Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 2

Part 14

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27. Breve pace. Guerra della successione austriaca [1735-1749].--Seguirono una breve pace, una lunga e poco men che inutile guerra. Durante la pace incominciarono, Carlo Emmanuele in Piemonte, Carlo Borbone nel suo regno, que’ miglioramenti di che diremo quando si compierono. Ma Toscana fu quella che migliorò piú in questo intervallo. Morì [9 luglio 1737] Gian Gastone, ultimo e forse pessimo dei degeneri Medici, e succedette, secondo i trattati, Francesco marito di Maria Teresa, e primo di quella casa Lorenese, o seconda Austriaca, che essa pure si italianizzò. E cosí s’italianizzino meglio e davvero queste due famiglie di Toscana e di Napoli; io lo ridico, dopo ed a malgrado gli ultimi e sì vari eventi. I quali, non che mutare, hanno sancita la mia opinione, che dalla sola unione di principi e popoli sia da sperare l’indipendenza italiana; i quali hanno mostrato quanto vicini noi siamo a questa quando uniti, quanto discosti appena disuniti; i quali, fra i numerosi e gravi insegnamenti lasciati a’ posteri, lasciano questo sommo, che l’impresa o rivoluzione dell’indipendenza non si debba complicare di niun’altra né di dinastie né di territori che giá sieno materialmente indipendenti. Si gridò, si griderà altre volte «indipendenza italiana!», ma non se ne ebbe finora il concetto, l’idea, ed anche meno la passione vera. E finché non si concepisca che non è paragone tra l’indipendenza e tutti gli altri temporali doni di Dio; finché l’idea e la passione della indipendenza non ispengano le altre idee o passioni nazionali, il giorno dell’indipendenza non sarà venuto. Misere cose sono la mente, il cuore umano; di rado potenti, quand’anche concentrano lor forze; impotentissime sempre quando le distraggono, quando femminilmente, fanciullescamente, od anzi animalmente, corron qua o lá dietro a questa o quell’idea o passione.--Ma pensino i principi, che pur troppo sovente e dappertutto, e massimamente in Italia, si fanno di queste terribili fanciullaggini od animalità; e per amore, se non di noi, di loro stessi, non vi si espongano.--Nel 1740, ai 31 maggio, morí Federigo Guglielmo re di Prussia, e gli successe il figliuol suo Federigo II, detto «il grande»; e morí, ai 20 ottobre, Carlo VI imperatore, e gli successero negli Stati, Maria Teresa, sua figlia, e Francesco di Lorena. Ma a malgrado la prammatica fatta per tal successione da Carlo VI, e riconosciuta poi nei trattati successivi da quasi tutti i principi d’Europa, sollevaronsi allora parecchi; Federigo coll’armi, prendendo subito Silesia [dicembre]; gli altri, colle trattative ed alleanze. Una ne fu fatta a Nymphemburg [18 maggio 1741] tra Francia, Baviera e Spagna, a cui poscia s’accostarono Prussia, Sassonia e re Carlo di Sardegna. L’esercito gallo-bavaro penetrò in Boemia ed Austria [novembre]; l’elettor di Baviera fu proclamato re di Boemia; e in breve imperator Carlo VII [24 gennaio 1742]. Austria era agli ultimi; fu salva dal generoso amore de’ magiari alla giovine, bella e virtuosa Maria Teresa, dall’alleanza antica di sua casa con Inghilterra, e dal trattato da lei conchiuso [lº febbraio 1742] con re Carlo di Sardegna. Fu detto allora di semplice neutralità, ma in breve di vera alleanza. Può, deve far meraviglia questo accostarsi di casa Savoia a casa d’Austria in tale occasione, che sembra essere stata la migliore da molti secoli, di cacciar questa di Lombardia e d’Italia. Ma il fatto sta, che Francia e Spagna sembrano aver voluto allora dar Lombardia non a re Carlo di Sardegna, ma insieme con Parma e Piacenza a don Filippo di Spagna, fratello secondo del re giá spagnuolo di Napoli; e se ciò si fosse effettuato, casa Savoia e Italia aveano a temere il ritorno della preponderanza spagnuola, quasi un ritorno del Seicento. Per altra parte, non è dubbio che una gran differenza sarebbe sorta dall’essere Lombardia e Parma e Napoli non province spagnuole come nel Seicento, ma Stati indipendenti sotto principi, che, spagnuoli o francesi d’origine, si