Della scienza militare

Part 14

Chapter 143,525 wordsPublic domain

Le scienze naturali per quella legge comune a tutti i rami dello scibile umano dovevano avere uno sviluppo rapido assai, mentre la sola applicazione dell'analisi ai fenomeni della natura doveva far progredire in mezzo secolo le scienze naturali piú che non avean progredito in tutti i secoli anteriori. La chimica fu creata, e quando vi era una scienza che decomponeva i corpi nei loro piú semplici elementi, ne risultava che le loro proprietá erano ben conosciute, e la conoscenza de' semplici tendeva a far ottenere quella de' composti. Buon numero di cultori distinti delle scienze naturali in questa epoca comprova la nostra asserzione. In effetto Geoffroy, Vallisnieri, Trambley, Réaumour precedevano ed annunziavano in un certo modo il gran Buffon, che elevò un gran monumento alle scienze naturali e legolle alla letteratura mercé del suo eloquente modo di esporre quei misteriosi fenomeni. Il Dolomieu, lo Spallanzani e il Daubanton fecero lavori di una estrema utilitá quanto ai progressi delle scienze naturali, sí nei vari lor rami che nelle loro classificazioni. L'immortale Linneo, preceduto dal Rey, dal Tournefort, dal Micheli, risolvette il grave problema di stabilire un sistema generale di classificazione per le piante secondo i lor sessi. La chimica annoverava tra i suoi piú distinti cultori Beyer, Bergeman, Fontana, Priestley, Volta, le cui scoperte doveva riassumere ed ordinare il genio del Lavoisier. La medicina si giovava di tutte le scoperte chimiche e botaniche, mentre le proprietá de' vegetabili e il modo di usarne ne costituiscono i fondamenti. I Van Swieten, gli Scarpa, i Cotugno e molti altri egregi furono l'espressione dei progressi delle scienze naturali applicate alla medicina.

Egli è chiaro che una volta adottato il metodo sperimentale con tanto successo per le matematiche miste e per le scienze naturali, le arti dovevano essere ad un livello corrispondente o presto arrivarvi. Le osservazioni astronomiche, le esperienze fisiche, anatomiche e meccaniche erano fondate sulla bontá degl'istrumenti, e nel tempo stesso che le scienze determinavano il modo di costruirli, il loro perfezionamento favoriva il progresso delle scienze: quindi nasceva un legame tra le arti e le scienze, talché le prime non erano se non l'applicazione delle seconde astrattamente considerate. Per tal forma la condizione degli artisti nobilitavasi, nulla perdendo del suo splendore quella degli scienziati; e questi nuovi rapporti vie meglio menavano alla fusione delle classi separate nel medio evo. Può dirsi liberamente le macchine areostatiche essere stata la dimostrazione piú lucida di tai relazioni fra le arti, le scienze ed i loro cultori.

