Democrazia futurista: dinamismo politico

Part 7

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Fin dal 1825 si ebbero in Inghilterra i primi tentativi di partecipazionismo operaio, e da quell'anno fino al 1910 si fecero 221 di tali esperimenti, dei quali solo 70 erano in esistenza nel 1910, secondo i rilievi fatti dall'Ufficio inglese del Lavoro; e, in fondo, gli operai inglesi considerano attualmente questo procedimento con indifferenza. In Francia già negli anni _quaranta_, il movimento connesso alla età d'oro della borghesia, fece sorgere in alcuni spiriti illuminati l'idea della partecipazione ai profitti. Il primo tentativo concreto fu quello di Jean Leclaire nel 1842, il quale incontrò ogni sorta di difficoltà. Tuttavia l'idea fece strada, e nel 1879 per la prima volta fu proposto un disegno di legge al Parlamento francese da Laroche-Joubert, nell'intento di «pousser au système coopératif, c'est-a-dire à l'association de l'intelligence du capital et du travail, par la participation imposée aux adjudicateurs...». Il concetto era che lo Stato imponesse la partecipazione agli aggiudicatarî dei lavori pubblici, per dare esso stesso l'esempio e per dimostrare l'utilità ai liberi imprenditori. L'idea fu ripresa nel 1895 dal Guillemet, persuaso com'era «qu'il n'y a rien de plus difficile à faire entendre aux gens que leur propre intérêt» e che quindi bisognava che lo Stato desse l'esempio. Dopo altri progetti, il Godard, nel 1909, si pose da un punto di vista più ampio, chiedendo la creazione di _actions de jouissance du travail_ nell'intento di imporre alle società anonime l'ammortamento del loro capitale e di rendere il capitale iniziale e il lavoro comproprietarî dell'attivo sociale liberato rispetto al primo mediante il rimborso delle azioni. Era questa la via maestra del nuovo partecipazionismo, la quale doveva condurre alla legge del 26 aprile 1917 sulle società anonime a partecipazione operaia. I principî fondamentali di questa legge, che si può considerare come il passo più decisivo fatto dalla legislazione moderna in tale campo, sono i seguenti:

1º Gli operai avranno diritto ad una parte dei beneficî realizzati dall'impresa a cui sono adibiti.

2º Essi partecipano alla sua gestione, saranno rappresentati alle Assemblee generali, avranno il loro posto nel Consiglio di Amministrazione.

3º Essi avranno un diritto di credito eventuale sull'effettivo della società.

Dice l'art. 1 della legge: .... «Le azioni della Società si compongono: _a_) di azioni o parte di azione di capitale; _b_) di azioni dette _azioni di lavoro_. Le azioni di lavoro sono la proprietà collettiva del personale salariato (operai ed impiegati dei due sessi) costituito in società commerciale cooperativa di mano d'opera in conformità dell'art. 68 della legge 24 luglio 1867, modificata dalla legge 1º agosto 1893. Questa società di mano d'opera comprenderà obbligatoriamente od esclusivamente, tutti i salariati adibiti all'impresa da almeno un anno ed aventi più di 21 anni di età....». E per tal modo il lavoro, del pari del capitale, costituisce un diritto fisso e permanente, diritto che da origine ad un'azione, l'azione di lavoro. Questo geniale concetto dell'azione di lavoro, viene a sovvertire completamente la nozione corrente del salario, ed a elevare il salariato al livello di un collaboratore del capitalista. Esso contiene in sè potenzialmente una profonda trasformazione economico-sociale, trasformazione alla quale noi pure dobbiamo mirare. Certo, non mancano le obbiezioni di carattere dottrinale contro il principio informatore di tale legge, come non mancheranno le difficoltà della sua pratica applicazione: ma è fuor di dubbio che essa contiene una formola fondamentale di equilibrio sociale.

