Part 21
L'obbiezione piú naturale che ci si fará contro la necessitá di studiare l'arte sará la seguente. — Se da quanto si è premesso risulta che per avere l'attitudine al mestiere delle armi nei diversi gradi si richiedono principalmente delle disposizioni d'intelligenza e di volontá, se possedendo queste si trae vantaggio dall'esperienza e dallo studio, e quando esse mancano sono egualmente sterili e l'una e l'altro, ne vien di conseguenza che gli esseri felicemente organizzati potranno far di meno dello studio e quelli che non hanno gli stessi vantaggi studieranno inutilmente, non potendo dallo studio ricavare profitto alcuno: quindi non si comprende ove risiedano i rapporti dello studio con la morale. — Questa obbiezione che a prima vista pare vigorosa, rientra in un'altra piú elevata, ch'è quella di determinare fino a qual punto l'istruzione sia un elemento dell'educazione, considerata questa nel suo senso piú largo, cioè come atta a formare una volontá retta e forte da accompagnarci in tutte le determinazioni che prendiamo. Ora non vi è dubbio che si è esagerata nelle moderne societá l'azione delle idee sulla formazione di ciò che chiamasi «carattere morale», tanto piú che l'educazione è stata circoscritta all'istruzione; il che non era nell'antichitá e neanche nel medio evo. Ma da un altro lato come negare l'influenza dell'intendimento sulla volontá, delle idee sulle azioni? Come spiegare l'organizzazione dell'uomo, la sua morale responsabilitá come essere libero e intelligente, che è piena sotto ogni aspetto civile, morale e religioso? Donde nasce quella costante preoccupazione d'impadronirsi d'ogni sorgente di comunicazione delle idee e di evitarne l'uso agli avversari? donde l'istruzione, la predicazione, la stampa? Come spiegare che nella riunione di uomini detta «esercito», destinata per necessaria istituzione e per l'interesse della sua conservazione ad una ubbidienza passiva, e che si suppone aver fuse panteisticamente tutte le volontá e tutte le intelligenze di cui è composta nel suo capo, il quale gliene rende la parte necessaria all'esecuzione de' suoi ordini; come spiegare che in tal riunione accada che cotesto capo indrizzi ai componenti di essa e concioni ed ordini del giorno e si diriga alla loro intelligenza per convincerli, alla loro volontá per trovare sostegno ed ai loro sentimenti per eccitarli? Tutto ciò sí costantemente ripetuto dimostra che l'umanitá ha sempre creduto che le idee avessero una potente influenza sulle azioni, che l'uomo in qualunque situazione non è mai puramente macchina, e che per conseguente l'intelligenza e la volontá diversamente dirette gli fanno seguire differenti serie d'azioni. Da ciò ne deriva come corollario che lo studio dell'arte contribuisce a formare e a render forti i caratteri non assolutamente ma relativamente, come concausa e non come unica cagione. Lo studio dee considerarsi come disciplinatore delle abitudini, come occupazione, come facente conoscere la natura delle cose che sono fenomeni per l'ignorante e gli tolgono ogni coraggio (perché questo cede quando ignora le forze che dee affrontare e la loro natura, del che son pruova i combattimenti notturni), per cui la scienza dá il coraggio o almeno toglie una infinitá di timori che assediano l'ignoranza. In effetto che cosa è il veterano? È l'uomo che ha calcolato quella misura de' pericoli che il coscritto ignora, cioè che ha una cognizione di cui l'altro manca. Sotto questo aspetto il gran Bacone esprimeva laconicamente questo pensiero dicendo: «La scienza è forza». Lo studio mette i membri di questa societá dianzi accennata in contatto con grandi avvenimenti e con gran caratteri, rende agevole il trovar voluttá nella solitudine e bandisce le frivolitá tutte che rendono gli uomini piccoli ed il dramma della vita meschino, con qualche cosa di grave, di solenne e di morale. Difatti un militare che abbia molto guerreggiato o che abbia molto studiato la scienza bellica sará piú grave, piú importante anche in societá di uno che abbia vissuto nelle guarnigioni ignorando l'importanza del suo stato, che la sola applicazione rivela. Gli uffiziali che appartengono ai corpi facoltativi hanno un carattere di soliditá e d'istruzione anche in piena pace, ed in guerra è tra essi che si trovano in un maggior numero quegli uomini disegnati da Napoleone in un'epoca strepitosa, alla fine del passo che qui riportiamo del ventesimonono bullettino dell'anno 1812, in cui dopo aver annunziato la venuta di un freddo eccessivo, cosí si esprime: — «Gli uomini cui la natura non ha dato tempra sí forte da esser superiori a ogni vicenda della sorte e della fortuna perdettero la loro gaiezza, il lor buono umore e non pensarono che a disgrazie e a catastrofi; coloro ch'ella ha creati superiori a ogni cosa conservarono la gaiezza e le maniere consuete, e videro una nuova gloria nelle varie difficoltá ch'erano a sormontare»[55].
