Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria
Part 45
Mentre la peste faceva le più orribili stragi nella città di Damasco e lungo le città marittime della Palestina e della Sorìa, gli abitanti della città di Aleppo erano agitati da forti timori, mentre non avevano filo di speme del poter andar esenti dalla generale calamità.
La città di Aleppo, che secondo le osservazioni di Alessandro Russel[53], in passato andava soggetta quasi periodicamente alla peste, trovavasi libera da tale sciagura più tempo dell'ordinario. L'irregolarità della stagione che imperversava, la carestia, la fame, le malattie straordinarie, i continui terremoti, la singolarità de' fenomeni celesti, la vicinanza del contagio ne' paesi contermini, la trascuranza di tutte le precauzioni e discipline di sanità, facevano a ragion temere vicina la comparsa di questo flagello. Niente di meno, dappoichè non erasi ancora osservato che gli uccelli abbandonassero i consueti lor nidi; che non vi regnava maggiore abbondanza d'insetti; che il gracchiar de' ranocchj non era men sonoro dell'ordinario; che non vi aveva mortalità straordinaria di animali (fenomeni pur questi che gli Orientali sogliono risguardare come precursori o almeno quai compagni della peste), tenevasi da molti non esser così vicina la sua comparsa, come infatti lo fu.
Al principio di maggio del 1760 arrivarono in Aleppo alcune caravane da Damasco, da Gerusalemme e da Latachea con parecchi individui infetti. Fra questi tre mercanti turchi, che presero alloggio in città in una casa presso il consolato inglese, tra' quartieri degli Europei. Costoro comunicarono il contagio alla famiglia presso cui alloggiarono. Alla fine del maggio altre caravane arrivarono da Gerusalemme e da Tripoli con parecchi pellegrini turchi e cristiani, i quali facendo ritorno dai luoghi santi contrassero l'infezione per via. In fra le genti di dette caravane eranvi ancora alcuni negozianti di Aleppo, che sebbene tocchi da peste, pure si ricoverarono senza verun ostacolo presso le proprie famiglie in città, e propagarono così più estesamente l'esiziale contagio. Ciò non pertanto, per queste prime apparenze non s'erano messi in guardia gli abitanti di Aleppo, e ciò per avere in ispezieltà osservato, che fino allora non era stato attaccato dal contagio nessun degli Ebrei, i quali fra tutti sono i più facili a contrar l'infezione. Però sì bella cagion di speranza non istette molto a svanire, mentre un così detto _cambiavalute_, ebreo de' primi, fu attaccato il dì 14 giugno, e vi morì il diciassette. Da questa si diffuse il morbo in altre famiglie, ma però lentamente. Fu da notare che que' che assistevano i malati, andavano per lo più esenti dall'infezione. Ciò fu, dice il Russel, perchè l'aria era ancora pura in Aleppo, e la costituzione de' corpi non era ancora disposta all'infezione. Atteso questo lento avanzarsi del morbo vi ebbe appena chi disse, che quel morbo vera peste si fosse. In sul finir del giugno si accrebbe la mortalità, e più facile ne divenne il comunicarsi del contagio. Si diffuse nel gran sobborgo di Bankusa, e verso la contrada detta _Judeda_, la quale, come i sobborghi adiacenti, è abitata da molte famiglie cristiane. Ciò nulla meno, malgrado che il contagio fin dal principio manifestato avesse la sua più grande malignità, mentre di sei appestati uno appena salvavasi, pure per tutto l'anno 1760 fece lenti progressi. Essendo esso diffuso in quasi tutte le contrade della città, i consoli europei e le fattorie delle varie nazioni non potevano mantenersi in libera comunicazione cogli abitanti senza il più evidente pericolo, il perchè si chiusero nei loro quartieri il dì 30 giugno; e ciò con tanto più di ragione, quantochè la sperienza ha fatto conoscere ne' paesi orientali, che la peste, la qual regna nel giugno, non termina mai prima della fine di agosto. In luglio il contagio accrebbe alquanto la sua ferocia. Contavansi