Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria
Part 9
Nella peste di Venezia del 1555-56 Nicolò Massa, medico a que' tempi riputatissimo, incorse in grave errore, da che chiamato a dare giudizio sulla natura del male non ebbe a riconoscerla, ed attribuì a vizio dell'aria quelle infermità.
Più grave ancora fu lo sbaglio commesso dai medici nella celebre successiva peste della stessa città di Venezia degli anni 1575-76, e specialmente dei due rinomati professori di Padova Mercuriale e Capodivacca, chiamati espressamente a Venezia dalla Repubblica per riconoscere la vera natura del morbo, il quale per peste non riconobbero, per cui i Magistrati essendosi abbandonati con soverchia fiducia a quelle opinioni, furono trascurate le necessarie precauzioni di sanità, e Venezia ebbe a soffrire per quella pestilenza la perdita di circa sessantamila persone (V. _facc. 365_).
Il medesimo errore venne commesso dal celebre Ingrassia (Filippo), Protomedico della Sicilia, nella peste di Palermo degli stessi anni 1576-76.
Le acerrime quistioni insorte fra i medici sull'indole della malattia nella peste di Montpellier del 1629 furono pur cagione di gravissime sventure; da che, mentre i medici nelle loro dispute s'incalzavano l'un l'altro con sillogismi, mentre i Magistrati attendevano la decision della lite, la peste estendeva tacitamente le sue conquiste, in guisa che non fu più possibile di arrestarla, e Montpellier perdette da quella pestilenza circa la metà de' suoi abitanti, di quelli cioè ch'eran rimasti in città (_pag. 384-86_).
Nella peste che afflisse l'Italia agli anni 1629-30-31, la parte settentrionale del Milanese ebbe pur molto a soffrire dipendentemente da questa causa, cioè per non essere stata la malattia riconosciuta se non quando avea già fatto di molti progressi, nè v'era più tempo di arrestarla (V. _facc. 393_).
Nella stessa Milano a quel medesimo tempo alcuni medici e chirurghi essendosi ostinati a sostenere che quel male non fosse peste, contro l'autorità di molti altri, dotti e sperimentati che l'affermavano, furono eziandio cagione che il contagio ampliasse le sue conquiste; e finalmente la morte abbattendo a visiera alzata gran numero di vittime, disingannò gl'increduli e diede fine alla lite (_facc. 394_).
Nella peste di Verona del 1630, a malgrado le ferme dichiarazioni di alcuni dotti e sperimentati medici, a malgrado la gravissima mortalità e la più chiara evidenza dei fatti, non mancarono medici e chirurghi che mettessero in dubbio l'esistenza della peste; quelle subite moltiplicate morti chi a vermini attribuendo, chi a maligne febbri ma non pestilenti, negando fermamente che in Verona peste vi fosse (_facc. 404_).
Ancor di peggio avvenne nel- l'ultima memorabile peste di Venezia degli anni 1630-31, giacchè ad onta di tre conformi giudizii medici, da' quali venne concordemente dichiarato che que' morbi che incutevano tanto timore pur troppo vera peste si fossero, avendo il Senato con poco sano consiglio ordinato _che si convocassero trentasei medici per sapere col fondamento delle loro opinioni la qualità di essi mali e i rimedii proprii a medicarli_, codesti trentasei medici, com'era da prevedersi, si divisero in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo che fosse peste e che in conseguenza si dovessero prendere le più severe precauzioni, e gli altri negandolo. A favore di ciascuna essendosi dichiarato un forte partito, gravi quistioni si suscitarono. Ed in tanto, mentre i medici acremente disputavano fra loro, mentre i Magistrati in sì grave incertezza se ne stavano inoperosi attendendo la decisione della medica controversia, la peste estendeva le sue conquiste, e non essendo stato più possibile di arrestare il corso al contagio, orrendo strazio fece di quegli abitanti, a tale che in 11 mesi uccise circa 94000 persone (V. _pag. 416-418_).
