Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1

Part 5

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18. Spartaco, i pirati, Mitridate, Pompeo magno [75-63].--Intanto, eran sorti pericoli nuovi, vicini e lontani. Una turba di gladiatori e schiavi fuggitivi tra que' trambusti s'era raccolta in Campania; e, fatto capo Spartaco, avea corso l'Italia, minacciata Roma, vinti quattro capitani romani. Furon vinti essi da Crasso, e dispersi poco dopo.--Una turba di pirati, schiuma delle guerre straniere e civili intorno e sul Mediterraneo, lo infestavano intiero, dalla Sicilia e dall'Isauria principalmente. Furono vinti prima da Servilio che ne fu detto «isaurico», e vinsero Marc'Antonio. Ma Pompeo, ottenuto tal comando, li vinse ultimamente, li distrusse e tranquillò il mare in quaranta giorni. Creta fu in tal guerra ridotta a provincia da Lucullo.--Finalmente, Mitridate (che giá avea rotta una seconda guerra con Silla e finitala in breve trattando) n'avea rotta ora [75] una terza, all'occasione che Prusia re di Bitinia aveva anch'egli legato il regno a' romani. Fu condotta da prima da Lucullo, il celebre lussurioso. Tutta l'Asia occidentale, tutti quei resti di re greci, e i parti, gente nuova che grandeggiava, vi preser parte. E Lucullo fu vittorioso da prima; ma mal governando il proprio esercito e l'Asia vinta, lasciò rifarsi il perdurante Mitridate. Allora, data tal guerra al vincitor di Sertorio e de' pirati, a Pompeo, egli accorse e vinse all'Eufrate, sottomise l'Armenia, fugò Mitridate alla Tauride, passò vincendo al Caucaso, ed in Siria. Quindi, Mitridate si uccise [63]; e Pompeo riordinò in province e regni poco diversi da province l'Asia intiera dall'Eufrate in qua.--Noi vedemmo giá un'altra volta Roma guerreggiare e conquistare dalla Spagna all'Asia minore, in dieci anni; ora, in dieci anni pure, un solo romano guerreggiò, conquistò ed ordinò dalla Lusitania all'Eufrate. Cosí la voce, l'opinione pubblica della maggior nazione del mondo, diede a Pompeo vivente il nome di «magno». Che se Cesare parve ai posteri piú grande ancora, non è forse che facesse, ma perché lasciò cose piú grandi. La posteritá suol giudicare men dalle fatte che dalle lasciate; ed ha ragione.

19. Pompeo, Crasso, Cesare, Cicerone, Catilina [70-60].--In cittá, Pompeo era di quelli che vogliono esser potenti legalmente, per via dell'opinione e del popolo; e corteggiava l'una e l'altro. Consolo con Crasso [70], restituí la potenza de' tribuni abbattuta da Silla. Crasso era di quelli i quali, piú che per altro, possono per le loro ricchezze; e n'avea di tali che soleva disprezzare chiunque non avesse da soldare un esercito. Catilina era un patrizio sfrenatamente corrotto, che si sforzava di potere per via della corruzione e de' suoi sozi in essa. Cicerone era il principale di quella condizione de' cavalieri, che, intermediaria fin dall'origine tra il patriziato e la plebe, era stata innalzata via via ne' turbamenti dall'uno e dall'altra. Cesare poi era un giovane di gran famiglia, grande ingegno, grandissima ambizione, che diceva voler essere primo in una terricciuola anziché secondo in Roma, ma intendeva esser primo in questa, con mezzi legali o non legali. Catone solo aveva forse l'ambizione, magnificamente stolta oramai, di salvar la patria colla virtú; aveva certo quella di vivere e morire virtuoso e libero in qualunque caso.--Di tali e tante ambizioni che s'agitavano in quella civiltá romana (e che rimaser poi tipi a tante altre tanto minori), scoppiò prima, come succede, la piú corrotta, quella di Catilina. E scoppiò nel modo usuale a tali uomini, colle congiure. Due tentonne. Gli riuscí la terza[64]; fino a tal segno, che Cicerone consolo osò trarre al supplizio i complici di lui, ma non lui. Fuggito e postosi a capo de' compagni in Etruria, fu vinto facilmente dall'altro consolo, e finí in breve, senz'altro effetto che il solito di simili imprese, accrescere i turbamenti, la corruzione. La quale era accresciuta, del resto, da Lucullo, Verre e gli altri proconsoli o governatori tornanti dalle province predate, dall'Asia principalmente. Né saprei dire se ne tornasse puro nemmen Pompeo; tornonne certo magnificamente, dopo aver finito l'ordinamento di tutta quella parte di ciò che si poteva giá chiamare il mondo romano [61].