sarebbero in breve italianizzati; ondeché, in tutto, io non so s’io lodi come giusta, o se forse io non biasimi come stretta e mal interessata questa prudenza di re Carlo Emmanuele nell’accostarsi allora a Maria Teresa. Ad ogni modo, bene o male istituita quella guerra, re Carlo la fece bene poi, a modo de’ maggiori. L’aprì in Italia fin dal 1742, assalendo Modena alleata di Spagna; e movendo quindi, per l’Emilia e la Romagna, contro all’esercito venutovi di Spagna. Ma fu tra poco di lá chiamato per l’invasione d’un altro esercito spagnuolo in Savoia [settembre]. Dove accorso re Carlo, respinse dapprima, fu respinto poi, ed invernò in Piemonte.--Nel 1743, combattessi a Camposanto sul Panaro una battaglia dubbia tra gli austro-sardi e gli spagnuoli, e questi si ritrassero; né segui altro fatto di conto colà od in Savoia. Francia, quantunque avesse dato il passo all’esercito spagnuolo, non era ancora in guerra con re Carlo. Ma avendo questi firmato in Worms un trattato di alleanza oramai aperta con Austria [13 settembre 1743], Francia gli dichiarò formalmente la guerra addí 30, ed entrovvi anch’essa dall’Alpi. Ma, in breve, per la stagione avanzata, vi si posò.--Nel 1744, l’esercito gallo-ispano, sotto il principe di Conti e l’infante don Filippo, assalì fortemente il Piemonte fortemente difeso da re Carlo. Incominciaron da Nizza, la presero; e in varie fazioni [aprile] ne cacciarono l’esercito piemontese. Poi, dopo molto dubitare e andar e venire, scesero per Val di Stura e l’Argentiera, presero le Barricate e Demonte, e assediaron Cuneo. Alla quale movendo re Carlo in aiuto, ne seguí, addí 30 settembre, una gran battaglia che, da una chiesetta lá in mezzo, fu chiamata della Madonna dell’Olmo, aspramente combattuta dalle due parti, perduta da re Carlo in ciò che si ritrasse a sera dal campo, ma vinta in ciò che fece entrar soccorso nella piazza. Dalla quale poi e dal Piemonte si ritrasse l’esercito gallo-ispano oltre Alpi prima dell’inverno.--Intanto il Lobkowitz, coll’esercito tedesco, s’era avviato alla conquista di Napoli; ed erasi avanzato poco al di lá di Roma, fino a Genzano. L’esercito spagnuolo e napoletano s’era avanzato alla riscossa fino a Velletri; e quantunque cosí vicini, erano rimasti mesi e mesi i due eserciti a guardarsi, a tastarsi con piccole fazioni, che chiamavasi cent’anni fa un guerreggiar bello e scientifico, or par goffo agli stessi ignoranti. Una notte [10 agosto] il Lobkowitz sorprese Velletri, e poco mancò non isbaragliasse l’esercito nemico, ma fu ricacciato, e non ne seguí altro; fino a che tra le malattie e la noia si ritrassero, l’uno in Romagna e Lombardia e l’altro a Napoli, i due eserciti, derisi dalle popolazioni per via. In tutto, salvo il gran Federigo, il maresciallo di Sassonia, e forse forse il Maillebois, i generali della metà del secolo decimottavo, esageratori, affettatori degli artifìzi tattici e strategici, si potrebbon chiamare i seicentisti dell’arte della guerra.--Ai quali ora succederebbero volentieri, se si desse lor retta, i romantici; quelli che, pretendendo imitar Napoleone (il quale non hanno capito né studiato), vorrebbero guerreggiare senza regola, senz’arte, senza tener conto né di ostacoli naturali, né di fortezze, né di eserciti nemici, anzi senza esercito proprio, con quello solo che chiamano (senza conoscerlo) «entusiasmo». Del resto, costoro son conseguenti nel non voler guerre lunghe né eserciti regolari; non vi vorrebbon andare nemmen per ombra; mentre sorridon loro le guerre di entusiasmo, sempre brevi, non faticose, e di che si ritrae ciascuno facilmente, gridando:--Non v’è piú entusiasmo.