La medesima cosa a un di presso avvenne a Firenze nello stesso anno 1630, quando il micidiale contagio recatovi da Bologna serpeggiò occulto per qualche tempo (_Rondinelli, Relazione del contagio stato in Firenze l'anno 1630 e 1633_. V. _facc. 430_).
Nella terribile peste di Napoli del 1656 avvenne all'incirca lo stesso. I medici in sulle prime non la riconobbero. Di essa nei principii i perniciosi effetti ascrivevano «chi a febbri maligne, chi ad apoplessie, chi ad altri mali. Non mancò ad ogni modo chi, per più accurata osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma pervenuto all'orecchie del Vicerè, che costui andava pubblicando il male essere contagioso, fu il medico posto in oscuro carcere, dove ammalatosi ottenne per sommo favore d'andar a morire in sua casa; donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad occultare la qualità del male (_Giannone, Storia Civile del Regno di Napoli_. V. _p. 467-68_).»
A quegli stessi anni 1656 lo stesso accadde anche a Genova. Ivi in sulle prime invalse l'opinione che quel morbo fosse mal comune; e si continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l'opportunità ed a tenore degli argomenti che all'improvviso accadevano. Ma nello spazio di pochi giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma invano, di por riparo con ogni diligenza alla piena dello struggitore contagio. In poco più di sei mesi ne sono perite pressochè settantamila persone.
A Malta egualmente nella funestissima peste del 1676, i gravi dispareri insorti tra i medici sulla vera natura del morbo, lasciarono al contagio aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, e quell'Isola da detta pestilenza venne pressochè interamente deserta (_facc. 497-98_).
A Vienna parimenti nel 1712 nei primi malati la peste non fu conosciuta. Il contagio serpeggiò occulto per qualche tempo fra le puerpere del civico spedale, senza che si sospettasse della natura del morbo; ed anche quando vennero trasportate tutte le puerpere e le gravide dal civico spedale in un apposito Lazzeretto fuori della città, insorse grave discrepanza d'opinione fra i medici sulla natura del male, e le discipline e provvedimenti da opporsi ai di lui progressi vennero per sì fatti contrasti ritardati per qualche tempo (V. _facc. 513-15_).
Troppo note sono le scandalose quistioni, i gravi dispareri insorti fra i medici al tempo della peste di Marsiglia del 1720-21, i quali diedero occasione alle immense sciagure e rovine a cui fu soggetta quella città, ed al profluvio di opere e di scritture che abbiamo sopra quella pestilenza, non essendo, ch'io sappia, sopra alcun'altra stato scritto altrettanto.
Questa fu la circostanza in cui i due professori di Montpellier Chicoaneau e Verny, invitati dalla Corte Sovrana a dare un definitivo giudizio sulla natura dei mali che recavano a Marsiglia tante stragi e rovine, presero un grossolano errore, e non li riconobbero per peste, a malgrado ch'essa si mostrasse co' suoi più manifesti segnali e fosse giunta a tale da escludere qualunque dubbio anche fra le persone che non eran dell'arte. Ciò ch'ebbe a recare ancora più meraviglia si fu, che M.r Chirac, medico del Reggente, che godeva allora di molta riputazione, appoggiò con una Memoria le false opinioni dei detti due professori (_facc. 522, 547-48_).
Anche nella città di Messina la peste nel 1743 s'introdusse incognita e mal appresa. Il Capitano del bastimento proveniente da Missolongi, con carico di lana ed altri effetti, che portò il contagio in quella città, infermato e morto al Lazzeretto, fu giudicato dai medici esser morto da _resipola retrocessa_. Le febbri accompagnate da bubboni e da altri sintomi pestilenziali, che dopo circa due mesi si erano manifestate in un quartiere della città, vennero dichiarate bensì _malattie epidemiali, ma in conto alcuno nè contagiose nè pestifere_. Per le quali dichiarazioni essendosi i Magistrati abbandonati ad una cieca fiducia, vennero trascurate le più opportune precauzioni.
