Part 18
Le scienze naturali fecero in questo periodo solidi progressi. La storia degli animali non fu piú limitata ad una magra descrizione delle loro forme esterne, ma presentò il quadro delle loro abitudini e delle loro tendenze. Appoggiandosi alla notomia si cercò da' sapienti di spiegare mercé della conformazione de' loro organi interni i fenomeni che presentano, e seguendo questo metodo d'investigazione si assegnò ad essi il posto lor proprio nel sistema generale degli esseri. Si distinsero in questo ramo delle scienze naturali il Lacepède, il Daubanton, il Dolomieu, il Lamarck, il Blumenbac, il Lawrence ed infine il Cuvier che riassunse tutti i passi fatti nella scienza. Questo metodo fu applicato con felice successo alla botanica, che non fu piú circoscritta a descrivere i vegetabili, ma coll'aiuto di una fisica dilicata si adoperò a scoprire le leggi regolatrici delle loro varie funzioni. La mineralogia non limitò come prima le sue ricerche a determinare senza precisione il carattere delle materie di sua pertinenza dal loro aspetto esterno, ma prese in prestito dalla chimica i mezzi di analizzare e di classificare i minerali. Lo studio del globo terrestre che trovavasi da prima compreso nelle scienze fisiche e matematiche, divenne una scienza distinta sotto il nome di «geologia». Essa considerò la struttura della terra e giudicò delle terribili catastrofi che l'hanno agitata dalle tracce che ne rinvenne; e cosí questa nuova scienza riuní ciò che vi è di dilettevole e di solenne nello studio delle scienze naturali alla precisione che è propria delle matematiche. Saussure, De Luc, Breislack fecero progredire la nuova scienza. Il Cuvier, siccome di sopra accennammo, fece dell'anatomia comparata la base della storia degli esseri animati; per il che la multitudine dei fatti osservati che permise di leggere nelle somiglianze organiche le leggi generali dell'organizzazione animale, ed il metodo che avea condotto in botanica alle investigazioni piú conformi alla natura, resero l'anatomia comparata ricca in risultamenti e fecer sí che svelasse un nuovo mondo agli osservatori e creasse un metodo che poteva essere fecondo in conseguenze quando fosse applicato ai rami tutti dello scibile umano. I gran viaggi intrapresi e menati a fine arricchirono la storia naturale di nuovi elementi di comparazione. Cook, Laperouse, Humboldt, Bonpland, la commissione dei sapienti d'Egitto o scoprirono nuove regioni o fecero meglio conoscere quelle giá note. I lavori di Lavoisier, di Berthollet e di tanti altri distinti scienziati, come di Berzellius svedese, non solo cambiarono lo stato della scienza chimica ma le diedero un andamento e una logica nuova; si sentí la necessitá di riunire al rigore del ragionamento la esattezza dell'esperienza; i geometri e i chimici si aiutarono a vicenda, e a questi metodi la chimica fu debitrice della vera teoria del calore e dei primi esatti istrumenti che servirono a misurarlo. La medicina si arricchí dei progressi delle scienze naturali, mentre una cognizione piú compiuta delle proprietá di tutto ció che compone la farmacia doveva imprimerle un andamento piú razionale e piú sicuro. Ma la grave difficoltá di questa utile scienza si trova sempre nell'oscuritá dell'analisi anatomica, che si esercita sugli organi quando hanno perduto con la vitalitá l'esercizio delle loro funzioni: questa causa potente la lascia nella sfera delle scienze approssimative, in cui le ipotesi nascono dal bisogno di spiegare ciò che non si può analizzare. Una serie d'ipotesi forma nelle intelligenze elevate un sistema che si appoggia a molti fatti ed a qualche risultamento. In effetto in questa epoca non mancarono di cosí fatti sistemi, e tale fu quello dell'irlandese Brown che riduce i mali tutti a un principio: la cranologia del Gall e il controstimolo del Tommasini sono sistemi che hanno la stessa origine, mirano a uno stesso scopo e sono pruova essi stessi della propria inettezza, perché sono tutti inadatti a risolvere con pochi principi l'immensa quantitá de' casi vari che la miseria umana offre alla scienza medica. I progressi della fisica furono moltiplici e positivi: il suo oggetto è di ben determinare le leggi del moto o dello stato permanente dei corpi che ne sono gli elementi, facendo conoscere l'azione meccanica ch'essi esercitano gli uni sugli altri in virtú delle loro proprietá generali o dalle modificazioni cui van soggetti per cause accidentali e variabili che operino sopra di essi, quali il calore, l'elettricitá e il magnetismo, nel che è variabile di sua natura. I fenomeni dovuti a cause permanenti furono osservati nei periodi antecedenti, i secondi lo furono piú compiutamente in questo. Franklin, Montgolfier, Volta, Brugnatelli, Galvani e Poli fecero progredire la scienza e la resero suscettibile di utili applicazioni.