Le comunicazioni rese piú frequenti fra le nazioni europee, al che contribuivano egualmente la pace, la guerra, il commercio, le scienze; i bisogni sempre crescenti di societá incivilite, le quali mutando costumi, sentimenti ed idee, andavano sempre piú allontanandosi dalle forme del medio evo; tutto questo dovea grandemente contribuire allo sviluppo delle scienze morali, sendo che in societá sí avanzate nella civiltá stringeva il bisogno di migliorare la legislazione, di fissare le regole che debbono presedere alla formazione e al consumo delle ricchezze, di stabilire su certi princípi il dritto pubblico ed il regime coloniale reso di tanta importanza in quel secolo. La filosofia, ossia la cognizion delle leggi che presiedono all'azione dell'intelligenza e della volontá, era troppo legata alle discipline sopra indicate per non essere coltivata con ardore, ed in effetto fu considerata sotto tutti gli aspetti da uomini eminenti presso tutte le colte nazioni, talché conservò il suo carattere, combinato con quello del paese e del secolo al quale apparteneva. All'ammirazione per la legislazione romana che i grandi giureconsulti del secolo scorso professavano, succedette una critica severa, trovandosi quel sistema poco conforme allo stato sociale d'Europa e sovente incapace di sostenere la sua antica superioritá ogniqualvolta venía misurato non sulla stretta scala del giureconsulto ma su quella piú vasta e piú alta del filosofo. In effetto il Vico colla sua opera intitolata: _Fonti del dritto_ trattava filosoficamente questa quistione e si preparava ad esporre le leggi che sieguono le nazioni nel loro corso fondato sulla natura dell'uomo ed i suoi destini. Cosí la storia dei popoli era sottoposta ad una misura comune che dovea darle unitá metafisica e dare dovea alle scienze morali un alto punto di vista. Difatti malgrado ciò che vi può essere d'incompiuto ovvero di esagerato nei voli di un'alta fantasia, il Vico poco compreso dai suoi contemporanei benché il celebrassero grandemente, era destinato a brillare in un secolo ricco per opera di lui di storiche esperienze e in possesso di tutte quelle idee intermedie la cui mancanza rese il nostro illustre compatriota sí oscuro a' suoi tempi. Montesquieu accettando con diversa relazione la definizione delle leggi di Cicerone, determina nella sua immortale opera per quali cause le leggi che paiono meno in armonia col loro ideale modello abbian potuto reggere senza discapito molte nazioni. E cosí riguardando assai piú alla bontá relativa che all'assoluta, diede il perché delle leggi e stabilí le quistioni legislative sopra tutt'altro terreno che quello dei legisti. Ma la misura di un uomo di genio temperato dalla pratica delle cose doveva mancare ad un altro uomo ugualmente superiore, ma che guardava la societá piuttosto nelle sue imperfezioni che nei suoi risultamenti; ond'è che questi nelle sue politiche escogitazioni fece l'inverso del Montesquieu, tenendo in niun conto la bontá relativa e fondandosi sull'assoluta. Il Filangieri ammettendo la bontá relativa edificava la _Scienza della legislazione_, seguitando un metodo severo mercé del quale le veritá secondarie si deducevano dalle primarie. Il Pagano ne' suoi _Saggi_ illustrava il Vico. Il Briganti e lo Stellini seguitavano la medesima traccia, e con essi il famoso Herder, il quale se è men saldo del Vico nei suoi principi e se è incerto nelle sue conseguenze, compensa però la sua inferioritá con molta potenza di stile e con molta ricchezza di conoscenze in fatto di storia naturale e di storia orientale. L'economia politica, scienza la quale vie meglio provava la decadenza dei costumi e del viver civile nel medio evo e l'importanza delle classi industriali, avuto avea sede in Italia. Gli economisti francesi fecero acquistare popolaritá alla scienza e resero la discussione utile ed importante. Lo Smith pose in luce le idee appena in germe del Serra e si lasciò addietro l'illustre Genovesi, quantunque questi si fosse il piú alto rappresentante della scuola mercantile, poiché il difetto era in questa e non in lui. Il Galiani col suo _Trattato sulle monete_ e i suoi _Dialoghi sul commercio dei grani_ mostrava che nella sua patria si era sempre a livello di una scienza che in essa avea avuta la culla. Stabilito il lavoro come il principio della produzione e la sua divisione come il progresso di essa, nasceva da questi due princípi un intero sistema sociale che trasformava ogni cosa e faceva considerare come ostacoli inerti tutte le istituzioni del medio evo. Le scoperte di Bacone e i metodi di Cartesio avevano prodotto Loke, che interpretato come sensualista in Francia, produsse Condillac e la sua scuola; interpretato come idealista in Inghilterra, produsse lo scetticismo di Berkeley e di Hume. Il primo negava il mondo materiale, il secondo il legame delle cause e degli effetti e la immutabilitá delle distinzioni morali, cioè tutto ciò che costituisce la nostra natura e la sua dignitá. Sorse la scuola scozzese, e gli uomini che la formavano, cosí stimabili come sapienti, ricorsero al senso comune per confutare errori sí pericolosi. Il Kant volea fare il medesimo, ma fedele al genio della sua nazione cercava nelle regioni elevate della psicologia trascendentale, che fondava però sulla ragion prattica, il modo di combattere lo scetticismo, che gli scozzesi come abbiam detto cercavano nel senso comune. Tra questi modesti filosofi che limitavano gli sforzi dell'intelligenza a causa dell'imperfezione della nostra natura vediamo lo Smith, il quale come il Genovesi smentiva l'idea che l'economia politica materializzasse per cosí dire l'umanitá, mentre i filosofi si occupano dell'uomo come essere morale e ne determinano i doveri e i destini.

