Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2
Part 28
Ed all’incontro quelli che succedettero furono gravi, non riparati, forse irreparabili. Radetzki, respinto e rotto a Goito, s’era facilmente coperto e rifatto in Mantova. Questo è il vantaggio incommensurabilmente grande, ma nemmen veduto dagl’ignoranti, del guerreggiare tra grosse fortezze proprie; poter esser battuto ma non sconfitto, mentre il nemico in aria è sconfitto appena battuto. E da Mantova Radetzki spingeva vanguardie, ricognizioni, fin all’Oglio. Allora a gridare che si sagrificava Lombardia, Milano, da quelli stessi che pochi giorni addietro pretendevano s’andasse nel Veneto, a Venezia, all’Isonzo. Si die’ lor retta, s’indugiò, si rimase a Goito, vi si raccolser tutte le forze piemontesi per quattro giorni intieri. Finalmente, addí 4 giugno, si volle assalir Radetzki; era scampato nella notte. Si spinse fin sotto Mantova, non si trovò ancora. E allora, ancora eran due cose a fare: ovvero inseguire il nemico tra Mincio ed Adige, od anche oltre Adige, che allora soltanto fu forse possibile; ovvero assalir Verona, la gran Verona che ha forse bisogno d’un esercito a guarnigione ed allora non l’aveva, e cosí forse prenderla, certo minacciarla in modo da richiamarvi in fretta e cosí in disordine l’esercito austriaco. Non si fece né l’un né l’altro, né nulla per sei giorni; e addí 10 fecesi peggio che nulla, quel che non si dovea fare, ciò che era lungi dal vero campo di quelle operazioni, lungi dal vero nemico; si corse alla somma sinistra sull’Alpi, a Rivoli abbandonato.--Intanto Radetzki faceva la piú bella forse delle operazioni sue, trasse profitto della sua stessa rotta. Ritiratosi per Legnago, piombò su Vicenza dove Durando s’era raccolto dopo aver invano tentato d’opporsi alla congiunzione di Nugent con Radetzki. Ora giungeva un secondo gran rinforzo d’oltre a quindicimila sotto Welden per Tirolo. Radetzki chiamò anche questo contra Vicenza. Durando e i suoi e i cittadini resistettero addí 10 gloriosamente, ma inutilmente; capitolarono alla sera. Ed alla medesima sera solamente da Garda, il re si rivolse a marciar contro a Verona. Addí 12, fu concentrato l’esercito a Villafranca; addí 13, fu portato presso alla gran fortezza. Ma vi si seppe il ritorno di Radetzki poc’ore innanzi da Vicenza presa; mancarono alcune intelligenze coll’interno della cittá, si rinunziò all’impresa, si ritrasse nella notte l’esercito, contento di non essere inseguito.--Seguí dal 14 giugno al 13 luglio un mese intiero di ozio, di silenzio, militarmente inconcepibile, inudito, non interrotto che da alcuni colpi di fucile e cannone da Rivoli e la Corona che s’era presa dopo Rivoli. Né fu risoluzione, appiglio a guerra difensiva. Cosí fosse stato! Trincerandosi sui colli tra Valleggio e Bussolengo, aspettandovi i rinforzi di Piemonte e Lombardia che venivano alla sfilata, che furono in un mese d’un venticinquemila uomini, che avrebbon potuto essere fra pochi altri d’oltre a centomila (come fu dimostrato poi al principio del ’49 dall’esserne sorti oltre a cinquantamila nel solo Piemonte esausto), sarebbesi dato quel tempo al tempo, che ridiciamo esser il piú grande aiuto alle guerre nazionali, che avrebbe qui posto alla nazione italiana l’interpellanza, se voleva o no davvero aiutar Piemonte che veniva, indipendente esso, ad aiutarla all’indipendenza. Ma non fu tal risoluzione; furono trenta irresoluzioni di giorno in giorno; non si mosse una zolla di terra sui colli difensivi, poche s’alzarono sulla strada da Verona a Peschiera; non si pensò ad assalir Verona con buona artiglieria, e buona pazienza, in regola, in faccia a sé, dove s’era mal tentata