Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria

Part 46

Chapter 463,670 wordsPublic domain

Nella città procedevan le cose tranquillamente, nè sentivasi parlare di peste. Ma questa calma fu di breve durata; e, com'era pur da aspettare, l'infezione in pochi dì si sparse anche fra quegli abitanti. Racconta l'Orreo che un soldato uscito dall'ospitale, venduta avendo a un ebreo la pelliccia, presa ad un Turco prima di giugnere a Yassy, fu il primo seme, che diffuse il contagio in città. L'ebreo si morì impensatamente il giorno dopo averla indossata, e da lì a poco pur si morirono due suoi figliuoli, co' quali ei conviveva. Sia stata pur questa la causa dell'infezione fra gli abitanti, o sì veramente altre ancora e più generali sienvi concorse, certo egli è, che il contagio si è propagato con grande rapidità in più quartieri, e vi uccise di molte persone; quindi cominciò la costernazione frà cittadini; e sebbene fossero pressochè generali le voci di peste, e molti casi se ne contassero di morti repentine e violente con manifesti segni di contagio; pure molti vi aveva ancora, che ostinati il negavano, sostenendo non esser que' morbi, che semplici febbri maligne. Sgraziatamente il generale comandante de Stoffeln fu di questo partito, tratto probabilmente in errore dalle false insinuazioni de' magnati Moldavi, i quali più della peste temendo dell'allontanarsi l'armata russa dalla città, e del restar nuovamente esposti all'incursione de' Turchi, sforzavansi di far credere con ogni ragione, che quella malattia non fosse di pestilenza. Ma nel marzo fu pressochè generale l'incendio di quel contagio in città; e lo stesso generale barone de Stoffeln ne cadde vittima. Le medesime ragioni private, che avevano tratto in errore quel generale, servirono a render più diffusa la cagion del male fra gli abitanti della città non solo, ma in tutta la Moldavia. Le case, le ville e le città stesse divenner deserti. Gli abitanti presi da estremo infrenabil spavento si fuggivano sulle montagne. Molti cadaveri restavano insepolti; e siccome v'ha nella Moldavia gran quantità di cani, la quale per barbaro popolar costume e per superstizione, a somiglianza de' Turchi, si procura di conservare, così que' cani rimasti in gran parte senza padrone, e senza trovar cibo, facevano degl'insepolti cadaveri loro pasto comune. Il perchè, giusta quanto assicura l'Orreo, che trovavasi a quel tempo in Yassy, molti ne divennero idrofobi; quindi oltre il flagello della peste, pur questo della idrofobia univasi a travagliare quegli sventurati abitanti. In questo mezzo, comunque fosse grande la violenza e la diffusion del contagio, pure fino alla metà incirca del maggio 1770, stette ristretta la peste alla sola classe del basso popolo. Da allora s'appiccò indistintamente ad ogni sorta di persone, perchè mercatanti, sacerdoti, plebei, nobili, soldati, e d'ogni grado uffiziali ne venivano colti egualmente. Nel giugno cominciò a declinare la malattia, e a mitigarsi la violenza de' suoi attacchi.

