Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2
Part 25
Negli altri Stati non si progredí parimente per due ragioni; la prima, che, qualunque sia la grandezza che la storia futura compiutamente informata e scritta sará per concedere a Carlo Alberto, non è dubbio gli altri principi assoluti contemporanei suoi furono di gran lunga inferiori; e perché poi alcuni di questi altri Stati, meno male restaurati nel 1814, erano fin d’allora a quel punto di bontá a cui Carlo Alberto voleva portare e portò il Piemonte, a quel punto che è compatibile col principato assoluto. Napoli e Parma avevano conservati i codici e l’amministrazione di Napoleone con poche novazioni; avevano ordine sufficiente nelle finanze; e Napoli aveva di piú un esercito ed una marineria militare quasi fiorenti. La polizia v’era dura, intrigante, preoccupata di sètte e controsette; ma quando le prime non iscoppiavano, essa pure rimettendo de’ suoi rigori, ne pareva tollerabile. Della Toscana giá dicemmo che fin dalla seconda metá del secolo decimottavo essa era stata portata a vera perfezione di principato assoluto, e fu restaurata in essa fin dal 1814; e mantenutavi poi da due principi miti, ella sarebbe rimasto lo Stato piú avanzato, il meglio governato, in tutto, che fosse in Italia, se non fosse di quella negligenza ed anzi di quella repugnanza ad avere un esercito, di che son forse ad accusare meno i principi che i popoli, e forse i liberali, gli stessi, i migliori uomini di quell’imbelle od avara regione.--Quanto a Roma e Modena, mal restaurate nel 1814, elle rimasero peggio governate d’anno in anno in tutto questo tempo; cattiva polizia e persecuzioni furono comuni ai due Stati; speciali al pontificio i disordini di finanze, armi straniere, governo ecclesiastico nelle cose piú laicali, ed in che il sacerdozio perde piú di sua dignitá.--Finalmente, il regno lombardo-veneto, anch’esso (cioè il suo nòcciolo di Lombardia) non mal governato come parte d’imperio assoluto nel secolo scorso, non mal restaurato né mantenuto come tale, avrebbe potuto vincere al paragone di Toscana e Piemonte, se in teoria né in pratica fosse possibile far paragone tra qualunque governo anche pessimo nazionale, e qualunque anche ottimo straniero. Se io scrivessi per istranieri che hanno da secoli il sommo bene dell’indipendenza, e non conoscono per prova il sommo male della dipendenza, io accennerei almeno ad alcuni particolari che dimostrano la realitá di questo sommo male, le differenze di schiatta, di lingua, di costumi, di sentimenti, d’interessi; la lontananza del centro governativo, la lentezza d’ogni decisione, i cinquanta o sessanta milioni tolti annualmente al paese, l’ozio naturalmente invadente, i vizi conseguenti, l’avvilimento universale inevitabile. Ma scrivendo ad italiani, che han provato e provano quel sommo male per sé, o nei compatrioti e vicini, ogni cenno che io ne dessi qui, sarebbe inferiore al vero che ne hanno concepito essi.--Insomma, a chi consideri ora tutta questa condizione comparata de’ diversi Stati d’Italia, è chiaro che se mai doveva venire qualche miglioramento vero, qualche impulso grande al progresso italiano, ei doveva venire dal Piemonte: gli altri Stati erano, anche in ciò che avean di meglio, stazionari; il Piemonte, anche in ciò che aveva di peggio, progrediva, aveva giá il moto ascendente; e il moto ulteriore non si poteva sperare se non dal moto. E cosí credevano, speravano allora gli italiani; tutti gli occhi eran rivolti al Piemonte, a Carlo Alberto. E le speranze comuni non furono ingannate.