La grande idea è lanciata, un'idea che ha la potenza di un profondo rivolgimento legale nei rapporti fra le classi: «_l'azionariato sociale_». C'è qui veramente la chiave dell'armonia fra capitale e lavoro nel dopo guerra: c'è tutto l'avvenire. Se le classi dirigenti hanno qualche incertezza, qualche ondeggiamento nell'applicazione di questo principio, sono perdute. E notisi che la legge francese non rappresenta se non un primo passo sulla via che deve condurre alla piena attuazione del principio: essa non sancisce che una facoltà, mentre si deve venire all'obbligatorietà; e probabilmente essa è destinata a combinarsi con alcuni principî propugnati dal Briand fino dal 1910. Secondo il progetto Briand, il 33% dei beneficî sarebbe riservato agli operai; il 33% al Capitale ed al Consiglio di Amministrazione, in cui gli operai sono rappresentati in proporzione di almeno 1/4 dei membri; l'altro 33% sarebbe distribuito, quanto al 17% sotto forma di premi a compensare gli operai di élite, e quanto al 16% al direttore tecnico, ingegneri, consigliere delegato, sotto forma di supplemento dei loro stipendi. È probabile dunque che notevoli passi innanzi si debbano fare; ma la via è questa, ed ogni deviazione sarebbe rovinosa: giacchè non si può non riconoscere la legittimità storico-sociale e demografico-economica del fondamento su cui posa il nuovo principio. L'impresa non è più, nella nostra società, una funzione privata: è una funzione pubblica nei suoi presupposti, nel suo svolgimento, nelle sue conseguenze. Viceversa l'imprenditore nell'atto in cui assolda mille, duemila, diecimila operai, per una determinata forma di produzione, tende ad accaparrare nel proprio individuale interesse una parte delle forze nazionali: la nazione gli cede una parte del proprio organismo affinchè egli ne disponga come crederà più opportuno: e da allora la vita e l'avvenire di questa parte della nazione, dipendono dal suo arbitrio e dalla sua capacità. A questo punto è legittimo che sorga il diritto della collettività nazionale a limitare quello dell'individuo: rappresentata da quei mille o duemila o diecimila operai che furono assunti dall'individuo imprenditore -- il quale, notisi bene, deve allo stesso ambiente sociale una gran parte della sua capacità tecnica e della sua potenzialità economica -- la collettività nazionale insorge ed afferma il suo diritto a partecipare all'impresa. Spunta l'azione sociale. Un radicale rivolgimento è avvenuto nei principî del salario, poichè questo riesce così composto di due quote: una quota con la quale all'operaio è assicurata la semplice esistenza e che pertanto si potrebbe chiamare biologica, ed una quota con la quale e per la quale l'operaio partecipa in modo cosciente ai beneficî della gestione sociale.

Umberto Notari, direttore delle _Industrie illustrate italiane_, da me interrogato sull'opposizione che la sua campagna in favore dell'azionariato sociale ha incontrato nell'ambiente industriale, mi disse:

«Uno dei principali oppositori, Pirelli, non ha trovato, in fondo, che queste due obbiezioni:

1) Accogliere nel consiglio di amministrazione degli operai vuol dire accogliere dei possibili propalatori o trafugatori di sistemi, di metodi speciali, di formule segrete e di brevetti preziosi, dato che gli operai possono domani abbandonare l'azienda od officina per recarsi in un'altra.

2) Le maestranze sarebbero sempre più o meno malcontente degli operai che le rappresenterebbero nel consiglio d'amministrazione.

In realtà, mi disse Notari, «negli industriali si manifesta una irriducibile repugnanza ad avere al fianco l'operaio servitore o schiavo di ieri».

Vecchia concezione medioevale del padrone capitalista chiuso coi suoi amici azionisti nel ricco ed elegante studio che guarda attraverso gli eleganti pizzi delle sue tendine il fiume nero degli operai che scorre nelle vaste arterie della sua immensa fabbrica fra il rosseggiare degli alti forni e le cataste di coke.

Ma l'ostilità -- soggiungeva Notari -- viene anche dagli operai, i quali non comprendono assolutamente l'ascensione morale che l'azionariato offre loro e sono d'altra parte sobillati dai capi e agitatori contro l'azionariato stesso che tende a distruggere ogni loro ragione d'essere, poichè addormenta la lotta di classe».

