Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1

Part 13

Chapter 133,524 wordsPublic domain

2. Continua.--Quando all'anno 774 Carlomagno giovane di trentadue anni ebbe spogliati i re longobardi, egli regnava su tutta Francia, tra' Pirenei, il Reno e le Alpi; su Baviera, Svevia e Turingia; e sull'intiero regno longobardo, meno il ducato di Benevento titubante nell'obbedienza. Sul papa, su Roma e sulle cittá date alla Chiesa romana, dominava come patrizio e donatore. Erano in Italia, sole fuori d'ogni giurisdizione di lui, Venezia, Napoli e le altre cittá meridionali, Sicilia, Sardegna e Corsica, di nome imperiali-greche, di fatto e secondo le occasioni (Venezia principalmente) indipendenti. Non distrusse dapprima il regno longobardo, non ne tolse i duchi, non vi mutò nulla se non il re, che fu egli. E lasciando solamente un presidio, una schiera di franchi in Pavia, se ne fu del medesimo anno ad una delle sue numerose imprese di Sassonia. E allora, fosse o no per restaurare Adelchi, congiurarono parecchi duchi longobardi; e, dicesi, tutti e tre, quelli di Benevento, di Spoleto e del Friuli, che erano stati i maggiori del regno.--Avvisatone Carlomagno, accorse dal Reno all'Alpi, discese una seconda volta in Italia [principio del 776], si volse contra il duca del Friuli piú scopertosi o piú pericoloso, lo vinse e fece morire, e prese parecchie cittá di lui. E allora dicesi distruggesse i ducati, ordinasse i conti; ma trovansi pur tra breve nomati duchi o marchesi non solamente del Friuli, di Spoleto e di Benevento, ma altri ancora; ondeché resta dubbio se l'ordinamento de' comitati fosse o cosí subitano come è qui detto, o cosí costante poi in Italia come nell'interno di Francia. Ad ogni modo, del medesimo anno ei ripartí.--E quattro anni rimase fuor d'Italia, facendo tre imprese contro a' sassoni, ed una in Ispagna. Alla quale, fra l'altre, andarono (come mille e piú anni appresso sotto Napoleone) parecchie schiere longobarde; ed onde tornando poi, toccò Carlo la famosa e sola sua rotta di Roncisvalle, e quella in cui cadde Rutlando, l'Orlando de' romanzi, stavo per dire l'Orlando nostro, fattoci popolare da' nostri poeti.--Ridiscese per la terza volta in Italia [a. 780]; e, lasciando in Francia suo figliuolo primogenito Carlo, condusse seco i due minori, Pipino che fece dal papa incoronare a re d'Italia, e Ludovico a re d'Aquitania. Erano fanciulli di quattro e due anni; ondeché, ciò non mutò nulla, ma accenna il principio del disegno di dividere i regni, e forse giá di far loro centro un imperatore. Né si fermò guari in Italia. N'uscí del 781.--Fece poi quattro altre imprese successive contro a' sassoni; i quali, martellati cosí, parvero pacificarsi, e si fecero battezzar molti, e fra gli altri Vitikindo lor duca, il gran propugnatore di loro indipendenza.--E allora, ornato di nuova gloria, di quella che piú rifulge nel corso de' secoli cristiani, che meglio ne segna i progressi, e che, rarissima ne' tempi da noi qui corsi, è forse troppo poco cercata negli stessi nostri, in che sarebbe tanto piú facile; ornato, dico, della gloria di propagatore della cristianitá, Carlo veramente magno ridiscese al centro di questa, a Italia per la quarta volta [a. 786]. E qui fece un'impresa contro al duca di Benevento non assoggettato per anco, e l'assoggettò; ma lasciògli intiero il ducato, e la soggezione non fu durevole né mai compiuta. I duchi longobardi di Benevento sempre rimaservi duchi, e presero anzi nome di principi; e vi fecero dinastie piú o meno indipendenti, secondo le occasioni per tre secoli all'incirca. Carlo poi, risalita Italia, e lasciato a Pavia Pipino il re fanciullo, tornò a Francia.