Niuno di coloro che scriveranno la storia distesa, o qualsiasi compendio di questo periodo, non potranno dividere, come facemmo noi fin qui, la storia politica dalla letteraria. L’una e l’altra ebbero sí sempre molte relazioni pur troppo; ma in questi ultimi anni elle n’hanno tante, che ne rimangono continuamente frammiste.--Ne’ primi anni dopo le restaurazioni, sopravivevano (tranne Alfieri, Parini e Cesarotti) gli uomini principali delle rivoluzioni repubblicane e dell’imperio, Foscolo, Botta, Monti, Denina, Lagrangia, Volta, Canova. Ma lasciando qui le scienze e l’arti, che continuarono con isplendore, ma senza grandezze comparabili a quelle; e delle lettere stesse contentandoci a dir ciò che piú si connette colla politica, noteremo che niuno dei nominati non produsse piú nulla di gran conto, tranne il solo Botta. Il quale, all’incontro, rimasto in Francia, vi compose e pubblicò le due storie d’Italia dal 1530 al 1789, e dal 1789 al 1814, le quali sono forse non solamente le due opere sue migliori, ma i due piú lunghi e piú belli corpi di storia patria che sieno stati scritti da niun italiano. Scritti, a malgrado i difetti, in istile ammirabilmente chiaro, largo, vivo, caldo e naturale, si leggono come una novella da chicchessia dotto od indotto, che è il sommo dell’arte storica. Difettano sí di scienza storica, e piú di scienza politica, a tal segno, che non solamente il vecchio liberale, anzi repubblicano, vi comparisce scrittore scettico, indifferente alle diverse forme di governo, e non persuaso se non della malvagitá degli uomini e dei tempi in generale; ma che nell’ultime pagine da lui scritte in conchiusione della storia dal 1530 al 1789, egli ci lascia quasi un progetto di governo a modo suo, che non rimane né monarchico né repubblicano, ed anche meno rappresentativo, ch’ei descrisse ma non intese né ammise. E quindi l’opere sue contribuirono a mantenere sí, e diffondere, ma non a determinare le opinioni liberali, anzi le indeterminarono e dispersero peggio che mai. Una pubblicazione mensile pubblicata per poco tempo in Milano, proibita poscia dalla polizia, ebbe, s’io non m’inganno, il medesimo vizio, il medesimo effetto. Vennero poi due scrittori, de’ quali non credo sia stato mai dacché si scrive niuno piú amabile, piú simpatico ad ogni cuor gentile, perché niuno scrisse con piú soavi tinte di gentilezza che questi due, Manzoni e Pellico, ammirabili e parchi poeti amendue, e scrittori di prosa tanto piú ammirabili, quanto piú seppero scrivere italianamente con semplicitá. Manzoni, milanese, s’illustrò con cinque canzoni, che riuscirono nuove e forse superiori a tutto, dopo il canzoniero accumulato nei sei secoli della poesia italiana; seguí con alcune tragedie storiche, o come si diceva allora, romantiche, e con alcune note ad esse ed alle storie del Sismondi; giunse al suo colmo in quel racconto de’ _Promessi sposi_, che fu, che diede il genere del romanzo alle lettere nostre, e lo portò d’un tratto a segno, da superar forse in fatto d’arte, e certamente in utile morale, quanti furono scritti mai in qualunque lingua antica e moderna. Pellico, piemontese, era giá amato per la _Francesca_, ed altre tragedie, quando, implicato nello scoppio del 1821, fu tratto allo Spielberg, vi rimase intorno a dieci anni, n’uscí poi per grazia implorata dall’Italia, dall’Europa intiera, e pubblicò nel 1833 quel rendiconto delle sue prigioni, de’ suoi patimenti, che diffuse in Italia, in Europa, nel globo intiero, i particolari della tirannia austriaca, tanto piú scandalosi, quanto piú semplicemente e pazientemente descritti. Ambi questi scrittori furono accusati di rassegnazione politica; ma il fatto sta che questa era religiosa, e non entrando in quelle distinzioni tra l’una e l’altra, che sono difficili a farsi in pratica e piú difficili in teoria, lasciavan pure a ciascuno la libertá delle applicazioni; e che anzi il sentimento profondamente religioso insieme e liberale, che presedeva tutte le opere di Manzoni e di Pellico, serví anzi molto meglio che niune delle contemporanee a determinare anche politicamente il liberalismo italiano; serví anzi, riuscí a tôrlo dalle vie empie e perciò stolte ed incivili del filosofismo del secolo decimottavo, fece cattolici molti liberali, e liberali molti cattolici, accrebbe cosí e rinforzò la parte liberale, preparò la pace tra essa e la Chiesa, tra governati e governanti. Non dirò de’ contemporanei che continuarono l’opera di questi due grandi; vengo subito a chi l’accrebbe e determinò anche piú.
