Democrazia futurista: dinamismo politico
Part 5
Lo Stato traccia, così, le sue linee generali. Le Provincie ed i Comuni dovranno seguirle, ormai sicuri di non trovare inceppi negli organi tutori che, finora, siluravano i progetti organici più audaci trincerandosi dietro la comoda ragione che non si potessero fare ai funzionari degli Enti locali trattamenti più favorevoli di quelli fatti ai funzionari dello Stato.
È tempo che queste distinzioni sorpassatissime, abbiano a cessare. Tutti i lavoratori degli uffici sono uguali di fronte alla Pubblica Cosa.
I Comuni altro non sono che deanellamenti istologici, attraverso la spina dorsale delle Provincie, dello Stato. E nei grandi Comuni e nelle grandi Provincie è risaputo che la vita amministrativa non è se non un più analitico processo della vita politica, certo ne è il lievito elementare, sempre essa si irradia attraverso organismi tecnici i quali costituiscono ormai dei veri e propri dicasteri.
La politica del lavoro, questa grande ossigenatura della vita pubblica moderna, è fatta ormai anche dagli Enti locali. Ogni Giunta municipale, ogni Deputazione Provinciale che si rispetti ha preceduto lo stesso Governo nella creazione d'un Dicastero del Lavoro.
E così la materia delicata e complessa degli Organici può ormai sottrarsi allo stitico quando non sia ostile àmbito di Presidenze retrive o di Ragionerie microcefale per essere portato nella sua degna e naturale sede, là dove si dibattono con vedute nuove i problemi della mano d'opera e dei conflitti fra capitale e lavoro, alla luce dei tempi che corrono e col concorso democraticamente pareggiato delle due parti.
Col nuovo progetto sulla burocrazia vengono moralmente assai più elevate le figure oltrechè dei Direttori generali, dei Capi Divisione e dei Segretari.
Il che, di conseguenza, importerà un congruo elevamento, nelle Amministrazioni locali, delle figure dei Segretari generali e degli altri Funzionari di Segreteria, oggi spesso ingiustamente disconosciute, messe ad un livello virtualmente inferiore a quello dei Segretari Comunali, che sono i veri maggiorenti nei piccoli Comuni, quasi ovunque sacrificati alle invadenze delle Ragionerie le quali dovranno avere, alla lor volta, garantiti i migliori sviluppi materiali e morali, ma a parte, in una carriera ben delimitata, di puro controllo cifrario, estranea ad ogni _débordement_ di merito, ridotti alle proporzioni dei Corpi contabili nell'Esercito, dove solo prevale uno Stato Maggiore di intellettuali che costituzionalmente si sovrappone agli stessi ufficiali delle armi dotte e delle specialità scientifiche.
Che l'importanza di questi Funzionari direttivi debba essere definitivamente fissata e posta in rilievo anche dai nuovi organici degli Enti locali è intuitivo, ove si pensi che il progetto di riforma della burocrazia di Stato non toglierà di mezzo, se pure li attenuerà, i difetti ai quali si imputa ogni giorno in Italia l'arrugginimento della Macchina governativa. In Italia, dico io, e in Francia (per parlare del paese che la Vittoria ha ancor più affinizzato al nostro) se uno dei più eletti spiriti politici della latinità moderna, Paul Déchanel, ha, in un suo nuovo libretto: _La Décentralisation_, non da oggi invocato dal decentramento la salvezza dell'Amministrazione anche nella luminosa Repubblica, di cui probabilmente l'anno venturo sarà il Presidente. In Italia bisognerebbe essere incoscienti per non comprendere che la chiave di volta del miglior assetto pubblico (ed io aggiungo la sola piattaforma positiva sulla quale si dovrebbero impiantare le imminenti elezioni) è il Decentramento.
Tornerò, per meglio spiegarmi, su questo tema essenziale, con la dovuta ampiezza e l'indispensabile coraggio civile.
Ma io dico fin d'ora: per ben decentrare, bisogna che si trovi già saldamente impiantato il telaio organico delle Amministrazioni centrifughe. Si potrà e si dovrà, ben inteso, fare tutta una rifusione di forze burocratiche, liberamente scambiabile, dal centro alla periferia, per tener conto di tutti i lavoratori disponibili e delle conseguenze diverse.
