Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1

Part 24

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22. Le compagnie, i condottieri [1314-1343].--Ma vegniamo ad una piú seria, ad una che fu danno estremo e fatale della giá misera Italia. Giá dicemmo i mercenari usati dalle cittá italiane fin quasi dalla loro origine, fin dalle prime loro invidie tra sé, ed in sé. Meno male finché furono presi ad uomo ad uomo, od a compagnie piccole, e pagati per a tempo, ad ogni occasione. Peggio giá quando vennero in ogni cittá co' podestá o capitani annui o di pochi anni. Tuttavia, ciò non disavvezzava del tutto ancora i cittadini dal tener in mano i ferri, o li disavvezzava solamente in questa o quella cittá. Ma fu danno pessimo e nazionale, quando i mercenari si raccolsero in compagnie grosse, quando esse e lor condottieri furono nuove potenze che s'aggiunsero a tutte quelle giá cosí miseramente moltiplici dell'imperatore e re, del papa, delle cittá, degli antichi e restanti signori feodali, dei nuovi tiranni. Vano, od anzi ad ogni sincero uomo impossibile è l'illudersi: la pluralitá delle potenze ordinate può sí essere, è spesso utile in uno Stato; può, facendo concorrere tutte le forze e le operositá di una nazione, accrescere la forza totale di lei; ma la moltiplicazione delle potenze disordinate, indeterminate e sminuzzate non può se non tôrre ogni nerbo, se non isciogliere qualunque Stato, qualunque nazione. Invano si vien cercando una consolazione, un vantaggio di questi sminuzzamenti, si vien dicendo che se n'accrescevano le potenze, le facoltá individuali, o, come or si dice, la personalitá d'ognuno. Questi accrescimenti delle personalitá non sono altro, insomma, se non dissoluzioni dello Stato; il quale (sia in bene o in male) può tanto meno, quanto piú vi può ogni persona staccata. Questi accrescimenti di personalitá possono esser buoni (fino a un certo segno) alle lettere, alle arti, e tali furono ne' nostri secoli decimoquarto, decimoquinto e decimosesto; ma chi non ponga le lettere e l'arti sopra allo Stato, la coltura sopra alla civiltá, lo splendore d'una nazione sopra alla forza e all'indipendenza di lei, non potrá se non deplorare queste come che si dicano esaltazioni di personalitá, o dispersioni di potenze, di quelle potenze italiane giá cosí scandalosamente moltiplici all'epoca a che siam giunti, piú moltiplicate che mai per l'invenzione delle compagnie e de' condottieri. E mi si conceda ripeterlo qui: anche a me, come a chicchessia naturalmente, piacerebbe il dar lodi ai maggiori, il compiacerne i contemporanei; anche a me dorrá esser accusato di annerire o menomare la storia di questi secoli nostri, che si chiaman repubblicani e gloriosi. Ma io cedo a quel desiderio maggiore che s'è fatto in me quasi passione a un tempo e dovere, di cercare quanto piú io sappia sinceramente, e di svelare quanto io piú possa compiutamente tutta quella serie di errori ch'io veggo; che han dovuto essere pur troppo piú numerosi e piú gravi nella nostra nazione, che nell'altre contemporanee; posciaché queste uscirono di tali secoli con quell'unitá, quella nazionalitá e quell'indipendenza che noi non abbiamo. Le disgrazie d'ogni creatura naturalmente debole, donne o fanciulli, sono per lo piú indipendenti da' fatti loro, e perciò si commiserano da ogn'anima ben nata; le disgrazie degli uomini naturalmente piú potenti sono giá men sovente incolpevoli, e si scusan tanto meno, quanto piú essi sono potenti; ma le disgrazie delle nazioni,--le quali insomma, nel complesso di tutte le classi e di tutte le generazioni, sono, in natura, tutte potenti,--le disgrazie, le miserie delle nazioni non possono essere mai indipendenti da' fatti loro, non possono essere incolpevoli, non sono pienamente scusabili mai. Tutt'al piú, è scusabile una generazione a spese d'una o parecchie altre. Ma, data una gran nazione che non abbia l'indipendenza, non si può uscire da questo terribile dilemma: o bisogna dire che ella fu colpevole, o ch'ella n'è incapace. E della nostra io credo ed amo meglio il primo.