--Nel 1745, Genova si alzò contro agli alleati di Worms che abbandonavan Finale al re di Sardegna, ed entrò nell’alleanza contraria di Spagna e Francia [1º maggio]. Quindi unironsi meglio le mosse dei due eserciti gallo-ispani. Il Gages, coll’esercito spagnuolo-napoletano, passando dal Panaro in sulla Magra, si congiunse intorno a Genova con don Filippo e Maillebois che venivan da Nizza; e guerreggiaron poi alcun tempo sul Tanaro e la. Bormida, preser Tortona [3 settembre], Piacenza, Parma, Pavia, vinsero re Carlo in gran giornata a Bassignana [27 settembre], e quindi invasero Piemonte fino a Casale ed Asti, difendendosi solamente la cittadella d’Alessandria; invasero il Milanese, entrarono in Milano [19 dicembre]. Insomma, eran precipitate le cose austro-sarde in Italia; mentre crescevano anzi le cose austriache in Germania per la morte dell’imperator bavaro Carlo VII [20 gennaio], l’elezione a imperatore di Francesco I, il marito di Maria Teresa, e la pace conchiusa col piú terribil nemico d’Austria, Federigo II [25 dicembre].--Ma qui, contro all’uso impostomi dalla brevità, dirò d’un semplice negoziato riuscito a nulla; perché, riuscito a suo fine, ei sarebbe stato il fatto piú bello e piú importante di tutta questa storia; e il suo fallire fu uno de’ piú lamentevoli. Re Carlo di Sardegna aveva, nel trattato di Worms con Austria, introdotta una clausula (insueta sì, ma che accettata dall’altra parte davagli un diritto certo ed onorato), che potesse scostarsi dall’alleanza, avvertendo tanti mesi prima. Quindi egli aveva libertá di trattare con Francia. Trattò, e ne risultarono una prima convenzione firmata a Torino [26 dicembre 1745], un armistizio firmato a Parigi [17 febbraio 1746], ed un progetto di pace definitiva, per cui dovevano rimanere Parma e Piacenza, con alcuni accrescimenti all’intorno, a don Filippo; il Milanese a casa Savoia, ed accrescimenti a Genova, a Modena, a Venezia; Toscana sola, come rimase poi, a casa d’Austria; cosicché tutta Italia ne sarebbe rimasta in breve tempo indipendente, e divisa tra principi giá italiani o che sarebbero diventati italiani; e (per piú dolore) tutta Italia doveva poi stringersi in lega a mantener quella indipendenza. Venne il Maillebois, figlio del capitano di Francia, fino a Rivoli, a cinque miglia da Torino, per volgere questi preliminari in trattato definitivo; andò a Rivoli il Bogino, ministro e confidente di re Carlo; ma non si conchiuse, e si ruppe. Fu pretesa prudenza politica per serbar il contrapeso d’Austria? Vergogna, in tal caso! ché anche queste ricercatezze, questi contrapesi sono seicentismi politici; e l’Italia libera di stranieri, piena di principati nazionali, non avrebbe avuto bisogno addentro, ed avrebbe trovati fuori piú utilmente que’ due medesimi contrapesi di Francia ed Austria, e tutta Europa poi interessata a sua indipendenza, quando fosse stata stabilita. Fu timore, dubbio della sincerità di Francia? Noi non possiamo da lungi giudicare se fosser giusti o no siffatti timori; ma la grandezza dello scopo potea valere alcuni rischi. Fu onestà, impossibilità di conchiudere, rispettando la fede agli alleati attuali? Rispondiamo, abbassando il capo, come il giusto ateniese: non desideriamo, a costo d’un tradimento, nemmeno l’indipendenza. Del resto, io scrivo qui d’un principe, di cui, io piú di nessuno, m’allevai a venerar la memoria; scrivo d’un ministro che venero quasi un grand’avo; ma perciò appunto mi si stringe il cuore al rincrescimento, che le venerate destre non abbiano, se era rigorosamente possibile, firmata, or son cent’anni appunto in Rivoli, quella indipendenza d’Italia che non era piú stata da dodici secoli, che non fu piú nel secolo corso d’allora in poi, che tentammo noi invano pur troppo, che si ritenterà, ma Dio solo sa quando e con qual successo. Povera Italia, non avesti finor ventura!--Continuò poi re Carlo, ottimo alla guerra. Sorprese in bella fazione i nemici in Asti, ripresela [5-6 marzo 1746], e liberò la cittadella d’Alessandria [11]. I tedeschi vinsero in battaglia a Piacenza il Maillebois [16 giugno] e ricuperarono Milano, Lombardia; e quindi austriaci e piemontesi, uniti sotto il Botta italo-austriaco, rigettarono i gallo-ispani nell’Appennino e poi nell’Alpi, si presentarono a Genova, l’ebbero a patti [7 settembre] con vergogna di quel governo, e la multarono di grosse somme, e l’oppressero di tirannie e di rapine non pattuite, ma solite contro a’ vinti prostrati. Ma, addí 5 dicembre, tirando alcuni tedeschi un mortaio de’ rapiti per una via che sfondò, voller far