Notari conveniva con me che in fondo si tratta di ostacoli di un valore molto relativo.

19.

Sintesi della concezione di Mazzini sulla proprietà e la sua trasformazione.

La proprietà come è oggi costituita manca di qualsiasi titolo di giustificazione.

Il valore di ogni proprietà è un prodotto sociale. Il possesso deve essere legittimato da una sociale utilità. La legittima proprietà di ogni bene non può spettare che alla collettività.

_Il lavoro deve con la libera associazione diventare padrone del suolo e dei capitali d'Italia._

Il lavoratore non deve passare dal salario del privato a quello dello stato (collettivismo), ma dello stato deve servirsi per elaborare il nuovo ordinamento economico che lo libererà dallo sfruttamento.

Dobbiamo spingere lo stato a riconoscere il carattere e la funzione sociale della Proprietà e quindi ad intervenire per una sempre più giusta distribuzione di essa. Dobbiamo tendere alla nazionalizzazione delle terre, delle acque e del sottosuolo.

Bisogna distinguere fra proprietà ed esercizio.

Bisogna sottrarre la proprietà all'arbitrio individuale. Ma non affidarne l'esercizio allo stato.

Lo stato deve affermare in nome della collettività il diritto sociale della proprietà.

L'esercizio deve essere affidato agli individui, gruppi, associazioni.

Quando lo stato avrà accettato il principio che _il valore e la funzione della proprietà sono sociali_ bisognerà disporre perchè ogni terra dia il suo massimo rendimento e perchè ogni braccio trovi occupazione adeguata. Far passare le terre incolte dei latifondi e di tutti i terreni che non rendono dalle mani degli attuali detentori a quelle dei lavoratori in _enfiteusi_ o gruppo di affittanze collettive.

Il passaggio può farsi mediante esproprio o automaticamente; molto meglio con l'abolizione del diritto di successione.

20.

La riforma fondiaria di Henry George.

Il futurista Magamal riassume così le teorie di Henry George sulla riforma fondiaria:

Soltanto in breve qui possiamo parlare della sua opera principale _Progresso e povertà_, di cui il punto di partenza è appunto quel problema sopraccennato della povertà crescente, nonostante il continuo progresso materiale. Per quanto è possibile, lasceremo parlare Henry George stesso:

«Dove sono le speranze del secolo passato, -- dice George nel capitolo d'introduzione -- svegliate dalle nuove scoperte, che aumentano le forze produttive della natura; la speranza, che la forza del vapore e dell'elettricità fossero per dare a tutti gli uomini la possibilità di vivere con una certa agiatezza? È evidente, purtroppo, che il progresso dell'industria, o meglio il progresso materiale, non è stato capace d'alzare il livello del benessere delle classi inferiori. La posizione di queste classi, per contro, ha peggiorato precisamente sotto l'influsso del così detto «progresso materiale».

«Le nuove forze, nonostante che abbiano la possibilità in sè di inalzarsi, non influiscono sull'edificio sociale, cominciando dal di sotto, come si sperava e si credeva durante lungo tempo, ma esse lo colpiscono nel luogo che serve come punto medio fra la cima e la base. È evidente, che un cuneo enorme è stato messo non sotto la società, ma l'ha penetrato _in mezzo_. Quelli che sono _al di sotto_ del punto sono stati abbassati più giù oppure addirittura ne sono schiacciati».

L'economia politica, benchè sia una scienza esatta, non ha potuto finora scoprire la legge, che esprime questo fenomeno. Le varie scuole d'economia si contradicono nelle loro risposte, benchè tutte riconoscano la legge fondamentale, che sta alla base di ogni indagine economica: la legge, che «gli uomini cercano di soddisfare i loro bisogni col minimo sforzo possibile».

La produzione di una società è la somma delle ricchezze, prodotte da essa, è il suo fondo comune. I suoi tre fattori sono la _terra_, il _lavoro_ ed il _capitale_.

1. Il termine _terra_ abbraccia tutti i prodotti, tutte le forze, tutti i vantaggi della natura preesistenti al lavoro umano.