Ciò che consegue da quanto dicemmo si è che lo studio e la meditazione sono un potente elemento per temperare i caratteri, e che in conseguenza il punto di veduta sotto cui riguardammo la scienza della guerra e i suoi rapporti con la moralitá non sono una vana supposizione, ma sí bene una logica deduzione della natura delle cose. Ciò provato possiamo proseguire il nostro ragionamento.
Quando un uomo abbraccia una carriera pubblica, quando domanda al sovrano gradi e potere, quando esige dalla societá deferenza e dai suoi subordinati rispetto e confidenza, quest'uomo ha fatto implicitamente la confessione di aver ricevuto dalla natura tutte le doti indispensabili per adempiere i doveri risultanti dalla sua posizione e di nulla essere per tralasciar dal suo canto onde rendersene sempre piú degno. È impossibile supporre il contrario, cioè ch'egli dica di non sapere fino a qual punto abbia le disposizioni pel suo stato necessarie e di non volere far nulla per conoscerle, per correggerle e per isvilupparle. Ciò non si può immaginare premeditatamente senza calunniare la natura umana, perché non è questa certamente la nostra tendenza; ma bisogna dire che ciò accada piú per leggerezza che per perversitá in tutti gli stati e particolarmente nella carriera delle armi dopo una lunga pace, allorché si è destinato ad abbracciare un tale stato per convenienza di famiglia, e ignorandosene l'importanza si crede che consista nel suo meccanismo, cioè nella parte esterna. Aggiungasi l'opinione invalsa che la pratica sia tutto e lo studio nulla, quando l'occasione non si presenta, al che nulla può dirsi in contrario, non potendosi fare una guerra per pura istruzione degli uffiziali. Si avanza nella carriera perché il tempo rinnova le generazioni e perché si è detto che il problema della vita sta nel far fortuna nella propria carriera. Le occasioni si presentano: si manca di pratica perché si è stato in pace, e di teoria perché si è creduta inutile, si è in un grado elevato perché tali gradi debbono essere riempiti; cosí mal preparati si accetta la missione di difendere la patria e di diriggere nei pericoli della guerra le centinaia o le migliaia de' propri concittadini che lor sono affidate. È singolare fenomeno il vedere che uomini onorevoli per ogni riguardo, pieni di una scrupolosa probitá in tutte le circostanze e le relazioni della vita, incapaci di ordinare un salasso ad un ammalato perché a ciò incompetenti, diriggano con tranquillitá delle operazioni ove ogni errore fa largamente scorrere il sangue umano, e compromettano cosí i piú grandi interessi di una societá qualunque, fino alla sua propria esistenza come corpo sociale. Questa contraddizione tra la moralitá dell'agente e l'immoralitá dell'azione è il risultamento di due false opinioni invalute e che tranquillano le coscienze: la prima si è che sia inutile l'applicarsi per rendersi piú atto ad adempiere i propri doveri, la seconda che la missione dell'uomo su questa terra sia di migliorare la propria condizione profittando di tutte le occasioni oneste. Ci si dirá: — Ma credete voi che lo studio faccia divenire uomo di guerra un essere non disposto alla carriera delle armi senza aver quella percorsa? — Noi nol crediamo punto e da quanto dicemmo è chiara la nostra opinione; ma crediamo invece che lo studio possa essere utile ove vi sia la disposizione, e possa anche fino a un certo segno far conoscere la mancanza di questa. Quando si rimane indolente a certi racconti, quando certe azioni non muovono fino alle lagrime, quando non si sceglie un modello di predilezione e non vi si ritorna sempre con passione, sia un autore, sia un capitano; quando, in questa come in tutte le altre arti e scienze, queste corde toccate non rispondono, è chiaro che manca la vocazione, ed un uomo dotato di onesto carattere può a questi segni entrare in un'altra carriera che gli sia piú confacente, nella quale potrá acquistare maggior riputazione e riuscire piú utile a' suoi simili. Ma per rendere comune e pratica questa dottrina, bisogna sostituire all'assioma che «il far fortuna è lo scopo della vita» quell'altro che «la missione dell'uomo come essere morale e religioso è di perfezionarsi», cioè di porsi a livello de' suoi doveri e non al disotto di essi; che quando si è ridotto a questo punto si può fare molto male con pure intenzioni, imperocché in un'arte ove si tratta della vita de' simili la negligenza acquista un altro nome piú vero e piú severo al tempo stesso. Per cui ripeteremo che l'uffiziale studioso, quando anche non riesca, quand'anche siasi ingannato nell'interpetrare le sue disposizioni naturali, dev'essere piú tranquillo di coscienza e dá una lezione di morale nel mostrare che nulla ha negletto per rendersi degno della confidenza e della stima della patria.