--In tutta Europa furono, lungo il secolo decimoquarto, soldati, contestabili, capitani, compagnie di ventura. Era ultima degenerazione della feodalitá, di quella personalitá o individualitá appunto che si loda cosí stoltamente. Ma altrove, dove durava un centro, un re piú o men potente nella nazione, una aristocrazia armata intorno al re, una nazione piú o meno unita all'uno ed all'altra, questo malanno delle compagnie di ventura parve cosí evidente, cosí scandaloso, cosí contrario ad ogni nazionalitá e civiltá, anche di que' tempi, che tutti, re, nobili e popolo si raccolsero insieme per liberarsene; e se ne liberarono, e serví anzi ad unir meglio popolo, nobili e re. All'incontro, in Italia, dove non era tal centro, in Italia divisa e suddivisa, in Italia miserabilmente repubblicana senza le virtú delle repubbliche, tiranneggiata senza nemmen la centralitá delle tirannie, in Italia piú colta sí ma piú mal civile giá che le nazioni contemporanee, il malanno appena inventato crebbe, si diffuse, si aggiunse agli altri, li superò tutti. Il fiorire e durar delle compagnie fu primamente conseguenza, poi prova incontrastabile dell'assenza assoluta di vero spirito pubblico, d'ogni spirito militare; cioè dunque in tutto, d'ogni spirito patrio, cioè dunque di buona ed efficace civiltá degli italiani di questo secolo decimoquarto.--In sul principio di esso si accrebbero da noi i mercenari e venturieri stranieri, degli aragonesi raccolti al soldo di Federigo re di Sicilia, e poi de' tedeschi venuti a preda con Arrigo VII e Ludovico il bavaro imperatori. Gli aragonesi, rimasti liberi per la pace del 1303 tra i re di Sicilia e di Puglia, formarono fin d'allora una numerosa compagnia, che fu detta con parola araba degli «almogavari»; ma questi non piombarono sull'Italia, furono a guerreggiare, pirateggiare, conquistare e perdersi tra latini e greci dell'imperio orientale. All'incontro, i tedeschi d'Arrigo VII rimasero in Italia dopo la morte di lui; ed accresciuti di nuovi lor compatrioti ed altri venturieri, e riuniti in compagnie non grosse per anche sotto a' lor contestabili, servirono a parecchi de' tirannucci da noi nomati, Uguccione della Faggiola, Castruccio, Can grande, e principalmente il gran Matteo e Galeazzo Visconti. Costoro, servienti ai signori di Milano, furono capitanati da' minori o cadetti di quella famiglia, Marco e Lodrisio Visconti, che si posson quindi dire primi capitani di compagnie grosse, primi condottieri, nel frattempo delle due discese d'Arrigo VII e Ludovico il bavaro, tra il 1313 e il 1327. Ma s'accrebbero durante e dopo quest'ultima, e quella poi di Giovanni di Boemia; e diventarono piú grosse e indipendenti dalle cittá e da' signori che servivano e taglieggiavano, passando dagli uni agli altri; e furono insomma perfette allora, ebbero esistenza da sé, abbisognarono d'un nome. E cosí una prima e minore si chiamò della «Colomba», e guerreggiò e predò in Toscana intorno al 1335; una seconda e maggiore, di «San Giorgio», e capitanata da Lodrisio, fu sconfitta da Luchino Visconti in gran battaglia a Parabiago [1339]. E finalmente una detta la «gran compagnia», dopo aver predati i confini di Toscana e Romagna, e minacciata Lombardia, sotto un Da Panigo e un Da Cusano, italiani, e un duca Guarnieri, tedesco sfrenato che portava scritto in argento sulla corazza «nemico di Dio e di misericordia», si sciolse tra per minacce e per danari, e il Guarnieri risalí, quasi uno degli imperatori, a Germania, per indi ridiscendere [1343]. E cosí fu costituita questa nuova peste d'Italia. E di questa, come dell'altre, verremo accennando poi gli strazi principali; non tutti, che sarebbono le dieci e cento volte altrettanti in istorie piú estese. D'allora in poi, le compagnie scorrenti dall'un capo all'altro della penisola, tra cittá e cittá o signorie italiane, si potrebbero paragonare alle comete sguizzanti tra pianeta e pianeta del nostro sistema solare; se non che, indegno o quasi empio sarebbe il paragone tra questo sistema divinamente ordinato, e quella confusione sofferta dalla provvidenza; e che niun paragone poi può esprimere il disordine nuovo arrecato da que' pubblici ladroni. E pure, anche costoro sono ammirati da taluni.