A Fockschiany, ed a Bukarest nella Valacchia, la peste s'è introdotta più tardi, che a Yassy; e vi cagionò pure di molto minori danni, cessatavi pur anche più presto. Ma negli spedali militari di Fockschiany e di Bukarest ne fu grande la mortalità. Nè solo nelle capitali, e nelle primarie città della Moldavia e della Valacchia fece stragi il contagio, ma si ben anche in molti villaggi e paesi delle campagne di quelle vaste provincie. Non però in nessun altro luogo cotanto come in Yassy[61], che anzi nelle ville e ne' paesi della campagna si estinse in breve. Ciò avvenne forse per gli usi di quegli abitanti, i quali al primo manifestarsi della peste infra loro, sogliono la maggior parte fuggire tra monti, e nelle campagne, sceverandosi ne' luoghi i più romiti e solitarj; donde armati di pistole e di fucili, e col continuo sparo tener da essi lontano qualunque forestiere cerchi di avvicinarvisi. Ad impedire i progressi del contagio ne' detti luoghi della campagna contribuiscon forse non poco anco le particolari costumanze de' paesani Moldavi e Valacchi; usando essi al primo accorgersi della peste, e di qualche individuo della famiglia che ne sia infetto il trasportarlo nascostamente nel più vicin bosco, deporlovi in luogo ombroso sopra un letto di foglie con da canto un vase con acqua ed alcuni alimenti, visitandoli poi i lor congiunti, o chi altri loro appartengano, o chi di lor caglia per pietà ed interesse. A questi ufficj ritornano di quando in quando ed a questi provvedimenti. A sì fatta costumanza gl'induce principalmente l'idea di sottrarsi il più che sappiano ai riguardi del pubblico, e alle discipline e precauzioni ordinate dalli magistrati della sanità. Que' malati, a' quali reggono ancora le forze e il potere, s'accendon da se un po' di fuoco; e morendo, il che accade più di sovente, sono nel sito stesso coperti di terra, o rimangono colà insepolti; ed ivi imputridiscono, o vengono divorati dai cani, dalle fiere, e dai vermi. Sogliono però que' villici guardarsi ben dal toccare l'ammalato, e qualunque cosa che sia stata da esso usata, maneggiata, o toccata.

Sì nella Moldavia, che nella Valacchia appena si manifesta il contagio pestilenziale in una Città, borgata, o paese, ne son presi in nota tutti gli abitanti dall'ispettore o intendente della Peste _Pesthaufsehers_. La Città, o paese dividesi immediatamente in quartieri; vi si nomina dallo stesso intendente un individuo col titolo e ufficio di sotto ispettore della peste, le cui pratiche sono di visitare tutti i malati di peste in vece dei medici e dei chirurghi; il che a dir vero tanto è più ragionevole, in quanto quei luoghi sono di medici e di chirurghi assai scarsi. Tosto che ammala qualche individuo, por si dee fuori della porta della casa un segnale, e darne immediatamente notizia all'ispettor del quartiere, il quale è obbligato di tosto visitarlo. Che se in tale visita riconosca essere l'ammalato realmente appestato, lo fa trasportare, permettendolo la stagione, fuor della porta di quella casa, con tutti i suoi vestimenti. Se ciò accade nel verno, fa collocar l'ammalato in un certo cotal luogo, che vien stabilito appositamente per gli ammalati di peste. Ognuno che muore dal contagio, col mezzo di persone a questo ufficio appositamente destinate, viene trasportato e sepolto. A tale ufficio di becchini sono stabiliti individui della feccia del popolo, e per lo più i gran bevitori. Dipendono essi dall'ispettore, e si prestano a tal pericoloso ministero avendo tutto il corpo e vestiti unti di catrame. Parecchi di essi sogliono portare degli amuletti appesi al collo; e taluni entro al loro _turban_ un bubone secco e tagliuzzato, che alle volte poi vendono ai più creduli del luogo per un prezzo assai caro, tenuta essendo questa sostanza in conto di grande preservativo, ed impiegandosi come ingrediente principale per fare degli amuletti. Trovandosi la Moldavia e la Valacchia in preda alle devastazioni della peste, i Signori delle dette provincie, e particolarmente i più ricchi di Bukarest, abbandonarono le case loro; e temendo le conseguenze dell'evacuazione dell'armata Russa dalle loro provincie, si rifugiarono in gran numero verso il territorio della Transilvania; parte rimasti accampati sotto tende sulla linea del confine; parte entrati nei Lazzeretti; ed altri finalmente rifugiatisi nei villaggi montani limitrofi. Alte giogaje di monti dividono la Valacchia dalla Transilvania, ed il confine è esteso e difficile a custodirsi. Il distretto montuoso di Corona del territorio transilvano è il più prossimo al confine: in ispecieltà la parte di esso detta _i Casali_, popolata da sei in settecento famiglie, abitanti casolari rustici sparsi in quattro grandi vallate a piedi del monte, dove più dove meno fra loro distanti, è immediatamente vicina e limitrofa alla Valacchia. Quegli abitanti solevano fare co' confinanti Valacchi il picciolo loro commercio; andare e venire dalla Valacchia a loro bell'agio, e prestare ai viaggiatori e forestieri asilo e ricovero contro la guerra e la peste. Per tal modo non è a stupirsi se la peste che infieriva nella Valacchia e fino negli ultimi villaggi limitrofi non istette molto a propagarsi anche nella Transilvania, e primieramente nel più prossimo distretto di Corona, siccome quello che col paese vicino infetto era in più frequente e libera comunicazione.

