Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria
Part 59
[11] JACOBUS GONDOALDUS.
CLXXV. (questo numero indica la serie degli Uomini illustri). Licet Patria Ferrariensis, tamen quia ut Ragusii medicinam, quam appreme callebat, profiteretur anno 1410 conductus, in ea urbe sedem fixit, familiamque propagavit satis honestam, merito inter Ragusinos numerari debet. Quantum in medendi arte valeret maxime eluxit, cum ter ejus aetate Pestis Ragusium invasit. Primum anno 146 ex Hungaria a Paulo Gundula allata; iterum anno tertio anno 1430. Prima Peste grassante a die IX. Kal. Maii ad III. Kal. Julii, Jacobus et afflatis remedia, et intactis antidota praescripsit, edito ea de re opusculo, quod num modo superest, incompertum. Verum ea ratio processit minus, ac propterea desiderata sunt eo tempore capita hominum 800 super tria millia. Itaque iterum saeviente lue a IX Kal. Maii anni 1422 ad III Idus Junii anni sequentis, Jacobus cavit, ut sani a morbosis separarentur, eoque fecit, ut multo pauciores, quam alias, efferrentur. Cum itaque consilium e sententia processisset, tertio peste urbem invadente, longius adhuc infectos deportandos curavit, alios scilicet ad insulam _Mercanensem_, et aliam insulam _Bobâram_, dictant; domunculis in eum finem ibi constructis: alios praesertim nobiles ad Dancias loco suburbano in aedes Cervinae ac Prodanellae familiarum, adhibitis vigilibus, ne quis ad eos propius accederet, resque ab ipsis contrectatas tangeret. Hac ratione ab VIII Kal. Maii usque ad V Kal. Novembr., quo tempore pestis grassata est, paucissimos vita exturbavit. Eodem anno, Augusto exeunte, in insulam Calamotam (Illyrice _Kolocep_ appellatur) pestis iniit, et, suadente Jacobo Gondoaldo nostro, S. C. cautum, ut omnes vestes, reliquaque suppellex morbidorum igni absumeretur, oblato ex aerario pretio, et ita malo itum obviam. Eadem ratio felici eventu adhibita in Rathanea Chersoneso (vocatur _Punta_) 1731. E vivis obiit Gondoaldus Ragusii anno 1436.
[12] Finita la peste, ed entrati i nobili nella città, il Senato di Ragusi scrisse all'imperator Sigismondo una lettera latina in data 14 Novembre 1437, in cui gli dà la descrizione di questa terribile pestilenza, e chiude nel modo seguente: «_Civitas nostra incendio pestilentiae destructa etc. In qua redeuntibus nobis die primo Octobris prope elapsi, non est nobis visa civitas, sed nec simulacrum quidem civitatis apparuit etc._». _V. Compend. Hist. Eccles. Rhacusin. Extat in Archivia Reip. Rhacus._
[13] La città di Sebenico e quella di Arbe in Dalmazia furono in modo afflitte dal contagio nel detto anno 1449, che grande mortalità vi cagionò fra quelle popolazioni (_Memorie esistenti nell'Archivio Civico della città di Sebenico. Liber nuncupatus Magnum Venerandi Capituli Arbensis ad pag. 116 Indictione 12ma_).
[14] «L'anno 1500, nel quale a Roma si celebrò il Giubileo istituito già da Bonifazio VIII, in Levante Bajazetto se n'andò all'espugnazione di Modone, rovinò le muraglie, gli levò la difesa, e correndo i Giannizzeri dalle trincee presero per forza la città, e tagliarono tutto il presidio a pezzi: di che ispaventati quelli di Corone s'arresero ad Achmet Bassà. Ebbe ancora Navarino, che già si chiamò Pilo, albergo del vecchio Nestore sopra il Porto di Giunco, con la Rocca di Crifo; e il popolo di Corinto Misitra (questa città crebbe dalle reliquie di Lacedemone), e di Petras, che già fu detto Patra, raccolti i patti è le facoltà più preziose, abbandonate le case, come inabili a sostenerle contra il furore barbaro, si sparse per l'Italia e Sicilia, e una parte si ridusse in Ragusa, ed arrecò la peste, che partorì grandissimo danno alla nostra città. Ma concorrendo la nobiltà e il popolo in opinione, che ciò era il sdegno giusto di Dio, riconoscendo con vera penitenza i peccati proprj, perdonate l'offese e i delitti loro da Dio, il male abbandonò la città».