--Quindi mosse a Baviera contra Tassilone duca, genero di Desiderio, mentre il faceva assalir pel Tirolo da un esercito longobardo. E avutolo nelle mani, lo spogliò e fece monaco; e divise pur quel ducato in contadi. Ebbersi a respinger poi una invasione di unni-ávari da Baviera e dal Friuli; ed un approdo di Adelchi e di greci alle coste di Napoli e Calabria; e si allargò il regno fino all'Istria. E per dieci anni poi Carlomagno rimase fuor d'Italia a far imprese contro agli slavi e agli unni, diventati vicini suoi, dappoiché era signor di tutta Germania, a reprimere ribellioni di sassoni, ed eresie interne, e ad abbellir Aquisgrana. In Italia l'esercito longobardo l'aiutò piú volte contro agli unni, e l'«esercito romano» talor contro ai greci. Morí dopo un lungo pontificato Adriano I [795], quegli che avea giá chiamato Carlo, ed era poi stato sempre amico e quasi luogotenente di lui in Italia; benché pur sempre si dolesse a lui (come s'esprime nelle sue lettere) delle «giustizie non restituite», e vuol dir senza dubbio di quelle cittá, quali che fossero, che Carlo gli avea promesse e non date. Successegli Leone III, e pontificò dapprima tranquillamente. Poi, nel 799 (principio di quelle guerre civili che turbarono per secoli Roma mal ordinata tra repubblica, principato del papa, e supremazia imperiale straniera), una mano di potenti romani assalí, prese il papa; il quale, liberato dal duca di Spoleto e da un altro messo regio, rifuggí prima a Spoleto e tra breve a Francia. E giá poco prima [797] l'altra signoria che sussisteva ancora di nome in Roma, quella dell'imperatore orientale, aveva sofferto un nuovo crollo, uno scandalo non mai veduto. Irene imperatrice, mal cacciata dal marito Costantino, mal cacciò lui, e fecesi imperatrice regnante. Gli eventi precipitavano, le occasioni s'accumulavano ad una nuova grandezza di Carlo. E Carlo, giá il vedemmo, non soleva lasciarle passare.

3. Carlomagno imperatore [799-814].--Fin dal tempo di Pipino, e piú in questi di Carlo, tra quelle lettere de' papi che rimangono documento preziosissimo di tutta questa storia sotto il nome di _Codice caroliniano_, trovansi cenni da lasciar credere via via concepito e maturato tra' Carolingi e i papi il gran disegno della restaurazione dell'imperio occidentale. Ora, aiutato, o, direm meglio, sofferto dalla Providenza, scoppiò. Carlo ricevette con gran pompa e gran rispetti il papa rifuggito; e con pompa e rispetti ed accompagnamento di vescovi e conti franchi il rimandò restaurato a Roma. Quindi egli Carlomagno (continuando intanto pe' suoi capitani le guerre di Germania e d'Ungheria) partivasi d'Aquisgrana, faceva un giro per sue province francesi, abboccavasi a Tours con Alcuino, il maggiore scolastico e filosofo di quell'etá, che pare essere stato consultato in tutto ciò; tornava ad Aquisgrana, scendevane in Italia, fermavasi a Ravenna, giungeva a Roma al fine di novembre. Ed ivi teneva primamente un'assemblea di grandi, e vi giudicava (come patrizio e capo della repubblica senza dubbio) i nemici del papa, a cui richiesta li graziava; ed assisteva alla giustificazione del papa stesso, fatta, come fu dichiarato, secondo il costume de' maggiori, con semplice giuramento di lui.--Quindi, al gran dí del Natale 799, assistendo Carlomagno coi due figli suoi Carlo il primogenito e Pipino re d'Italia alla messa, il papa, finita questa, rivolgevasi al re, gli metteva in capo una corona, e gridava, gridando il popolo tre volte con lui: «A Carlo piissimo augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore, vita e vittoria»; poi, secondo alcuni, ungeva Carlomagno, e Carlo il giovane designatogli successore.