Egualmente in questo corso di pestilenza, come in altri casi, vi fu pur uno fra i medici che vide chiaro e che sostenne esser que' morbi peste effettivamente. Ma detta opinione così isolata e vivamente combattuta dagli altri, non prevalse. Moltiplicatosi però poco appresso in modo spaventevole il numero de' malati e dei morti, i medici ed i Magistrati si accorsero del loro errore, ma troppo tardi. Si ordinarono delle misure di difesa, ma pur troppo queste non corrisposero perchè applicate fuori di tempo, e Messina per l'ignoranza de' medici, per l'improvvida credulità de' Magistrati, fu ridotta a tali e sì crudeli estremità di sventure da non aversi parole sufficienti a descrivere. Di circa quarantamila abitanti essa ne perdette più che ventottomila (_facc. 623 e seg._).
A Kiovia città della piccola Russia, allorchè nel 1770 dalla Podolia s'è introdotto il contagio, successe all'incirca la medesima cosa, si mossero le stesse incertezze, le medesime quistioni. La peste da principio fu messa in dubbio, e non se n'è ravvisato il pericolo se non allorquando, la mortalità divenuta assai grande, alla cieca fidanza successero il terrore, la confusione ed un fatale abbandono (_facc. 787_).
A Jassy e a Cozim a detta epoca avvenne a un di presso lo stesso.
Anche nella memorabil peste di Mosca degli anni 1770-71-72 si è osservato avverarsi siffatto destino, che viene affermato dalla storia aver luogo in quasi tutte le pesti, cioè l'errore di alcuni medici nella diagnosi della malattia, la loro ostinazione nel continuare a negarla, a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, e l'opinione di altri dotti e sperimentati che costantemente l'affermano. Avvenne in fatti in quella terribile pestilenza, che, scoppiata la malattia in Novembre 1770 nel grande Ospedale militare di Mosca ed in alcune separate casuccie ad esso vicine, ove abitavano i custodi colle loro famiglie, e morte circa venti persone con manifesti indizj di peste, tanto il primario medico di quell'Ospedale, Dott. Schafonshy, che altri undici medici chiamati a consiglio, non esitarono a dichiarare che quei morbi erano vera peste pur troppo. A questa opinione però si è opposto il primo fisico della città, Dott. Rinder, il quale ad appoggio della sua incredulità non dubitò di accampare il solito falso argomento — che se peste fossero stati que' morbi, ne sarebbero senz'altro già andate infette molte altre persone, e segnatamente i medici che assistettero i malati, i serventi e i circostanti coi quali vissero in comunicazione, quando invece essi tutti si mantenevano sani. — La qual'opinione, sebbene in sulle prime non abbia prevalso, e l'Ospedale fosse stato tosto circondato da guardie ed accuratamente segregato dalla città; pure per fatalissima combinazione essendosi minorato il numero degli ammalati sospetti nell'Ospedale, e scorse sei settimane senza che si sentisse parlare di peste nella città, al primo spavento successe fatalmente una piena sicurezza; e l'opinione del fisico della città, sostenuta non solo dal volgo, solito a giudicare le cose dagli effetti che lo colpiscono, ma eziandio da un gran numero di notabili di quella capitale, prevalse così, che vennero trascurate tutte le cautele di sanità e lasciato libero il campo all'insidioso contagio, il quale, manifestatosi in Marzo 1771 nell'amplissima casa ad uso di fabbrica di panni situata nel centro della città ed abitata da circa tremila operai, non tardò molto a divampare in incendio, in guisa che non fu più possibile di arrestarlo, e Mosca perdette per quella pestilenza circa centotredicimila persone (Vedi _Mertens De peste, Oreus, Semoilowitz_, ecc.).