Il carattere generale dell'epoca scientificamente considerato può dirsi essere stato lo spirito filosofico che il Portalis definisce come «il colpo d'occhio di una esercitata ragione, che è per l'intendimento ciò che la coscienza è pel cuore, che nelle sue investigazioni valuta ogni cosa secondo i suoi propri princípi indipendentemente dall'opinione e dalle costumanze, e che non si arresta agli effetti ma rimonta alle cause». E lo stesso autore soggiunge che lo spirito filosofico è superiore alla filosofia, come lo spirito geometrico è alla geometria, come la conoscenza dello spirito delle leggi è alla conoscenza delle leggi. L'enciclopedia fu la grande intrapresa che può servir di misura quanto allo stato dello scibile e della societá. Lo spirito filosofico vi dominava non temperato né dalla moderazione né dall'esperienza che lo stato sociale non offeriva. Checché possa dirsi quanto all'esecuzione sotto l'aspetto morale e scientifico, l'enciclopedia metteva in azione la classificazione di Bacone e mostrava la sorgente comune delle umane conoscenze che tutte avevano la loro filosofia, vale a dire la loro ragion prima; e il loro punto di contatto era in essa da riguardarsi siccome scopo della umana curiositá, siccome l'ostacolo che la sua intelligenza tentava invano distruggere.

Lo stato sociale rifletteva lo stato intellettuale. Il suo principale carattere era la fusione degli elementi sociali sí severamente classificati nelle epoche anteriori ed un bisogno di applicare all'utile tutte le scoperte dell'umana intelligenza. Da queste due principali disposizioni dovea derivare l'amore dell'umanitá, cioè il principio di caritá cristiana, da sentimento trasformato in idea sotto il nome di «filantropia». In effetto tutti i miglioramenti recati alla sorte degli esseri piú infelici, come i prigionieri e i malati, con rendere le prigioni men dure, gli spedali piú utili, la vita dei poveri e degli esposti men trista, servono a provare la veritá di quanto asseriamo. Cosí pure le pene un poco mitigate, l'orrore che ispiravano i supplizi atroci, la procedura segreta, la tortura e l'inquisizione, gli omaggi prodigati all'intelligenza e la tolleranza religiosa son pruove a favore del nostro asserto. Quanto alla tolleranza religiosa giova per altro avvertire che il commercio la rendeva indispensabile, e col commercio la riunione di sudditi di diverse credenze sotto lo stesso sovrano. Il principio d'utilitá tendeva a dominare ove i bisogni degl'individui e degli Stati erano cresciuti, l'antico ordine sociale basato sul medio evo andava crollando e la societá si rinnovellava ne' suoi elementi. Il potere dominato dalle medesime circostanze entrava nelle medesime idee e tendeva a costituirsi in monarchia amministrativa, riconcentrando in sua mano quel che nel medio evo erasi diramato; e con ciò si credeva di potere giovare alla societá intera, di migliorarne le leggi e i costumi, di farla finalmente progredire in ricchezza. Giuseppe, Caterina, Leopoldo, Federico, Carlo terzo e suo figlio Ferdinando, e i Pombal, Aranda, Gassez, Choiseul, Tanucci, Acton, Manfredini sono per cosí dire i rappresentanti di questa tendenza degli Stati e di chi li reggeva, come pure tutti i codici e tutte le misure tentate o eseguite da loro. Da ciò risultò che non solo la scienza, prima racchiusa nei chiostri, divenisse patrimonio dei laici, ma che i sapienti divenissero spesso se non governanti almeno consultori de' governanti e si fondessero nella societá dalla quale erano stati in certa guisa presso che separati. Esisteva una opposizione, una discordanza tra le leggi rimaste in vigore, i costumi e le opinioni. L'economia politica sollevavasi a scienza e trovavasi in urto con tutta la legislazion commerciale, civile e criminale. I costumi erano piú dolci ma insieme piú molli: eravi molta rassomiglianza col secolo decimoquinto.