--Cosí consumavasi il piú grande evento che sia stato per mille e piú anni nella storia europea; quello che la dominò primamente tutta di fatto, poi di nome fino a' nostri dí; quello che, felicissimo come parve senza dubbio a que' dí, fece poi, pur senza dubbio, l'infelicitá di molti popoli, ma principalmente degli italiani. Certo, i romani e tutti gli italiani, soggetti al papa, si rallegrarono allora d'avere spogliato ogni resto di dipendenza dall'imperator greco lontano, di non aver piú se non quella che giá aveano da Carlo, giá patrizio, or imperatore. La diminuzione dei gradi di dipendenze è sempre guadagno reale. Ma forse che i romani e gl'italiani, sempre sognatori del rinnovamento del primato antico, sperarono, credettero riaverlo sotto quel nome d'«imperator romano». E forse alcuni altri sudditi di Carlomagno qua e lá fecero fin d'allora quell'altro sogno, che veggiam fatto retrospettivamente a' nostri dí stessi da alcuni poeti politici: il sogno, dico, di una cristianitá riunita intorno a due centri, due capi, l'imperatore e il papa; il sogno della perfetta feodalitá, risalente dall'ultimo valvassino ai valvassori, ai vassalli diretti, ai re, all'imperatore. Ma i fatti, i secoli dimostrarono poi, che tutto questo era un edifizio durevole sí, ma poco piú che nel nome e ne' vizi suoi, non in nessuna delle supposte sue virtú. I due centri, le due somme potenze, mal determinate ne' limiti vicendevoli, incominciarono fin d'allora ad urtarsi, e s'urtarono e combatterono per secoli. Gl'imperatori risuscitarono a poco a poco l'antica pretesa imperiale di approvare l'elezione del papa; e i papi, che dal dí del Natale 799 incoronarono gl'imperatori, n'ebbero naturalmente la pretesa di approvare gl'imperatori; e cosí imperatori e papi dipendettero l'un dall'altro continuamente, e dipendettero senza riconoscere bene né l'un né l'altro la dipendenza. I re poi, che non debbono, che non possono, per esser re veri, aver superiore, l'ebbero negl'imperatori; le sovranitá non furono piú sovrane, le nazionalitá non compiute. La feodalitá sí, se si voglia cosí dire, si perfezionò, si compiè; ma questa fu sventura; sventura la perfezione d'un ordine, in cui non entravano se non i signori, i governanti, fuor di cui erano i governati, i piú, il grosso del popolo. E tutto ciò, da per tutto dove s'estesero la potenza, le pretese imperiali. Ma in Italia, sedia sempiterna e reale del papa, sedia nominale e troppo a lungo de' nuovi imperatori, gli urti furono immediati e infinitamente piú sentiti; fu sentita e segnata di sventure e sventure ogni elezione d'imperatore, ogni elezione di papi; e ne sorsero cattivi e stranieri imperatori, cattivi e simoniaci e corrotti papi per oltre a due secoli; e poi papi grandi e grandissimi sí, ma allora le contese della Chiesa e dell'Imperio, le parti guelfa e ghibellina, la debolezza d'Italia, Italia aperta a nuovi stranieri, Italia divisa, anche dopo caduto ogni nome d'imperio, tra nazionali e stranieri.--La storia di quest'etá non fa che svolgere i primi de' fatti qui accennati; tutta la rimanente, i successivi. E chi tema nel nostro compendio la preoccupazione della indipendenza, ricorra ad altri. La preoccupazione della indipendenza fu pur anima di tutte le storie nazionali scritte da Erodoto o piuttosto da Mosé in qua. Della sola storia d'Italia si fece sovente un'apologia od anche un panegirico della dipendenza; sappiamo, almeno in ciò, porci al par degli altri. Usciam dalla servilitá fino a questo punto almeno di pronunciare e lasciar pronunciare la parola d'«indipendenza», nella storia.