violenza ad alcuni popolani per ritrarnelo, e dieder loro busse all’uso patrio. Sollevaronsi lí i popolani, poi di via in via in tutta la città. E per le vie, alle porte, alle mura combattessi ne’ giorni seguenti tra tedeschi e genovesi cittadini, aiutati a poco a poco da’ campagnuoli che accorrevano. Al glorioso dí 10 dicembre, il popolo cacciò i tedeschi dalla città. E tra per sé e gli aiuti di Francia e Spagna la difesero poi dagli assalti rinnovati lungo l’anno seguente; finché, assalito re Carlo nel contado di Nizza, e perduta ivi Ventimiglia e minacciato in sull’Alpi Cozie, ritrasse sue truppe d’intorno a Genova; e, a’ 3 luglio 1747, gli austriaci levarono le loro; e cosí rimase Genova liberata per quel bello ed ultimo sforzo di sua antica virtù.--Fu e rimane sventura che si trovassero colà combattenti piemontesi insiem con austriaci contro a’ genovesi: ma l’ingrata memoria dovrebbe rimanere piuttosto in quelli che furono allor vinti, e non rimane. Così si cancelli questa ed ogni simile da quelle due schiatte piemontese e ligure, le quali sono le due (per non dir altro) piú operose d’Italia; le quali, quando unite davvero, sinceramente, basterebbero non a compiere, ma a far immanchevole il compimento de’ destini d’Italia.--Pochi dí appresso successe il minacciato assalto pel Monginevra. Il cavaliere di Bellisle lo conduceva. Addì 19, i francesi assalirono i piemontesi, trincerati al colle dell’Assietta, capitanati dal Bricherasco. La fazione fu delle piú belle e calde della guerra. I piemontesi vinsero; i francesi si ritrassero oltre Alpi. La guerra continuò, ma languì d’allora in poi. Tutti erano stanchi; Spagna stessa; dove, morto Filippo V [9 luglio 1745], e succeduto Ferdinando VI figlio di lui e di sua prima moglie Savoiarda, era scemato il credito della Farnese, scemata l’ambizione per don Filippo figliuolo di lei. Adunaronsi prima in Breda, poi in Aquisgrana i plenipotenziari; e addí 30 aprile del 1748 firmaronsi i preliminari, addí 18 ottobre il trattato di pace; per cui rimase riconosciuta la seconda casa d’Austria, riconosciuto don Filippo duca di Parma e Piacenza, accresciuta la monarchia piemontese dei due brani dell’alto Novarese e dell’Oltrepò pavese, e Finale riconfermato a Genova. Facendoci forza, e scartando dalla memoria ciò che avrebbe potuto essere altrimenti, dobbiam conchiudere: che fu pace buona, fu progresso all’Italia, scemando la parte straniera, accrescendo la parte italiana di Parma, Piacenza, e de’ brani di Lombardia diventati piemontesi.--Due guerre minori, una delle quali risibile, turbarono altre parti d’Italia ne’ tempi or percorsi. L’Alberoni, cardinal legato di Ravenna, invase la repubblichetta di San Marino [ottobre 1739]; ma fu disapprovato dalla corte di Roma, che restituì quello Stato. E continuò, pur risibile in parte, feroce e funesta in tutto, la ribellione de’ còrsi, aiutata dalle calamità narrate di Genova. Fin dal 1736, approdò lá un Teodoro barone di Neuhof, tedesco, venturiero, cavalier d’industria, come si diceva allora, che, trovato modo d’aver denari e munizioni di guerra dal bey di Tunisi, venne a far il re di Corsica. I poveri còrsi erano in cosí mal punto, in cosí poco senno, che quasi tutti il gridarono re [15 aprile]. Ma, a novembre, il nuovo Teodoro I lasciò i sudditi per andar a cercar nuovi soccorsi, nuove venture. Girò Italia, Germania, Olanda, dove fu incarcerato per debiti, ed onde pur uscì, traendo da quella buona gente nuovi aiuti, nuovi apparecchi di guerra. Con questi tornò a Corsica [settembre 1738], fu riconfermato re, ma cadde d’allora in poi, e partí in breve. Giafferi e Paoli erano i veri capi. Venner francesi in aiuto a Genova, e fecesi un nuovo accordo nel 1740. Ma ruppesi per la solita causa delle tasse nel 1741, e di nuovo si guerreggiò. Nel 1743, Teodoro tentò riprendere il regno, ma non fu nemmeno lasciato approdare, e se ne fu per sempre. Nel 1744 vi fu nuovo accordo. Nel 1745, ardendo la guerra contro a Genova, si ridéstò la sollevazione, aiutata da Sardegna ed Austria, combattuta da Francia e Spagna, fino alla pace d’Aquisgrana.