da 15 a 20 morti al giorno, secondochè permetteva farne giusto calcolo un paese, dove non vi avea più polizia sanitaria, nè registri di sorta. Il numero de' morti per peste argomentavasi dalle relazioni de' becchini, i quali tenevano conto di que' soli, i cui cadaveri nel seppellirli mostravano chiari segni di peste. La prima settimana di agosto si manifestarono altre malattie delle _ricorrenti_, come diconsi, o almeno la peste ne cominciò a vestire una diversa apparenza. Verso la metà dell'agosto gli attacchi si fecer sempre più rari. Dal 20 non si parlò più di nuove sopravvenienze. Alla fine dell'agosto la peste scomparve, quantunque dir non si possa per assoluto che dopo d'allora nessuno sia morto di contagio. Il numero dei morti di peste in quell'anno, secondo le sopraccennate note raccolte dal dottor Russel, non monta che a 500 circa. Ragion però suggerisce di credere, che maggiore d'assai ne sia stato il numero, se si abbia riguardo all'incertezza dei dati su' quali si appoggia questo calcolo, alla difficoltà di raccoglierli, alla vastità delle contrade e dei sobborghi di Aleppo, al numero della sua popolazione, alla qualità e all'indole della malattia, ed al suo carattere, dirò così, _proteiforme_, specialmente incerto nel principio della sua invasione; e finalmente, osservando, come soggiugne lo stesso dottor Russel, l'aver egli in quell'anno badato meno attentamente al numero dei sepolti, che non ha fatto negli anni susseguenti.
Cessata così nel 1760 la peste in Aleppo, speravasi, che non s'avesse a riprodurre; ma ne fallì la speranza. I villaggi delle vicine montagne fra Antiochia e Latachea, dove il contagio, cessato in Aleppo, erasi manifestato, continuarono ad esserne afflitti per tutto il verno. Anzi in alcuni di essi erasi rinvigorito assai fieramente sotto i rigori del freddo, che fu in quell'anno più acuto dell'ordinario. Dai detti villaggi montani le persone già infette, poi morte di peste, che s'erano rifugiate nelle pianure, specialmente in Edlib, Sogre ed in Aleppo stesso, sparsero il tristo seme del morbo fra le famiglie, che ve le avevano ricoverate. Si osservò poi a quel tempo, che il contagio, il quale manifestavasi spinto da molta forza e veemenza ne' luoghi montani, passato che fosse al piano, perdeva gran parte del suo vigore, il perchè nelle sopraccennate famiglie non fece gran danno, e lentamente ad altre si propagò. Continuava la peste a Damasco. Ciò non per tanto fra esso ed Aleppo continuavano ad esser libere le comunicazioni. Gli Arabi non cessavano dal solito loro commercio. Nel marzo del 1761 si spiegò con molta forza il contagio nelle ville di Aleppo e specialmente in Sfirig[54]. A' primi del marzo in Aleppo stesso s'ebbero i primi sentori di peste, e alla metà incirca del mese si manifestò nel campo degli Arabi. Fu tale però la violenza fin dal suo principio, che gli Arabi spaventati abbandonarono nella maggior parte le proprie tende, e si rifugiaron nelle case de' lor conoscenti ed amici. Di settanta appestati appena due andavan salvi. Nè solo fra gli Arabi, ma sì bene fra i Turchi e fra i Maroniti si propagaron le stragi. Dirimpetto al campo degli Arabi, alla distanza di circa cento passi, trovavasi accampato un branco di cingani. Appena sepper costoro della strage, che faceva la peste nel campo degli Arabi, trasportarono le loro tende in un villaggio poco distante dalla città, dove malgrado le devastazioni che faceva in tutti que' dintorni la peste, si sono preservati sani, morti essendone soltanto due o tre di loro. Circa la fin dell'aprile il contagio si propagò anche nella contrada detta _Judeda_. Sopraggiunser le feste del Bairam[55]; al qual tempo i bazzari[56] e i caffè sono straordinariamente affollati di gente, che vi concorre fin dai più rimoti quartieri della città. A quel tempo medesimo cadevano anco le feste di Pasqua de' Greci. Per queste circostanze aumentandosi le ragion