[15] «Dell'anno 1526 fa portata la peste in Raugia da un Maestro Andrea Sartore, che tornava d'Ancona, il quale fu perciò condotto per la Città sul carro attanagliato e morto. E la peste fè tanto danno, che la Città restò quasi desolata. Morirono 84 Gentilhuomini, e 80 Gentildonne: in San Domenico morirono 19 Padri, in San Francesco 25. In cinque monasterj aperti morirono più di 160 Monache, e in tre serrati nessuna. Dell'altro popolo fra la Città e Contado morirono intorno a 20,000 persone. E riducendosi il Senato a Gravosa, nel Convento di Santa Croce dell'Ordine de Predicatori, rimasero i soli Soldati alla guardia della Città, e due galere armate con una fusta per guardia del porto. Finita la peste, che durò intorno a 20 mesi, e in cui si spese dell'Erario pubblico per le guardie, provvedimenti, e limosine circa 40 mila ducati, si fabbricò una Chiesa a S. Rocco, e si chiamarono ad abitare nella Città molti del contorno».
[16] «Diese Landsucht war mit schweren Schmerzen des Hauptes, schwerem Athem, Husten etc. der Hals voll Heiserkeit; der Auswurf nur Schleim; aber es folgte Verlust aller Kräfte, aller Speisen Verdrusz, Aengstigheit des Herzens. Sobald eine Person ergriffen ward, bekammen es alle im Hause ohne Unterschied, grosz und klein, Manns-und Weibspersonen: viel ab aber genasen wieder; ausser die kinder, welche schier alle starben, weil sie die Brust durch den Auswurf nicht reinigen konnten».
[17] «Luctuosissimus hic annus 1607 ob pestilentiam Spalatensibus fuit, quae adeo saeviit, ut magnam incolarum partem absumpserit. Ingentis illius cladis portenta quaedam apparuisse ferunt, subterraneas et horribiles voces, et fremitus auditos, qui praenuncii mortalibus forent. Ex urbe in agros fuga et seccessio plurimis saluti fuit: ex his, qui in civitate remanserunt, ad quatuor millia teterrimi virus labe affecti interierunt. Senatus Praefectum saluti curandae Joannem Baptistam Michaelium misit, cujus virtute ac diligentia civitas respirare, pestilentia mitescere, remedia admittere, funera in dies imminui, cuncta, qua metu, qua lenitate, in ordinem redigi coeperunt; ac tandem, frigoris superveniente vi, malignitas morbi victa est».
«Relatio Status Ecclesiae Spalatensis an. 1612.
Civitas habet domos circiter mille et ducentas; incolarum in se continebat ad quinque millia cum suburbiis, sed quatuor pene millia pestis ante quadriennium absumpsit».
[18] «Julius Presbyter de Marchiis Jadrae tempore pestis scribebat Testamenta per vias, et titulo charitatis vocabat ad fenestras infirmos.» Antico MS. ad an. 1619.
[19] Il Rondinelli (Storia della Peste di Firenze, 1630, ec.) conta d'una donna credutasi morta, che fu sepolta con altri appestati, e in sè tornata si ricoverò alla sua casa. Non accoltavi dal marito, ebbe ricorso al padre del Rondinelli, il quale conosciutala non come fantasima, quale era stata tenuta dal marito di lei, fece sì ch'egli per sua moglie la riprendesse.
[20] Secondo il Tadino al primo annunzio sparso in Milano, che la peste serpeggiava nella parte del milanese vicina ai Grigioni, si contarono a Milano 9715 individui miserabili della campagna cacciati dai loro tugurj per una rabbiosissima fame, i quali poi, rinchiusi in un lazzeretto, per molto disagio vi morirono quasi tutti.
[21] In questa mala influenza la città di Lucca fu la prima, che, imitando l'uso de' medici Franzesi, ordinasse, che i medici si vestissero di lungo drappo incerato, ed incappucciativi, con cristalli agli occhi, soccorressero così agl'infetti.
[22] Questa, come si è detto, fu l'ultima peste di Venezia. Pur essa manifestossi alcune altre volte ne' Lazzeretti, ma non più nella città. Ora è da sapere, che la prima pestilenza, che si sappia aver travagliato Venezia, fu, secondo il Graziolo, nell'anno dell'E. C. 938 (_f. 282_). e, giusta la Cronaca di Flaminio Corner, nel 991. La seconda fu la terribile del 1006, già accennata (_f. 284_) che avvenne sotto il dogado di Pietro Orseolo II, preceduta da orrendo freddo, ed accompagnata da carestia (_Laugier, Stor. Ven. T. III e Corner, Cron. sopraccit._).