Ma il montaggio dei pezzi dislocati non potrà essere fatto che intorno ai motori fissi di produzione etnica che già si trovano in posto. Lo Stato si scinderà in Regioni che le Provincie ricostituiranno sulla base delle loro tradizioni storiche, economiche, politiche e burocratiche. I Comuni, prendendo alla lor volta fiato, oltrechè dalle proprie tradizioni, in Italia magnifiche, dalle nuove correnti energetiche della vita nazionale, meglio producendo e meglio ricavando dall'ambito costituzionale alleggerito, dinamizzati dallo stesso isveltimento del ritmo pubblico locale, che si farà sentire attraverso la finanza, la cultura, l'igiene, la viabilità, le comunicazioni, l'assistenza e la previdenza sociale, ecc., daranno man forte alla Regione, invece di richiederne, come oggi fanno, alla Provincia. E l'atmosfera liberista e laburista, la sola unica vera nella quale oggi debbono muoversi gli organismi collettivi, si troverà saldamente piazzata dalle Alpi al Mare sopra un cumulo di forze ringiovanite, sorrette da crediti rinsanguati ed equilibratamente distribuiti, per la salvezza e la fortuna d'Italia.
Decentrati gli organismi di Stato, io vedo in gran parte tolti i mali attivi e passivi della Burocrazia. La macchina si velocizzerà perchè negli elementi dinamici sarà penetrata la passione che nasce dai più facili riconoscimenti materiali e morali. E, sopratutto, si sarà operata la selezione dei migliori: ed i mediocri saranno spazzati a colpi di frusta dal tempo, come si augura, nel suo brillante articolo (apparso sull'ultimo numero di _Roma futurista_) lo Zuccari.
Perchè tutti sono d'accordo che i servizi miglioreranno se saranno decentrati, non solo, ma ridotti d'organico. Date a dei giovani d'ingegno e di volontà una pattuglia pur scarna di lavoratori: e libertà d'azione e pieno senso di responsabilità. Ciò che fu fatto nelle trincee, si farà negli uffici. Allungate pure gli orari commisurandoli agli aumentati supplementi d'onorario. Cointeressate al più intenso rendimento dell'opera: premiate il valore burocratico: assicurate ai pochi ma buoni un _massimo_ di carriera possibile: e per i servizi in subordine, per le mansioni ausiliarie nelle quali il numero può essere indispensabile a pregiudizio, talvolta, dell'entità del compenso, anzichè reclutare dell'elemento maschile che potrebbe trovare più sano collocamento nell'industria, nel commercio o nell'agricoltura, reclutate delle donne!
Le donne hanno dato la loro parte di nobile rendimento alla causa della guerra. Non dimentichiamole! Esse, se intelligenti e colte, sono delle eccellenti collaboratrici nelle pubbliche aziende. Il loro lavoro vibra, quasi sempre, di passione ed è doppiamente redditizio di quello degli uomini. Negli archivi, dove la necessaria pazienza nel rintraccio e nel riordino delle carte è quella insita ai loro stessi domestici istinti conservatori, nelle copisterie dove le Remington hanno ereditato il ritmo delle Singer passandolo dal pedale alla tastiera, nelle spedizioni dove la celerità e l'ordine, pregi essenzialmente femminili, facilitano il movimento dei carteggi, ai telefoni, ai magazzini, ai depositi, lo so per prova diretta, ormai, che le donne sono indispensabili e garantiscono la dignità dell'Amministrazione che non ha più, mercè loro, bisogno d'assoldare dei paria sempre malcontenti e perciò, in fondo, sabotatori del buon lavoro altrui.
Con ciò credo aver toccato alcuni punti essenziali della riforma burocratica, che, ripeto, per esperienza e per convinzione, reputo estensibile, ormai, a tutte le Amministrazioni pubbliche d'Italia, statali e non statali.
Inutile un esame psicologico della questione. In fondo siamo sempre ai termini che Balzac ha immortalato nel suo saggio _Les Employés_, perchè gli uomini saranno sempre gli uomini e le greppie (dico io) sempre saranno le greppie.
Ma non posso in tutto dividere l'avversione dello Zuccari contro la casta.