de' contatti, e il frammischiarsi delle varie classi del popolo, il morbo dilatò a proporzione le sue conquiste e vi moltiplicò le stragi. Dal dì 5 aprile al 3 maggio successivo si contarono 856 morti, de' quali 150 cristiani e 4 ebrei. Nel maggio s'aumentò il male. La mortalità di quel mese giunse a 1211 persone; e di esse 215 cristiani, 33 ebrei. Soltanto dopo la metà dell'aprile cominciarono gli Europei a chiudersi nei proprj quartieri; ed il consolato francese non adottò tal riserva che ai primi di maggio. In giugno la peste infierì più che mai, e somma ne fu la mortalità sì de' Turchi e sì degli Europei; ma in ispezieltà verso la fine del mese passò il contagio alle più immense rovine, giunto al grado del suo maggiore incremento. Dal 31 maggio al 5 luglio sono morte 5535 persone, fra le quali 639 cristiani e 183 ebrei. Penetrò nell'harem dello stesso Cadì ed in parecchie famiglie de' principali signori turchi. Molti morivano dopo 10 ore dalla contratta infezione, altri, ed in maggior numero, nel corso di 24 ore. Si contò pur buon numero di risanati. Morirono tre sacerdoti armeni ed un gesuita, comechè dai primi di maggio si fosse restato nel suo convento. Dopo il dì 7 di luglio il morbo cominciò a declinare. Il numero dei morti fra' Turchi scemò quasi della metà. Dai 1249 annoverati nell'ultima settimana di giugno, si ridussero a 833 gli estinti nella settimana seguente al 5 di luglio. Nelle sopravvegnenti ancor più rapida ne fu la declinazione, caduti morti solo 430. Verso la fine del mese si fu la peste così mitigata, che parecchi asserivano esser già al tutto spenta. Con tali voci forse miravasi a persuader gli Europei di uscire dai loro quartieri; e taluni sì cristiani e sì ebrei, prestatovi credenza, ne uscirono al pubblico. Alla fine del luglio il popolo in generale cominciò a rincorarsi, nè più si vider abbandonati e deserti i bazzari, come per l'innanzi facevasi. Morì di que' giorni anche il padre Carlo del convento di Terra-santa, celebre per la sua esimia pietà e carità. Questo benemerito sacerdote fin dalla primavera del 1760 erasi spontaneamente dato all'assistenza de' malati, esponendo se stesso con istraordinaria virtù al più evidente pericolo dell'infezione; e nel salutare oggetto di assistere come potesse il meglio i suoi simili, nol ritenne nè pericolo, nè orror di morte. Racconta anche il Russel d'averlo assai volte veduto nelle case degli appestati prendere in su le braccia i malati per rialzarli e assettarli meglio nel letto, somministrar loro le medicine, e confortarli con ogni maniera di soccorsi, che sa trovare l'ingegnosa carità a chi l'ha in sè per virtù della santa Religione. Dal dì 5 luglio al 2 agosto sono perite 2115 persone; fra d'esse contaronsi 312 cristiani e 57 ebrei. In tale periodo la diminuzion della peste si manifestò più certa infra' turchi, che fra i cristiani e gli ebrei. Ciò forse fu perchè i secondi abbandonatisi ad una improvvida sicurezza uscivano troppo presto dalle loro contumacie, avutasi pur da taluni l'imprudenza di frequentare i pubblici bagni. Dopo la metà del luglio non moriva alcuno prima del terzo giorno di malattia. Verso la fine del mese ricomparvero febbri terzane ed altre malattie, che diconsi di _carattere_; ed erano d'un andamento diverso dalla peste. Ai primi di agosto quasi tutti gli Europei apersero le case loro a libera comunicazione. Circa la metà del mese risguardavasi come cessata la peste, ancorchè alcuni accidenti pestilenziali insorgessero qua e là. Dai 15 ai 31 agosto le liste de' morti presentarono una mortalità, minore di quella del febbrajo, che precedette alla peste, e rarissime ne furono le nuove incidenze. A soli 68 montarono i morti dell'ultima settimana, tra' quali 58 turchi e 10 cristiani. La mortalità totale dai 2 ai 31 di quel mese fu di 387 persone, delle quali 63 cristiani e 10 ebrei. Incominciato il settembre si passarono varj giorni senza nuovi accidenti.