--Ma ei mi pare primamente, che, anche lasciando lor crudeltá e i tradimenti e le rapine, non fossero in costoro né grand'arte né quelle vere virtú militari, che sono le prime di tutte quando elle s'esercitano per la patria, ma che non sono piú virtú, quando per la paga, o peggio, per la preda. Il coraggio virile non è che animale, quando scoppia solamente dalla passione; e diventa bestiale, quando non ha scopo che del vitto; e inferiore al bestiale, quando ha scopo di semplice ricchezza; ed io non gli trovo nome che d'infernale, quando s'esercita ad oppressione.--E quindi parmi chiaro che da costoro incominci e venga in gran parte quel pervertimento, e poi quella perdizione quasi totale della vera virtú o spirito militare, che è pur troppo innegabile in Italia. Innegabilmente, questa virtú sussisteva ancora ai tempi delle fazioni di Milano, di Tortona, di Crema, d'Alessandria, d'Ancona e di Legnano, nella seconda metá del secolo decimosecondo. Ma dal principio del decimoterzo, incominciando le compagnie di stranieri od anche d'italiani, a darsi a nolo, e bastando essi poi a tutte le guerre fatte per due secoli, ne venne naturalmente che il grosso degli italiani, cittadini, borghigiani e contadini, si disavvezzarono dall'armi, da quel vero e virtuoso mestiero dell'armi, che io non so dire se sia piú necessario a mantenere la moralitá degli individui, o la indipendenza della nazione. Le cittá mercantili principalmente, e le contrade all'intorno, Venezia e Firenze soprattutto, fecero ogni lor guerra piú co' fiorini che con l'armi proprie; pagando il sangue altrui, disimpararono a spargere il proprio. Né si citi, all'incontro, l'assedio di Firenze, od altre simili fazioni; sono lampi, eccezioni; e il vero spirito militare è abitudine. E il peggio fu quando, perduta questa, vennero meno (com'era naturale nella civiltá progredita) le compagnie che v'aveano, malamente, pur supplito. Allora non rimase piú nulla di veramente militare nelle evirate province d'Italia, o meno in quelle piú anticamente disavvezze; non ne rimase piú se non in Piemonte. Il quale lo deve a' principi suoi, che lo salvarono dall'armi pagate, dalle compagnie di ventura; capitani, venturieri essi stessi in que' secoli, cavalieri prima, generali dopo, militari sempre, di razza, secondo i tempi. Ma se lo tolgano di mente gl'italiani, i quali volgon gli occhi bramosi a questo Piemonte, a questi principi: la prova fu fatta; non importa se bene o male, anche fatta meglio, non riescirá, non può riuscire, se fatta da questi soli, se non secondata da tutte, o poco meno, le province italiane, in qualunque modo, ma proporzionatamente al _pro rata_. Io son per dir cosa che parrá bestemmia a taluni: ma bisogna pur che sia detta da alcuno. Non solamente quelle idee che tanto si vantano, ma le stesse virtú politiche, ma la stessa concordia sono un nulla a petto della virtú militare, per il nostro patrio avvenire. Sia un'Italia concorde e ricca di quante idee e virtú politiche, ma povera di braccia militari, ella rimarrá ciò che è: sia un'Italia anche discorde, e senza altra idea o virtú che di sapere andare e stare sui campi di battaglia militarmente, ed ella sará indipendente. Quattro milioni non servono in somma a liberarne ventiquattro. Pensino i venti al modo di disfar l'opera de' sei secoli pervertitori della milizia italiana.