Le notizie, che si hanno intorno le pesti di Venezia sino al secolo XIV, sono molto confuse, riducendosi le più chiare ed esatte, che ci offron le Storie e le Cronache, alla terribile peste del 1347-48, da cui l'Italia e l'Europa tutta ne furono crudelmente afflitte, come ho già soprattocco (_f. 297_). Venezia, ad onta della sua situazione, non andò esente da quella comune sciagura. Narrano gli storici che nel 1347 di cento appestati tre appena o quattro salvavansi, morendone ogni dì a migliaja. Per quattro mesi circa non vi ebbe che pianto, desolazione, e spavento, coll'impotenza di trovare intra' vivi, chi bastasse a seppellire i morti. Ne andarono estinte più di 50 famiglie de' patrizj. Il Gran Consiglio, composto prima di 1250 nobili, fu ridotto a 380.
Esatta del pari che luttuosa descrizion di tal peste ci venne conservata fra le memorie dell'antichissima Scuola Grande della Carità di Venezia, che prima di tutte le altre conta la sua fondazione. Un documento in lapide ne sussisteva sopra la porta di quella chiesa. Riedificata poi essa, la lapida fu riposta nell'interno d'una parte del chiostro. Vi si legge che nell'anno 1347 ai 25 di Gennajo nel giorno della Conversione di s. Paolo, all'ora incirca del vespero, successe gran terremuoto, non nella sola Venezia, ma quasi per ogni terra, sì che rovinarono di molte cime de' campanili e comignoli di case, infiniti fumajuoli, e la chiesa di s. _Baseggio_, come dicesi. Il perchè lo spavento fu sì grande, che la gente in gran numero ne moriva di diverse malattie, altri sputando sangue, ad altri comparendo glandule di sotto alle ascelle, ad alcuni appresosi il male, come dicesi, _del carbon_, che pareva l'un dall'altro contrarre; perchè il padre fuggiva dal figlio, e i figli dai padri. Durò questa mortalità per sei mesi incirca, e si tenne comunemente che fosser periti due terzi della Veneta popolazione. Termina il monumento ricordando la morte di oltre 300 confratelli di quella scuola, le divozioni, e le indulgenze, che impartite le furono dall'allora regnante sommo pontefice. Quando scrissi di cotesta terribile pestilenza (_f. 296 e segg._) io non sapeva punto di questa lapide, la cui epigrafe ben vale a rischiarar qualche obietto della storia di cotal peste; intorno la quale, come notai, e ognun può sapere, non poca è la confusione, e la contraddizione pur anche degli scrittori, specialmente sul tempo del suo sviluppo, e del suo primo comparire nelle diverse regioni. Certo è però, che addì 20 Marzo di quel funestissimo anno 1348 furono eletti la prima volta in Venezia tre nobili col titolo di _Provveditori alla Sanità_. Ecco donde si parte la salutare istituzione del tanto celebre e provvido Magistrato Veneto della Sanità.
Cessate le stragi di quella peste, la città di Venezia trovossi quasi senza abitanti, perduto da due terzi della sua popolazione (_f. 318_). Quindi il doge Orseolo pensò al modo di ripopolarla. Il perchè pubblicò un proclama d'invito a' popoli vicini, sudditi ed esteri, di venire a fermar lor dimora in Venezia, promettendo a chi vi fosse stanziato due anni consecutivi di fargli godere tutti i diritti e' privilegi de' cittadini. Ebbe tal provvidenza un utile effetto; poichè la città fu dopo alcuni anni ripopolata, e ciò anche per ragione del molto commercio, che allora vi si faceva.
Venezia soggiacque pure alla peste l'anno 1361 (_f. 297_) nel 1381, e nel seguente (_f. 323_) Della qual ultima circostanza perirono da 19 mila abitanti. Un altro attacco di pestilenza soffrì pur Venezia nell'anno 1391 (_f. 323_), ed altrettale nel 1397, giusta la Cronaca di Flaminio Corner.