Dopo la metà del mese non si contarono che due soli infetti; e dopo il 20 nessun altro più ammalò di contagio. Il perchè cotal tempo e da risguardarsi come il termine di questa pestilenza. Le trepidazioni però e le angustie degli abitanti di Aleppo non cessaron del pari. Alcune morti improvvise avvenute nel corso del verno, ed alcune febbri anomale, dichiarate da que' medici d'indole inflammatoria e non contagiosa, mantennero vivi fra quegli abitanti il timore, la confusione, il sospetto, e ciò fino al marzo dell'anno seguente 1762, in cui dissipata ogni tema, se ne ristabilì la primiera tranquillità, la sicurezza, e la salute.
Da Aleppo la peste s'innoltrò in altre città della Siria e della Mesopotamia. Specialmente ad Orta[57] imperversò con la massima violenza. Vi morì il Bascià, quasi tutti i soldati, e le persone del suo seguito. I villaggi de' dintorni rimasero spopolati quasi interamente. Suez e Adena[58] ne furon pur travagliate assai fieramente. In quest'ultima città e vicini villaggi narrasi esser perite venticinque mille persone.
La peste si manifestò anco nella città di Marasch[59] nella primavera del 1761. Non fece essa in quell'anno di molti progressi, e cessò poi nell'autunno. Si riprodusse però nella state dell'anno seguente 1762. Si dilatò molto più, e cagionò danni molto maggiori, che nell'anno precedente, serpeggiandovi tacitamente e con pochi danni per tutto l'inverno. Quindi si aumentò nella state vegnente 1763, per altro con minore ferocia, che non aveva fatto l'anno precedente. Nell'anno 1764 si accrebbe ancora più, tenendo però lo stesso andamento degli anni precedenti, cioè divenendo più mite, ed appena sensibile durante il verno. Ma nell'anno 1763 aumentò in fiero modo le sue stragi; si dilatò per li vicini villaggi, e vi recò orribili desolazioni. La durata della peste, più lunga in Marasch, che in alcune altre città della Siria, fu un singolare fenomeno. A malgrado il continuo commercio fra Marasch ed Aleppo, non si ebbero certe notizie dell'andamento del contagio e del suo pur lungo durare, se non quando parecchi mercanti di Aleppo, stabiliti a Marasch, per cagion del più forte infierire del morbo, nella state del 1765, abbandonarono quella città e fecer ritorno ad Aleppo.
Da questa descrizione apparisce ognor più chiaro, che la peste in Levante tiene il medesimo andamento che in Europa. Cresce lentamente, e va, per così dire, fluttuando due o tre settimane; ed ancorchè in questo suo primo periodo, generalmente parlando, riesca mortale, pure il più di sovente ne' suoi primordj non presenta i sintomi, che sono proprj e caratteristici di lei; e gl'infermieri ed assistenti per l'ordinario non vi restano presi. Queste due ultime circostanze traggon seco assai spesso gravissime conseguenze e infrenabili. Per esse ne vien sovente ragione di questionare sulla natura della malattia, e metterla in dubbio. Il perchè, altri affermano esser la peste ed altri negano; e mentre se ne attende la risoluzione, sfugge un tempo prezioso che potrebbe dar mezzo a salute ed a sicurezza; od almeno non si vi pensa che troppo tardi, quando ogni riparo è svanito. Allorchè le città mercantili di Europa sono state infette da peste, il più delle volte è avvenuto pur troppo che si cercasse di occultarne la malattia sotto differenti nomi il più che si fosse potuto. Questa circostanza è comunissima nel Levante, dove, a vero dire, si ha minor ragione e mezzo di dar sollecite notizie dell'esistenza della peste; mentre le genti del popolo, alle quali per li principj della lor religione è vietato di usare de' preservativi, dappoichè vivono abbandonate ad un cieco fatalismo, dalla pronta scoperta della peste non traggon esse vantaggio nessuno per la salute. Che anzi, al manifestarsi della peste ritirandosi gli Europei ne' loro quartieri, si menoma, anzi arenasi il loro commercio; e quindi per loro ne viene scemata la principale sorgente de' lor guadagni.