4. Continua.--Il novello imperatore romano rimase in Roma il tempo d'inverno che soleva in qualsifosse cittá, da Natale a Pasqua; e non tornovvi mai piú. Aggravato dall'etá o dalla dignitá, dimorò poi quasi sempre in Aquisgrana sua capitale vera, la nuova Roma o futura Roma, come trovasi allor nominata. Fece molte leggi dette «capitolari», meravigliose per quell'entrar ne' particolari senza perdere i disegni, che è proprio di tutti i grandi. Guerreggiò pe' suoi figli e capitani co' sassoni, che soggiogò finalmente del tutto; con gli slavi, che tenne di lá dell'Elba; con gli unni-ávari, che spinse di lá della Theiss; co' musulmani fino in sull'Ebro e sul Mediterraneo, dove costoro pirateggiavano; co' normanni o danesi e scandinavi, che pirateggiavano sulle coste oceaniche. In Italia, Pipino re guerreggiò contra il duca di Benevento, ma senza frutto; contra greci e veneziani, con questo gran frutto per gli ultimi, che tra guerre e paci coll'imperatore occidentale, essi scossero piú che mai lor dipendenza dall'orientale.--Nell'806, Carlomagno fece una prima partizione de' suoi regni tra' figliuoli, Carlo destinato imperatore e re de' franchi, Ludovico re d'Aquitania, e Pipino re d'Italia. Ma era destinato altrimenti. Morí Pipino a Milano nell'810, lasciando un solo figliuol maschio, Bernardo. Carlomagno fece una nuova partizione nell'811. Ma nel medesimo anno morí senza figliuoli Carlo il giovane, il primo e come pare il piú belligero de' suoi figliuoli. Non rimaneva piú al vecchio imperatore se non un figliuolo, Ludovico, ch'ei prevedeva probabilmente poco degno di lui.--E perciò forse s'affrettò a far pace con tutti; coll'imperator greco, da cui fu definitamente riconosciuto l'imperio occidentale nell'812; col principe di Benevento, che si riconobbe tributario; e fin co' califfi spagnuoli di Cordova. Poi mandò re in Italia il giovane Bernardo. Poi nell'agosto 813, in gran placito ad Aquisgrana, riconobbe a successore in tutti gli altri regni e nell'imperio Ludovico; e dicono che (negletto giá il papa) gli facesse prendere da sé sull'altare la corona imperiale. E languente fin d'allora, languí quindi pochi altri mesi; e addí 28 gennaio 814 spirò. I posteri unanimi a dargli nome di «magno», mille anni di storia empiuti delle cose bene e mal create da lui, le voci del popolo e la poesia che lo cantano, fanno di lui tali lodi vere, che inviterebbono a tacere anche uno storico retore o panegirista.

5. I Carolingi [814-888].--Sotto ai Carolingi, principi gli uni miseramente pii, gli altri sfacciatamente scellerati, tutti mediocri, tutti contendenti per li numerosi ed instabili regni in che si divise e ridivise l'imperio, e quasi tutti per la dignitá d'imperatore che li dominava ed infermava, seguono settantaquattro anni i piú poveri che sieno stati mai di fatti veramente nazionali. I papi che incoronavano gl'imperatori, i re che entravano in quelle contese di famiglia, furono i soli che operassero. La nazione italiana v'era (e lo vedremo poi), ma non faceva nulla: serviva, soffriva, generava e moriva. Quindi molti abbreviatori, ed anche scrittori distesi di nostre storie, fuggon su tali complicazioni ingrate. A noi pare accennarle, perché sono il carattere principale dell'etá; e perché la noia stessa dello scriverle e del leggerle ci fará meglio entrare nella miseria di coloro che le soffrirono.