23. La regina Giovanna e i suoi quattro mariti [1343-1377].--Roberto di Napoli lasciò morendo il regno a Giovanna figlia di suo figliuolo premorto, giovinetta di diciassett'anni e giá maritata ad Andrea d'Angiò fratello di Luigi re d'Ungheria, pronipote anch'egli de' due Carli I e II. Visser discordi pochi anni; fu ucciso Andrea, uscendo d'appresso alla moglie [1346]. Papa Clemente VI ne mandò giudicare da Avignone; furono torturati e suppliziati parecchi uomini e donne; e la regina si rimaritò [1347] con Luigi di Taranto, un altro collaterale di casa Angiò. Scende Luigi d'Ungheria fratello dell'estinto a vendetta, e caccia gli sposi novelli che rifuggono al papa in Avignone [1348], gli vendono questa cittá, e co' danari tornano a Napoli, onde Luigi s'era partito per paura della famosa peste (descritta da Boccaccio) di quell'anno. Guarnieri, il condottier tedesco ridisceso giá con Luigi, a capo della «gran compagnia» rifatta, passa a Giovanna, ripassa a Luigi. Se ne prolunga la guerra; riscende Luigi per mare a Manfredonia [1350]; si ricombatte, si rimette il giudicio a papa Clemente; giudica Giovanna innocente, ed ella riprende il Regno ed è incoronata con Luigi di Taranto [1352]. Morto il quale poi senza figliuoli [1362], Giovanna prende del medesimo anno a terzo marito Giacomo d'Aragona figlio del re di Maiorca, ma non gli dá titolo di re. Egli la abbandona, guerreggia in Ispagna, v'è fatto prigione, è riscattato dalla moglie [1365] e vien a raggiungerla. E morto esso pure [1374], Giovanna prende a quarto marito Ottone di Brunswick [1376]. Intanto in Roma succedeva uno degli effetti piú strani di quella smania imitativa, di quella pretesa di restaurar l'antico primato romano, che giá vedemmo sorgere in Arnaldo da Brescia e nei senatori disprezzati da Federigo I; quella smania che era venuta crescendo nel presente secolo col ricrescer delle lettere e delle memorie antiche, in parecchie cittá italiane, in Firenze e Venezia principalmente (come si scorge da' lor fatti e loro storici), ma soprattutto, com'era naturale, in Roma. Qui dunque avvenne una rivoluzione letterata, pedante: Cola di Rienzo, un giovane del volgo, ma colto e imaginoso, imagina restaurar il nome, i magistrati, la potenza del popolo romano, abbandonato da' papi, straziato da' Colonna, Orsini, Savelli ed altri grandi. Contra questi ei nodriva (è frase del Sismondi) «un odio quasi classico, e ch'ei credeva ereditato da' Gracchi». Un dí di maggio 1347 ei solleva il popolo, si fa tribuno, stabilisce quello ch'ei chiama il «buono stato», s'accorda col vicario del papa, sale con esso in Campidoglio, e cita dinanzi al popolo romano Ludovico di Baviera imperatore, ed il competitore di lui Carlo di Lucemburgo (figlio di Giovanni il venturiero, nipote di Arrigo VII). È riconosciuto, lodato in tutta Italia, massime da' letterati. Ma letterato, antiquario, poeta, il buon Cola non sa governare, meno guerreggiare. È cacciato prima che finisse l'anno da' nobili e da un legato del papa; fugge a Carlo IV che, morto il Bavaro e scartati alcuni competitori, era rimasto solo. Nel 1352 è consegnato a papa Innocenzo IV allor succeduto in Avignone, ed è da questo aggiunto al cardinale Albornoz di lá mandato a restaurar la potenza papale in Italia. Cosí da luglio a ottobre 1354 signoreggia di nuovo in Roma con dignitá di senatore; finché popolo e grandi si sollevan contro lui, e lo trafiggono a piè del Campidoglio. Non frammischiatosi, come giá Arnaldo, in cose spirituali, non in elezioni di papi ed antipapi come gli antichi Alberici, fu il piú innocente fra gli usurpatori romani; fu sognatore, ed esempio a molti altri.--Dopo di lui l'Albornoz continuò con piú politica e piú fortuna la restaurazione della potenza papale in Roma, nelle Marche, in Romagna, in Toscana stessa, durante tutto il pontificato d'Innocenzo VI e quasi tutto quello d'Urbano V, succedutogli nel 1362. Francese questi pure, pontificò primamente come gli altri da Avignone; ma nel 1367 ei fece rivedere un papa al posto suo, venne a Roma, vi rimase presso a tre anni, e tornò poi nel 1370 ad Avignone, e nel medesimo anno vi morí. Succedette Gregorio XI pur francese; il quale pure pontificò primamente in Avignone; ma pressato, dicesi, principalmente da santa Caterina da Siena e da santa Brigida, restituí finalmente la Sedia in Roma l'anno 1377. Eran settant'anni appunto dalla traslazione in Francia.