Non è vero che la burocrazia italiana sia un branco di parassiti e di fannulloni. Vi sono dei valori realissimi di cultura, d'ingegno, d'abnegazione che rendono al Paese il 100 per 10. E non dimentichiamo che da noi, in mancanza di mecenati e di pensioni accademiche, in più d'un caso lo stipendio serve a garantire il pane al pensatore, all'artista, allo studioso che sa sdoppiarsi ed offrire una doppia energia alla Patria. Vi sono, si capisce, i rovesci di medaglia, i casi di pietà e, se non d'obbrobrio, di disperazione. Il Corbino trattò con mano felicissima, in indimenticabili puntate della Rivista _Avvenimenti_, il lato negativo del problema burocratico. Sono pagine, direi, antropologiche d'una sincerità e d'una evidenza suprema.
Ma io, che da più di vent'anni vivo fra gli Impiegati e li studio con occhi miei, credo che da una classe, per senso abnegativo del dovere e per intenso amor di patria non inferiore a nessuna altra, l'Italia, da matrigna divenendo finalmente madre, molto potrà attendersi alla vigilia del suo rinnovamento ideale e sociale.
Rispondo a Paolo Buzzi:
1) Trovo lodevole la garanzia delle carriere a ruoli aperti. Trovo lodevole l'elevare il tòno delle categorie così dette di concetto col criterio d'avanzamento fissato in base a concorsi e a premî per speciali benemerenze. Ma dichiaro che disgraziatamente si procederà con timidezza mentre il criterio d'avanzamento e premî per speciali benemerenze dovrebbe essere dominatore e applicato sistematicamente.
2) L'aumento degli stipendi deve essere sensibilissimo e parallelo alla diminuzione degli impiegati.
3) Il criterio delle cointeressenze sugli utili dell'azienda pubblica deve essere generale.
4) Bisogna procedere immediatamente al decentramento amministrativo. Decentramento regionale di tutte le attribuzioni amministrative e relativi controlli.
Bisogna sviluppare le autonomie regionali e comunali; fare di ogni amministrazione uno strumento agile e pratico, diminuire di due terzi gli impiegati, raddoppiando gli stipendi dei Capi-servizio e rendendo difficili ma non teorici i concorsi. Dare ai Capi-servizio la responsabilità diretta e il conseguente obbligo di alleggerire e semplificare tutto.
Tutto ciò non basta, bisogna per raggiungere ad un'agile amministrazione decentrata poco costosa, semplificatrice e pratica, abolire l'immonda anzianità in tutte le amministrazioni.
Nella carriera diplomatica e in tutti i rami della vita nazionale.
Bisogna premiare direttamente l'ingegno pratico e semplificatore dei buoni impiegati e giungere così ad una organizzazione semplificata a tipo industriale.
Questo non potrà avvenire fintanto che trionferà l'assurdo prestigio dei diplomi accademici e fintanto che l'iniziativa commerciale e industriale procederà lentamente senza un assiduo incoraggiamento di premî allettatori e sostentatori.
Non condivido il pessimismo di Paolo Buzzi sull'ingombro burocratico che egli crede insanabile. È questione di coraggio nell'operazione chirurgica che dovrà essere violenta, profonda, e senza pietà partendo da questi due principî:
1) Decentramento.
2) Abolizione della anzianità.
Non condivido l'ottimismo di Paolo Buzzi sulla classe degli impiegati. Vi sono eccezioni ma naufragano nell'oceano dei parassiti e dei fannulloni.
Parassiti e fannulloni plasmati tali dall'atmosfera tediosa, pedante, scettica, irresponsabile, senza luce, senza ambizione, quietista, vile taccagna, abbrutente degli attuali ambienti burocratici.
Volete diventare rivoluzionarî? Volete sentirvi nelle mani un desiderio pazzo di lanciar bombe, bruciare, massacrare, radere al suolo?
Volete, malgrado il vostro temperamento placido e sedentario, diventare il più violento e sanguinario anarchico?
Passate mezz'ora in un ufficio governativo!
Non è ammissibile che la nostra meravigliosa guerra rivoluzionaria, vittoriosa, dopo averci liberati dall'Impero austroungarico, feroce burocrazia esterna, non ci liberi dall'assurda elefantiasi burocratica interna.