Possiamo quindi restringere ai seguenti capi la soluzione della terza parte di questa quistione.
1. Che la ragione del pari che l'autoritá de' gran capitani sono di accordo nel proclamare l'importanza dello studio della scienza militare per isviluppare le qualitá indispensabili all'esercizio di essa.
2. Che per «istudio» non s'intende la sola lettura, né per «esperienza» l'aver lungo tempo servito, ma sí bene la meditazione e il lavoro della propria intelligenza su tutto ciò che la propria e l'altrui esperienza fornisce.
3. Che lo studio nel mentre che non ha la proprietá di formare il carattere, pure contribuisce potentemente a dargli maggior dignitá e maggior coraggio, preso questo nel senso piú esteso.
4. Che il trascurare lo studio sarebbe nello stato militare segno sicuro di una profonda depravazione, se delle false opinioni invalute non avessero tranquillate le coscienze su questo particolare; ma che colui che si dedica allo studio ha dritto alla stima publica, indipendentemente dai risultamenti che potesse produrre e considerando ciò puramente come atto di moralitá.
Passando ora alla conchiusione generale, incominceremo dal richiamare alla memoria de' nostri lettori il contenuto de' precedenti discorsi.
Nel secondo, dopo aver descritto lo stato e le condizioni dei popoli dell'antichitá, abbiamo indicato come lo stato delle belliche scienze simboleggiasse ed esprimesse compiutamente lo stato sociale ed intellettuale; abbiamo mostrato in che differisse l'arte degli antichi da quella dei moderni e quale fosse la principal differenza, distinguendola dalle differenze generali che separano le antiche societá dalle moderne; abbiamo fatto osservare come in ognuna delle prime vi fosse unitá nazionale ma moltiplici differenze tra di loro, e come l'inverso si scorgesse nelle seconde; infine osservammo che nelle prime i progressi dell'arte si sono arrestati perché la civiltá era incompiuta, e che riducendo la forza pubblica al primo elemento, cioè agli uomini, la degenerazione di questi doveva strascinare la caduta dello Stato che dominava ed esprimeva l'antichitá.
Nel terzo discorso abbiamo indicato come la dissoluzione dell'antica societá avesse ridotto ai primi suoi elementi l'organizzazione sociale, riducendola alla famiglia e togliendo ogni esistenza civile alla massa ridotta in servitú; che nel naufragio delle nazionali organizzazioni dell'esercizio dell'umana intelligenza sparisse la scienza, perché gli eserciti erano una riunione di capi di famiglia e tutta l'arte era nel valore e nel vigore individuale; segnalammo egualmente per quali vicende e per quali fasi questi elementi per successive trasformazioni subíte ricomponessero lentamente le nazioni e coltivassero lo scibile, e gli eserciti esprimessero questo nuovo stato fino alla scoverta della polvere.
Designammo nel quarto discorso la lotta ch'esisteva tra gli elementi del medio evo e quelli della societá moderna e la loro azione simultanea, i primi tendendo a conservare le classificazioni ed i secondi ad operare la fusione di tutte le classi della societá. Indicammo come si trovasse nella composizione della forza pubblica, nelle regole che seguiva e nella sua azione un quadro ristretto dello stato sociale, e come la polvere da sparo, i progressi dell'arte e l'urto delle masse favorissero lo svolgimento dell'elemento moderno del pari che l'abbassamento di quello che predominava nel medio evo.
Nel quinto discorso facemmo notare come questo andamento ascendente e progressivo si scorgesse simultaneamente nella pace, nella guerra e nel movimento intellettuale delle nazioni.
Nel sesto discorso dimostrammo come la societá moderna avesse rivestito tutti i caratteri e possedesse le condizioni tutte, e sotto tutti gli aspetti, che la potevano far considerare come fissata; notammo del pari che l'organizzazione dello Stato e degli eserciti cosí come le condizioni dello scibile fossero compiute nei loro elementi e nella loro fisonomia, e che i periodi posteriori altro non avrebbero offerto che delle modificazioni derivanti da quelle e che non fossero un'anomalia ed una opposizione alla loro natura.