Frattanto lo Chaptal applicava i risultamenti della chimica alle arti e iniziava ai misteri della scienza le classi industriose. La scuola politecnica che dovette tanto al Monge e il conservatorio delle arti e dei mestieri sono l'ultima espressione dello stato delle scienze naturali ed esatte rese di ragion comune e di applicazione utile a tutti gli oggetti che interessano l'universale. Le macchine applicate alle manifatture e la scoperta di Awright ne sono la prova e promettevano piú alti risultamenti per l'avvenire, mentre che le nazioni malgrado del fracasso delle battaglie e dei torbidi che agitavano le civili societá, seguivano con l'escogitazioni dei loro sapienti la strada del perfezionamento. Da questo breve quadro è ben facile dedurre che tutte le arti manuali, tutta la costruzione degl'istrumenti necessari all'uso delle scienze erano in progresso, e pel bisogno che se ne aveva ed anche perché la fusione sociale che si veniva operando restituiva agli artisti quella considerazione che nessun merito poteva far loro accordare nell'epoca in cui le classificazioni sociali dominavano ancora in Europa.
Lo stato delle scienze morali compirá questa breve indicazione e fará meglio comprendere quanto ci proponemmo dimostrare in questo discorso.
Lo stato e le vicende delle scienze morali in una societá agitata sono l'indice piú prezioso cosí del suo stato morale come dei suoi bisogni e dei suoi dolori, imperocché l'umana intelligenza è spinta da una legge naturale ad occuparsi della risoluzione di quei problemi che le masse enunciano confusamente piú coi loro lamenti che con una pacata e razionale esposizione; ma se questo imperfetto linguaggio esprime meglio i sentimenti confusi che agitano la societá, è poi missione dei sapienti di comprenderli per mezzo di un'accurata analisi e di ordinarli con una ben ponderata sintesi, la quale determini i mali, le loro condizioni e i loro possibili rimedi in quella proporzione che la difficoltá de' tempi serba all'imperfezione dell'umana natura. La breve esposizione che daremo dello stato delle scienze morali servirá di pruova alla nostra assertiva.
Era naturale che nel primo periodo della rivoluzione si cercasse con calore di applicare praticamente tutte le dottrine che nel decimottavo secolo erano sorte in Francia, facendole perciò passare nella legislazione; era egualmente nella natura delle cose che nel periodo della guerra civile europea e della proscrizione vi fosse stata una lacuna nel progresso delle scienze, poiché le epoche turbolenti preparano i materiali pei lavori scientifici, ma solo se ne trae profitto nell'epoca di calma che a quelle succede; era parimente a prevedersi che al giugnere di questa epoca le dottrine si sarebbero considerate nella loro applicazione possibile e nei loro effetti pratici. Allora la bontá relativa doveva riprendere il suo impero; Montesquieu doveva riguadagnare il posto che i sapienti piú esclusivi gli avevano tolto nel periodo di distruzione, e tutte le dottrine degli altri sapienti che appartenevano a varie nazioni contraddistinte da questo marchio dovevano essere adottate. L'espressione del carattere che contrassegnava le scienze morali nei diversi periodi dell'epoca di cui ci occupiamo si ritrova nella legislazione, nell'insegnamento e nelle opere degli autori piú distinti.