L'andamento, che ne' varj luoghi del Levante tiene la peste inoltrandosi al suo maggiore incremento, è quasi per tutto lo stesso. Non è così però del suo declinare, osservandosi in quest'ultimo suo periodo manifestissime le differenze, non solo secondo i differenti luoghi, ma eziandio secondo il tempo diverso. Per esempio, al Gran Cairo la peste suol quasi sempre terminare più presto che in Aleppo e lungo le coste della Siria; ed ivi pure in certi anni più sollecitamente, e in altri più tardi. In alcuni luoghi, p. es. nella Siria, nell'isola di Cipro, si osserva che domina all'ordinario in sul finire d'autunno, nel corso dell'inverno, ed in principio di primavera, e cessa nella state. In altri, in ispezieltà ne' paesi montani, suole imperversare particolarmente nel verno, ed infierire a proporzion dei rigori del freddo; mentre in altri del tutto cessa sotto i rigori invernali, e col procedere della cruda stagione.
In nessun luogo forse è più manifesta l'influenza dell'aria pura e della libera ventilazione per menomare ed arrestare i progressi del contagio, quanto ne' paesi del Levante. E di fatti, il morbo suol fare strage fra le famiglie del popolo, che abitano case anguste, sepolte, senza finestre e senza ventilazione; mentre per lo contrario nel così detto Serraglio, e ne' palazzi de' grandi, che sono spaziosi, ventilati, con ampie sale, belle gallerie dintorno, e con ogni possibile miglior maniera di costruzione adattati al clima, di rado vi penetra; e se giunge ad insinuarvisi, non s'appicca ordinariamente che agli schiavi, alle persone di servizio, ed al più alle donne dell'_Harem_, le cui stanze non sono nè così ampie, nè forse così ventilate, come sono le altre, per cagion de' ripari e dell'altezza delle finestre che vi si usano per l'estrema gelosia con cui quelle donne vengono custodite. La maniera di vivere e di conversare usata dai grandi della Turchia, influisce del pari alla loro preservazione. Il natural loro orgoglio non permette che alcuno loro s'accosti. Giacciono la maggior parte del giorno in una gran sala nel fondo del Divano, fumando tabacco, prendendo caffè, ed occupandosi degli affari, solo in compagnia di persone d'alto grado; le quali pure si tengono ad una certa distanza tra loro. I servi ed i paggi stanno fuor del Divano, nè fannosi avanti che quando vi sieno obbligati dal respettivo servigio, tornando poi subito al loro posto. Altre osservazioni sugli usi e sulle pratiche, le quali tengonsi ne' paesi del Levante in tempo di peste, mi verranno più acconce ad altro luogo di quest'opera. (_Russel's Patrik, Treatise of the plague; Russel's Alexander, the natural Hystory of Aleppo; Mariti Giovanni, Descrizione di un viaggio fatto nell'Isola di Cipro, nella Siria e nella Palestina nell'anno 1760 fino al 1769._)
Nel 1763 regnava la peste nella Bossina, provincia ottomana confinante colla Dalmazia. Frequenti essendo le comunicazioni fra le due provincie; nè potendosi, attesa la qualità de' confini, regolare quanto convenga, nè impedire del tutto, il contagio non istette molto a propagarsi in Dalmazia, dove serpeggiò qua e là nel 1763, e travagliò quella provincia fino la metà del 1764. Infierì particolarmente ne' borghi di Spalatro, dove sono perite 530 persone. Per ragion delle buone discipline, e per le precauzioni usate, la città ne fu preservata. (_Bajamonti, Storia della peste di Spalatro._)
A. dell'E. C. 1769-70-71. E' questa pur una delle epoche più memorabili della storia riguardo alla peste; dappoichè a questi anni mille settecento sessanta nove, settanta e settantuno, essa travagliò fieramente la Moldavia, la Valacchia, la Transilvania, la Podolia la Volinia, la Russia e Mosca particolarmente, come appresso vedremo, la Turchia Europea e l'Asiatica, e segnatamente Smirne, Aleppo, Alessandria, il Gran Cairo, gran parte dell'Egitto e Costantinopoli, dove periron d'essa più di 40 mila persone, portando di se per tutto infinite stragi e rovine.