Vennero prese delle precauzioni per impedire queste comunicazioni, ma non abbastanza sollecitamente; mentre già in maggio 1770 il pestifero morbo aveva oltrepassato i confini, ed attaccato una famiglia del distretto di Corona, che diede alloggio ad un greco di Bukarest. Detto greco aveva dato a lavare le sue biancherie sporche ad una donzella della stessa casa ospitale che lo aveva albergato; e il giorno dopo s'avviò al Lazzeretto presentando l'aspetto della migliore salute. La fanciulla però, che lavate aveva le di lui robe, ammalò con un bubone sotto l'ascella sinistra ed un carbonchio al gomito destro, e se ne morì in quattro dì. Ad essa poco dopo tenne dietro la madre, un di lei fratello di dieci anni, ed una picciola sorella di quattro, morti tutti e tre dopo breve decubito da quel morbo medesimo. Al padre si appiccò più mite il contagio: manifestatasegli una parotide presso l'orecchio destro, scampò la vita; lo che avvenne pur di un'altra fanciulla di sei anni, cui scoppiato era un bubone all'inguine sinistro. Il rio morbo da quella in altre famiglie del distretto non istette molto a diffondersi. Nel solo territorio detto dei Casali, fra 665 famiglie formanti insieme 3106 individui, 236 sono rimaste infette, 743 furono i malati, de' quali 615 morti, 128 guariti. In oltre sono morti 33 forestieri, tra' quali due chirurghi; 11 sono guariti. Da quella in altre località del distretto medesimo si propagò il contagio; a Rosnania, a nuovo e vecchio Tohan, ma non vi fece grandi progressi, arrestato forse dalle buone discipline, e saggi provvedimenti sanitarj che un più tardo sviluppo lasciò tempo di adottare colà. Fra 833 famiglie che costituivano la popolazione delle tre sopraccennate località, 81 soltanto rimasero infette; e fra esse gli attaccati furono 228, i morti 174, i risanati 54. I principali sintomi di questo contagio, giusta la descrizione che ci à dato di esso il celeberrimo Chenot, erano, brividi, freddo, improvvisa prostrazione o abbattimento di forze, una certa ambascia o angustia ai precordii, calore, sete, eccessivo dolore di testa, vomito, alienazione di mente, delirio, talvolta sonnolenza irrequieta, buboni agl'inguini, alle ascelle, parotidi, carbonchi; e nei cadaveri vibici e petecchie[62].

Dal distretto di Corona il contagio si propagò in altri cinque di quella Provincia, cioè in quello di Fogara, a Rosmunda nel Comitato di Nangy-Sinken, nella Contea di Hâromszék, nella Residenza Csiken, e nella Contea Marussich. In tutti questi sei distretti, popolati da 3486 famiglie, la peste vi penetrò in 506; ammalarono 1643 persone, delle quali ne morirono 1204 e 439 risanarono. Il primo sviluppo del morbo accadde in maggio 1770, come fu sopratocco, e vi ebbero parecchi morti. In giugno e luglio successivi si accrebbe: ma nell'agosto e settembre giunse al massimo della forza;[63]. In ottobre cominciò a declinare; In novembre era in piena declinazione; in dicembre più mite ancora; in gennajo pressocchè interamente cessato: e nei mesi di febbrajo e marzo non si ebbe che qualche raro caso. Il giorno 20 marzo ammalò una donna a Kakasd, Contea Marussich, con un bubone all'inguine destro ed un carbone sul ventre, la quale anche guarì: e questa fu l'ultima incidenza morbosa nel territorio della Transilvania. Visitate dal D.r Brukmann tutte le località nelle quali aveva serpeggiato la peste, ed in conseguenza erano considerate infette; ed avendo riconosciuto che non vi avevano più in esse se non che delle malattie ordinarie, tra le quali la scarlattina: ciò che fu considerato di buon indizio; mentre è osservazione quasi costante, che durante la peste non regnano altre malattie, o se si manifestano, assumono ben presto di essa il tipo e il carattere in modo da andarne colla stessa confuse: e che allorquando la peste volge al suo termine, incominciano contemporaneamente a comparire qua e là morbi ordinarii col consueto corredo de' sintomi loro proprii, furono dati gli ordini degli espurghi delle case e suppellettili infette; ai quali espurghi si è dato principio nell'aprile seguente.