20. Primo triumvirato [60-50].--Tornava quasi al medesimo tempo Cesare dalla Lusitania; e frammettendosi a Pompeo e Crasso maggiori di lui e rivaleggianti, salí a pareggiarli. La potenza dei tre, che suol chiamarsi nella storia il «primo triumvirato», condusse la repubblica. Allontanarono Catone mandandolo a Cipro, ridotta in breve a provincia, ed esiliarono Cicerone. Ma Pompeo, che s'aiutava della virtú dell'uno e dell'eloquenza dell'altro, li fece in breve richiamare. Le province principali furono spartite fra i triumviri: Spagna ed Africa a Pompeo; Siria colla guerra contro a' parti, la maggior che fosse allora, a Crasso; Illirio e le due Gallie colla guerra lá sorgente da una invasione di teutoni che incominciavano a chiamarsi «germani», a Cesare. Solo pacifico dei tre il governo di Pompeo, il lasciava rimanere a Roma. Cesare diedesi tutto alle Gallie, in cui scorgeva occasione di gloria e potenza militare, strumenti massimi ad occupare la repubblica. Volò oltre Alpi, respinse i germani-elvetici [58]; si frammischiò alle parti, alle contese interne delle genti galliche; vinse i belgi [57], gli aquitani [56]; e, giá domata tutta Gallia, passò in Britannia [55] e in Germania oltre Reno [54], tornò su' galli risollevati, e ridomolli [53-51]. Intanto era passato Crasso in Asia contro a' parti, con un esercito raccolto a proprie spese, ma ch'ei non seppe condurre; ondeché fu sconfitto ed ucciso [54-53]. E quindi due grandi danni: i parti cresciuti a tal gloria e potenza che non furono mai piú domati; ed in cittá, sciolto il triumvirato, ridotto a duumvirato, piú difficile a durare. E tanto piú tra uno avvezzo a massima potenza, e l'altro risoluto a non soffrirla.--Nel 53, Pompeo si fece nomar solo consolo, quasi dittatore. Ma Cesare, quantunque assente, giá poteva in cittá quanto lui. Seguirono negoziati, proposizioni reciproche di smetter ciascuno il proprio comando; ma ineseguite, forse ineseguibili. Finalmente [ai primi dí del 49] Pompeo, senza smettersi, fece dal senato ordinare a Cesare di smettersi. Era ordinar lo scoppio, e la propria sconfitta.