--Ludovico dunque, detto dagli uni «il pio», dagli altri meglio «il bonario», incominciò a imperiar solo [814] su tutto l'imperio, tranne Italia che era di Bernardo re. Nell'817 egli spartí i regni a' suoi tre figli: Baviera a Lotario suo primogenito che associò all'imperio, Aquitania a Pipino, Francia (tutta o parte) a Ludovico, rimanendo Italia a Bernardo. Ma questi pretende egli all'imperio, s'apparecchia con gl'italiani, vede non esserne sostenuto (come era naturale, poiché non era causa nazionale), s'arrende, va a Francia, v'è giudicato in placito ed accecato, e tra l'incrudelito supplizio muore. Piangene il Bonario, e manda a succedergli Lotario, re cosí d'Italia e Baviera. Nell'822, l'imperatore fa penitenza pubblica della morte di Bernardo, in dieta ad Attigny. Nell'829, natogli un nuovo figliuolo, Carlo, gli fa un regno di pezzi stracciati da quelli degli altri. Costoro ribellansi nell'830, fan guerra al Bonario, lo prendono; poi, tra lor discordie, il lasciano restaurare. Nell'833, l'imperatore muove contra Pipino, lo spoglia d'Aquitania che dá a Carlo. Nuova sollevazione dei tre re; gli eserciti sono in presenza, il Bonario è abbandonato dal suo; e quindi tratto a far nuova e vergognosa penitenza a Compiègne, e poi dato in mano a Lotario imperatore aggiunto e re d'Italia. Nell'834 è restaurato, e tocca a Lotario a domandargli perdono. Nell'835 è annullato quanto era stato fatto contro a lui; nell'837 ei dá quasi tutta Francia a Carlo, suo figlio ultimo e diletto. Nell'839 (morto giá Pipino d'Aquitania) egli spartisce un'ultima volta gli Stati; e ne rimangono, imperatore e re d'Italia con parte di Francia Lotario, re di Francia con molta Germania Carlo, re solamente di Baviera Ludovico. Questi se ne lagna e ribella, ma è vinto; e Ludovico muore nell'840.--In Italia, suddita insieme di Ludovico imperatore primario e di Lotario imperatore aggiunto e re, noteremo che i papi incoronarono l'uno e l'altro, ed a vicenda domandarono sempre o quasi sempre ad essi le conferme di loro elezioni; che essi i papi, e i vescovi, e gli abati si frammischiarono in quelle guerre di famiglia e v'accrebbero loro autoritá; che contesero tra sé papi e vescovi di Ravenna, papi e romani in Roma, e le due parti greca e franca in Venezia. E guerreggiassi tra' principi di Benevento e le cittá greche, Napoli, Amalfi ed altre. I saracini infestarono mare e marine. Bonifazio, conte di Lucca e forse marchese di Toscana, fu con un naviglio ad infestarli essi in Africa. Ma, intorno all'828, Eufemio, un greco di Sicilia, innamorato d'una fanciulla (monaca dicono alcuni), e minacciato di perderla, fugge ai saracini, li invita, li trae, li aiuta a Sicilia ed essi in pochi anni se ne fan signori; e quindi infestano peggio che mai le marine italiane; e Gregorio IV, papa, rifá Ostia per guardare contro essi le bocche del Tevere. Né, oltre a tali fatti, è altro piú importante a notare, che un capitolare dell'829; il quale ordina studi centrali di varie province (quasi giá universitá) in Pavia, Ivrea, Torino, Cremona, Firenze, Fermo, Verona, Vicenza e Cividal del Friuli.

6. Continua [840-888].--Seguono contese di re, miserie di popoli, peggio che mai.--Lotario rimasto imperatore primario (perciocché oltre la confusione di tutti que' gradi di sovranitá non sovrane che dicemmo, essendo pur questa degli imperatori in primo ed in secondo, ei ci è forza distinguere), Lotario, dico, va in Francia e Germania contro a' fratelli Carlo il calvo e Ludovico, e ne tocca una gran rotta a Fontenay. Si ripacificano i tre [843] a Verdun, e Lotario n'ha oltre Italia tutta Francia occidentale. Nell'844 egli fa dal papa incoronar re di Italia Ludovico II suo figliuolo, e nell'849 l'associa all'imperio; e morendo poi nell'855, lascia gli altri Stati agli altri due suoi figliuoli, Lotario e Carlo. Durante questo regno, nuove guerre dei duchi di Benevento e di Spoleto, e delle cittá greche e de' saracini, e nuovi turbamenti in Roma. I saracini vengono fino a questa, e depredano a San Pietro e San Paolo, ambe allora fuor delle mura; re Ludovico accorre, allontana la guerra; si cingono di mura le due basiliche; e il quartier di San Pietro ne prende da papa Leone IV il nome di «cittá leonina».