I risultamenti politici dell'epoca possono ridursi:

1. Alla compiuta distruzione dell'impero germanico dopo la felice resistenza della Prussia e la pace che le conservò la Slesia.

2. Alla distruzione del principio emesso nel trattato di Westfalia, che l'equilibrio consistea nel proteggere i deboli contro i forti e nell'evitare l'ingrandimento degli ultimi. La divisione della Polonia fece violare il principio, e fu discussa la divisione dell'impero ottomano. Si volevano evitare le guerre tra i forti che molto costavano e poco fruttavano.

3. All'influenza della Russia e della Prussia sull'equilibrio europeo, la quale aggiunta all'azione negativa che vi esercitavano per cause diverse la Spagna e l'Italia, e allo stato di crisi in cui era la Francia politicamente e militarmente considerata, faceva sí che il settentrione dominasse il mezzogiorno e che i potentati che per lo innanti camminavano in prima linea or secondassero.

4. Alla dominazione che esercitava l'Inghilterra come potenza marittima e coloniale su tutto il globo.

5. Alla creazione del novello Stato americano che annunziava la vicina caduta del sistema coloniale.

Ci pare aver risoluto il problema che ci eravamo proposto ed avere compiutamente risposto ad ogni quistione. Questa vasta trasformazione, che non toglie alla societá il suo carattere ma invece la rafferma in esso, sorge dal modo di costituirla, dalle guerre, dal modo di farle e prepara nuovi avvenimenti. Passioni ed errori han reso talvolta assai dolorose anzi detestabili le guerre; ma esse nascevano dal principio indicato di sopra che la conservazione delle societá dipende dal loro progresso, e la ignoranza di una tal veritá precipita gli avvenimenti a spese dell'umanitá.

DISCORSO VIII

Intorno allo stato della scienza militare ed alle sue relazioni colle altre scienze e collo stato sociale dal 1789 al congresso di Vienna nel 1815.