28. Pace e progressi di quarantaquattr’anni [1748-1789].--Seguirono, tra questa pace e la rivoluzione francese, due altre guerre europee, anzi dell’intiero mondo. La prima, detta «de’ sette anni», s’incominciò dall’Austria insolitamente unita a Francia, per abbattere la nuova potenza di Prussia in Germania; ma s’estese in breve a guerra d’emulazione marittima nelle colonie, e nell’Indie principalmente, tra Francia ed Inghilterra; e finí colla conferma della potenza prussiana in Germania, della britannica nell’Indie, destinate amendue a molto maggiori accrescimenti. La seconda fu la guerra d’indipendenza delle colonie inglesi-americane contro a lor madre patria; e finí colla indipendenza compiuta. Narrata dal Botta in una storia, la cui traduzione rimane in grande stima appresso a quegli americani, è gran danno per noi che sia scritta con modi antiquati, i quali vi fanno men popolare e meno utile lo studio di quel grande esempio. Ad ogni modo, quelle due guerre apparecchiarono il mondo cristiano qual è al presente, tanto e forse piú che non facessero poi quelle stesse della repubblica e dell’imperio francese. Perciocché quella de’ sett’anni fece la grandezza, cresciuta poi e crescitura, della Prussia; e quella d’America fu la prima delle grandi guerre d’indipendenza, le quali son succedute e succederanno alle guerre di libertá.--L’Italia poi non prese parte a nessuna delle due; non alla prima, dove unite Francia ed Austria non era facile, forse non possibile, a casa Savoia il continuar ad accrescersi in Italia, non almeno co’ modi soliti. E la guerra americana poi era troppo lontana, non fu continentale europea.--Seguì dunque all’Italia una pace di quarantaquattr’anni, la piú lunga cosí di quante si trovan rammentate da’ primordi della storia di lei. E questa pace fu feconda a noi di riforme governative e di progressi senza dubbio; ma anche d’indebolimenti. forse politici, e certo militari. Perciocché, cosí va il mondo, cosí è la natura umana pur troppo, che quando i tempi son facili e tranquilli oltre al corso d’una generazione, la generazione che s’alleva in essi non impari le difficoltà, e cosí non quegli atti di vigore, quegli sforzi d’animo e di corpo che son necessari a vincerle; ondeché, quando poi ritornano, ché sempre ritornano le difficoltà, gli uomini nuovi si trovano disapparecchiati, incapaci ad esse. E quindi può essere fortuna che sorgano, od anche arte de’ principi e governanti lasciare o far che sorgano in mezzo alle paci prolungate, quelle operosità, quegli esercizi od anche quelle difficoltà, le quali, senza porre gli Stati a pericoli invincibili, tengano pure esercitate le generazioni novelle ai casi futuri. E ciò sentirono forse, per vero dire, i governi italiani di cent’anni fa; tantoché, anche senza aver chiara quell’idea, senza pronunciare quella parola di «progresso», che sorsero solamente al fine di quel secolo e si sono fatti ora universali, tutti operarono e progredirono piú o meno, indubitabilmente. Ma non è dubbio nemmeno, e i fatti posteriori lo dimostran pur troppo, che que’ governi nostri non operarono, non progredirono abbastanza; che la generazione della fine del secolo si trovò oziosa, languida, insufficiente a’ nuovi casi. Innegabile insegnamento, incancellabile, irremovibile esempio a que’ posteri dei settecentisti, che operano e progrediscono ora non piú che come quelli, o men che quelli. La lentezza, l’andar a poco a poco, sta bene; è prudenza, è virtù non contrastata. Ma qui sta tutta la questione; vedere il punto giusto fino al quale è virtù, oltre al quale è vizio, è paura. E come di noi giudicheranno i posteri dai fatti nostri, cosí noi, giudicando degli avi dai fatti loro, non possiamo se non conchiudere: che quelli non apparecchiarono questi bastantemente.