Nella peste di Spalatro del 1784 si à verificato eziandio il medesimo scandalo. Morto essendo in uno dei sobborghi della città un individuo, che aveva servito nel Lazzeretto al maneggio di alcune merci sospette provenienti dalla vicina Turchia, e ch'era uscito poco prima dal detto Stabilimento e morti in appresso parecchi altri individui, egualmente che il primo dopo breve decubito e con manifesti segnali di peste, alcuni medici, e tra questi fatalmente uno per l'ufficio suo molto influente, non la riconobbero, e continuarono ostinatamente a negarla, a malgrado la contraria opinione di altri abili e sperimentati (tra' quali il riputatissimo Dott. Bajamonti) che per tale fermamente la dichiararono. Sicchè, trascurati que' provvedimenti, che opportunamente attivati avrebbero impedita la dilatazione del contagio e salvate quelle popolazioni, venne in vece, per soverchia credulità de' Magistrati a quelle false opinioni, lasciato aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, che ridusse la città di Spalatro alle più grandi estremità di sventure; di poco o nessun giovamento essendo riuscite le misure sanitarie prese con molta fretta allorchè moltiplicate le morti ebbero queste a dissipare i dubbii sulla natura del male; e la città di Spalatro perdette per quella pestilenza più di un terzo de' suoi abitanti, e molti pure ne perdettero i luoghi vicini (Vedi _Bajamonti Storia della peste di Spalatro degli anni 1783-84. P. Fedele da Zara Cappuccino. Della peste di Spalatro Op. ined._).
Anche nell'ultima peste di Malta del 1813 le opinioni de' medici furono discordi sopra la qualità della malattia, che si ritenne generalmente essere stata introdotta in quell'Isola da un bastimento inglese proveniente da Alessandria d'Egitto con carico di merci suscettibili, sul quale erano morti di peste per via parecchi uomini dell'equipaggio. I medici inglesi affermavano che fosse peste: i maltesi negavanlo ostinatamente (tranne alcuni pochi), sostenendo che fosse in vece una malattia maligna propria di quelle località. Il perchè, il popolo di Malta lusingato da quelle false opinioni, non volle credere all'esistenza del contagio se non allorquando s'era già molto avanzato. Continuava ad ammassarsi nelle Chiese, far processioni, i parenti e gli amici continuavano a visitare i malati senza scrupolo e senza precauzioni, si nascondevano per quanto potevasi alla vigilanza della polizia le vittime del contagio che si andava ogni dì più estendendo, non solo nella città capitale detta La-Vallette; ma eziandio nella maggior parte dei villaggi vicini, prima che una possente autorità protettrice avesse potuto opporsi ai di lui progressi.
Quel Comitato di Sanità, di concerto col Lord Alto Commissario Governatore civile dell'Isola, conoscendo quanto fosse fatale quello stato d'incertezza e d'indecisione, pubblicò un Avviso, col quale venne dichiarato essere stato positivamente riconosciuto dal Collegio medico nella sua sessione del giorno 12 Maggio di quell'anno, che le malattie correnti erano _vera peste_, e che sarebbe stato severamente punito chiunque avesse tentato di far credere diversamente, cioè quelle non esser peste; e veniva promesso un generoso premio in denaro a quelli che avessero indicati gli autori di tali voci contrarie al fatto. Nel medesimo senso il Governatore emanò un'altra Notificazione in data 24 Maggio, nella quale era riportato il voto medico sulla natura di que' mali, sottoscritto dal protomedico del luogo, Dott. Luigi Caruana, e da altri dodici medici maltesi e tre inglesi; e nessuna controversia ebbe luogo dappoi. Frattanto però il contagio aveva avuto il tempo di dilatarsi e moltiplicare le sue conquiste in modo che non fu più possibile di circoscriverlo a malgrado le più saggie e provvide cure di quelle autorità. Si estese fino a Gozzo, e l'Isola di Malta venne per più mesi desolata da questo flagello, che le fece soffrire la perdita di circa ottomila de' suoi abitanti, avendo attaccato segnatamente gl'indigeni. I turchi, i greci che abitavano nella capitale, vennero risparmiati, e più particolarmente ancora ne andarono esenti gl'inglesi, ciò che era per gli abitanti un incomprensibile mistero (_Skiner Joseph. On the Late Plague_ ecc. _Rapporto del Prefetto del Mediterraneo al Ministro dell'Interno 11 Giugno 1813_).