Premesse poche notizie sulle precedenti pesti della Russia e sullo sviluppo ed andamento corso dal contagio nella Moldavia e nella Valacchia e in qualche altra provincia, passerò ad un breve sunto storico della memoranda peste di Mosca.
L'impero Russo fu due altre volte in precedenti epoche travagliato dalla peste. Delle più antiche non ne restan memorie, dico, che sieno scritte. La prima che se ne conosca per esse, è quella degli anni 1653. 54. 55. (V. pag. 464.) Cotal pestilenza devastò nel modo più spaventevole non la città di Mosca soltanto, ma sì ben anche varie altre città e paesi dell'impero. Quindi apparisce essere stata essa la più memorabile di tutte le altre. Ciò si raccoglie da una lettera scritta dai Bojardi di Mosca, che sono i capi della città, l'anno 1754, al Czar Alexa Micalovich, che allor trovavasi all'assedio di Smolensko.[60] La seconda risguarda quella del 1737. 38. 39. (V. pag. 613.)
Nell'anno 1769 ardeva la guerra fra la Russia e la Porta Ottomana, cominciata in Moldavia. Un corpo dell'armata russa, dopo aver disperso l'immensa turba nemica sotto Chozim, e presa Yassy, capitale della Moldavia, si era dato ad inseguire l'armata turca oltre il Danubio, mentre l'altra parte dell'esercito aveva avuto l'ordine di attaccare un grosso corpo ottomano, accampato presso Gallaz, e d'impadronirsi, a qualunque costo, di quella città. Seguitamente ad un ostinato combattimento, in cui restò prigioniero il principe Maurocordato, i Turchi furono pesti in fuga, e l'armata vittoriosa s'impossessò di Gallaz e di tutto quel tratto di paese, che giace al di qua del Pruth. Questa città presa d'assalto fu abbandonata al sacco. In essa vi regnava la peste, di fresco introdottavi col mezzo di mobili e di mercatanzie portate da Costantinopoli per ragion di una fiera, che per l'appunto vi si teneva a que' dì. Ignorando il comandante russo che quivi fosse la peste, e quindi esso di nessun mal sospettando, ordinò che ai soldati, sani e feriti, si desse quartiere nelle case della città e de' circonvicini villaggi, anco per ristorarli dell'ingiurie della stagione che cominciava a inasprirsi, già inoltrato essendo il novembre.
Di tal modo s'apprese il contagio alla truppa. Parecchi soldati del presidio cadder malati; e due tra quei della guardia posta al principe prigioniero, si morirono in breve corso del male. Non istette molto la peste a diffondersi fra la truppa co' suoi più manifesti segnali. Il supremo comandante dell'esercito feld-marasciallo conte Romianzow Sodanaisky istrutto di quanto accadeva in quel corpo d'armata, ordinò al generale de Stoffel, che ne comandava la divisione, di sloggiar da que' luoghi, ritirarsi a Yassy colla sua armata, ed ivi tenersi in istretta contumacia, facendo ricoverare i malati in un lazzeretto. Nella marcia che fece la truppa da Gallaz a Yassy, si minorarono sensibilmente le malattie e le morti, di modo che s'incominciò a dubitare se vera peste si fosse quella, od altra natura di male. Giunta che fu a Yassy l'armata, i soldati rimasti sani si distribuirono per le case, ed i malati si allogaron nello spedale, che fu stabilito nello stesso palazzo de' Principi di Moldavia. Scorsero tranquillamente tre settimane, e solo circa la metà del gennajo si osservò dai chirurghi dello stesso spedale, che vi comparivano di molte febbri, accompagnate da petecchie, le quali furono definite dapprima per febbri maligne castrensi. A parecchi di tai malati in settima ed in ottava giornata di malattia scoppiava qualche bubone, che poi al tutto non si risguardava, che qual crisi imperfetta, ovvero qual decubito del male. Il che si fermò con tanto più di persuasione, in quanto non pochi di loro dopo una discreta e legittima suppurazion ne guarivano. Pochi dì appresso, osservaronsi e carbonchi, e morti o repentine o sollecite; quindi proporzionalmente che tai fatti facevansi più frequenti, si andarono anche aumentando i timori di peste. Tale nel corso di quattro settimane fu l'andamento della malattia in quello spedale.