21. Cesare dittatore [49-44].--Cesare raccolse sue vecchie legioni in Cisalpina, passò il Rubicone, limite all'oriente tra quella provincia e l'antica Italia, occupò Roma e tutta la penisola, in due mesi. Pompeo fugato raccolse suo nerbo in Grecia, pur tenendo Africa e Spagna, sue vecchie province. Allora si guerreggiò in tutto il mondo romano. La posizione di Cesare dall'Italia, centro locale e politico insieme, era di gran lunga vantaggiosa; e Cesare uomo da valersene. Fu vinto dapprima in Africa dove non andò egli, ma vinse dovunque andò; e prima in Ispagna, onde tornato prese facilmente la dittatura, poi il consolato per cinque anni. Poi [48] passò in Grecia, v'assalí Pompeo, il vinse e distrusse a Farsaglia [48]. Pompeo fuggitivo approdò in Egitto e vi fu morto dal vil re Tolomeo. Cesare ve l'inseguí; e rivoltosi contro al re assassino, ma distratto dall'amor di Cleopatra sorella di lui, vi rimase e perdé sei mesi. Poi preso definitamente il nome di dittatore con potenza estesa a dieci anni [47], passò in Asia, vinsevi il figlio di Mitridate sollevatosi, e fermò in tutto Oriente la propria potenza. Tornato a Roma inquieta, la tranquillò co' soliti mezzi suoi, clemenza, alacritá ed operositá; poi ripassò in Africa [46], vinsevi i pompeiani e loro alleati, ridusse Catone ad uccidersi, e la Numidia a provincia. Tornato a Roma, e ripartitone a Spagna, vinsevi a Munda i due figliuoli di Pompeo, uccisovi l'uno, fugato, ridotto l'altro a partigiano nei celtiberi [marzo 45]. Allora, preso il nome vecchio, ma con potenza nuova, d'«imperatore» o signor militare, tornò a Roma. Né giá a fruire oziando, anzi ad usare operando la signoria universale, incontrastatagli oramai. Superati tutti, intendeva, secondo la magnifica espressione di Plutarco, «emular se stesso»; intendeva passare in Asia, vendicarvi Crasso e la dignitá romana contro a' parti; e vintili, per la Scizia, d'intorno al Ponto prendere a spalle i germani giá da lui stati assaliti di fronte; e per l'Alpi tornare a Roma, fatta signora d'ogni gente nota di qua dell'Eufrate. Dicesi, volesse il nome odiato di «re», prima di partire; certo poteasi temere che il prendesse tornando. Ne fremevano i repubblicani; legittimisti poco politici, che non vedevano l'impossibilitá di restituire una repubblica cosí lata, cosí corrotta. Bruto e Cassio ordinarono una congiura, un'uccisione che poté parer legale allora, ch'or si chiama «assassinio». Cesare fu pugnalato in senato addí 15 marzo del 44; e non se n'ebbe altro, che quattordici anni di guerre civili, e mutata la clemenza in proscrizioni, mutato un regno che sarebbe stato probabilmente sincero, costituito e temperato, in una signoria indeterminata, epperciò tanto piú sfrenata; insomma, mutato un Cesare in un Augusto.

22. Agonia, fine della repubblica [44-31].--Morti tutti i sommi, sorsero, come succede, tutti i minori di quell'etá malamente ma grandemente operosa: Antonio e Lepido, i due vecchi e principali fra' partigiani di Cesare; Ottavio giovanissimo, nipote ed erede di lui, detto quindi Cesare Ottaviano; Bruto e Cassio i due uccisori; Cicerone il grand'oratore; Sesto Pompeo sceso da' Pirenei, prima a pirateggiare, poi a poter grandemente sul mare. Tra costoro, Antonio e Lepido eran per sé; tutti gli altri, anche Ottavio dapprima, per il senato, per la repubblica. I quali, sorretti in cittá dall'eloquenza di Cicerone, aprono la guerra nella Cisalpina, intorno a Modena contra Antonio, che, vintovi, s'unisce a Lepido nella Gallia transalpina [44-43]. Ma tra breve Ottavio lascia la parte del senato, e si unisce ai due cesariani; ne sorge il secondo, il pessimo triumvirato; ed, occupata Roma, proscrivono tutti i nemici di ciascuno, superando le memorie di Mario e Silla. Cicerone fu il massimo di que' proscritti. Allora Antonio e Ottavio, i due operosi del triumvirato, si volgono contra Bruto e Cassio che s'eran rinforzati in Grecia, Asia ed Egitto, tutto l'Oriente. Seguirono due battaglie a Filippi; e disfattivi Cassio e Bruto, s'uccise il primo dopo la prima, il secondo dopo la seconda [fine 42]. Quindi, mentre Marco Antonio si perdeva ad ordinar l'Asia e l'Egitto ed a poltrirvi egli pure e peggio con Cleopatra, Ottavio tornava a Italia, vi si volgeva contro Lucio Antonio fratello di Marco. Accorso questo, seguiva fra' triumviri e Sesto Pompeo un accordo, un nuovo spartimento di province; che costoro sognavan forse far perpetuo, e simile a quello giá degli Alessandriadi [40]. Ma Pompeo riapre la guerra navale, la fa due anni, e poi vinto da Lepido e da Agrippa fugge e muore in Asia [38-36]; e Lepido vincitore perde l'esercito guadagnatogli da Ottavio, onde anche questo triumvirato è ridotto a duumvirato tra Marco Antonio ed Ottavio. Quindi seguono quattro anni di respiro interno e di guerre straniere: Ottavio contro ai dalmati e i pannoni, Antonio in Egitto e contro ai parti. Ma vinto questo nell'impresa superiore a sua virtú, ed aggiunte alla vergogna di vinto quelle del mal governo d'Asia, e del nuovo poltrire presso a Cleopatra, ed offeso Ottavio con repudiare la sorella di lui [32], s'aprí finalmente la guerra tra' due; e si finí in un atto, in una gran battaglia navale ad Azio. Antonio vinto rifuggí alle braccia di Cleopatra, ed inseguitovi da Ottavio vi s'uccise. Cleopatra l'imitò. L'Egitto fu ridotto in provincia; il duumvirato diventò principato; la repubblica, serbando il nome, fu tutta del nuovo e minor Cesare.