I medesimi errori, la stessa imperizia medica nel conoscere la malattia ebbero luogo anche nella peste di Bukarest agli stessi anni 1813-14. Introdotta, per quanto sembra, da Costantinopoli nella Valacchia col mezzo dei greci ch'erano del numeroso seguito del principe Caradscha, il quale proveniente da Costantinopoli giunse a Bukarest in Febbrajo 1813, ed essendo morti per via alcuni di essi ne' Casali posti sulla strada che conduce a Bukarest, la peste vi serpeggiò occulta e sconosciuta per qualche tempo. Di tratto in tratto al giungere di avvisi allarmanti di malattie sospette che regnavano nei dintorni della capitale, venivano spediti dei medici nei villaggi vicini ad oggetto di riconoscere la natura di essi mali, che sotto il nome di febbri maligne traevano al sepolcro molte persone. Detti medici però al loro ritorno riferivano, che si trattava di una febbre maligna, ovveramente di una malattia particolare a cui non sapevano qual nome potersi attribuire. In Giugno di quell'anno scoppiò la peste nella stessa città di Bukarest. Ivi pure non fu conosciuta e si ebbe a commettere dai medici lo stesso errore, il medesimo sbaglio nella diagnosi. Uno di essi (Dott. Mesitsch) che vide il vero, e che per più accurata osservazione fatta ebbe a dichiarare que' morbi essere _vera peste_, non fu creduto, e nessun peso si diede alle di lui opinioni. Non fu riconosciuto esservi la peste nella città se non allorquando il micidiale contagio aveva già attaccato quasi contemporaneamente un gran numero di famiglie, s'era mostrato in tutto il suo formidabile aspetto, ed aveva ucciso moltissime persone. Di ottantamila abitanti che componevano la popolazione di Bukarest, ne sono morti per quella pestilenza in undici mesi, cioè da Giugno 1813 a Maggio 1814, da venticinque a trentamila, senza contare quelli che sono periti nei villaggi vicini (V. _Grohmann Beobachtungen ueber die im Jahr 1813 Herschende Pest zu Bucharest_).
Lo stesso finalmente avvenne nella peste di Noja (città del Regno di Napoli a quattro leghe da Bari) nel 1815. Ai primi di Dicembre di quell'anno (1815) morti a Noja quasi contemporaneamente alcuni individui con petecchie e piccioli tumoretti all'inguinaja, quelle autorità si sono messe tosto in allarme. Ond'è, che convocati i medici del luogo e fatti venire da Bari alcuni altri dei più accreditati, si tenne consiglio per conoscere col fondamento delle loro opinioni la natura di quelle malattie. Fu assicurato da quel consiglio non trattarsi che di un tifo o febbre putrida esantematica che non diveniva mortale se non per la miseria delle persone affette, e che non vi aveva alcun fondamento per temere di peste. Queste assicurazioni però non tranquillizzarono interamente le autorità; molto più che d'altra parte pervenivano ad esse avvisi, che _a Noja si era sviluppato un contagio con buboni_. Si convocarono quindi di nuovo i medici, coll'intervento anche di un chirurgo, e fatti venire da Bari li stessi due professori che primi avevano dato giudizio sulla natura di que' mali divenuti ancor più sospetti, vennero invitati a meglio esaminarli e dare su di essi un definitivo giudizio. Ma fatalmente dopo molti dialoghi ed inutili digressioni sui sintomi e sull'andamento della malattia, proposero, _fosse pubblicato in Noja che la malattia altro non era che una febbre maligna contagiosa prodotta dalla miseria e dai cattivi alimenti_. Questa relazione vaga ed incompleta, mentre da un lato servì ad inspirare al popolo una fatale fidanza, per cui credette poter impunemente trascurare le necessarie precauzioni e cautele di sanità, accrebbe dall'altro i dubbii concepiti dalle autorità; le quali avendo fatto riflesso, che «i primi rapporti in fatto di peste sono sempre dubbii o equivoci, per effetto dell'astuzia