Nell'anno 1403 ripercossa novellamente Venezia da sì reo morbo, vi si convertì ad uso di Lazzeretto il Convento de' Padri Eremitani, detto di santa Maria di Nazareth nell'isola di rincontro a quella di s. Erasmo. Poco dopo si prese, e fermò la parte del Maggior Consiglio, che prescrive ai Nodari di Venezia, presenti e futuri, che nell'atto di ricevere il _Prego_ per li testamenti debbano interrogare li testatori o testatrici, se volevano lasciar alcuna cosa al luogo, ossia agli infermi di s. Maria di Nazareth, e fosser tenuti di scrivere ciò, che venisse loro risposto.
Si sono rinnovate le stragi del morbo pestilenziale a Venezia negli anni 1411, 1413, e 1438, (_f. 332_); ed altri minori insulti pestilenziali vi succedettero negli anni 1447, 1456, 1464, 1468, 1478, e 1485 (_f. 339 e 340_). In quest'ultima, cioè nel 1485, vi furono ordinati tre _Sopraprovveditori_ al Magistrato di Sanità con pienezza di facoltà; e il Magistrato di Sanità di Venezia ebbe a quel tempo dal Senato il titolo di _Supremo_.
L'anno 1490 nella contrada di s. Cassiano, nella corte detta di Cà Mocenigo, si sviluppò un nuovo seme di peste, che quindi sì propagò in altri luoghi della città; ma per le cure e provvidenze de' Savj della Sanità il morbo non fece progressi.
Nel 1493 s'incominciò ad estendere le cautele Sanitarie ai corrieri, e alle lettere, e si instituì per la prima volta la pratica di profumare ogni carta, che proveniva da' luoghi infetti o sospetti.
Nuovamente scoppiò la peste in Venezia nel 1510; e si potè spegnere in brevissimo tempo. Non così quella, che ripullulò negli anni 1523 e 1527. Si estese essa in gran parte d'Italia (_f. 347 e 354_).
Ma nel 1556 a nuova peste andò gravemente straziata Venezia (_f. 361_). Udine del pari ne restò crudelmente afflitta, perite di quella pestilenza a migliaja le persone. V'era stata introdotta dagli Ebrei, forse coll'uso loro di comperare e di vendere le robe vecchie, masserizie, vesti, e simili, che di leggieri potevano avere da' corpi morti contratta l'infezione.
Ciò riconosciuto come cagione occasionale del morbo, e della sua propagazione, non essendovi in città luogo opportuno da assegnarsi a quella Nazione, si deliberò per comun voto del Consiglio e della città, che in avvenire non vi si dovesse accettare Ebrei a farvi lor traffico.
Ho già narrato (_f. 365_) come nell'anno 1575 siasi nuovamente in Venezia portato il contagio, già da più autori descritto. E tale si fu questa volta, che propose e deliberò il Senato di erigere un tempio sotto il glorioso titolo del Redentore. Questo è il magnifico tempio, il quale, conforme al voto, e più ancora alla magnanimità della Veneziana Repubblica, ammirasi, quale insigne opera di Andrea Palladio, nella contrada detta la _Zuecca_; uno de' più rinomati ed augusti. Nel dì 14 Luglio 1577 si pubblicò essere già libera da ogni male la città, e nel dì 30 del detto mese, fattasi processione solenne, si sciolse il pubblico sacro voto, visitatosi quel tempio dal Serenissimo Principe in devoto e sfarzoso apparato, colle compagnie de' Magistrati e del popolo.
A memoria di quel funesto contagio sussiste quivi nella chiesa di s. Rocco una lapide, in cui ne son denotate alcune particolari notizie.
Nel 1578 si spiegò il contagio nell'Istria, che vi afflisse specialmente la città di Parenzo. Esso però fu arrestato dai saggi provvedimenti, ordinati dal Magistrato di Sanità di Venezia.
Così fu nel Regno di Candia nel 1592, trovandosi ancora felicemente soggetto alla Veneziana Repubblica, perchè quel suo provvido e sollecito magistrato, benchè sì da lungi fosse da quella regione, vi accorse colle sue discipline, e vi arrestò il corso delle sue stragi. Ne represse pure la violenza, che da Trieste, donde s'era appiccato il mal contagioso nel 1601, aveva preso a stendere sulle terre all'Istria conterminanti, e ai Veneziani soggette. Le quali tutte cose, in questa nota riunite, io le trassi dagli atti, che nell'archivio si trovano del Supremo Magistrato della Sanità di Venezia.
[23] Fra l'altre cose, soprattocche nel testo, stravagante e singolare fu il caso occorso ad un appestato; il quale una notte da se si appiccò, lasciando scritto alcuni versi, che soggiungo, ritenendo l'ortografia dell'autore:
«Sia per inteligenza, Come per publicar l'altrui innocenza Di chi per sol sospetto Dovesse a render conto esser astretto; Io sponte e volontario Qui m'attacco e m'appico, La causa per honor non ve la dico».
