

Nel nostro Manifesto futurista, pubblicato 11 anni fa dal _Figaro_ di Parigi, noi esaltammo ad un tempo il Patriottismo, la Guerra -- sola igiene del mondo -- il gesto distruttore dei libertarî, e le belle idee per cui si muore, gloriosamente opposte alle brutte idee per cui si vive.

Certo, questi principii e queste parole non ebbero mai, fino ad ora, alcun contatto fra di loro.

Voi foste abituati a considerare il patriottismo e la guerra come assolutamente contrarii alla idea anarchica, che fece esplodere tante vite, per la conquista di una maggiore libertà.

Affermo che queste due entità apparentemente contradittorie: la collettività e l'individuo, si compenetrano intimamente. Lo sviluppo della collettività non è forse infatti il risultato degli sforzi e delle iniziative particolari? -- Così, la prosperità di una nazione è prodotta dall'antagonismo e dall'emulazione dei molteplici organismi che la compongono.

Ugualmente la concorrenza industriale e militare che si stabilisce fra i diversi popoli è un elemento necessario al progresso dell'umanità. Una nazione forte può contenere ad un tempo dei reggimenti ebbri di un patriottico entusiasmo e dei refrattarî assetati di ribellione! Sono, queste, due canalizzazioni differenti del medesimo istinto di coraggio, di potenza e di energia.

Il gesto distruttore dell'anarchico non è forse un richiamo assurdo e bello verso l'ideale dell'impossibile giustizia?

Non è forse una barriera opposta alla tracotanza invadente delle classi dominatrici e vittoriose? Per conto mio, preferisco la bomba di un anarchico, allo strisciare del borghese che si nasconde nel momento del pericolo, o all'egoismo vile del contadino che si mùtila per non servire il proprio paese.

Quanto all'elogio della guerra, non costituisce certo, come si è preteso, una contradizione coi nostri ideali, nè implica un regresso verso le epoche barbare. A chi ci rivolge accuse simili, noi rispondiamo che alte questioni di salute e di igiene morale dovevano necessariamente esser risolte _appunto per mezzo della guerra_, prima di qualsiasi altra. -- La vita della nazione non è forse simile a quella dell'individuo che combatte le infezioni e le pletore mediante la doccia o il salasso? Anche i popoli, affermiamo noi, devono seguire una costante igiene di eroismo, e concedersi gloriose docce di sangue!

E le conseguenze? mi direte voi.... Le conosciamo! Sappiamo che un periodo di miseria segue inevitabilmente la guerra, qualunque sia l'esito di essa. Periodo assai breve, però, quando la guerra sia vittoriosa, e meno lungo di quanto credete, nel caso di una sconfitta.

Ora, non abbiamo forse, senza luce di gloria, dei simili periodi di miseria, per effetto di una semplice crisi di borsa o di un basso giuoco di agiotaggio? Via! Bando a questi sentimenti usurai!.... Non avrete dunque più altro ideale che quello della comodità e del quieto vivere?

Voi avete disgraziatamente imparate dal giolittismo (anteguerra) e dal bissolatismo (dopo guerra) la nefasta e ridicola ricetta della pace usuraia e mercantile e paurosa.

Noi sosteniamo invece e propugnamo la doppia preparazione della guerra e della rivoluzione, nel cerchio di un patriottismo più intenso, sotto il divino nome d'Italia, scritto nel nostro cielo dai rossi vapori di un nuovo coraggio italiano.

Noi crediamo che soltanto l'amore del pericolo e l'eroismo, possano purificare e rigenerare la nostra razza.

Quelli fra voi che sono più ligi alla tradizione mi obietteranno che un simile programma intellettuale rimarrà fatalmente allo stato di utopia e di paradosso vano.

Arturo Labriola stigmatizzava in noi futuristi, poeti e pittori, la nostra tendenza a mescolare l'arte e la politica, per difendere l'orgoglio nazionale e favorire, insieme, il movimento ascensionale del proletariato.

Arturo Labriola mi sembra sia incorso in un pregiudizio, abbastanza naturale, data la novità, nella storia, del nostro atteggiamento.

Provatevi infatti a rispondere a questa mia domanda:

-- Dal momento che noi dobbiamo a parecchie generazioni di uomini politici lo stato spaventoso di corruzione, di opportunismo e di comodo scetticismo affaristico nel quale è caduto a poco a poco il parlamentarismo italiano, noi, poeti ed artisti, che soli abbiamo conservato -- per quella che io chiamerei una assoluta mancanza di mercato rimunerativo -- la fiamma di un disinteresse assoluto, sotto la luce acciecante di un ideale di bellezza irraggiungibile, -- noi che scriviamo versi, dipingiamo quadri, componiamo musiche, senza speranza di guadagno sufficiente, non abbiamo forse, noi, il diritto d'insegnare il disinteresse? E perchè non dovrebbe dunque essere permesso, a noi, di scacciare i mercanti dal tempio e di offrire i nostri muscoli e i nostri cuori all'Italia, in nome dell'arte?

Ci credete forse incapaci di praticità politica, per eccesso di fantasia? Certo non potremo, malgrado tutte le nostre leggerezze artistiche, far peggio dei nostri predecessori. Del resto, noi ci crediamo attesi dalla storia. Avrete senza dubbio notato, nello svolgersi degli avvenimenti umani, che ad un periodo di violenza idealistica e generosa succede sempre un periodo di mercantilismo egoistico ed avaro, come quello che attraversiamo.

Ora, noi vogliamo risuscitare lo sforzo passionale e temerario della razza che seppe realizzare l'indipendenza italiana, e faremo ciò senza l'eccitante alcool delle bandiere spiegate e delle rosse fanfare, noi, poeti ed artisti; senza ricorrere a nuovi sistemi politici, e solo spargendo il fuoco di un entusiasmo inestinguibile in questa Italia che non deve cadere nelle mani di scettici e d'ironici, solo elettrizzando di un coraggio accanito questa Italia che appartiene ai combattenti!

Voi mi direte, seguendo gl'insegnamenti di Giorgio Sorel, che nulla è più pericoloso degli intellettuali per gl'interessi del proletariato rivoluzionario. Ed avrete ragione, poichè oggi intellettualità e cultura sono sinonimi di rapacità egoistica e di oscurantismo retrogrado.