due volte; si pensò assalirla per la manca d’Adige, ficcando l’esercito tra esso e l’Alpi, che era una stoltezza, e non si tentò nemmeno; si pensò, forse piú strano, ad assalir Legnago, forticello piccolo, fiancheggiato dalle due fortezze grosse, e non si tentò; e si pensò finalmente, e pur troppo si tentò e incominciò, l’assedio di Mantova. In quella stagione, non v’era aria cattiva, ond’è probabile che se fosse durato quell’assedio sarebbe finito colla perdizione dell’esercito intiero. Ma se fosse finito colla presa di Mantova, non era fatto nulla, o poco; rimanendo intiera agli austriaci la linea dell’Adige, Legnago, e massime la gran Verona, quella Verona che è la vera ròcca d’Austria, il vero freno d’Italia. Ad ogni modo, addí 13 s’investí la piazza; due divisioni (si noti bene), un ventimila uomini, a destra di Mincio; il resto dell’esercito, un sessantamila uomini, a scaglioni tra Sacca e Marmirolo fino a Rivoli e la Corona; cioè in somma una linea sproporzionatamente lunga, una grossa testa intorno a Mantova, una lunga coda fino all’Alpi. Sorrideva finalmente la fortuna saputa aspettare dal vecchio maresciallo austriaco; colsela, accarezzò, aggravò l’errore nostro, e piombò ardito poi a punirlo. Fin dal 14 spinse a Ferrara un corpo minacciante i ducati. Bava si mosse verso questi; gli austriaci si ritrassero; e Bava, non volendo perder sua mossa, si distrasse a prender Governolo addí 18. Allora, estesa cosí piú che mai ed assottigliata la linea de’ piemontesi, e fermata tutta l’attenzione loro a lor somma destra, Radetzki li fece assalire addí 22 a somma sinistra, alla Corona. I nostri vi si difeser bene, anzi vinsero. Ma Sonnaz, giudicando bene non esser ivi la somma delle cose, ripiegossi quantunque vittorioso verso Peschiera. E di fatti, all’alba dei 23, Radetzki assalí Sona e Somma Campagna, con grandi forze, le prese, ne cacciò i pochi nostri che pur si ritrassero a Peschiera, ed esso spinse sino al Mincio, a Salionze, a Monzambano e Valleggio. Addí 24, Sonnaz rinunciò a raggiungere il grosso dell’esercito nostro per la manca del Mincio, anzi, a difender questo seriamente, mosse per la destra fino a Volta. Radetzki non fece passare se non ricognizioni; e facendo anzi fronte addietro, collocò egli l’esercito suo in quella bella posizione difensiva dei colli da Valleggio a Somma Campagna. Il re intanto avvertito fin dalla mattina innanzi a Marmirolo, aveva levato l’assedio di Mantova, raccoltene tutte le truppe che erano a manca di Mincio, portatele nella notte a Villafranca. Ardita, magnifica mossa, che poté far credere a chi udian da lungi, essere destinato il nome di lui ad accrescer la breve serie de’ grandissimi capitani, esser destinata ed oramai compiuta l’indipendenza italiana. Sventuratamente la mossa fu incompiuta, titubante, era senza disegno; il re lasciò due divisioni a destra del Mincio, due divisioni, ventimila uomini oziosi, mentre andava a combattere il tutto fra Villafranca e Valleggio. E perché il tutto fu dubbio in quel giorno, e perduto di poco al dí seguente con quei ventimila uomini di meno sul campo, certo è, matematicamente certo, che s’egli avesse avuto quel cosí grosso soprappiú, avrebbe vinto invece d’essere appena vinto. Ma, cosí è della guerra; la sorte di lei, il destino delle nazioni v’è deciso da una ispirazione, anzi un pensiero facile; e questo, facile, volgarissimo per sé, era facilitato ancora dall’esempio cosí contrario di Buonaparte su quel medesimo terreno. Qui convien abbassare il capo dinanzi al Dio ispiratore ed acciecatore dei capitani e dei re: qui non piú dir altro che Dio nol volle; me lo perdoni il mio re, immerso ora nel fonte della veritá.