del morbo, o dell'imperizia dei medici nel ravvisarlo, non già per mancanza di abilità o per mal talento, ma per non aver avuto l'opportunità di vederla altra volta, e della lusinga che concepisce il paese infetto nel crederla piuttosto di altra natura»; che quella medica relazione, mentre lasciava tuttavia incerte le autorità sulla vera natura del male, ondeggianti in una fatale incertezza, impediva loro di prendere quegli energici provvedimenti, che per tutelare la pubblica salute ed ovviare ai maggiori mali avrebbero potuto esser creduti necessarii nel caso di vera pestilenza; che siffatto ordine di cose poteva compromettere la loro responsabilità e nuocere sommamente agl'interessi di quella popolazione ed alla salute del Regno, decisero d'invitare i medici _a rispondere brevemente ed immediatamente se la malattia da essi osservata in Noja fosse o no peste_, prevenendoli, che qualunque risposta estranea a questo _dilemma militare_, sarebbe stata inutile, ed avrebbe impegnata la personale loro responsabilità. — Dopo seria discussione, fu dai medici conchiuso _trattarsi di febbre pestilenziale_, e se ne espose il parere in iscritto, scusandosi di non averla chiamata tale nel principio per non confermare l'allarme prima di assicurarsene all'evidenza. Dietro ciò sono state prese indilatamente e con molta fretta tutte quelle altre più rigorose misure e precauzioni di sanità che potevano essere suggerite dalla circostanza, sì per impedire la dilatazione del contagio negli altri paesi del Regno, e sì per arrestarlo nel comune di Noja ed a sollievo degl'infelici Nojani. Ma fatalmente era omai troppo tardi perchè sperar si potesse di ottenere da que' provvedimenti vantaggi decisivi, i quali si sarebbero probabilmente conseguiti ove misure pronte ed efficaci fossero state attivate. Ma nessun freno essendo stato posto in sulle prime al contagio, egli aveva già avuto fatalmente il tempo di propagarsi in un gran numero di famiglie, ed allorchè fu riconosciuto e dichiarato dai medici, non era più possibile di circoscriverlo ed estinguerlo con pochi danni. Di 5300 abitanti che costituivano la popolazione di Noja, nello spazio di sei mesi la peste ne colpì 938, dei quali sono morti 716 e 212 sono guariti (V. _Morèa Vitangelo Storia della peste di Noja. Napoli 1817_).
Questi fatti storici, nella maggior parte già descritti a suo luogo, allorchè ebbi a far menzione delle varie pestilenze a cui si riferiscono, ho creduto di dover qui riportare uniti e presentarli alla vista e alle meditazioni del saggio, raccolti come in un quadro, onde i Magistrati e i Governi cui incombe il dovere della tutela della pubblica salute, possano averli presenti nelle gravi e difficili circostanze di peste e di altre malattie popolari a contagio specifico, a dovuto lume e regola delle lor direzioni, perchè non abbiano a lasciarsi illudere per soverchia deferenza alle opinioni di que' medici che ne' casi dubbii di peste si sollevano a paladini oppugnatori del contagio, e non trascurino di prendere quelle caute precauzioni che valgano a guarentire la pubblica sicurezza restando inoperosi per attendere la decisione delle mediche controversie, le quali, come ho già soprattocco, per un fatale destino s'incontrano quasi sempre nei casi di peste, specialmente nelle città, e furon pur troppo tante volte cagione d'inenarrabili sciagure, d'irreparabili danni e perdite dolorosissime alla misera umanità. Sicchè fatti accorti dall'esperienza; sieno al caso di evitare cautamente quegli errori fatali di soverchia credulità, d'inoperosa incertezza, i quali impressero indelebili macchie alle più belle pagine della storia di Magistrati d'altronde riputatissimi e delle migliori intenzioni, di uomini illustri e per ogni altro riguardo stimabilissimi.