I movimenti delle umane societá per compire i misteriosi fini della provvidenza divina s'operano continuamente, ma non si manifestano cosí chiaramente a tutti se non che in certe epoche, in cui tutte le trasformazioni lentamente e quasi insensibilmente operate nel corso dei secoli si riassumono in un grave avvenimento, che non crea ma rivela bensí e mette in luce quella serie di modificazioni che il corpo sociale subiva, e le presenta nel loro insieme cosí coordinate nei metodi come determinate nello scopo. La societá moderna formata sulle rovine dell'impero romano aveva per basi lo stabilimento del cristianesimo e l'invasione de' barbari: quello cambiava le credenze, questa modificava la popolazione introducendovi un elemento estraneo al suolo. Il vigore morale stava nel cristianesimo; il fisico, per cosí dire, nelle razze germaniche che n'erano sí riccamente dotate dalla natura, nelle quali veniva conservato dalle loro sociali condizioni. Noi abbiamo cercato d'indicare nei nostri precedenti discorsi, cominciando dal terzo, per quante fasi e per quante forme questi elementi delle moderne societá sieno passati per giungere all'ultima indicata nel nostro settimo discorso; e notammo che altre trasformazioni dovevano conseguitare alle prime, e che esse tutte nel loro insieme non alteravano né gli elementi né l'impronta caratteristica della moderna societá né lo scopo finale che da questa si dee raggiungere. Rifiutare una veritá sí chiara, contenuta in tutte le pagine della storia e nell'analisi delle nostre facoltá intellettuali e morali che spiegano ciò che le vicende storiche fanno conoscere, pare quasi contrario all'esercizio della piú comune intelligenza applicata a un tal genere di speculazione. Ma l'esperienza c'insegna che generalmente non si giudicano gli avvenimenti che scuotono l'umanitá, che urtano le abitudini ed attaccano al tempo stesso il benessere e la moralitá delle nazioni; non si giudicano, dicevamo, secondo le idee esposte qui sopra. La spiegazione di questo fenomeno sta a nostro credere in un sentimento che onora la nostra natura, cioè quello di credere che il male morale sia un'eccezione e non si trovi nell'ordine costante, per cui in generale queste crisi terribili sono considerate come periodi eccezionali, nei quali le leggi che regolano l'intelligenza e la volontá umana sono sospese dal loro corso ordinario e soppiantate da movimenti che non sono suscettivi di spiegazione secondo il naturale ordine delle cose. Sebbene purissimo nella sua sorgente, questo modo di giudicare non può essere ammesso come veritá senza contrastare alle regole che nascono dalla filosofia della storia e nuocere allo scopo morale stesso che ha determinato questo genere di soluzione, mentre l'ignoranza delle cause rende fatali gli effetti di ciò che piú si teme. Conseguentemente a quanto esponemmo, noi teniamo per fermo che tutti gli avvenimenti che han compromesso tante esistenze e fatto cosí gran male erano l'effetto di quella elevazione e di quelle modificazioni che abbiamo indicate nei nostri vari discorsi, fermando l'attenzione del lettore su tutte le vicende che lo scibile e lo stato sociale subivano in ogni secolo, e mostrando come la scienza della guerra seguiva ed esprimeva queste fasi sociali. Questo punto di vista da noi adottato fa rientrare nel corso delle cose umane questi grandi cataclismi del mondo morale, come la cognizione perfezionata dalle leggi fisiche vi ha fatto rientrare quelli che si operano nel mondo materiale, senza distruggere in alcun punto la responsabilitá morale degl'individui che vi partecipano. La dottrina de' doveri è chiara e semplice: essa è deposta nelle prescrizioni religiose, nelle opere de' moralisti e soprattutto nella coscienza di ognuno e di tutti. Certo non in tutti i tempi l'esecuzione de' propri doveri domanda la stessa energia e condanna agli stessi sacrifizi; ma se la dottrina dei doveri dovesse tacere in faccia agli ostacoli ed ai pericoli, il punire che fa il codice militare la mancanza di coraggio in un uomo fisicamente indebolito dalle privazioni e dalle fatiche e moralmente dal desiderio della propria conservazione e dalle piú legittime affezioni, sarebbe un'assurda atrocitá. E pure non è cosí. Della serie de' doveri l'ultima espressione è il martirio. Soggiungiamo per ispiegare piuttosto che per giustificare i mali ed i loro autori, che ordinariamente alle grandi crisi precedono delle epoche di calma, calma che ammollisce i caratteri e toglie all'intelletto i materiali dell'esperienza; per il che accade che gravi errori nascono per ignoranza e debolezza ed in tutte le classi della societá, còlte all'improvviso, per cosí dire da avvenimenti che le schiacciano, sorpassando le loro forze morali e intellettuali: errori che di rado sono sterili e spesso producono movimenti grandi e rapidi. E gli errori diventano orrori in pratica, quando debbono essere subito applicati; veritá che non ha bisogno di dimostrazione pei nostri contemporanei.