23. Religione, coltura.--Delle condizioni politiche e civili di questa etá dicemmo via via, e cosí faremo per le etá seguenti; ondeché ne diremo separatamente.--La religione poi, simile, come vedemmo, nell'origine e nella genealogia degli dèi alla greca, si accomunò ora interamente con essa; e perché i greci l'avean giá accomunata a tutto l'Oriente, ed ella non trovava nell'Occidente numi e culti molto diversi, ella diventò, senza difficoltá, universale nel mondo romano. Ogni politeismo è naturalmente tollerante; serbando gli dèi propri, ammette a secondari gli dèi stranieri. Del resto, tali religioni, tutto esterne di natura loro, erano in Grecia diventate giá indifferenti a chiunque vi s'internasse colla filosofia; e cosí diventarono ai romani quand'ebber bevuta quella filosofia. La religione rimase poco piú che arte politica, stromento, arcano d'imperio, in mano a' patrizi, che serbarono fino alla fine della repubblica la privativa del sommo pontificato e de' sacerdozi maggiori.--Incominciata da Socrate, Platone, Aristotele e gli altri capiscuola, questa fu la grande, la utile etá della filosofia; non ne sorgerá mai piú un'altra tale. In seno alla religione vera, restan minori di necessitá i destini della filosofia. All'incontro la filosofia greco-romana andava molto piú oltre e piú giusto nella veritá che non la religione contemporanea; e perciò fu grande ed utilissima. E perciò Cicerone, tutti i romani professavano doversi prendere da essa, eloquenza, lettere, _ius_ pubblico e privato, costumi, ogni civiltá, ogni coltura, di preferenza che dalla religione.--Le lettere specialmente dipendettero tutte, si conformarono tutte dalla filosofia. Del resto, le romane furono sempre figliuole delle greche; fin dall'origini, quando è tradizione che Numa le prendesse da Pitagora (tradizione falsa quanto a Pitagora che fu posteriore, ma giusta nel significato nazionale); quando Demarato le portava giá dalla Grecia propria; e poi quando i romani piú rozzi conquistarono i magno-greci piú colti, e finalmente i greci coltissimi. Polibio, contemporaneo ed amico de' Scipioni, fu uno de' primi e piú grandi venuti di Grecia a ingentilir Roma.--Nella quale poi, come dapertutto, s'ingentilí la lingua poetica primamente: Livio Andronico uno schiavo greco, Nevio un campano, Ennio un magno-greco, Plauto un umbro, Terenzio schiavo cartaginese (tutti stranieri al Lazio) furono i primi poeti e scrittori latini dal 250 al 150 all'incirca. Romani si furono i primi prosatori e storici, Fabio Pittore e Catone il vecchio, di poco posteriori a' primi poeti. Seguirono nell'ultimo secolo, e i piú negli ultimi anni della repubblica, Lucrezio, Catullo ed altri poeti; Varrone, Sallustio, Cesare ed altri storici e prosatori vari; e principalmente, com'era naturale in quel governo libero, in quelle contese di libertá e di parti, molti uomini di Stato, giureconsulti ed oratori, gli Scevola, i Bruti, i Rufi, Ortensio, Cicerone; oltre poi tutti i grandi capi di parte, che nominammo dai Gracchi fino ad Augusto, i quali non poterono certo diventare tali, se non colla persuasione prima che coll'armi; colla persuasione, che sovente non è retorica, talora non filosofia né ragione né giustizia, ma sempre si deve dire «eloquenza».--Degno, e forse importante, è poi ad osservarsi, che mentre fiorivano tuttavia i piú e migliori di questi, giá erano nati ed educati Tito Livio, Cornelio Nipote, Orazio, Virgilio, Ovidio e tutti insomma gli aurei del secolo detto «aureo» al cader della repubblica. Figli dunque della repubblica, cresciuti nella viva atmosfera della libertá, si debbono dire tutti questi sommi latini, tutti questi splendori, che mal si sogliono chiamare del secolo d'Augusto. I grandi son figli dell'etá in cui s'allevano, e non di quella in cui finiscono; i secoli si dovrebbero nominare da chi li genera ed educa, e non da chi li termina; e il cosí detto secolo d'Augusto, finí ad Augusto e per Augusto.