2. Col termine _lavoro_ s'intende la somma di ogni attività umana, fisica o spirituale, che sia diretta alla produzione dei beni e alla utilizzazione della «terra».

3. Il _capitale_ è quella parte dei prodotti che si hanno dalla combinazione del «lavoro» e della «terra», la quale parte non è consumata immediatamente, ma è destinata come riserva o come strumento per la produzione di altri beni. Il capitale non è una sorgente prima della produzione; ma è uno strumento creato dallo spirito umano, per rendere possibile la divisione del lavoro e una più intensa produzione. «Il capitale è quella parte del lavoro umano che è immagazzinato, affinchè serva ad un nuovo lavoro». Perciò la terra non è capitale. Invece le case, le officine, le provviste, gli strumenti, le macchine, ecc., sono inclusi nel concetto di «capitale».

Questi tre fattori: la _terra_, il _lavoro_ e il _capitale_ si distribuiscono i prodotti di tutte le attività umane.

Il lavoro riceve il _salario_. È indifferente che si tratti di lavoro fisico o spirituale; che la ricompensa sia data in una forma o in altra, da parte di chi fa lavorare; che la ricompensa sia o non sia il frutto di un lavoro libero. «Salario» è la ricompensa che si consegue in qualsiasi forma per qualsiasi sforzo fisico o spirituale. Secondo H. George, la teoria, che sia il capitale, donde si prende il salario, è del tutto sbagliata. In realtà il salario, invece di essere preso dal capitale, è preso dal prodotto del lavoro, per il quale esso è pagato: _il salario è creato dal lavoro_. Guadagnare vuole dire creare. Ogni lavoratore, compiendo il suo lavoro, si crea in realtà un _fondo_, donde è preso il suo salario. Il capitale perciò non può limitare l'industria: esso può soltanto determinare la sua forma, l'uso degli strumenti e la divisione del lavoro. L'unica limitazione ha luogo, quando all'uomo non è possibile il libero accesso alle ricchezze naturali della terra.

Nè può la pressione della popolazione crescente essere la causa della tendenza del salario verso il minimo. Il secondo libro dell'opera _Progresso e Povertà_ è dedicato a una dimostrazione chiarissima, che la teoria di Malthus non è vera: la realtà non dà la prova, che mentre la popolazione tende ad aumentare in proporzione geometrica, i mezzi di esistenza non possano crescere che in proporzione aritmetica. Nè sono giustificate le analogie dell'uomo coll'animale, che servono come fondamento principale della teoria Malthusiana. Sì, è vero, che l'uomo è un animale, «ma un animale più qualche altra cosa».

La causa del fenomeno, che il salario tende al minimo, deve essere cercata non nelle leggi, che governano la produzione dei beni, ma nelle leggi, che governano la _distribuzione_. Come avviene dunque la distribuzione fra i tre fattori suddetti?

Il _salario_, il compenso per il lavoro, e l'_interesse_, l'indennità per l'uso del capitale, cioè delle provviste e degli strumenti, non hanno subìto, col crescere del progresso, nessun aumento. Per contro, coloro che vivono soltanto col «salario» del lavoro si trovano nelle condizioni peggiori. E se interroghiamo i capi delle iniziative commerciali ed industriali, troveremo tutti concordi nel lamentare le difficoltà che essi trovano nel ricavare dai loro impianti un «interesse» abbastanza largo.

Da chi è assorbita la massima parte dei prodotti della civiltà? È assorbita dal terzo fattore, sotto la forma della _rendita fondiaria_, che è appunto quella parte della produzione che tocca a chi concede l'uso della «terra» o delle forze della natura.

Ora questa rendita non è il risultato della attività dei singoli proprietari; essa _è il prodotto di tutti i collaboratori della produzione_. Ne segue la dottrina fondamentale di Henry George: _la rendita fondiaria deve diventare proprietà sociale_.

George propone di sequestrare la rendita fondiaria, per gli scopi sociali, per mezzo di una imposta, lasciando all'individuo il diritto di godere dei miglioramenti, di cui egli è l'autore; tutte le altre tasse, che ora aggravano l'industria; tutti i dazi, che impediscono il libero scambio, debbono essere aboliti. Di qui il nome _«single-tax» league_, che fu dato in molti paesi ai seguaci di H. George.