La serie d'idee che esponemmo è quella appunto che costituisce il carattere del periodo, breve di tempo ma ricco di avvenimenti, che siamo per trattare in questo discorso, il quale comprenderá l'epoca racchiusa tra il 1789 e il 1815, cioè dalla riunione degli Stati generali fino alla pubblicazione dell'atto del congresso di Vienna. L'abbondanza della materia ci costringe a dividere questa epoca in due periodi, dei quali il primo andrá fino al trattato d'Amiens nel 1800 che pose fine alla prima guerra, e il secondo fino al congresso di Vienna che pose fine alla seconda. Sentiamo tutte le difficoltá cui andiamo incontro nel trattare questo periodo in ristretto, ma seguiremo lo stesso metodo adottato nei precedenti discorsi e ci faremo ad esporre lo stato dell'Europa nel 1789.

La penisola ispanica avea nel suo stato sociale e nella sua interna politica un carattere uniforme: non cosí nella sua politica esterna. Il Portogallo e la Spagna conservavano piú di qualunque altro Stato le vestigia del medio evo cosí nelle istituzioni come nelle abitudini e nelle opinioni. Gli sforzi di Pombal e di Carlo terzo per condurre la civiltá di quella penisola al grado degli altri Stati piú inciviliti di Europa furono seguiti da una reazione in senso opposto, alla caduta di Pombal pel Portogallo ed alla morte del re per la Spagna; avvenimenti che fecer cadere in mani poco abili la somma delle cose e perciò impedirono le migliorie cominciate. Quanto all'esterna politica, la Spagna fedele al «patto di famiglia» seguitava in tutto la politica francese; il Portogallo in virtú del trattato di Mathuen era divenuto una colonia inglese e continuò ad esser tale dopo la caduta di Pombal. Una tale divergenza nella tendenza politica dei due potentati della penisola avea solo questo di comune: di non seguirne una propria; e ciò proveniva dall'inferioritá amministrativa che paralizzava le nobili qualitá e gli storici ricordi di amendue le nazioni.

In Francia lo stato delle opinioni, quello de' costumi, il disordine delle finanze, il decadimento della sua politica influenza, tutto dimandava, per evitare una crisi e per ristabilire l'equilibrio tra gli elementi, un braccio vigoroso e una mente illuminata ad un tempo, per temperare i rimedi difficili ad amministrarsi quando s'impiegano al momento in cui diventarono indispensabili.

L'Inghilterra retta da grandi uomini cresciuti all'ombra delle sue istituzioni si consolava della perdita delle colonie, e sostituendo il calcolo commerciale all'orgoglio politico, s'accorse di non aver fatta gran perdita pel trattato del 1783. Potente influenza esercitava poi sull'Europa mercé de' suoi gran capitali, del suo credito, della sua marina e della sua civiltá; e questa influenza, fortificata dall'alleanza prussiana, si estendeva cosí all'occidente che al settentrione e all'oriente.

Quanto all'Olanda, molte erano le cause della sua decadenza. Venuta in lotta col suo capo politico, questi ricorreva alle armi straniere, e in venti giorni ventimila prussiani occupavano l'Olanda: avvenimento stranissimo per uno Stato che avea resistito per sessant'anni contro la potenza spagnuola.

La Prussia benché avesse perduto nel gran Federico uno di quegli uomini ai quali, come sagacemente dice il Segur, si succede ma non si supplisce, godeva di quella considerazione che la gran guerra dei sette anni le avea meritata, per avere con tanta disproporzione combattuto ed aver non solo conservato la sua esistenza politica, ma benanche ingrandito la sua potenza materiale e morale mercé delle fatte conquiste e della gloria acquistata. In effetto sovrastava alla Francia nel mezzogiorno e occupava l'Olanda a malgrado delle lagnanze di quel potentato; nel settentrione controbilanciava la Russia e l'Austria nelle quistioni polacca e germanica; e nell'oriente faceva abbandonare Belgrado alla casa d'Austria, solo risultamento di una guerra infelice.