In ciò fare si procedette primieramente all'abbruciamento di quelle case infette, isolate e lontane, la cui custodia recava molto incomodo ed offriva non poche difficoltà, e che per la loro situazione potevano servir di ospizio ai vagabondi, di ricettacolo ai ladri, ed a nascondiglio degli effetti contaminati: ciò molto più, quanto che delle stesse guardie non si poteva sempre fidarsi. Nelle maggiori borgate, e là dove le case erano unite ed in maggior numero, all'incendio veniva sostituito l'espurgo, anche perchè si evitava in tal modo il pericolo, che acceso il fuoco in una casa infetta, in altre sane con grave danno si comunicasse.

A presiedere i sopraccennati espurghi sono stati destinati alquanti chirurghi, ai quali dal Magistrato, o Consiglio Superiore di Sanità della Provincia, vennero date le occorrenti istruzioni e prescritte le norme da seguirsi impreteribilmente. Tutte le dette istruzioni colimavano ad antivenire e togliere tutte le cause che in qualunque modo potevano favorire o dar occasione ad un nuovo sviluppo od incremento del male, cancellare o distruggere il fomite pestilente ovunque esser vi potesse annidato; e ciò con ogni maggior studio e diligenza, con l'opera la più accurata ed assidua.

Se le case da espurgarsi erano tuttavia abitate, i superstiti individui sani si facevano passare in altre sane a ciò appositamente destinate: i malati si traducevano all'ospitale. Sì gli uni che gli altri prima di entrare in detti luoghi venivano spogliati dalle vesti sospette che indossavano, sostituitene delle altre nuove e pulite, o almeno di quelle ch'erano state previamente spurgate e mondate diligentemente. Prima d'indossare le nuove vesti venivano i loro corpi con acqua e aceto accuratamente lavati a mezzo di spugne o pannolini in detto liquore inzuppati.

Le vesti sospette deposte, erano passate agli espurgatori, o per l'abbruciamento, se cenciose e di poco o nessun valore, o per l'espurgo, se buone e tali da conservarsi. Lo stesso metodo tenevasi per le coperte da letto. Nè era permesso alle famiglie asportar fuori dalle case disegnate all'espurgo se non que' soli effetti che venivano richiesti dalla più stretta necessità. Allorchè mancavano vestiti nuovi o spurgati pella sopraccennata sostituzione, davasi l'incarico agli stessi individui delle famiglie che dovevan sortire di spurgare essi medesimi que' duplicati che avevano in casa, a fine di potersene servire pel cambio prescritto all'ingresso delle località libere cui passar dovevano ad abitare. Tutte le altre robe ed effetti erano lasciati per l'espurgo a quelli dal pubblico a questo oggetto appositamente incaricati.

Le case infette destinate all'espurgo, appena sortite le persone che le abitavano, venivan chiuse e custodite da guardie. In esse non era più permesso l'ingresso che ai soli incaricati della disinfettazione. Allorchè questa veniva intrapresa, prima cura degli espurgatori era quella di chiuder esattamente tutte le porte e finestre della casa, i fori dei cammini, delle stuffe ed ogni pertugio, dopo di che accendevano alquante onde di zolfo entro a stoviglie di terra, più o meno secondo l'ampiezza ed il numero de' locali da spurgarsi; indi distribuiti i vasi fumigatorii nel modo da essi reputato migliore entro il locale o locali da spurgarsi, chiudevano dietro se la porta d'ingresso, e lasciavano la casa così chiusa per lo spazio di 24 ore; scorse le quali, ripetevano la stessa fumigazione per altri due giorni successivamente.