Avvenne pure ad Ottavio Salghieri, poeta, il quale, preso da frenesia del male, due ore prima di morire si desse a scrivere i seguenti versi a monsignor Flavio Querenghi:
«Langue il tuo servo, e non per vezzo alcuno, Ma per un crudo e venenoso male, Che si può dir, che non ne campi alcuno. Io son ferito, e non de l'aureo strale, Ma più tosto de l'Erebo crudele, Che fa l'ultimo dì esser fatale; Ama il tuo servo humile e fedele».
Tra le ordinazioni sovrane in questa pestilenza è da notare quella, che fu prescritta, importante che le facoltà de' morti appestati senza eredi fossero, per ragion di dono, applicate alla città, onde ripararne, quanto più si potesse, i sofferti danni.
[24] Ho già accennato (_f. 295_), che la peste del 1340 cotanto inferocì nella Toscana, che vi uccise da un sesto della sua popolazione. In Firenze specialmente fece orribile strage. Chi cadeva malato, era ben raro che ne campasse. Successe quindi la memorabile pestilenza del 1348 descritta dal Boccaccio (_f. 298_), la quale fu preceduta da una lunga e gravissima carestia. Quindici anni dopo, dico nel 1363, quella città fu ritocca da peste; della quale vi morirono lo storico Matteo Villani, e Pietro Farnese, celebre condottier d'armi.
E dappoichè mi vien fatto, intendendo a questo mio lavoro, di trovare negli scrittori ricordate alcune particolarità nella pestilenza, che dal 1361 sino a tutto il 1363 travagliò fieramente l'Italia, credo che sarà per riuscir grato ai lettori il soggiugnerle al poco, che già ne scrissi (_f. 297_).
Questa pestilenza adunque infestò già gravemente la Francia, l'Inghilterra, la Germania, ed altri paesi, avendo in Avignone tolto di vita più migliaja di persone. Fra loro si contarono sette cardinali, come s'è detto (_f. 298_) oltre molti del popolo, e parecchi ministri della corte Pontificia. Nel Giugno del 1361 di là passò in Italia, e si diffuse ben presto in Piemonte, in Genova, in Novara, in Piacenza, in Parma, ed in altre città. Milano, che si preservò dalla terribile peste del 1348, non potè sì che pur da questa ne andò desolato: tanta vi fu la strage della popolazione. Quivi terminò nel Febbrajo del 1362. Il Petrarca fuggì di là, avvisando trovar salvezza in Venezia; ma non andò guari che quivi pure sopraggiunse il fiero morbo, e vi si propagò con incredibile mortalità di que' cittadini, continuandovi le sue desolazioni per l'anno 1361 (_f. 297_), ed anche nel susseguente 1362.
Nelle città di Terra ferma la moría incominciò più tardi che a Venezia. Ma il tristo malore, dopo di aver desolato Venezia, e la Lombardia, passò ad infettar sotto Brescia l'esercito de' Collegati. Quindi vi sconcertò tutti i loro disegni, sforzando l'armata a ritirarsi. Miserabile ad imprudente consiglio, soggiugne uno storico, poichè, tornando que' soldati a' proprj quartieri, vi portarono seco la pestifera lue, la quale si diffuse ben presto per diverse città d'Italia. È indicibile il guasto ch'ella fece in Verona nel 1362 e nel principio del 1363, asserendo gli storici, che più della metà, anzi tre quarti degli abitanti ne rimasero estinti. Il perchè vi fu sì grande il terrore, che i cittadini, e uomini e donne, se ne fuggirono, ricoverandosi alla campagna. V'ebbe in Trevigi la medesima desolazione; e Vicenza non ne andò esente. Padova anch'essa fu soggetta alle più compassionevoli desolazioni. E ciò che è peggio, ne' respettivi territorj, comecchè con meno di furore, che nelle summenzionate città, menò strage il morbo per tutto l'anno 1363; e nell'Agosto spezialmente in Trevigi. Sul finir di quel mese il signor di Padova Francesco da Carrara, non cessando il malore, si ritirò a Bovolenta, terra del Padovano. Fatta la pace fra le Potenze della lega ed il Visconti, la peste cessò intieramente nel principio dell'anno 1364. Allora il Carrarese ed i Veneziani con saggi provvedimenti procurarono di aumentare la popolazione, diminuitasi da quell'orribile malore. Il Veneto Senato con Ducale 18 Marzo concesse l'esenzione di ogni gravezza per cinque anni a tutti quelli, che fosser venuti ad abitare le quasi diserte provincie di Trevigi, e di Ceneda, e a coltivarne le campagne, correndo pericolo di restare incolte per difetto di lavoratori.