Il modo pratico di realizzare una tale riforma importante è esposto da George in un modo completo; però, come vedremo subito, parlando dei suoi seguaci presenti, ogni paese ha elaborato il suo programma, adattandolo alle condizioni rispettive di ogni nazione.

La nostra patria ha avuto uno dei più grandi riformatori fondiari di cui l'ideale era la creazione di una classe di _liberi contadini_.

Parlo di Tiberio Gracco, il quale insieme al fratello morì per il suo ideale, rimasto finora senza realizzazione.

«Le bestie selvaggie hanno le loro caverne ed i loro giacigli; ma agli uomini che lottano e muoiono per l'Italia non è rimasta che l'aria e la luce del cielo». Ecco, con che parole Tiberio Gracco, secondo Plutarco, invoca la giustizia per i lavoratori della terra.

È un fenomeno strano, che proprio nel paese di Tiberio Gracco le idee del suo fratello spirituale George non abbiano svegliato l'attenzione del pubblico. Quando nel 1909 Giovanni Carelli, l'autore sunnominato del _Riscatto della Terra_, cominciò la sua propaganda di una riforma fondiaria, non trovò, che una trentina d'aderenti, nonostante che i primi numeri del suo organo _Terra_ fossero fatti in un modo molto interessante contenendo varî articoli preziosi.

Non posso non nominare qui le opere di Achille Loria, il quale pure preconizza un regime della terra libera; secondo lui «questo nuovo ordinamento della proprietà non creerà già una nuova costituzione economica -- ciò che sarebbe inammissibile, perchè il diritto è impotente a mutare i rapporti economici, dei quali invece è creatura e strumento -- ma darà riconoscimento e pacifico assetto ad uno stato di fatto, che è imposto ormai dalla evoluzione economica e che si realizza, ad ogni modo, con isfrenata veemenza, anche senza intervento di legge».

Interessante è poi il disegno di legge del Rinaldi, che propone che tutte le terre pubbliche ancora esistenti in Italia, cioè quelle appartenenti ai comuni (quelle soggette agli usi civili e quelle patrimoniali), alle Opere Pie, agli enti ecclesiastici ancora conservati e al patrimonio dello stato, vengano non già quotizzate, ma assegnate ai poveri di ciascun comune riuniti in un ente giuridico sotto il nome di comunanza agricola, al quale ente verrebbe concesso il diritto di proprietà su queste terre, e dal quale queste terre verrebbero poi concesse in affitto a chi ne ha il diritto.

Il progetto Tittoni, mirando ad una _forma demaniale ad uso comune_, il qual progetto fu combattuto da Ferri, è pure di un certo interesse. Sarebbe a desiderarsi, che per l'ordinamento fondiario nella Libia l'Italia seguisse l'esempio dato dalla Germania nella colonia di Kiautsciu e che «quell'onda di prevenzione, di animadversione e di pauroso sospetto, che fluttua intorno all'opera dello scrittore americano, trovi la sua bonaccia, e molti s'accostino ad osservare più dappresso o senza passione, l'interessante edificio».

Tanto più, che questo è un edificio, di cui il fondamento fu messo secoli fa. «Non dovete mai vendere la terra; perchè essa è _mia_; voi siete soltanto i miei ospiti e vassalli» (3 Mos. 25,23) leggiamo nella Bibbia, e tutti i profeti israeliti erano in un certo senso riformatori fondiari, come lo erano pure gli antichi Brahmini, di cui il proverbio: «A chi appartiene la terra, a colui appartengono purtroppo le sue frutta» contiene la verità centrale delle teorie di Henry George.

21.

Denaro ai combattenti!

È assolutamente urgente che l'Italia offra con una sufficiente somma di denaro un ponte fra guerra e pace a tutti i combattenti.