--In Toscana, Firenze risplendeva, s'arricchiva, poteva piú che mai. Raccoglieva il frutto di sua costanza guelfa, di sua indipendenza, meglio difesa che non quella di niuna altra cittá italiana, salvo Venezia. Eccessiva giá in democrazia, tollerava ora i nuovi nobili o grandi, sorti sulle rovine dell'antica aristocrazia, i grandi commercianti, fra cui giá sorgevano i Medici, fra cui pure riammetteva per grazia alcuni antichi. E cosí finalmente tollerandosi, le due classi inevitabili dell'aristocrazia e della democrazia si salvarono da que' tirannucci, peggiori certamente che non le offese reciproche o gli eccessi dell'una e dell'altra. Fin d'allora, non militare abbastanza per ordinare armi proprie, per esentarsi de' condottieri, fu politica in modo da barcheggiare con essi, e servirsene nelle solite rivalitá contro a Pisa, e in quella or piú pericolosa co' Visconti di Milano. Firenze non fu buono Stato se si giudichi positivamente da sé, posciaché non asserí l'indipendenza compiuta, posciaché non ebbe armi proprie; ma Firenze fu senza dubbio il migliore Stato d'Italia dopo Venezia; e non merita né tutti gl'improperi di Dante, né tutti gl'inni di Sismondi.--I Visconti erano sempre i maggiori principi d'Italia. Morto Luchino, avvelenato, dicesi, dalla moglie [1349], eragli succeduto suo fratello Giovanni arcivescovo. Signore giá di sedici cittá, comprò da Pepoli Bologna [1350]. Fu citato a renderne conto ad Avignone; rispose che v'andrebbe con dodicimila fanti, seimila cavalli; s'accomodarono. Tenne Bologna in feudo papalino [1352]. Minacciò, guerreggiò invano Firenze, signoreggiò Genova [1353], morí nel 1354. Succedettergli insieme nella signoria tre nipoti suoi, Matteo, Bernabò e Galeazzo; ma morto il primo, dicesi avvelenato da' due altri, questi, serbando Milano in comune, si spartirono l'altre cittá. Ma liberaronsi in breve Bologna, Genova e Pavia [1366]. Capo di questa fecesi un fra Iacopo de' Bussolari, letterato, poeta, amico del Petrarca anch'egli, un Cola di Rienzo lombardo. E anch'egli durò poco; restituí Pavia ai Visconti [1359]; finí in un carcere di frati a Vercelli. E i Visconti assaliti poi da una potente lega di fiorentini e degli Estensi di Ferrara, de' Gonzaga di Mantova e del marchese di Monferrato, resistettero.--Genova e Venezia fecersi di questi tempi una guerra maggior delle precedenti; disputaronsi il primato del lago italiano, a cui Pisa decaduta giá non pretendeva piú. I genovesi, afforzati in Galata e Pera sobborghi di Costantinopoli, contesero, rupper la guerra con Cantacuzeno imperatore, gli assediaron la cittá, gli arser la flotta [1348]. Poi contesero co' tartari a Caffa, altra lor colonia [1350]; poi co' veneziani a cui voller chiudere il commercio alla Tana (Taganrog). Questi s'allearono co' greci e con gli aragonesi, e capitanati tutti da Niccolò Pisani grand'uomo di mare, combatterono una gran battaglia nel Bosforo contro a' genovesi capitanati da Paganino Doria, altro grande [1352]. Vinsero i genovesi, e fatta pace co' greci continuaron la guerra co' veneziani. Ma furono vinti dai pisani alla Loiera nel mar di Sardegna [1353], e allor fu che diedersi al Visconti. Con tal aiuto riarmarono, rifecer capitano Paganino Doria, ricombatterono una terza battaglia al golfo di Sapienza in Morea, e vinsero [1354]. Allora fecesi tra le due repubbliche una pace, che pur troppo non durò poi, che durando avrebbe forse confermato il primato marittimo all'Italia per sempre. Ma giá si sa: l'assurditá delle rivalitá marittime è l'ultima ad intendersi, anche in tempi piú progrediti che non eran quelli. Venezia fu turbata poi da una congiura, piú o meno accertata, del suo doge stesso Marin Faliero. Ne fu accusato, condannato, ucciso segretamente [1355]; materia di future tragedie.--Del resto, si frammischiarono a tutti i fatti della penisola, guerreggiarono, predarono, si moltiplicarono, si sciolsero, si riunirono, e si accrebbero di quelle che Francia veniva cacciando, le funeste campagnie italiane sotto duca Guarnieri il tedesco «nemico di Dio», fra Moriale un provenzale, il conte Lando, Anichino Bongarten, Alberto Sterz tedeschi, Giovanni Hawkwood inglese, ed altri minori.--E poco diverso oramai da cotestoro discese Carlo di Lucemburgo [1354], fu incoronato re a Milano, imperatore a Roma [1355], e risalí a Germania. Dove poi l'anno appresso [1356] ei pubblicò la _Bolla d'oro_; quella costituzione che ordinò l'elezione, gli elettori degli imperatori romani o germanici, e durò (mutata, s'intende, nel corso de' secoli) finché duraron quelli. Nel 1368 ridiscese in Italia, vendette signorie, vicariati imperiali qua e lá, e fece incoronar l'imperatrice in Roma da quel papa Urbano V, che vedemmo precursore della restituzione della sedia pontificale.