La legislazione provvisoriamente data alla Francia nel periodo rivoluzionario ha il carattere assoluto di voler creare una novella societá, piuttosto che di conformarsi alla natura e ai bisogni della esistente. Nell'epoca che succedette a questa, in cui il potere si concentrò nel consolato, ebbero origine la centralizzazione amministrativa ed il codice civile, il quale mentre altro non era che l'opera di Giustiniano sceverata di quanto non era piú né utile né praticabile, riconosceva però le trasformazioni che i secoli avean prodotte nella societá moderna, distinguendo questa dall'antichitá e dal medio evo; per cui in una societá dove tutte le classificazioni eransi fuse, sottopose alla legge comune tutti indistintamente, vale a dire ristabilí il dritto romano meno la schiavitú, il dritto feudale e quella parte del dritto canonico che aveva retto la societá quando le leggi non erano create. Anche il codice criminale riprese nella procedura e nella pubblicitá le consuetudini romane ch'erano anche quelle de' barbari. Basta quindi osservare l'esposizione del nuovo dritto per vedervi, come il Portalis cerca di fare, riconosciuta in legislazione l'importanza della bontá relativa ch'era stata negletta per l'addietro; e questa coincidenza delle nuove leggi con lo stato sociale ha fatto sí ch'esse sieno rimaste in osservanza piú o meno compiutamente presso quegli Stati ove le vicende della guerra le avevan portate. Le istituzioni antiche conservaronsi nelle societá che non avevan subite delle scosse profonde, ma tutte le modificazioni successive e la giurisprudenza stessa furono lentamente adattate al movimento sociale di fusione che si operava insensibilmente. Uno sguardo gittato sulle varie disposizioni legislative delle potenze del nord basta per rinvenirvi il carattere ch'enunciammo, come per esempio l'emancipazione dei contadini in Prussia e l'abolizione della schiavitú in Livonia.
Le istituzioni letterarie, le quali sieguono la legislazione, trovano nella scuola normale stabilita in Francia la riunione di tutte le facoltá che han relazione colle scienze morali e con quelle che ne dipendono, e le lezioni di Garat, di Volney e di altri distinti professori offrono le dottrine del secolo decimottavo poste in lume ed in ordine e collegate fra loro. La classe delle scienze morali nell'Istituto vi corrispose pienamente, e la scuola normale era per le scienze morali ciò che la scuola politecnica era per le scienze fisico-matematiche. Corta vita ebbe la prima ma il suo metodo si è riprodotto in epoche posteriori, benché le dottrine ne fossero modificate. In effetto il Laromiguière nelle sue lezioni nel secondo periodo rimontò a Locke, come i pubblicisti erano rimontati a Montesquieu, avendo lo stesso fine, cioè di togliere alle dottrine politiche e filosofiche del decimottavo secolo ciò che avevano di assoluto e d'esclusivo. Condillac aveva tolto la «riflessione» dal sistema di Locke per la formazione delle idee, ed il Laromiguière la ristabilí sotto il nome di «attenzione». Il Royer Collard che succedette al Laromiguière nell'insegnamento del 1811, svolse la dottrina del Reid e degli scozzesi e si separò vie piú dalla dottrina del Condillac, da cui Maine de Biran si era separato e che conservava un chiaro rappresentante nel Tracy autore dell'_Ideologia_. La filosofia di Kant esposta dal Villers la dava a conoscere imperfettamente alla Francia, quando giá nel suo suolo la critica della ragion pura era stata seguita dal sistema dell'unitá assoluta di Fichte e da quello della natura di Schelling, ambedue aventi un marchio mistico che li caratterizzava, fatto conoscere da una donna celebre al mezzogiorno dell'Europa, ma il quale non modificava ancora la scienza sotto quell'aspetto. In Germania nelle universitá, costrette da tristi circostanze a limitarsi alle escogitazioni scientifiche, le scienze progredivano e si facevano giganteschi lavori sull'erudizione orientale e del medio evo. Sotto l'aspetto filosofico i nomi di Heeren, di Niebuhr, di Tenneman e di Schlegel si legano a questo vasto movimento intellettuale della Germania. Non cosí accadeva in Inghilterra, in Ispagna e in Italia, occupate piú attivamente dei movimenti del tempo; ma dapertutto lo spirito umano riceveva quella forte scossa che gli dovevano dare il bisogno e l'attitudine di porre a profitto e di coltivare tutto ciò che l'intelligenza umana aveva altrove prodotto, servendosi de' nuovi metodi d'insegnamento sparsi per ogni dove.