In effetto nel settimo discorso facemmo osservare che si operavano trasformazioni lente ed insensibili, ma che se ne preparavano delle piú positive, sempre però come conseguenza delle precedenti, come svolgimento di un movimento naturale e non come fenomeno inesplicabile. Vedemmo l'esercito simbolo della fusione sociale avanzata e dell'importanza che il sistema economico e l'azione dell'intelligenza esercitavano presso tutte le nazioni. Tutte dimostrazioni provanti che si era operata una separazione dalle forme, dai princípi e dalle dottrine del medio evo.
Nell'ottavo discorso facemmo vedere che il risultamento positivo e stabile di tante vicende e di sí lunga lotta era stata la dichiarazione formale e divenuta legale che il principio di classificazione sociale che caratterizzava il medio evo aveva ceduto al principio di fusione che sostituiva le condizioni ai privilegi; che è il cardine su cui lo stato sociale dei moderni opera i suoi movimenti tutti[56]. Abbiamo indicato questo gran fatto enumerando i caratteri dello stato sociale e dello scibile e i politici risultamenti e lo stato militare, per far misurare l'immensa distanza che separava lo stato della scienza militare alla nostra epoca dalle guerre feudali ch'erano gli urti degl'individui[57]. Richiamiamo alla memoria dei nostri lettori l'operazione che per la sua complicazione meglio riassume e riunisce i progressi immensi fatti nella tattica, nella strategia, nelle fortificazioni, nell'uso e nella perfezione delle macchine da guerra e nell'amministrazione militare. Questa è a nostro credere il passaggio del Danubio nel 1809, eseguito addí quattro e cinque luglio dall'isola di Lobau e che terminò con la battaglia di Wagram. Lá fur veduti centocinquantamila uomini provenienti dal fondo dell'Italia meridionale, dalla Dalmazia e dai Pirenei, riuniti con loro sorpresa, passare un rapido e largo fiume con quattrocento pezzi d'artiglieria, su ponti rapidamente e quasi d'improvviso gettati, operare uno spiegamento sulla sinistra in battaglia in due linee e girare tutti i trinceramenti dell'avversario, che venne perciò forzato ad un cambiamento di fronte colla sinistra indietro. Tutto ciò fu eseguito con una precisione difficile ad ottenersi in un campo d'istruzione, e nel decimosettimo secolo ed in parte del decimottavo una divisione non avrebbe osato di tanto eseguire. Meditando questo avvenimento si vedrá come tutte le trasformazioni successive si erano riassunte e simbolizzavano quelle altre tutte operate nello scibile e nella societá[58].
In questo nono ed ultimo discorso abbiamo esposto quali rapporti a nostro credere abbiano le belle arti e la letteratura colla scienza militare e colla guerra considerata come azione; abbiam cercato indicare come questi rapporti costanti, perché derivanti le loro condizioni e l'unitá che in essi esiste, dalla natura, subivano varie forme di manifestazioni nelle differenti societá, ma che a traverso di queste differenze il principio d'azione, invariabile di sua natura, rimanevasi lo stesso ed era facile ad essere riconosciuto da ogni osservatore regolare. Il mostrare qual grado d'importanza si abbia lo studio teorico su di un'arte pratica ha terminato questo discorso, precedendo di poco queste ultime linee. Abbiamo determinato l'esistenza di una scienza bellica, poi l'abbiam classificata ove doveva esserlo, quindi abbiamo esposte le proprietá di cui è rivestita; appoggiandoci infine all'opinione de' gran capitani crediamo aver determinato il grado d'importanza e di utilitá dello studio senza esagerarne il valore, per quali cause questa veritá non era riconosciuta e accettata, e l'effetto che produceva sotto l'aspetto della moralitá.