Non ho che un sol timore quando penso alla rivoluzione: Quello che anche violentissima, totale e ben diretta lasci sussistere in Italia la forse immortale Burocrazia.
Tutti gli Italiani intelligenti pensano come me. Vi sono dovunque nel mondo -- oggi -- dei tentativi riuscitissimi per creare nuovi organismi su basi antiburocratiche.
La conflagrazione portando un uomo giovane e di grande ingegno come il generale Badoglio dal grado di tenente colonnello, al grado di sottocapo di Stato Maggiore di un esercito di 5 milioni di uomini, ha dato una mazzata energica al principio di anzianità. Più volte abbiamo glorificato questo carattere assolutamente futurista della conflagrazione.
Nello sviluppo meraviglioso dell'aviazione inglese dominarono fortunatamente due principî futuristi:
1) Si diedero i gradi di merito e venne abolita l'anzianità.
2) Trionfò sistematicamente il principio di preferire il più giovane.
La gioventù non fu un argomento per impedire che un aviatore abile, intelligente, esperto, avesse il grado meritato. Vi furono molti _assi_ gloriosi per aver precipitato numerose vittime nemiche che rimasero a lungo sottotenenti poichè il coraggio, l'abilità di volo e d'attacco non bastavano. Si dava, secondo la concezione _veramente_ futurista molta importanza all'abilità organizzatrice.
Predominava non soltanto il principio del merito fuori d'ogni anzianità, del più giovane, ma specialmente del migliore organizzatore. Ed era logico poichè si trattava di creare _dal nulla_ una grande organizzazione.
Fu così possibile creare più di 40.000 piloti inglesi e di mettere a disposizione della linea francese 2500 aeroplani pronti a volare.
Queste constatazioni non devono però ispirarci un eccessivo pessimismo sullo sforzo aviatorio italiano, veramente glorioso.
È indiscutibile che il merito dell'Inghilterra in questo sforzo trionfale è diminuito dallo spreco enorme di denaro. Un aviatore inglese mi diceva: «il denaro ha salvato l'Inghilterra. Lo sforzo aviatorio italiano è infinitamente più grande del nostro perchè fatto con denaro limitato».
Questo aviatore inglese aggiungeva che in Scozia il governo inglese spese 500.000 sterline per fondare una scuola d'aviazione _per assi_ e il denaro fu tutto perduto perchè la località prescelta ventosissima e burrascosa, non permetteva di volare che 4 mesi all'anno.
Il futurista Volt risponde con acume alle obbiezioni correnti dei difensori della anzianità:
Se tutti i vecchi fossero della tempra del vecchio Clemenceau, io non esiterei a schierarmi fra i paladini della più ferrea gerontocrazia. Disgraziatamente o fortunatamente non è così.
È noto che fra i trenta e i quarant'anni la maggior parte degli uomini normali subiscono quella specie di involuzione spirituale che viene eufemisticamente chiamata «metter giudizio». Se si tratta di un artista, l'individuo prende moglie e per dar da mangiare ai marmocchi si mette a far dell'arte commerciale. Se è un uomo politico, mette accuratamente da parte ogni opinione meno che ortodossa per irreggimentarsi nella incolore maggioranza politica del momento. Ai _difetti_ della età giovanile succedono, a unanime compiacimento di amici e congiunti, le _qualità_ dell'uomo serio e maturo: la prudenza (leggi: paura cronica), la ponderazione (cioè indecisione, mancanza di iniziativa e lentezza) e la gravità (adorazione del mezzo termine e orrore di ogni specie di innovamento).
E siccome gli uomini di governo vengono esclusivamente reclutati fra questi _uomini serii_ e ben stagionati, ne segue che le suddette _qualità_ senili danno la loro impronta a tutto l'indirizzo della politica estera e interna di una nazione.
La politica estera sarà quindi _prudente_ e cioè pronta alle peggiori rinunzie (vedi «politica delle mani nette», «piede di casa», «neutralismo») e _ponderata_, cioè lascierà sfuggire le migliori occasioni per affermare la potenza politica della nazione (Cairoli, ecc., ecc.). La politica interna poi sarà _grave e seria_, cioè basata sul compromesso ed essenzialmente conservatrice, benchè larvata di formule avveniristiche (giolittismo, Depretis e C.).