--In somma, con quell’esercito peggio che dimezzato dai primi e da quest’ultimo errore, con poco piú che venticinquemila uomini, il re assalí, senza aspettar altri od altro, nella giornata stessa dei 24 gli austriaci su quei colli stessi, che erano stati, che avrebbon dovuto forse essere sempre la sua posizione difensiva inalterabile. E li vinse in quella giornata, quantunque piú numerosi, sia per la difficoltá e il pericolo sempre grande d’un cambiamento di fronte addietro, sia per l’impeto superiore de’ buoni piemontesi. Ma fu un inganno, fu una perfidia di fortuna. Se fosse stato vinto di quel poco che vinse, il re avrebbe probabilmente indugiato l’attacco della domane, raccolte tutte le sue truppe, combattuto con quaranta o cinquantamila uomini invece di poco piú di venti.--Ad ogni modo, addí 25 si rinnovò la battaglia; non ne dirò i casi, gli errori disputabili, disputati, inutilmente disputati; era perduta prima che incominciata. Ognuno dei due eserciti aveva le spalle alla base d’operazioni, al paese nemico; in tal situazione le battaglie son disperate, da ambe le parti, ma sempre svantaggiose a quella che assalita e sorpresa ha difficoltá a raccogliersi, perdute se non s’è saputa vincere prima quella difficoltá. L’esercito piemontese, soldati, ufficiali, generali, principi, vi fece prove di valore, riconosciute poi dal nemico piú generoso che i compatriotti, dall’Europa militare e che stava allora, tutta salvo il resto d’Italia, sotto l’armi. Lo sforzo principale fu del duca di Savoia a difender Custoza; non vi riuscí, non vi potea riuscire; rimasene il nome a quella giornata infausta ed immortale. Se ne ricordi e se ne penta la pigra Italia finché l’abbia fatto dimenticare. Gli errori, le spensieratezze dei capitani, son cose frequenti, solite, da computarsi in tutte le guerre, piú in queste di sollevamento ed indipendenza. Queste non si debbono fare senza computar quelli, senza porsi in grado di vincerle a forza di numero, di pazienza, di perduranza. Senza dar almeno due armate pari all’austriaca ancorata sulle sue quattro fortezze, non vi sará mai probabilitá di vincer questa. Finché l’Italia orientale, centrale e meridionale non potrá, saprá o vorrá aver un esercito secondo, vegnente sul Po ad aiutare il piemontese giunto dall’Alpi occidentali e al Mincio ed all’Adige, se lo tolga di mente, la pigra, o divisa, o disputante Italia, ella non sará probabilissimamente mai liberata da questo, per quanto generoso, ardito, temerario, devoto o sacrificato od anche meglio ordinato egli sia per essere. Quattro milioni e mezzo in armi non bastano a liberare ventitré milioni d’oziosi contro a trentasei milioni di resistenti, se non per un caso, un miracolo, che è viltá sperare. Disse l’Italia che voleva far da sé; ma non fu vero: fece il Piemonte per lei tutta a Custoza. Seppe dire ognuno che una nazione non dee contare su aiuti stranieri; ma ella non dee contare nemmeno su una parte sola, su un quinto di se stessa, non dee diminuire dal cinque all’uno la sua probabilitá d’indipendenza.--Ad ogni modo, questa era ridotta a zero; alla sera dei 25 luglio l’esercito piemontese ritrattosi a Villafranca, si ritrasse nella notte a Goito. Il nemico vittorioso a stento, rispettò la ritirata dei vinti.