Indi si procedeva allo spurgo delle suppellettili. Tutti i vestiti, pannilini, coperte, ed altri effetti che avevano servito ad uso dei malati, o ch'erano stati da essi maneggiati, o tocchi, venivan gittati in una tinozza od altro recipiente di legno, in cui si versava del liscivo caldo fino a che ne restasser coperti, lasciativi entro a macerare per ventiquattr'ore. Allo spirare di detto periodo, scolato il liscivo, s'infondevano in acqua bollente, la quale doveva essere rinnovata due, tre, e fino quattro volte. Indi lavati nel modo solito ed asciugati. Tutta questa operazione doveva esser ripetuta tre volte. Que' vestiti però, coperte ed altri oggetti, che per la lor qualità non potevano esser spurgati col liscivo senza venir guastati e rendutí inservibili, come pure i stracci, le robe di poco o nessun valore, la paglia dei letti, e cose simili, dovevano esser abbruciati. Finalmente tutte le masserizie, mobili, arnesi di casa, utensili di terra, di legno, di vetro, di metallo ed ogni altra cosa che poteva sostenere l'espurgo d'acqua senza pericolo di guasto, venivano parimenti lavati ed astersi col liscivo, o con altro liquore secondo la qualità loro. Le pareti imbiancate con doppio stratto di calce, i pavimenti raschiati e lavati ripetutamente col ranno medesimo. Tutte le altre suppellettili che non soffrivano l'espurgo d'acqua, i libri, le carte, i pennachii, cappelli, pellicie, drapperie di lino, di lana, di seta, ecc. dopo impregnate di fumo dello zolfo venivano esposte ad una libera ventilazione. Di tre in tre giorni si assoggettavano alla stessa fumigazione solforosa; e finalmente presso al termine della contumacia ad un suffumigio più mite; p. es. di legno di ginepro, d'incenso, di mirra, benzoino, e cose simili.

Lo spurgo delle case e delle suppellettili doveva esser terminato nello spazio di tre settimane; scorse le quali si chiudevano entro le case persone sane, che dovevano abitarle in via di esperimento, restandovi chiuse in esse pel periodo di sei settimane. Se durante detto periodo si conservavano sane, la casa allora veniva dichiarata sana, e messa in libera comunicazione a disposizione della famiglia cui apparteneva. Per tal modo si otteneva prova non solo dell'efficacia degli eseguiti espurghi, ma altresì della generale cessazion della peste.

I morti dal contagio, giusta gli ordini dati dalle Autorità dovevano esser tutti trasportati col mezzo de' becchini al cimitero comune, ovvero al luogo a ciò appositamente destinato; ed ivi, scavate le fosse profonde quattro piedi almeno, gittati in esse i cadaveri, dovevano questi venir coperti con calce viva; e mancando la calce, con cenere. Per lo più però mancava l'una e l'altra, ed i cadaveri venivano interrati superficialmente, in ispecieltà nelle località isolate e lontane, dove non poteasi avere l'opera de' seppellitori pubblici, o dove questi non eran sufficienti al bisogno. Il perchè, non di rado si dovean costringere gl'individui delle stesse famiglie cui apparteneva il morto a prestarsi al pio e doloroso ufficio di dargli sepoltura. Dopo estinta la peste, si chiusero i cimiteri dei pestiferati, e s'intersecarono con essi le comunicazioni, dopo aver accumulata una certa quantità di terra ed innalzato un suolo nei siti delle fosse, entro alle quali erano stati sepolti i morti dal contagio.

Dal pubblico erario veniva rifuso ai proprietarii il prezzo delle case e delle robe abbruciate, sul dato della stima che per ciascuna doveva farsi precedere all'abbruciamento. Questa misura aveva in se duplice fine benefico e provvido: sollevare cioè que' disgraziati abitanti dai maggiori danni: facilitare la consegna degli effetti e delle suppellettili infette per l'espurgo, togliendo il motivo per cui potevano esser tentati di occultarle.