--Napoli fu quella che progredì piú nel secolo decimottavo; il passare da provincia straniera a Stato indipendente, fu progresso incomparabile per sé, e fonte poi di altri innumerevoli. Acquistar principe proprio, ministri, tribunali, magistrati, milizie nazionali addentro, ministri e consoli patrii a curar gl’interessi fuori; riversar le imposizioni (sien poche o molte od anche troppe) tutte in casa, son vantaggi superiori sempre a qualunque altro. Naturalmente poi, sorse la necessità di riordinar ad uso proprio quant’era stato ad uso di signori stranieri; e i riordinamenti intrapresi in tempi civili fanno sempre sparire molti residui di barbarie. Così fu operato nel Regno, ma timidamente; furono migliorate ad una ad una le leggi civili, criminali, commerciali, ma non ordinate in codici; undici legislazioni erano, undici rimasero. Furono scemati i diritti, cioè le eccezioni, cioè le ingiustizie feodali, ma non tolte di mezzo radicalmente, che era il solo rimedio buono a tal peste. E dalla depressione de’ nobili era giá nato e crebbe piú che mai un altro malanno, la oltrepotenza, l’ingerenza in tutto de’ curiali; e chi non creda a me, creda al Colletta, che ciò deplora. E furono scemati i diritti del fòro ecclesiastico, gli asili; fin dal 1741 fu fatto a ciò un concordato con Roma. Furono ordinate le finanze, ma poco bene; furon lasciate a impresa le tasse indirette, fu introdotto il lotto. Cacciati dal Regno gli ebrei; tentata introdurre l’inquisizione da un arcivescovo zelante, e repulsa dall’opinion pubblica, e quinùi dal re. Del resto, grandi abbellimenti in Napoli: ampliato l’edifizio degli Studi; edificate le ville regie di Portici, di Capodimonte, di Caserta, il teatro di San Carlo [1737]; incominciati gli scavi di Ercolano [1738] e di Pompei [1750]. Strade magnifiche furono fatte, e dette «per le cacce» del re, intorno a Napoli; ma poche per il pubblico, e meno per le province lontane. Tutto ciò sotto a Carlo I e Tanucci ministro di lui. Morto poi [10 agosto 1759] Ferdinando VI re di Spagna senza figliuoli, succedevagli Carlo di Napoli, e prima di partire regolava la successione ai due regni disgiunti giá dai trattati. E perché de’ tre figliuoli suoi il primo era scemo di mente, egli piangendo fece riconoscere tale sventura, e dichiarò successor suo a’ regni di Spagna Carlo Antonio che era il secondo; e re di Napoli e Sicilia il terzo, Ferdinando fanciullo d’otto anni, con una reggenza finché non avesse i sedici compiuti. E il medesimo dí [6 ottobre] salpò per Ispagna, dove regnò poi sotto nome di re Carlo III, non senza gloria di riformatore piú ardito, eppure anche lá insufficiente. Continuò quindi in pace e progressi la reggenza napoletana dal 1759 al 1767; e cosí poi il regno effettivo di Ferdinando IV. Continuò a governar Tanucci; e continuarono le riforme, massime nell’istruzione pubblica e nelle cose ecclesiastiche. Eran secondate piú dall’opinione straniera che non dall’italiana o napoletana; ma questa obbediva agli ordini di Spagna, ché, come dice il Colletta, «una servitù vincea l’altra». Il re fu educato agli esercizi, a forza corporale, ma a rozzezza, grossezza, volgarità, e, come si vide a suo tempo, barbarie e debolezza unite. Ad una carestia del 1764 fu mal proveduto con troppi provedimenti e proibizioni: alla calamità del gran terremoto di Messina [1783], molto meglio. Un patto di famiglia [1761] strinse le quattro case borboniche. Nel 1776, cessò l’omaggio della chinea al papa, che protestò poi ogni anno. De’ gesuiti siam per dire. Nel 1777, il Tanucci, dopo quarantatré anni di potenza, fu cacciato dalla regina Carolina Austriaca; e furono d’allora in poi potenti e prepotenti essa ed Acton, un inglese venuto per ammiraglio nel 1779 e salito poi a ministro. E quasi ogni cosa si fermò, peggiorò d’allora in poi. La milizia e la marineria sì furono promosse, ampliate, ma piú a pompa che a forza vera, e si vide pur troppo quando venner alle prove.