Gli autori ci serviranno di dimostrazione compiuta della veritá che ci siamo impegnati a provare. Sterile in autori fu l'epoca del periodo di azione in Francia. Alla pace poi comparvero in Inghilterra i trattati di legislazione del Bentham, il quale stabilendo l'utilitá come principio unico e generatore della bontá della legislazione, diede una forma scientifica alla dottrina dell'interesse preconizzata o richiamata a luce nel secolo decimottavo. Ma il sapiente autore era sotto una doppia azione, mentre col suo capitolo dell'influenza della legislazione sui luoghi ed i tempi e di questi sulla prima accettava e svolgeva con profonditá il principio della bontá relativa del Montesquieu, e lo faceva piú compiutamente nel suo trattato dei _Sofismi politici_ ove combatteva la teoria della Costituente. Nei rapporti decennali dell'Istituto si scopre la stessa tendenza, particolarmente negli articoli «filosofia» e «legislazione» redatti dal Pastoret e dal Degerando. Era semplice e naturale che si volesse da alcuni rimontare alle dottrine anteriori a quelle che accusate erano di aver prodotto la rivoluzione: questa tendenza doveva avere gradazioni diverse che corrispondevano ai caratteri differenti dei loro organi piú elevati. In effetto l'autore del _Genio del cristianesimo_ pubblicò quest'opera all'epoca in cui il primo console trattava e segnava il concordato col sommo pontefice; coincidenza significativa della sagacitá dell'uomo di lettere e dell'uomo di Stato sulle disposizioni della societá. Il Ferrand rimontava all'antica monarchia e l'aveva come prototipo, accettava in parte il Montesquieu come il pubblicista piú distinto ed esprimeva la dottrina della monarchia appoggiata sui parlamenti antichi. Il Montlosier dichiarava epoca di decadenza per la monarchia quella stessa che il Ferrand proclamava come la piú perfetta, mentre il pubblicista di cui parliamo non esitava a dichiarare l'èra feudale come la normale della Francia. Il Bonald rimontava piú alto e proscriveva tutte quelle dottrine che fino dal decimoquinto secolo avevano combattuto lo stato sociale e normale del medio evo, ch'egli raccomandava come il piú armonizzante con la vera teoria della legislazione primitiva. Il De Maistre entrava piú compiutamente in questa strada e intendeva con delle dissertazioni filosofiche piene d'ingegno ad offrire come rifugio della societá agitata il dominio assoluto della teocrazia. Da questa disposizione degli spiriti doveva piú tardi dell'epoca da noi trattata avere origine la divisione delle tre scuole: teologica, eclettica e sensualistica, nelle quali oggidí sono divise le scienze morali ed i cultori di esse. L'economia politica che fondavasi sui fatti doveva presentarsi per isvolgere la dottrina dello Smith, e doveva voler modificare la legislazione ove la societá lo era, questa per mezzo dei suoi bisogni pubblici e privati lá dove non lo era ancora. Le opere del Say e del Ganhil, come i lavori del Gioia e del Romagnosi, dovevano mostrare questa tendenza; ed il sistema continentale, lo stato delle colonie e i bisogni della guerra dovevano richiamare l'attenzione dei poteri e delle societá a quistioni pratiche sí feconde di risultamenti per la pubblica e privata prosperitá. _Le ricchezze commerciali_ del Sismondi furono l'espressione di questo bisogno. L'unitá e il vigore amministrativo dovevano incoraggiare la statistica; e l'amministrazione, divisa dal potere giudiziario, avendo la sua gerarchia, le sue leggi e la sua giurisprudenza, faceva ben conoscere, ove erasi adottata, che il medio evo era distrutto e la fusione sociale operata, che la sovranitá non aveva piú ostacoli amministrativi nelle comuni, nelle classi privilegiate e nelle corporazioni di arti e mestieri, ma che trovava nei telegrafi e nelle nuove strade tanti mezzi di rapida azione che mancavano agli antichi poteri.