--Ludovico II succede dunque alla dignitá d'imperatore primario, ma alla sola potenza reale di re d'Italia con Provenza. E cosí attese all'Italia, fu re piú italiano che gli altri; meno male quando un re straniero ha nazionali il piú degli Stati. Risedette in Pavia, l'antica capitale. Guerreggiò nel Friuli contra gli slavoni invadenti; e, durante quasi tutto il regnar suo, guerreggiò contro a' saracini, alle cittá greche e al duca di Benevento. Prese Capua, Bari; fu fatto e rimase alcuni giorni prigione del duca; alcuni normanni infestarono quelle marine. Morí nell'875 senza figliuoli maschi.--Accorrono alla successione dell'imperio e del regno d'Italia Carlo il calvo re di Francia, Carlo e Carlomanno figliuoli di Ludovico re di Germania. Ma Carlo il calvo se ne libera per allora; ed è incoronato imperatore a Roma da papa Giovanni VIII, e poi re a Pavia. Ripassa in Francia, ritorna in Italia contro Carlomanno tornatovi; n'è cacciato, e fuggendo pel Moncenisio, muore lí nell'877. E continuano le depredazioni de' saracini, le guerre complicate al mezzodí.--Carlomanno regna allora in Italia e l'anno 879 s'associa Carlo il grosso suo fratello giá re di Svevia, e muore nell'880; e continuano i saracini, le guerre di mezzodí, e i turbamenti di Roma.--Rimasto solo re d'Italia Carlo il grosso, prende l'imperio vacante da tre anni, ed è incoronato dal papa. Nell'882 ei succede all'altro suo fratello Luigi, e cosí riunisce, oltre Italia, tutta Germania. E nell'884 succede a Carlomanno cugino suo re di Francia; ond'egli riunisce, terzo dopo Carlomagno e Ludovico il bonario, tutto l'imperio. Sarebbe potuto credersi, che n'uscisse una restaurazione di questo; n'uscí la rovina ultima. La quale attribuita da quasi tutti all'incapacitá di Carlo il grosso, debbe forse attribuirsi anche piú alla tendenza naturale che aveano le diverse nazioni europee a ricostituire le loro nazionalitá, or riunite or divise ma sempre offese contro la natura delle schiatte e de' limiti, da tutti i Carolingi. Niuna causa piú di questa operò a far finir cosí presto e cosí male quella dinastia giá cosí grandemente iniziata e dilatata in tutta la cristianitá. E noi viventi vedemmo una simile causa produrre un simile effetto, anche piú presto. Le nazionalitá poterono sí estinguersi nell'antiche barbarie, e talora nelle stesse antiche civiltá, perché queste erano poco meno che barbare. Ma la civiltá cristiana, nelle stesse sue etá dette «barbare» od «oscure», e tanto piú nelle progredite, fu sempre ed è tale, che non somministra mezzi alle distruzioni delle nazionalitá, non lascia possibili (almeno nel proprio seno) quelle estreme barbarie che sono a ciò necessarie.--Le nazionalitá cristiane si comprimono, ma non si distruggono; e le compresse si vendicano, sempre occupando e scemando le forze a' compressori; e talora poi abbattendoli. I successori degeneri pagano allora i peccati di lor grand'avi: cosí Carlo il grosso quelli di Carlomagno. Ito Carlo a Francia nell'885, poi a Germania, gli è rapita Francia da Odone conte di Parigi, e Germania da Arnolfo duca di Carintia e bastardo di Carlomanno, nell'887; ed egli muore poi, naturalmente, o strozzato, in gennaio 888. Allora levasi ultima Italia; e di febbraio è incoronato re in Milano Berengario duca o marchese del Friuli, figlio di Gisela figlia di Ludovico il bonario. Cosí trovansi ridivise, ricostituite Francia, Germania e Italia; la prima per sempre fino a' nostri dí; le due altre a rimescolarsi e impedirsi e nuocersi finora a vicenda. Qual secolo, qual confusione, quale storia, ci si conceda ripeter qui, come giá al tempo degli strazi dell'antico e vero imperio romano!