42. Continua. La rivoluzione delle riforme [1843-1848].--Dalla metá del 1843 corsero all’Italia quattro anni e mezzo di operositá oramai disusata, e che fu primamente non piú che letteraria, ma a poco a poco pur di pratica e di riforme politiche, rapidamente crescenti fino a quello scoppio del 1848, il quale, comunque sia per essere giudicato, fu incomparabilmente dappiú che non tutti i precedenti da trentaquattro anni, od anzi da parecchi secoli, il quale fu certamente principio o d’un nuovo periodo, o forse d’una nuova etá nella storia italiana. Parecchie delle rivoluzioni continentali moderne iniziarono dalle lettere, quella di Francia del 1789, quelle della Germania principalmente; ma nessuna forse cosí evidentemente come questa italiana. Ma se vogliamo essere compiutamente sinceri ed imparziali ne’ nostri giudizi, noi dobbiam dire che tra gli scrittori e gli operatori di politica suol essere sempre un continuo intercorso, ma di fatti crescenti a vicenda; ondeché poi chi cerca sinceramente gli uomini iniziatori delle rivoluzioni, ne suol trovare due serie diverse, una di scrittori, ed una di operatori. Nel caso presente poi, le due serie sono rappresentate principalissimamente da due uomini, Carlo Alberto, di che giá dicemmo, e Vincenzo Gioberti.--Torinese questi, sacerdote, filosofo, teologo, di grande altezza, scrittore fecondo e magniloquente oltre ogni esempio italiano, fu illustre tra’ compagni ed in sua cittá fin dai banchi universatari, fu implicato nelle persecuzioni che seguirono la congiura del 1833; esigliato, incominciò a scrivere opere miste di filosofia e politica, e tendenti ad accrescere anziché guarire la divisione tra governanti e governati, tra principi e popoli italiani. Ma tra per candore e grandezza nativa, o per sinceritá o gravitá di studi, che gli fecero scorgere insieme e la nuova moderazione di Carlo Alberto, e l’util diretto che ne veniva all’Italia, e quello maggiore che ne verrebbe quando tal moderazione di principato si contraccambiasse ed accrescesse colla moderazione de’ popoli, il fatto sta che nel 1843 egli pubblicò quel libro del _Primato civile e morale degli italiani_, nel quale, esule generoso, egli si rivolse a lodare, a spiegare, a promuovere quella reciproca moderazione, e farne nuovo sistema di politica italiana. Gli si rivolsero contro naturalmente i piú degli esuli e perseguitati, incapaci di accedere a questa bella iniziativa di perdono, il volgo de’ liberali, le sètte principalmente invecchiate nel loro metodo di congiure e sollevamenti. Carlo Alberto all’incontro protesse il libro, lo lasciò correre ne’ suoi Stati, onde si diffuse in tutta Italia. Seguirono altri libri, altri scrittori che io mi proverei forse ad apprezzare con imparzialitá, entrando in particolari, ma che non mi sento in poche e proporzionate parole; alcuni libri di Durando, d’Azeglio, di Galeotti, e di nuovo di Gioberti e di me; oltre alcuni scritti minori di Capponi e di altri nell’_Ausonio_ pubblicato dalla Belgioioso in Parigi. Osserverò solamente che i primi in tempo e piú fecondi di questi furono quattro piemontesi, due esuli e due tollerati in patria da Carlo Alberto, ondeché si volse a questo piú che mai ogni attenzione, ogni speranza. Le sètte erano soverchiate, respinte nell’oscuritá, fuor del moto e de’ modi presenti. Provarono due imprese: a Rimini ed in Calabria; fallirono, furono seguite quella di persecuzioni ed esigli, questa di supplizi, al solito. Gioberti ed Azeglio tuonarono contro ai persecutori, compatirono ma ammonirono i perseguiti. Tutto ciò fino al principio del 1846, quando d’una contesa di dogane prese occasione Carlo Alberto d’entrare in pratica di que’ principi d’indipendenza, che lasciava oramai predicare apertamente. Austria domandava cessasse certo passaggio di sali per Piemonte a Svizzera. Non ottenuto l’intento, raddoppiò, a rappresaglia, il dazio de’ vini piemontesi in Lombardia. Carlo Alberto lasciò dapprima discutere liberamente nella _Gazzetta ufficiale_; poi fecevi uscire una dichiarazione governativa anche piú libera. Erano grandi novitá. Se ne commosse a festa il popolo di Torino, e fu la prima di troppe simili dimostrazioni fatte poi.--Ma come succede quando cresce un’opinione buona ed universale in una nazione, sorse fra pochi mesi una nuova e molto maggiore occasione, la morte di Gregorio XVI, l’elezione del successore. Grande l’aspettazione, divise le parti, e brevissimo tuttavia il conclave, fu eletto addí 6 giugno il cardinale Mastai, Pio IX. Dubitavasi di che parte fosse; egli lo chiarí in breve: addí 16 luglio pubblicò la piú bella, la piú larga, ed anzi la sola che meritasse il nome di «amnistia» fra le tante fatte in questo secolo, fecondo d’ogni cosa buona, cattiva e dubbia.