Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2

Part 27

Chapter 272,224 wordsPublic domain

La democrazia assoluta tentata in Francia, e l’unitá governativa tentata in Germania, sono giá state vinte una volta; e perché quella è assurditá contraria a tutte le presenti e crescenti civiltá, questa vanitá o almeno utilitá non proporzionata a sue difficoltá, elle saranno probabilissimamente vinte altre volte.--Ma, all’incontro, perché due dei tre motori della rivoluzione italiana del ’48, sono, non che conformi, ma necessari a questa medesima universale e cristiana civiltá, perciò non credo debba rimaner dubbio a nessuno, e non rimane almeno a me: questi due scopi continueranno a concitare le menti italiane, a far nuove rivoluzioni, finché non sieno pienamente ottenuti. Dopo il fatale ma grande nostro ’48, non sono piú possibili né i vili ozi del Seicento, né le stentate riforme del Settecento, né le guerre sotterranee, gli scoppi inutili, le sètte inefficaci della prima metá dell’Ottocento; né per conseguenza quella preponderanza straniera che oltre tre secoli durò giá tranquilla con tali servi, poco inquietata da tali nemici. Dopo lo scoppio pur infelice, ma tutto diverso dei precedenti del ’48, rimangono e rimarranno, Dio solo sa quanto, gli stranieri in Italia materialmente, né piú né meno che prima. Ma non sono piú essi che possano dare lo spirito ai fatti, né i nomi alla storia d’Italia; sono, saranno le memorie del ’48; è, sará quella libertá rimasta in risultato e ricompensa degna ai propugnatori veri dell’impresa del ’48. Durerá dieci, cento, mille anni la nuova etá? Si chiamerá essa della libertá e dell’indipendenza conquistate? ovvero della conquista della libertá e dell’indipendenza? ovvero anche (che non credo, e Dio pietoso nol voglia) dell’inutile tentativo alla libertá e all’indipendenza? Io nol so; ma questo so dagli esempi di trentasei secoli noti alla storia, dalle condizioni di questo nostro in tutto il mondo; che le rivoluzioni (non le congiure) di libertá, una volta iniziate, possono retrocedere sí, ma non cessare; che la libertá interna è incompatibile colla servilitá al di fuori; che potrá quindi essere in Italia un’etá forse lunga, forse terribile, forse infelicissima, di lotta tra servi e padroni, ma non piú un’etá di servilitá da una parte, e quindi di preponderanza dall’altra. Sarebbe, cosí Dio non voglia, piú possibile un’etá di servitú, che di servilitá o preponderanza. Questa è finita oramai; incomincia dal 1848 un’etá nuova, che io numero ottava della storia d’Italia, che i posteri battezzeranno essi, secondo che saranno piú o meno buoni della generazione nostra iniziatrice.

Qui giunto, cresce la difficoltá di quest’appendice. Potrei scusarmi di finirla qui. Ma poiché (bene o male) io superai giá quella di parlare dei fatti a cui preser parte gli amici ed avversari miei, io mi proverò a superar pur quella che qui s’aggiunge di parlar de’ fatti in cui ebbi parte anch’io. E supererolla al medesimo modo, solo possibile in questa brevitá, di giudicare sí i fatti, ma non la parte che v’ebbe ciascuno. E faccio e domando quindi per me la medesima riserva, che mi par giustizia. Quand’io loderò o condannerò un fatto in che ebbi parte io, come altri, non vuol dire che io lodi o condanni me. A un fatto moralmente cattivo è cattiva qualunque partecipazione per certo; ma un errore politico, pur rimanendo errore al complesso di quella nazione e di quelle persone che il fecero, può essere, non che scusabile, ma bello e generoso in chi il fece per iscansare errori maggiori. Gli errori del ’48 sono certi, poiché fallimmo l’impresa; ma quali sono? Chi vede gli uni, chi vede gli altri, io ne vedo forse piú che nessuno; e noterolli, anzi non vo incontro all’ingratissima fatica se non per notarli, perché credo possa essere piú utile ciò che tutto il resto del mio volume. Ma il giudicare qual parte abbia avuto ognuno in quegli errori, sarebbe materialmente impossibile qui; e non sarebbe poi anche in opera piú lunga possibile a me. Delle cose a cui si partecipò io credo che sia piú bello, piú franco farsi non giudice, ma piú modestamente avvocato; scrivere non storia, ma memorie. E queste detterò poi, quando io abbia tempo e voglia; ché non credo aver né l’un né l’altra.