Alla domane [26] l’esercito tutto raccolto sulla manca del Mincio vi trovava le sue divisioni lasciatevi senza combatter nulla, e quella di Sonnaz che pur troppo non avea combattuto il dí innanzi. Potevano giovare a difendere la ritirata. Nuovo errore: Sonnaz fu lanciato inutilmente e solo contra Volta: l’assalí a sera, presela, fu respinto nella notte, riassalí rinforzato nel mattino, e fu respinto di nuovo. Il dí appresso [27], il re domandò un armistizio e ritirarsi dietro Oglio; gli fu imposto dietro Adda, lasciando ducati e Peschiera; ricusò, error gravissimo.--Allora s’incominciò la ritirata disordinata, fuga. Allora tornarono in mente a que’ soldati ed ufficiali non solamente, come fu detto, il paese e la dolce famiglia giá abbandonata ed ora pericolante, ma le ingiurie, i rimproveri, le stoltezze gettate loro in faccia da tutta Italia e da casa stessa mentre combattevano e vincevano; questo pensiero, che avrebbe pervertito forse a vendette un vecchio e vittorioso esercito, pervertí a indisciplina il nuovo e vinto piemontese. Ad ogni modo, si corse ad Oglio, e si lasciò dopo poco combattere Cremona; si corse ad Adda, e si lasciò senza combattere. Il re poteva passare il Po a Piacenza; coprirsi di quel fiume e questa cittá, e quindi al bisogno ricoverarsi a quella linea d’Alessandria e Genova che è la nota e sola buona difensiva del Piemonte, ma veniva chiamato dalle grida, dalle supplicazioni de’ milanesi. Cedette a questi, e parve nuovo e grave errore militare. Ma ogni guerra, e questa piú d’ogni altra, dovea cedere pure alle condizioni, ai sentimenti politici; e fu bello al re cedere al sentimento di difendere fino all’ultimo gli alleati, ingenerosi per certo, ma per cui s’era, in somma, incominciata e fatta tutta quella guerra. Addí 3 agosto, veniva il re da Lodi a Milano con venticinquemila uomini al piú, e li collocava fuor delle mura meridionali. Addí 4, v’arriva Radetzki all’incontro con trentacinquemila, cresciuti in breve a quarantamila e piú. La battaglia s’attaccò subito. Tranne pochissimi, i milanesi non fecer nulla; e i piemontesi, piú sdegnati che mai, non combattendo piú che per l’onor dell’armi; e combatterono bene alcune ore, e si ritrasser poi dietro le mura. A notte, il re domandò una capitolazione, Radetzki la concedé; ritirata de’ piemontesi dietro al Ticino, due giorni dati a’ milanesi che volesser seguirli. Ma alla mattina incominciò la prima di quelle tre giornate di sacrilega ingratitudine onde s’infama la storia della nostra impresa di libertá e d’indipendenza, quelle tre giornate che per opera di pochi scellerati hanno sporcato i nomi di tre nobili cittá italiane. Né sará degna l’Italia mai di rinnovare con sufficiente virtú la grande impresa, finché dall’Alpi ai tre mari non venga vergogna vera di quelle macchie d’odio, e non sien lavate con lagrime, o meglio con fatti di pentimento, di concordia e d’amore. Dal mattino di quel dí [5 agosto] si gridò per le vie, per le piazze, dinnanzi al palazzo Greppi, alloggio del re, traditore quel re sacrificatore (piú che mai da ventiquattro ore) di sé, de’ suoi figli, di sua antica dinastia, di suo popolo indipendente, all’indipendenza del popolo lombardo; si fucilò lunghe ore contro la porta e le finestre; si stracciò dal re la capitolazione, si rifece dallo sbigottito municipio, si liberò il re da una compagnia di bersaglieri corsa finalmente contro a quell’attruppaglia; il re si ritrasse a piedi in mezzo alla notte fino al di fuori delle mura, inseguito dalle ingiurie e dalle schioppettate lontane, rattenente la vendetta de’ suoi. Addí 6, egli e i piemontesi erano oltre Ticino, e Radetzki entrava tranquillo a Milano. Addí 9, firmavasi un armistizio inaspettatamente favorevole, a giudizio d’ogn’uomo militare o politico d’allora, e d’ogni scrittore assennato dappoi; e fu gridato tradimento nuovo non piú a Milano solamente, ma in tutta Italia e Torino stesso, e gridatovi per sei mesi quasi infame il nome dell’ufficiale innocente e devoto che aveva dovere di firmarlo. S’intende che nella concitazione delle rivoluzioni tutti i popoli son talor pazzi. Ma chi l’è, o vi dura troppo, del tutto, s’intende che non riesce a compierle bene mai, non riesce a rompere ma a ribattere propri ferri.