--Ad ogni modo, questi ultimi scolari de' greci emularono, arrivaron sovente, superarono talora i maestri. Non forse in poesia, ma certo in parecchie di quelle lettere che dipendono dalla scienza e dalla pratica di Stato. Nell'eloquenza, per vero dire, io odo i periti delle due lingue por Demostene il sommo greco sopra Cicerone il sommo romano; ed io m'accosto volentieri a tal opinione, e per quella superior semplicitá che riluce nell'ateniese, e perché difensor d'indipendenza, mi par piú fortemente ispirato che non il romano difensor di libertá. Certo, se mi si conceda di giudicare (con metodo opposto al solito) degli antichi da' moderni, tutti i grandi oratori politici del secolo scorso e del presente, i Pitt, Fox, Burke, Mirabeau, Foix, Canning, e i viventi, si veggono seguir molto piú l'andamento oratorio demosteniano, che non il ciceroniano; ondeché si può credere che il primo, il quale regge ai secoli e si rinnova cosí in societá diversissime, sia piú naturale, piú universale, piú pratico. Quanto agli storici mi pare che i romani tutti insieme abbiano superati i greci. Niuna semplicitá, non quella stessa di Tucidide, è superiore a quella di Cesare; e Cesare è superiore a Senofonte nel parlar di sé, nel dettare storie personali, memorie militari. Tito Livio (a malgrado gli assalti moderni i quali non provano nulla contro a lui, se non ch'ei parlò incompiutamente e dubitativamente di fatti trovati incompiuti e dubbi nelle tradizioni), Tito Livio rimane pure a' nostri dí il piú grande, l'inarrivato, forse inarrivabile esempio d'una storia nazionale, scritta ad uso non d'eruditi, non di questa o quella condizione speciale d'uomini, ma di tutte. Sallustio, non imitator de' greci, né di nessuno, fu primo e forse sommo in quel modo stretto e forte, che fu imitato poi, e portato oltre, da Tacito; e se è vero che fosse vizioso uomo alla pratica, egli ha almeno il merito, pur troppo non cercato da' nostri cinquecentisti ed altri moderni, d'esser rimasto virtuoso scrittore. L'ipocrisia della virtú e l'ipocrisia del vizio, sono amendue brutte; ma la seconda è piú dannosa. In tutto, niuna etá, niuna nazione, niuna lingua finora, vanta una triade di storici come Cesare, Sallustio e Tito Livio; senza contar Tacito posteriore. Finalmente, superiore a tutti gli antichi, furono i giurisperiti romani. Poco resta, per vero dire, da giudicar di quelli dell'etá repubblicana; tuttavia e quel poco, e le tradizioni, e la ragione stessa ci fa certi che in quell'etá dell'origini e della libertá furono le fondamenta di quella scienza, la quale sopra ogni altra dipende dai fatti originari e si fonda sulla libertá. In somma, di tutta questa letteratura latina, o prima italiana, gli oratori, gli storici, i giureconsulti son quelli che noi dovremmo studiare incomparabilmente piú. Ivi quello stile piano e pratico, che è cosí raro nelle lettere italiane; ivi una realtá, una vita, una libera operositá che si ritrovano sí ne' nostri trecentisti e quattrocentisti, ma non guari piú giú; ivi poi una grandezza degli affari trattati che non si ritrova forse (dirollo a malgrado le invidie nostre ed altrui) se non ne' romani moderni, negli inglesi. Né vogliamo studiare quegli stessi a servile imitazione od a vano vanto: quella è pedanteria sempre, questo vergogna a decaduti. Sopra ogni cosa di que' grandi maggiori nostri, imitiamo lo spirito di pratica, la sodezza nello scrivere come nell'operare: questo è il miglior modo di dimostrare la filiazione nostra da que' romani, che furono i piú sodi, i piú pratici uomini del mondo antico.