Tale infatti è la storia politica del Regno d'Italia da Custoza all'impresa di Tripoli. La guerra attuale capovolse codesto sistema di cose. Le qualità eminentemente giovanili e interventiste del coraggio, della iniziativa e dell'agilità spirituale sopraffanno impetuosamente la mentalità tarda e neutrale della vecchia Italia. Coronamento pratico e giuridico di questa rivoluzione spirituale del popolo italiano non potrà essere altro che l'_abolizione del criterio di anzianità_ in tutte le carriere governative e nel libero apprezzamento del pubblico.
14.
Il proletariato dei geniali.
È indiscutibile che la nostra razza supera tutte le razze per il numero stragrande di geniali che produce.
Nel più piccolo nucleo italiano, nel più piccolo villaggio vi sono _sempre_ sette, otto giovani ventenni che fremono d'ansia creatrice, pieni d'un orgoglio ambizioso che si manifesta in volumi inediti di versi e in scoppi di eloquenza sulle piazze nei comizi politici.
Alcuni sono dei veri illusi, ma _sono pochi_. Non potrebbero giungere al vero ingegno. Sono però sempre dei temperamenti a fondo geniale, cioè suscettibili di sviluppo e utilizzabili per accrescere l'intellettualità geniale di un paese.
In quello stesso nucleo o piccolo villaggio italiano è facile trovare sette, otto uomini maturi che nella loro piccola vita d'impiegato, di professionista nei caffè del loro quartiere e in famiglia portano sul capo l'aureola malinconica del geniale fallito. Sono dei rottami di genialità che non hanno mai avuto un'atmosfera favorevole e furono perciò subito stroncati dalle necessità economiche e sentimentali.
Il movimento artistico futurista da noi iniziato 11 anni fa aveva precisamente per scopo di svecchiare brutalmente l'ambiente artistico-letterario, esautorarne e distruggere la gerontocrazia, svalutare i critici e i professori pedanti, incoraggiare tutti gli slanci temerarî dell'ingegno giovanile per preparare un'atmosfera veramente ossigenata di salute, incoraggiamento e aiuto a tutti i giovani geniali d'Italia.
Sono certamente due o trecentomila in Italia.
Incoraggiarli tutti, centuplicarne l'orgoglio, aprire davanti a loro tutti i varchi, diminuire al più presto, così, il numero dei geniali italiani falliti e stroncati.
Ho spiegato in molte opere precedenti come i 3/4 dei vizi mentali, delle debolezze, degli errori, delle viltà e delle lentezze che si opponevano al celere progresso dell'Italia derivavano da ciò che noi chiamiamo il Passatismo. Culto ossessionante del passato e delle glorie antiche, misoneismo cocciuto, valutazione pessimista delle forze della nostra razza, accademismo scolastico, purismo letterario, culto del plagio, copia dell'antico, adorazione del museo, esaltazione dello sgobbone, ecc.
Il Passatismo fu per molto tempo la essenza unica del sistema d'insegnamento e dell'educazione familiare. Era favorito da molte ideologie assurde più o meno importate e tipicamente antitaliane.
Regnava uno schifoso intellettualismo socialistoide, antipatriottico, internazionalista, il quale separava il corpo dallo spirito, vagheggiava una stupida ipertrofia cerebrale, insegnava il perdono delle offese, annunziava la pace universale e la scomparsa della guerra, i cui _orrori_ sarebbero sostituiti da battaglie d'idee. Intellettualismo di origine germanica, ossessione del libro, bibliofilia, pedantedescheria. Disprezzo per la ginnastica, abbrutimento dei ragazzi nelle aule puzzolenti e chiuse, svalutazione completa della salute e della forza muscolare.
Vegetava in quest'aria di muffa una gioventù stremenzita, senza freschezza primaverile e senza virilità.
Quanti giovani abbiamo visto uscire dalle scuole, malinconici, curvi, deboli, avari di voce e di gesti, pallidi, avvizziti, con occhiali doppi e infinite miopie stringendo sotto il braccio con una specie di orgoglio spaventoso e miserando «I Promessi Sposi», come Don Rodrigo stringeva il suo foruncolo di peste bubbonica.