Dicemmo, gli statuti, la libertá essere stata data a Napoli addí 11 febbraio, a Torino addí 4 marzo, a Firenze addí 17, a Roma addí 14 marzo.--Addí 18 incominciò il sollevamento de’ milanesi; al 19 Carlo Alberto die’ ordine di adunare l’esercito al Ticino. Nella notte del 22 al 23, dopo cinque giornate di sollevamento, inopportunamente fatto, meravigliosamente proseguito e finito, Milano fu libera dai tedeschi. E nel medesimo dí, cinque ore prima che ne giugnesse nuova a Torino, la guerra d’indipendenza era dichiarata dal piccolo re di Piemonte, cioè di quattro milioni e mezzo d’anime, senza un’alleanza, né politica, all’imperator d’Austria, cioè di trentasei milioni, appoggiato dall’alleanza d’Europa dal 1815. Non importa; si gridò in tutta Italia alla tardanza, alla titubanza piemontese.--Addí 25, un primo corpo piemontese entrò in Milano, addí 26 il re partí di Torino, addí 3 aprile entrò in Pavia, e proseguí poi a Crema, con soli venticinquemila uomini contra l’esercito austriaco di settantamila. Questi, fuggenti dalle cittá sollevate, si raccoglievano al campo di Montechiaro. Il re lo minacciò, lo sloggiò piegando a destra, e scendendo il Po. L’operazione era bella, la guerra era portata d’un tratto sul Mincio. Addí 8 aprile, si combatté a Goito, si prese e si passò quel fiume; addí 9 si combatté e si passò a Monzambano, addí 10 ed 11 a Valeggio. Allora la guerra era necessariamente in que’ campi tra Mincio ed Adige, dove, quando non era se non la fortezza di Mantova, Buonaparte giovane e vittorioso dimorò e vinse per otto mesi, dove ora era il terribile quadrilatero di Peschiera, Mantova, Verona e Legnago, apparecchiate, rinforzate e studiate ne’ trentaquattro anni di pace dai sospettosi stranieri, dove ora il re conduceva un esercito nuovo di venticinquemila uomini, contro sessanta o settantamila austriaci. Il grido d’Italia, cioè de’ settari, dei tribuni di piazza, degli oratori di circoli, degli scrittori di giornali, del governo provvisorio di Milano, forse senza eccezioni, e quello stesso dei ministri e consiglieri del re con pochissime eccezioni, era che si passasse attraverso i due fiumi, le quattro fortezze, i sessantamila nemici, per dar la mano a Venezia, Vicenza e l’altre cittá, e si portasse la guerra agli sbocchi, anzi alle cime dell’Alpi da Como a Trieste. Né fa meraviglia che la povera Italia, inesperta di guerra anche piú che di politica, gridasse siffatte stoltezze; sí il può fare che rimangano queste in alcuni libri di uomini anche militari. Quand’anche fosse stata vera, generale ed armata insurrezione in Lombardia e Venezia, sarebbe stata inutilitá, fanciullaggine, correre a dar la mano a’ veneti, perdendo piede in Lombardia, che è la solita perdizione di tutte le guerre d’insurrezione. Ma questo poi non era né poteva essere in Lombardia né in Venezia, non v’essendo armi colá, né potendone dare il Piemonte, che non n’avea, pur troppo, il corredo suo intiero per il proprio esercito; ondeché, chi accusa lombardi e veneti di non essersi levati ad insurrezione armata, è poco meno ingiusto che chi accusa il re di non esser corso a congiungersi (quand’anche fosse stato materialmente possibile) con quell’insurrezione che non esisteva. Il fatto sta che gli eventi tutti di questa guerra dimostrano ora facilissimamente ad insegnamento (che Dio voglia non disperdere) delle generazioni future, che la somma, che il tutto di questa prima, ardita, forse temeraria, generosa guerra d’indipendenza, era, doveva essere, non poteva non essere se non nell’esercito piemontese; che questo doveva dunque serbarsi, salvarsi, mantenersi, accrescersi, aiutarsi, incoraggiarsi, lodarsi, amarsi, e quasi adorarsi unicamente da tutta Italia; e tenersi perciò dal suo capo coraggiosamente, inalterabilmente sulla difensiva, ogni volta che non venisse un’occasione quasi sicura di offensiva; e prendersi questa allora solamente, e finché durasse l’occasione, tornando poi alla difensiva, dando tempo alle popolazioni di procacciarsi armi ed esercitarvisi, ed ai principi italiani di mandar aiuti, ed ai popoli di accorrervi; dando tempo, insomma, a quel tempo che è il piú grande alleato di tutte le guerre d’insurrezione, che era allora il solo nostro. Ma le stolte grida fecero fare una guerra tutta opposta, una guerra in furia, una guerra che volevasi corta e grossa; e questo fu l’errore che perdette tutto, che il perderá, se occorre, altre volte; perché da questo nacquero tutti gli altri, piccoli e grandi, numerosi, di rado interrotti, sempre risorgenti, e finalmente fatali. Né io conto per tale l’aver tentata con poca e piccola artiglieria Peschiera fin dal 13 aprile, Mantova fin dal 19; questo era necessario per tastare il nemico, per vedere se era veramente o no scoraggiato, se appunto si poteva fare o no una guerra