24. Continua.--Di quelle scienze che alcuni chiamano «naturali», altri «positive», ma ch'io chiedo licenza di chiamare, per piú precisione, «materiali», poco è a notare in questa etá. Degli etrusci, dicesi sapessero tirar il fulmine: sará! Dei romani, toltone Catone scrittor d'agricoltura, non saprei qual altro un po' grande nomare. Ma se, come dobbiamo, noi chiamiamo «italiani» tutti coloro che nacquero e crebbero di schiatte diverse in qualunque delle terre che or si chiamano Italia; noi abbiamo di quest'etá il maggiore scienziato che sia stato nell'antichitá tutt'intiera. Archimede siracusano [--208], gran matematico, gran filosofo, grande ingegner militare. Ma non si vede che abbia avuta scuola; certo, tutte le scienze avanzate da lui, non avanzarono dopo lui. Eppure, cosí positive come sono, cosí appoggiate alla facoltá del ragionar forte, elle sembrerebbero aver dovuto essere simpatiche al genio romano. Ma il fatto sta, che tal genio non era a nessuna contemplazione, nemmeno questa; era tutto alla vita attiva politica, finché fu conceduta.--E cosí è, che dell'arti quasi niuna fu coltivata felicemente da' romani repubblicani. Della musica non si trova vi ponessero di gran lunga quell'amore, quell'importanza che i greci; quasi non pare la coltivassero.--Il nome di Pittore aggiunto ad uno de' Fabi, è delle poche memorie che faccian credere essere stata l'arte, bene o male coltivata da liberi anzi da patrizi romani. Supplivano sí gli altri italiani. Quest'è l'etá a cui si riferiscono dagli archeologi presenti que' monumenti piú perfetti dell'arte italo-greca, che s'attribuirono giá agli etrusci piú antichi. E giá accennammo quanti di que' monumenti siensi trovati nelle cittá italiche. Ma è piú meraviglioso ciò che ce n'è detto dalle storie: duemila statue, dice Plinio, essere state in Volsci, quando fu presa da' romani, spinti dal desiderio di esse. A questo modo i romani ornavano lor cittá. Se non che le pitture, che si facevano allora le piú sulle mura, non potevano esser trasportate; e cosí essi fecer probabilmente venir di fuori piú pittori, ma anche scultori, fonditori, figulini, incisori di monete e di gemme.--In una sola arte (fossero cittadini od altri italiani o greci gli artisti) si può dire che i romani avessero stili propri, peculiaritá: nell'architettura; e le loro peculiaritá vi furono le due solite, la sodezza e l'utilitá. Usarono fin da principio, molto piú che i greci, le vòlte, gli archi; furono, a dir di Strabone, inventori degli acquedotti; la cloaca massima è del tempo dei re; l'emissario d'Albano, dell'etá repubblicana [350 c.]. Ma la principale, piú certa e piú utile invenzione loro, fu quella delle grandi, ben diritte e sodissime vie pubbliche. Certo che anche prima di essi, in tutte le regioni incivilite di Grecia o d'Asia, furono vie segnate e fatte dal lungo passaggio; e certo che vi s'aggiunsero qua e lá tagli, argini, ponti, opere d'arte; ma colá non erano opere d'arte le vie intiere. I romani, all'incontro, le fecer tali fin da principio; e come vennero estendendosi nella penisola, vi fecero a poco a poco una vera rete di vie, non meno maravigliosa a quell'etá, di quel che sieno alla nostra le reti di strade ferrate, promosse da' romani moderni che dicemmo. Tanto s'assomigliano le operositá, le necessitá della civiltá quantunque diversissime! O piuttosto, tanto s'assomigliano le civiltá anche piú diverse! Lo spendere per il pubblico, il capitalizzare il lavoro delle generazioni presenti a pro delle avvenire, è proprio sempre di tutte le nazioni forti, che han fiducia nel proprio avvenire, di quelle che sono conscie di lavorar per sé, non per altrui.

LIBRO TERZO

ETÁ TERZA: DEGLI IMPERATORI ROMANI

(anni 30 av. G. C.--476 dall'èra cristiana).