Il Carrarese parimenti fece un decreto, con cui richiamava tutti i banditi per debiti; adducendone il motivo anch'egli, perchè con essi ripopolar si potesse la città di Padova, dalla peste desolata pur essa. Per la medesima ragione si fece lo stesso in Belluno.
È poi cosa ben verisimile che anche lo Scaligero abbia messo in opera gli stessi mezzi per ottenerne il medesimo fine, essendosi pur d'assai scemata la popolazione in Verona (_Verci, Stor. della Marca Trevig. T. XIV. f. 22 e segg. f. 36, 41, 63_).
Nell'anno 1374 la peste ricomparve in Toscana, come s'è detto (_f. 322_). Vi durò dal Maggio a tutto l'Ottobre, e di sessanta mila persone, che v'erano allora a Firenze, più di sette mila ve ne perirono. Quindi ebbe la città nove anni da ristorarsene; quando nel 1383 fu dalla peste nuovamente travagliata (_f. 323_). Vi ricominciò il contagio di primavera, duratovi tre mesi e mezzo, assai micidiale, fino ad uccidere da tre a quattrocento persone al giorno, come s'è detto a suo luogo. Per tale calamità sì gran numero di cittadini partironsi da Firenze, ricoverandosi nella Romagna, e particolarmente a Forlì, sì che pochi ve ne rimasero.
Nel 1400 la peste vi si riaccese (_f. 325_), e durò dall'Aprile all'Ottobre, infuriando particolarmente nel Luglio e nell'Agosto colla mortalità dalle 300 alle 400 persone al giorno.
Nel 1411 fu pure a Firenze straordinaria mortalità, non credendosi però, che vi fosse stata cagionata da vera peste. Pure i cittadini impauriti dalla passata calamità dell'altre pestilenze si rifugiarono la più parte a Pisa e a Pistoja. Dopo sei anni, cioè nel 1417 nel mese di Maggio ricominciò in Firenze la mortalità, la quale fu leggiera da principio, ma coll'ardore della stagione vi s'accrebbe per modo, che qualche giorno il numero de' morti giunse ai 150. E quantunque varie sien le opinioni degli autori, io tengo che quella sia stata vera pestilenza. Terminò in Gennajo 1418, e, riscontratone allora il numero della popolazione, si trovò mancare da 16 mila persone.
Un'altra moría in Firenze vi si registra dall'anno 1430 sino al 1437 e 38; ma questa sembra essere stata cagionata da altre malattie, e perciò non potersi ragionevolmente attribuire alla peste, che importa buboni per la persona appestata.
Essendo travagliata da peste parte di Europa e quasi tutta l'Italia nell'anno 1448 (_f. 334_) si manifestò pur anche in Firenze. La mortalità vi cominciò nel Giugno, e s'arrestò nel Gennajo del seguente anno 1450. Il numero de' morti nella città non fu molto grande, ma il fu bensì nel territorio.
Nel 1465 statavi grande mortalità a Roma, di là passò pure a Firenze, ma quivi non parve che fosse vera peste, o al men noi si sa rilevare di certo. Quando nel 1478 la maggior parte d'Italia era crudelmente vessata dalla pestilenza, Firenze oltre ad altre molte traversíe soffrì orrendo strazio (_f. 339_) per ragion di contagio, che cominciò in Agosto, e durò tutto quell'anno, fino al principio del successivo 1479.
Nel 1522 ripullulata la peste in Italia, Firenze ne venne assalita di nuovo fierissimamente per lo spazio di sei anni, cioè fino all'incominciamento del 1528 (_f. 349 e segg._).
Nel 1527 il male fece le maggiori stragi, essendovi un dì giunto il numero dei morti a più di 500. Si contò che in tutto quello spazio di tempo nella sola Firenze sieno mancate a' vivi più di 60 mila persone, altrettante nel contado, e più di 200 mila in tutto il territorio della Repubblica Fiorentina (_f. 353_). Dopo questa peste fino alla sopraddescritta del 1630 Firenze godette di buono intervallo per 103 anni (_Rondinelli l. c._).