tumultuaria, senza o contra regole. Ma la vanitá dei due tentativi provò appunto il contrario; e fu errore non vederlo subito, e non chiamare fin d’allora il parco d’assedio, per una guerra che doveva essere evidentemente d’assedi, numerosi, ripetuti, continuati o lasciati, centrali a tutte le operazioni eventuali, alla Buonaparte. Ad ogni modo, fecesi bene, molto bene, ne’ dí seguenti. Arrivava, ordinossi l’esercito di sessantamila uomini piemontesi e de’ ducati; fecesene un corpo di due divisioni sotto Sonnaz a sinistra, uno di due altre sotto Bava a destra, una riserva di una divisione sotto il duca di Savoia. Questo era l’esercito d’operazione; ma alcune migliaia varianti in numero di volontari lombardi guardavan l’Alpi a sinistra, sulla sponda occidentale sul lago di Garda; cinque in seimila toscani arrivavano, furono posti poi a guardia contro a Mantova; diciassettemila pontifici varcavano il basso Po, e invece di unirsi co’ veneziani, e chiamare a sé tutti i veneti per fare un grosso esercito minaccioso da Padova e il Bacchiglione, corsero tutto il Veneto, chiamati da tutte le cittá, inutilmente allora, fatalmente poi; e in ultimo era arrivato un migliaio, e s’aspettavano venticinquemila napoletani. Con tali forze presenti, tali sperate, il re fece passare il Mincio a tutto l’esercito d’operazione, addí 26 e 27, occupò addí 28 e 29 que’ colli che salgono da Valeggio per Somma Campagna e Sona fino alla sponda destra dell’Adige, e quindi si collegano al Montebaldo, alle storiche posizioni di Rivoli e delle Chiuse d’Italia. Cosí investiva Peschiera; ma gli austriaci mostrarono volersi difendere a Pastrengo. Il re ve li assalí addí 30, e li vinse in bella giornata, che sarebbe stata forse piú bella se si fosse spinta per qualche ora di piú. Ad ogni modo su que’ colli era il luogo di fermarsi, di fortificarsi, di radicarsi, per far l’un dopo l’altro l’assedio di Peschiera addietro, di Verona poi all’innanzi. Delle quattro terribili piazze non erano necessarie a prendersi se non queste due, per portare, non piú stoltamente ma sicurissimamente l’esercito nella Venezia, per far cadere forse ed annullare per certo le altre due. Questo era non solamente precetto, regola d’arte, ma senno o senso volgare o comune. Ma le grida non permettevano senno e regole; volevano, dettavano sregolature, colpi di genio, miracoli. Si tentò uno di questi addí 6 maggio. S’assalí Verona, la gran piazza d’armi d’Austria in Italia, con fanti, cavalli, e pezzi di campagna: riuscí come sogliono tali miracoli; fu respinto l’esercito piemontese da Santa Lucia dove era giunto, fu salvo nel ritirarsi dal bravo duca di Savoia. Allora si ricorse alle regole; e riuscirono a bene. In regola si fecero venir le artiglierie grosse; in regola si camminò per le trincee, si fecero parallele, si costrussero batterie, si aprí il loro fuoco [18 maggio] contro Peschiera, sotto gli ordini del duca di Genova; e in regola si propose una capitolazione, addí 26, ed in regola fu ricusata. Intanto Radetzki, l’insultato, ma ammirabil vecchio di 86 anni, si moveva da Verona addí 27, per far levar l’assedio con bella operazione. Veniva a Mantova [28], assaliva il mattino appresso con quarantamila i cinquemila toscani e pochi napoletani, staccati, od anzi, pur troppo, sacrificati a Curtatone e Montanara; e i toscani mostrarono costí non essere la mancanza di valor naturale, e nemmeno quella della disciplina che impedisca di diventar militare, ma solamente la colpevole trascuranza de’ loro governanti, o forse l’avarizia del paese che non vuole avere esercito per non ispendervi. Ad ogni modo, si fecero uccidere al loro posto, gloriosamente. Né fu forse inutilmente del tutto: ché, fosse Radetzki indugiato da tal resistenza od altro, il fatto sta ch’ei non proseguí in quel giorno, e non giunse se non alla dimane [30] all’attacco disegnato sulla punta della destra piemontese a Goito. Ed ivi con bella e pronta riunione di sue truppe giá stava Carlo Alberto. S’appiccò la battaglia poche ore prima della notte; fu diretta bene, in buona regola, e vinta da Bava. Né era finita del tutto, quando giunse sul campo la nuova della resa di Peschiera, conseguita il medesimo dí. Questa giornata del 30 maggio a Goito fu la piú bella di quella campagna, che fu la piú bella che siasi fatta mai dagli italiani da sette secoli. Quel nome e quella data, ed anzi quei due mesi e mezzo dal 18 marzo al 30 maggio, quella prima metá della campagna del 1848, rimarranno, che che sia per succedere poi, cari e sereni nella memoria degli italiani che vi parteciparono o li videro, ed in quella pure dei posteri. E non giá che non vi fosser fatti di quegli errori che si fan sempre in tutte le guerre, e piú in siffatte subitanee e disapparecchiate; ma perché vi furono piccoli e grandemente riparati.