24. Il quarto periodo della presente etá in generale [1377-1492].--La storia politica de' nostri comuni, repubblicani dapprima, tiranneggiati quasi tutti poi, è cosí intricata, che ella cape difficilmente in niuna mente o memoria umana, che niun'arte di scrittore la fece o la fará forse mai né molto letta, né perfettamente chiara a chi la legge. All'incontro, la storia letteraria di questi nostri secoli è cosí bella e cosí splendida a chicchessia, che fin da fanciulli noi la sappiam tutti e ne abbiamo la mente invasa e preoccupata. Quindi un errore involontario e frequente: di tener il secolo decimoquarto, il secolo di Dante, Petrarca, Boccaccio e Giotto, quasi piú splendido in tutto, anche in politica, che non il decimoquinto, in che niun nome tale non apparisce a colpir gli animi nostri. Nel trattar della coltura di quest'etá, noi avrem forse a diminuire questa apparente contradizione delle due nostre storie politica e letteraria. Intanto ci pare dover qui accennare che, cessata la dimora de' papi in Francia e cosí la innatural soggezione loro alla corte francese, sottentrò sí dapprima il danno spiritualmente maggiore della divisione della cristianitá, il grande scisma occidentale; ma che, politicamente, all'Italia ferma nell'obbedienza al papa legittimo di Roma, fu minore assai lo stesso danno spirituale, e grande poi il vantaggio di riavere in sé la sedia di quella cosí intimamente, cosí inevitabilmente italiana potenza del papa; e fu vantaggio nuovo, quando, cessato lo scisma, si ordinò questa potenza; come furono l'ordinarsi, l'ampliarsi di altri Stati italiani, il diminuirsi lo sminuzzamento della penisola, il farsi italiane le compagnie. E il fatto sta, che in questo nuovo secolo escon fuori parecchi piú o men puri, ma certo splendidi nomi politici e militari: Francesco Sforza, il Carmagnola, Cosimo e Lorenzo de' Medici, Niccolò V, Pio II, Alfonso il magnanimo, indubitabilmente superiori ai nomi politici del secolo precedente.--Del resto, continua qui e continuerá sino al fine di nostra storia la difficoltá, l'impossibilitá di trovare un vero centro, intorno a cui rannodare i fatti moltiplici. Finché durò la lotta contro agli imperatori, questi furono, se sia lecito dir cosí, centro passivo, centro contro cui si volsero gli sforzi, non di tutti purtroppo, ma de' migliori italiani, dei papi e di Firenze principalmente. Ma cessata quella lotta (per l'infausta traslazione, per l'infrancesarsi de' papi da una parte, e per la trascuranza degli imperatori dall'altra), noi dovemmo giá cercare un nuovo centro tal quale, per averne epoche, date, riposi a cui condurre via via parallelamente i fatti diversi; e cosí prendemmo dapprima gli Angioini di Napoli. Ma noi vedemmo cessata in breve lor prepotenza, anzi, quanto all'Italia media e settentrionale, ogni loro potenza; ondeché forse giá prima di qua avremmo dovuto, certo qui dobbiamo di nuovo mutar centro, e ci par migliore Milano. Del resto, quanto piú si complica la storia, tanto piú arbitrario resta qualunque ordinamento di essa. E benché i piú degli scrittori non soglian notare siffatte difficoltá insuperabili o almeno insuperate nelle loro storie, parve a noi che il renderne conto candidamente potesse conferire ai due scopi nostri, di far capire e ritenere, il meno male possibile, la nostra storia.