Ma passiamo dai generosi errori militari agli ingenerosi e piú numerosi errori civili, che si stavano facendo intanto in tutta Italia.--In Milano e Lombardia, per cui principalmente e cosí vicino si combatteva, non è vero che cadesse ogni ardor militare dopo le cinque giornate. Sorsero numerosi volontari che combatteron sull’Alpi o tra le file piemontesi, o raccolti in quelle divisioni lasciate inoperose a Mantova. In quattro mesi, e disarmati, sarebbesi difficilmente potuto far piú; forse sarebbesi potuto meglio, rinunciando ad avere esercito proprio, riducendosi a supplir le file diradate dei battaglioni di guerra, ingrossando le rade dei depositi piemontesi. Ma questo e tutti gli altri errori vennero da quello altro che si suol chiamare col nome nuovo di «municipalismo», ma che comprende in sé i due vizi antichi, vergognosi, capitali e sempre fatali, della superbia e dell’invidia, superbia d’ogni menomo merito, invidia degli stessi piú evidenti benefattori. Milano impazzita di sue cinque giornate, trattò in grida, in atti, in fatti, i piemontesi accorsi due dí dopo, non come liberatori che erano stati forse veramente minacciando giá dal Ticino, e non come almeno aiuti necessari, ma come tardivi, inutili, usurpatori di vittoria di giá compiuta e sicura; trattò il re, com’ebbe a dire egli stesso, a quel modo che la repubblica francese del 1792 trattava i suoi generali. Il governo provvisorio presieduto da quel Casati che come podestá avea giá fatta la lunga e bella guerra legale, ma raccolto, com’è naturale, d’ogni frazione, d’ogni tinta del partito liberale, dalle corti alle sètte, dai semplici riformisti ai repubblicani rossi o comunisti, diviso, discorde in sé, fu impotentissimo a dominar le discordie dell’opinione, della stampa, delle sètte, de’ circoli, della piazza. Credette comporle con questo mezzo termine: proporre al voto universale la fusione (parola nuova o male applicata e che rimane infausta) di Lombardia a Piemonte, con questo patto orgoglioso che del nome, delle memorie, delle leggi, dello statuto stesso del vecchio e or ora rinnovato Piemonte non rimanesse, salvo la casa di Savoia, nulla di conservato se non sancito e rifatto da una Costituente lombardo-piemontese. E Piemonte, re, Camere, principi, ministri, grandi, popolani, intendenti o non intendenti, ripugnanti o non ripugnanti a quello stoltissimo fra gli errori di qualunque rivoluzione incipiente, tutti s’affrettarono d’accettare, per non turbare la guerra d’indipendenza, dico dell’indipendenza non piemontese, ma lombarda. E nota che tutto ciò si faceva a mezzo maggio, tra le due vittorie piemontesi di Pastrengo e Goito.--Non dico altro. Nemmeno le condizioni aggiunte, la coda di quella fusione parimente imposta, parimente accettata. A petto di questo furon nulla tutti gli altri errori d’allora, quello stesso errore del governo di rifiutar l’offerta fatta dallo Schnitzer, inviato austriaco, di lasciar libera Lombardia fino all’Adige; questo almeno si potrá scusare per la prudenza, o almeno per il non dividersi dalla compagna Venezia. L’errore sconoscente della Costituente non fu superato se non dalla piú sconoscente infamia della giornata del 5 agosto, che termina la breve e fatal serie dei fatti di Lombardia libera, ricomincia quella dei suoi dolori. Rispettiamoli e passiamo.