La loro peste bubbonica era il culturalismo teutonico.
Si andava predicando che i giovani italiani erano ignoranti e che il loro ingegno aveva bisogno di una cultura solida, seria, metodica. In realtà si predicava l'odio all'ingegno. Leggete, studiate, ponderate, chiudetevi nelle biblioteche, compulsate i codici, studiate gli antichi! Vivete nei musei! Copiate quadri e statue! Bisogna imparare a scrivere, a dipingere, a scolpire copiando le opere dei grandi! La lingua italiana è difficilissima, occorre decidere dopo _serie_ meditazioni quali siano i maestri da preferire e i dizionarî da consultare. Il Bartoli, il Boccaccio, Machiavelli, Tommaseo, Rigutini, Fanfani.... Occorre postillarli. Il tale ha ingegno. Ma usa francesismi. «Questa dei francesismi è peste varia...».
In questa rete di divieti, di difficoltà inesistenti e di false divinità da rispettare, da evitare, da non offendere il giovane geniale smarrisce il suo vero istinto propulsore e deprime il suo coraggio orgoglioso. Tutte le sue forze rimangono contratte allo stato di angoscia dolorosa davanti alla strada lunghissima, senza conforto nè aiuto.
Sotto il nuvolone minaccioso degli esami inutili da passare o la pioggia torrenziale dei compiti cretini, lo studente educa il suo cervello e il suo spirito alla paura e al pedantismo.
Egli trova ogni sera in famiglia la tipica atmosfera di grettezza, di mediocrità, l'odio per tutte le forme di avventura e di audacia, i moralismi pretini, la goffa lotta fra l'avarizia taccagna e l'ansia del lusso provinciale, l'affettuosità morbosa accaparrante e soffocante della madre e la dura prepotenza di un padre rammollito che crede però suo dovere stroncare il figlio ad ogni costo _in tutto ciò che può sognare, desiderare, volere_.
Questo giovane geniale si sente nei nervi una forza misteriosa, violenta. Sarà poeta, pittore, artista drammatico, costruttore di ponti su fiumi americani, appaltatore di terreni lontani da dissodare, deputato, ecc.: egli non sa esattamente.
Rischierebbe volentieri tutto ciò che ha di caro e di piacevole intorno a sè, affetti, amicizie, primi piaceri sessuali, allegrie goliardiche, per ottenere immediatamente la prova diretta e la manifestazione di questa sua forza.
Egli ha invece intorno a sè degli alti pessimismi neri, delle negazioni massiccie; respira lo scetticismo avvelenante e non ha un soldo in tasca.
Se coraggiosissimo, rivoltosissimo, egli riesce a spaccare e rovesciare tutti i divieti, la miseria assoluta, ultimo laccio invincibile, lo trattiene e lo inchioda nell'assoluta impossibilità di staccarsi e di osare.
Questi fallimenti di gioventù geniali sono numerosissimi e tipici in certe provincie d'Italia come la Toscana, che pur essendo indiscutibilmente le più intelligenti sono purtroppo le meno fattive e le meno utili nello sviluppo nazionale.
Firenze è piena di giovani d'ingegno inoperosi e smarriti che sciorinano sotto i soli elettrici dei caffè dei meravigliosi tessuti di pensiero e di lirismo senza speranza di essere mai valutati, considerati, utilizzati.
Scrivere? A che pro? Dov'è l'editore? Certo non pagherà, anzi vorrà essere pagato. Nei giornali? Il direttore è stato prescelto fra i quattro o cinque autentici cretini della città. Ostruzionismo, dunque meglio abbandonare spiralicamente il proprio canto malinconico nell'antico chiaro di luna che ripatina Lungarno e il Ponte Vecchio o godersi una «bambina» alle Cascine che offre camere ammobiliate a buon mercato assoluto.
Ho conosciuto innumerevoli giovani geniali a Firenze, in Toscana, a Napoli e in Sicilia. Quasi tutti esasperati; il cuore già chiuso da un sordo rancore contro la società, molti avvelenati da una precocissima invidia che sporca la fonte chiara della ispirazione genuina e dell'entusiasmo giocondo, creatore.