Nel principio di questo discorso abbiamo indicato brevemente lo stato sociale e partitamente quello delle nazioni diverse. Ora dobbiamo far conoscere nelle stesse proporzioni come la guerra aveva modificato lo stato sociale in generale e quello delle nazioni diverse.
«Una guerra non lascia mai alla fine di essa le nazioni nello stato in cui erano nell'epoca che la precedette». Tali sono le parole dell'illustre Burke; riflessione profonda che rivela l'importanza che quel grand'uomo accordava a queste lotte e la loro influenza sulle societá che ne venivano agitate, e questa opinione conferma il punto di veduta che ci siamo debolmente sforzati di mettere in luce nell'insieme di questo nostro lavoro. E pure il Burke parlava delle guerre parziali fatte per interessi secondari e menate a fine coi metodi ed i mezzi ordinari degli Stati. Ma che diremo di una guerra che ha durato un quarto di secolo, nella quale tutte le nazioni han preso parte, di cui tutte le contrade sono state il teatro ed alla quale tutti gl'individui sono intervenuti come attori o spettatori o vittime, mentre non era né per una frontiera né per un dritto commerciale che le masse si urtavano, ma per la propria esistenza e per tutti i grandi interessi che dominano l'umanitá? I caratteri generali che risultano da questa lunga fusione de' popoli con modificazioni locali e con tendenza comune possono ridursi ai seguenti:
1. Tendenza alla fusione delle diverse classi della societá.
2. Maggiore energia nel potere, disponendo di maggiori mezzi, ed accrescimento corrispondente dei bisogni del potere sotto l'aspetto amministrativo, militare ed in conseguenza finanziere.
3. Importanza acquistata dalle classi produttrici — conseguenza dei bisogni sopra enunciati dei governi, — tendenza alla pace per la stessa causa dell'influenza che i capitalisti hanno nelle transazioni politiche.
L'intelligenza doveva per queste ragioni acquistare maggiore importanza in uno stato sociale e politico ove esistevano tutte le condizioni qui enumerate. Lo stato de' costumi erasi raddolcito, la vita divenuta piú grave e piú solenne; e se le passioni e le umane imperfezioni dominavano come sempre nel mondo, la loro funesta azione era stata piuttosto indebolita che accresciuta dagli avvenimenti, quali avevano dato severa lezione e piú dure abitudini agl'individui tutti. Un maggiore bisogno di miglioramenti positivi e reali e lo spirito di nazionalitá sono il compimento della potente azione di sí lunga guerra sulla societá europea. Senza essere un molto acuto investigatore delle cose umane è facile il ritrovare che la tendenza alla fusione sociale, la forza acquistata dal potere, i nuovi bisogni che ne nascevano, l'importanza delle classi produttrici e quella acquistata dall'intelligenza, il raddolcimento dei costumi, la frivolitá tolta dall'alto posto che occupava, il desiderio del meglio positivo e della propria nazionalitá, moderando però le antipatie nazionali, tutto scaturiva dalla lunga guerra che ha aggiunto tanta esperienza negli uomini, ed ha reso necessarie la ricchezza e l'intelligenza e fatto comprendere la differenza che passa dal bello al possibile in fatto. La mente umana avvezzavasi a meditare su tante catastrofi e la umana volontá ad elevarsi ad immensi sacrifizi, e nasceva un fenomeno interessante quale fu quello della diminuzione delle antipatie nazionali; ché appunto sul campo di battaglia cominciò quella stima reciproca che i combattimenti ispirano pel valore e che in séguito le relazioni pacifiche dovevano vie piú confermare. E questa disposizione contribuir doveva a bandire la frivolitá e a dare una sembianza di maturitá anche alla gioventú, al contrario dell'epoca precedente in cui l'etá matura ed anche avanzata conservava la leggerezza, la noncuranza, le forme e il linguaggio stesso della gioventú. Da questo breve quadro noi vediamo operarsi con una prodigiosa attivitá quella separazione dall'insieme del medio evo, che indicammo essere la tendenza costante della societá moderna, specialmente dal decimo quarto secolo in poi; separazione resa piú compiuta nella sua fisonomia nell'epoca di Luigi decimoquarto e nelle sue condizioni tutte in quella di cui qui ragioniamo. Questo era ciò che volevamo provare; e non ci resta che a ritornare sul quadro degli Stati europei dopo il congresso di Vienna in considerazione de' suoi politici risultamenti, ed avremo risposto alle tre rimanenti quistioni che ci eravamo proposte.