Aggiungasi a tutto ciò quello che nel primo nostro discorso esponemmo: che la guerra era una manifestazione della nostra natura; che il suo uso era la difesa di tutto ciò che costituisce gl'interessi materiali e morali dell'umanitá, i quali non può abbandonare senza degradare d'azione ed offrire un premio al valore brutale piú avido di togliere l'altrui che di conservare il proprio; ch'essa siegue, esprime e modifica la societá; che ha rapporti con le scienze naturali, esatte e morali, corrispondenti ai tre elementi primitivi dell'arte — gli uomini, le armi e gli ordini; — e che contribuisce a sviluppare le facoltá intellettuali e ad elevare la volontá ad un grado di altezza il quale onora e lusinga l'uomo che sia capace di raggiungerlo, mentre costui fa con ilaritá il piú compiuto sacrifizio per garantire gl'interessi e difendere le credenze di tutti i suoi concittadini. Se vuol negarsi questa abnegazione che piú non sorprende perché è divenuta comune, non vi è che ad osservare come l'idea della morte possa produrre manifestazioni sí diverse, il risultamento essendo lo stesso. Osservisi dunque un uomo giunto ad etá decrepita, afflitto da dolori, trascinante una triste esistenza, superstite della sua generazione, isolato non solo dai suoi contemporanei ma dalle idee, dai sentimenti, da tutto il movimento rinnovatore che in ogni secolo s'opera e che urta chi piú non può prendervi parte. Ebbene questo essere geme di lasciare un'esistenza che nulla piú gli offre di ciò che cara la rende; i suoi parenti, qualche amico superstite ancora, dimostrano espresso il dolore della perdita ed il terrore che sempre all'idea della trasformazione si associa. Qual prezzo non ha dunque questa esistenza, quando tanta tristezza accompagna la prossima fine di un essere che ha compíto tutto il corso della sua? Comparinsi queste impressioni con quelle che nascono quando in campo aperto numerose batterie seminano la morte e la mutilazione, quando numerosi battaglioni appoggiati dalle localitá si preparano ad offendere senza essere offesi, quando la cavalleria è disposta a schiacciare con la sua massa chi a tanti perigli scampò; e vedasi qual è il contegno dei battaglioni che marciano ilari ed al suono di musica e di grida guerriere a correre tanti rischi! E questi uomini son tutti nella verde etá, hanno tutte le illusioni dell'avvenire, tutte le loro passioni sono calde, tutte le affezioni profonde, e sanno quale affetto reciproco ispirino ed a chi sieno cari per titoli diversi i loro giorni. Or bene come la morte ispira manifestazioni sí diverse? Ciò avviene perché l'eroismo alle masse non è comunicato che per mezzo della guerra, la quale riunisce gl'interessi della vita e della religione a quelli dell'eternitá. La scienza e l'arte che produce tali effetti è alta, conservatrice ed ammirabile, e meriterebbe che invece di sí imperfetto quadro uno ne fosse delineato da mano maestra, seguendo quanto il Foscolo prescrive, che non nel merito ma nel metodo è quello che noi abbiam seguíto nelle vedute generali. Alle quali non possiamo meglio dar fine se non che trascrivendo il suo seguente frammento.
«La tattica e le artiglierie sono elementi della guerra, ma sono connessi alla istituzione militare che dipende dalla politica, alla strategica che dipende dalle situazioni geografiche e all'amministrazione militare che dipende dalle sorgenti e dalle leggi della pubblica economia.
«L'osservazione, il calcolo e l'applicazione de' princípi di tutte le parti della guerra produssero le vittorie dei greci e le conquiste de' romani. Alessandro avea preordinati tutti i mezzi e preveduti tutti gli ostacoli della sua spedizione, compiuta in nove anni senza alterare il suo progetto, disegnato prima d'abbandonare la Macedonia. E se l'esecuzione spetta ad Alessandro, la prima idea spettava alla scuola d'Epaminonda e delle repubbliche di Atene e di Sparta, donde Filippo aveva desunti i princípi dell'arte e apparecchiati i trionfi del suo successore. La perpetua prosperitá per tanti secoli di tante guerre che diedero a Roma la signoria delle nazioni, toglie ogni merito alla fortuna, mutabile sempre nelle cose mortali, e lo ascrive alla scienza che è fondata sugli eterni princípi dell'universo.
«Dopo Polibio e Plutarco tre scrittori eloquenti e filosofi, Machiavelli, Montesquieu e Gibbon assunsero questa sentenza. Ma per l'etá in cui vissero e piú assai per l'istituto de' loro studi, le loro dimostrazioni si fondarono piú sulle cose politiche che sulle militari. E quand'anche avessero dirizzato il loro assunto a scopo militare, non avrebbero toccate se non poche epoche della storia dell'arte. Il Guibert s'accinse ad una storia della costituzione militare di Francia, incominciando dalla decadenza dell'impero d'occidente e da' primordi della monarchia francese; ma la morte liberandolo da una vita infelice e mal rimeritata, precise anzi tempo il volo a quell'acre e libero ingegno.