--Venezia essa pure incominciò con un errore grave, ma forse scusabile, e certamente breve, e piú che compensato poi dalla sua perdurante, magnifica difesa. Male o bene, tutto vi fu effetto delle sue condizioni peculiari, non solamente locali, ma anche politiche. La servitú di Milano, antica giá di oltre a tre secoli, dal 1535 in poi, era stata quasi interrotta da quindici o diciotto anni di apparente indipendenza; e rinnovata da trentaquattro anni, era stata grave sí, ma pure splendida fino a un certo punto, e quasi adulata talora, fino agli ultimi anni e mesi; e quindi Milano, forse piú profondamente, certo piú anticamente avvilito, era meno umiliato anche prima delle insuperbienti cinque giornate. All’incontro, Venezia non era serva che da cinquanta anni di umiliazioni e patimenti continui, materiali, sentiti da tutti, grandi e popolo insieme; quindi meno avvilita forse, ella si mostrò certo piú umile, piú modesta, piú arrendevole, piú intendente la necessitá dei tempi e luoghi. S’aggiunse la fortuna d’aver cacciati gli stranieri facilmente fin dal 24 marzo, colle sole minacce, quasi senza sangue, e cosí quasi senza causa o pretesto d’insuperbire. Ébbene un’altra: che gli uomini principali i quali iniziarono la sua rivoluzione, furono meno discordi; ed uno di essi, il Manin, crebbe in breve sopra gli altri, e sopra se stesso; seppe e poté farvisi duce e quasi dittatore. Ma questa fortuna o saviezza fu figlia dell’altre; essendo gran saviezza nelle rivoluzioni saper farsi o lasciarsi fare un buon duce. Ad ogni modo, appena liberatasi Venezia, si costituí in repubblica, ma di San Marco, piú che alla francese, od a modo de’ carbonari o della Giovine Italia; e quanti di costoro accorsero, il Manin seppe annientarli e scostarli, od anche cacciarli; e appena si parlò di fusioni, ella pure Venezia seppe aderirvi, e con Milano primamente quantunque non repubblicana, e con Piemonte quantunque monarchico. E s’armò, che è sempre il piú difficile e piú proficuo, per terra e per mare, assoggettando sue truppe ad ufficiali piemontesi, sue navi all’ammiraglio genovese, senza pettegolezzi di memorie antiche o di gelosie nuove. Né esercitonne colle sue antiche province, e talor soffrinne da esse; che se fossero state parimente savie, avrebbero inteso di poter, non che governarsi, ma difendersi molto meglio facendo capo grosso grossissimo a Venezia e Padova, che non ognuna da sé. E fatta finalmente la fusione con Piemonte, ed accettati i commissari piemontesi pochi dí prima della rotta di Custoza, Venezia e Manin restituirono sí la repubblica e San Marco, ma non che eccedere in stoltezze repubblicane ne’ mesi successivi, continuarono anzi crebbero in prudenza civile e militare, e cosí si fecer degni di soffrir poi quel magnifico assedio dell’anno appresso che ha rivendicato oramai il nome di lei dalle vergogne degli ultimi anni di sua libertá, da quelle di sua caduta, da quelle di sua servitú. Da ultimo, forse il nome di Venezia s’è fatto nel ’48 il primo fra quelli delle cittá italiane. E sia che ella debba tal gloria a Manin, od anzi questi la sua a Venezia, certo pure il nome di lui rimane il primo fra quelli degli uomini politici italiani di quell’anno.--Piacenza, Parma, Reggio, Modena, operarono sole saviamente e generosamente, operando subito, unanimamente e senza condizioni politiche le loro unioni con Piemonte. Fa meraviglia, e quasi dicevo tenerezza, vedere in mezzo a quello scatenamento di superbie e d’invidie, la semplicitá delle parole, l’esposizione dei veri e materiali interessi municipali con che quelle cittá dichiararono le loro unioni, e fa senza meraviglia pur tenerezza ricordare la fraternitá vera e di fatti, non di false parole, dei prodi loro co’ nostri, su’ nostri campi di battaglia. Francamente, nobilmente grati essi allora a noi, s’abbiano la rimeritata gratitudine nostra.