Nè questa provvidissima misura adottata dalla saggezza e bontà Sovrana fu bastante a prevenire che effetti contaminati non venissero sottratti e nascosti; che già il popolo sospettoso ed inclinato al contrabbando, non prestando fede alle fatte promesse, cercava con ogni studio di sottrarsi al comando e nascondere i suoi effetti migliori clandestinamente. Di maniera che, avutone di ciò avviso il Governo; e vista l'importanza di prevenire siffatto inconveniente da cui potevano temersi gravi conseguenze, d'ordine di S. M. l'Augustissima Maria Teresa allora regnante fu pubblicato un bando, per cui veniva accordato premio di tre zecchini d'oro a quello che scopriva merci od effetti nascosti, e stabilita la pena di morte per chiunque osava qualsivoglia effetto occultare o nascondere. Siffatta misura sortì pieno effetto; mentre da un lato non vi fu più chi osasse nasconder robe per timore di esserne denunziato e punito; dall'altro, l'allettamento del premio raddoppiava in ciascuno la vigilanza e la cura di discoprire effetti nascosti.

Finalmente intrapresa una visita generale di tutte le case, fu estesa accurata nota dei morti, guariti, e superstiti delle varie famiglie; sui quali dati furono poi compilate le tabelle generali, a corredo della storia circostanziata di questo contagio, che fu innalzata all'Eccelsa Superiorità.

In maggio, levati i cordoni dell'interno, furono ristabilite libere le comunicazioni in tutta la Provincia; meno la Contea Marussich, che attesa la lunga convalescenza della donna ultima infetta, di cui s'è parlato di sopra, fu messa a pratica soltanto in giugno successivo.

Molto più gravi sarebbero state le conseguenze del contagio in quella Provincia, se con ben dirette misure sanitarie non gli si fosse impedito di più inoltrarsi. Il Dott. Bruckmann, che a quel tempo trovavasi in Transilvania, si adoperò con molta intrepidezza ed abilità per la salute di quelle popolazioni, e si rendette assai benemerito della pubblica e della privata riconoscenza. (_Oreus de Peste, Chenot, Historia Pestis Transilvanicæ Annorum 1770-1771 opus posthumum._)

Ho creduto dover descrivere con un certo dettaglio il metodo ed i mezzi che si sono usati con profitto nell'indicata epoca per lo spurgo delle case e delle robe infette o sospette dopo cessata la peste; sì perchè formando ciò una parte importante della storia delle pesti dei passati tempi, non sarà forse senza interesse il conoscerla ed il trovarla descritta; sì perchè, quantunque il metodo sopraccennato sia in alcune parti imperfetto, specialmente se si considera dietro le inapprezzabili scoperte della chimica moderna, e dietro i principii di una più illuminata sperienza; potrà nullostante riescir utile all'evenienza de' casi, e servire se non altro ai meno esperti di guida per sortire dall'imbarazzo, e non sapendo far meglio, imitare e copiare ciò che è stato fatto e praticato altre volte con buon successo.

Però; in vece delle fumigazioni coll'acido solforoso, ossia coi vapori che si sviluppano dall'abbruciamento dello zolfo, di cui si è servito il D.r Brukmann per l'espurgo delle case e robe infette della sopradescritta pestilenza, si potranno ora usare con maggior sicurezza di effetto le fumicazioni col cloro, ossia gas acido muriatico ossigenato, che fra tutti gli altri viene considerato il più efficace per distruggere il principio contagioso, qualunque egli sia, ed in qualunque luogo si trovi annidato; e che oggidì si usano quasi generalmente. È innegabile, che anco il gas solforoso, vale a dire i vapori dipendenti dalla combustione dello zolfo, attaccano il germe del contagio e lo snaturano; ma oltrecchè detti vapori non si estendono a molta distanza, e sono infesti ai polmoni, i suffumigi col cloro sono preferibili, siccome più efficaci e più pronti ne' suoi effetti, ed appoggiati nel medesimo tempo all'esperienza, all'autorità, ed alla ragione.