Questi benemeriti, questi vincitori non devono in alcun modo sentire i danni di essersi battuti, di essere stati lontani dalla vita nazionale. Sarebbe il più sudicio e vigliacco dei tradimenti. Sarebbe il più funesto degli errori.

Purtroppo fino ad oggi i provvedimenti sono assolutamente meschini. Lo stesso avviene in Francia. Eppure occorre trovare i denari per la Pace, dopo aver trovato quelli per la guerra.

Bisogna che gli uomini di governo siano energici e al di fuori di ogni pressione personale, senza alcun rispetto a interessi particolaristici.

Si dichiara che l'erario è esaurito e non ha possibilità di nuovi prestiti (eppure la nostra grande vittoria che ci centuplica dovrebbe essere una garanzia poderosa); ebbene eccovi due soluzioni:

1ª Soluzione:

_Vendiamo il patrimonio artistico!_

Si dice che noi siamo un popolo a tutti superiore per il suo genio elastico e creatore, il suo eroismo e per la sua giovanile resistenza muscolare, ma disgraziatamente povero.

No. Non è povero, il popolo italiano. Noi futuristi affermiamo che il popolo italiano è il più ricco della terra, poichè possiede un incalcolabile capitale inutilizzato, costituito dall'enorme patrimonio delle opere d'arte antiche ammucchiate nei suoi musei. Di questo patrimonio artistico, noi proponiamo senz'altro al Governo la vendita graduale e sapiente. Dato che soltanto le Gallerie degli Uffizi e Pitti furono valutate più di un miliardo, l'Italia sarà in pochi anni abbastanza ricca per:

1) avere la prima marina mercantile del mondo;

2) avere una grande navigazione fluviale;

3) intensificare decisamente tutte le industrie esistenti, e creare immediatamente le mancanti;

4) sviluppare fino al rendimento massimo l'agricoltura e sanare tutte le zone malariche;

5) vincere completamente l'analfabetismo;

6) abolire totalmente ogni imposta per venti anni almeno;

7) dare un utile compenso ai combattenti.

Prevediamo tutte le obbiezioni e le distruggiamo: La vendita del nostro patrimonio artistico, ben lungi dal diminuire il nostro prestigio, dimostrerà al mondo che un popolo giovane e sicuro del proprio avvenire ne sa affrontare tutti i problemi, trasformando in forze vive le sue ricchezze morte, come un aristocratico intelligente rinuncia ad ogni fasto vano e lancia il proprio oro nell'industria.

Sarà altamente patriottico il gesto col quale l'Italia, rompendo vecchie catene tradizionali e sentimentali, trasformerà le sue vecchie tele e i suoi vecchi marmi in acciaio utile, veloce e dominatore. D'altra parte, le nostre opere d'arte antiche, vendute in America, in Inghilterra, in Russia o in Francia, diventeranno la più efficace delle _réclames_ al genio creatore della nostra razza.

Genio inesauribile, questo, poichè si manifestò oggi nel nostro grande esercito improvvisato che vinse, in matematica militare e in eroismo garibaldino, un esercito agguerrito e preparato in più di 40 anni. I nostri eroi del Carso, dell'Isonzo e del Trentino hanno cento volte sorpassato in grandezza tutti gli eroi romani. Non viviamo dunque più del nostro passato; non siamo più soltanto «figli di grandi uomini»; il nostro prestigio presente ci garantisce una illimitata grandezza futura.

Siamo il popolo più artista della terra. Nessuno perciò potrà dubitare che dopo la nostra grande vittoria sapremo anche conquistare un assoluto primato artistico. Il nostro glorioso Rinascimento sarà superato dall'arte italiana di domani.

Si obietterà anche che questa vendita allontanerà dall'Italia il fiume rimunerativo dei visitatori stranieri. Non vogliamo discutere qui sull'utilità dell'industria dei forestieri, che pur regalando all'Italia molti milioni, è tanto aleatoria da poter cessare per un caso isolato di colera o per una scossa di terremoto, ed è sempre dannosa poichè snazionalizza e umilia il nostro paese, lo riempie di spie e trasforma un terzo degl'italiani in albergatori, in ciceroni e in _boys_ d'hôtel.