La penisola iberica avea richiamata l'attenzione e l'ammirazione dell'Europa per la sua lunga resistenza alla dominazione francese. Ma la sua posizione topografica, la perdita delle colonie, le interne dissensioni e le perdite sofferte le avevan tolta ogn'importanza positiva nelle transazioni politiche dell'Europa dopo la caduta dell'impero francese.
La Francia ristretta ne' suoi antichi limiti, dominata ed occupata, pareva aver molto perduto d'importanza politica; ma la sua gloria militare non mai smentita neppure nell'avversa sorte, la sua avanzata civiltá e le istituzioni che ne risultarono, conservavanle una potenza morale che non cessò di esercitare sull'Europa tutta.
L'Olanda cessò di esser repubblica, ma riunita ai Paesi bassi divenne una monarchia di secondo ordine.
L'impero germanico vide la confermazione dei re creati durante l'impero, la distruzione de' principati ecclesiastici, la riduzione di tutti i piccioli principi, lo scioglimento del legame feudale rimpiazzato da una federazione. Gli eserciti delle potenze secondarie erano comparsi con gloria sul campo di battaglia, le masse nazionali si erano mostrate perseveranti per la difesa della propria patria e l'intelligenza era in un movimento ascendente in tutti i rami dello scibile. La sua missione nell'equilibrio europeo pareva esser quella di un gran corpo destinato a impedire che il settentrione e il mezzogiorno si urtassero in modo da dare l'universale dominio al vincitore.
La Prussia si era ingrandita e soprattutto erasi rilevata con energia e con gloria dai suoi disastri: ella stava tra le grandi potenze non per estensione, non per configurazione, non per l'unitá de' suoi popoli, ma per la sua forza morale, per l'intelligenza del suo governo, per la bontá delle sue istituzioni militari e pel vigore della sua nazionalitá. Ciò che un grand'uomo aveva fatto nella guerra de' sette anni la nazione intera l'aveva operato nel 1813, 1814 e 1815; la qual cosa, unita all'intelligenza sparsa e progrediente nella societá, davale un valore politico e militare di molto superiore alle sue forze reali.
L'impero austriaco aveva còlto il frutto della sua perseveranza, della soliditá del suo esercito e del patriottismo de' suoi popoli, riprendendo tutto il perduto per la guerra e conservando i compensi di Campoformio e la Galizia.
La Russia che aveva avuto il raro vantaggio di combattere tutta l'Europa nel terreno che meglio le conveniva, nel 1812, ricevette una forte impulsione da questa campagna, e nella sua reazione dominò nel mezzogiorno, nel settentrione e nell'oriente, ricca di nuovi acquisti sul Baltico, sulla Vistola, sul Fasi e sul Pruth; crebbe di forza materiale e morale e di ricchezza con lo sbocco ch'ebbero i suoi prodotti nell'Europa; eserciti numerosi, agguerriti e pazienti assicuravano la sua potenza; e diede una nuova pruova che gli uomini come le nazioni ignorano le loro forze se queste non sono eccitate, mentre Carlo decimosecondo e Napoleone hanno fatto conoscere alla Russia le risorse che aveva per difendersi dalle loro aggressioni.