Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria

Part 44

Chapter 443,720 wordsPublic domain

A. dell'E. C. 1745. In una villa del contado di Zara (_Dobropoglie_) presso Ostravizza s'introdusse in quest'anno la peste, che distrusse la maggior parte di quegli abitanti. Un Morlacco, fuggito da Travnick, città della Bossina, ve la recò. Nei primi giorni del morbo tre individui del succennato villaggio infetto si trasferirono a Zara, e fra numeroso popolo affollato entrarono in chiesa per baciar l'arca di s. Simeone, secondo il costume di quel paese. Terminati i loro affari in città se ne ritornavano alle case loro, quando poco lontano da Zara cadettero morti con buboni ed altri segnali di peste, che si riscontrarono al momento dell'ispezione fatta sui loro cadaveri. Nessuno sviluppo di contagio è accaduto in Zara, e senza altre conseguenze vi si estinse pur anco nel summenzionato villaggio, essendosi dato il fuoco alle case infette d'ordine del colonnello del contado co. Possedaria (_In Actib. Offit. Salut. Iadrens._)

A. dell'E. C. 1752-53. Nel mille settecento cinquantadue la peste fu portata in Algeri dalle Provincie Occidentali di quel regno, dove infieriva da varj mesi, col mezzo di alcune persone infette, che, secondo il costume di que' paesi, vi sono state liberamente introdotte. Serpeggiò occulta da principio per qualche tempo sotto colore di altre malattie comuni, finchè al soffiare di venti meridionali umidi e soffocanti per varj giorni seguitamente, si appalesò in Giugno con generale incendio della città. I Consoli delle varie Nazioni, ed i mercanti Europei si chiusero tosto nelle lor case, muniti di tutto ciò, che è opportuno in simili circostanze per preservarsi contro gli attacchi del male non solo, ma contro la fame eziandio, ed altri disordini, che sogliono essere della peste compagni. Infatti alcuni giorni appresso, intimoriti i _Kabaili_ (ossia Montanari), ed i _Piskari_, (confinanti col deserto, per convenzione destinati a servire sotto un suo capo ai bisogni pubblici della città di Algeri) fuggirono tutti; quindi mancarono le necessarie provvigioni per la città, non avendovi più chi volesse trasportarle. Il Governo fece intimare la forca ai fuggiaschi, e con pari minaccia obbligò le genti di campagna a vendere al solito, benchè più care, le loro derrate. Questo provvedimento portò l'effetto desiderato; ma sparse di siffatta guisa la pestilenza, tanto ne' vicini, che ne' rimoti villaggi, che la desolazione è divenuta poco meno che universale.

La maggior parte de' Mori, cittadini di Algeri, si è rifugiata nelle proprie ville, che sono ne' contorni della città abbondantissime; ma con poco effetto; mentre, comunicando eglino nel tempo stesso con la città, ne son morti alla campagna in numero forse maggiore, che dentro alle case di Algeri, ove perirono in quell'anno da oltre cinque mille persone.

Il caldo della stagione mostrò di contribuire all'aumento del male, essendosi osservato che, secondo che crescevano i gradi del calore, la forza pur del male aumentavasi, misurata dal numero degl'infetti. Però la temperatura in Algeri non si vide mai montare oltre il 28.º grado del termometro del Farenheit; ed a questa circostanza alcuni attribuirono la mediocrità della strage, la quale invece nelle interne mediterranee pianure, ove il calore è molto più forte, fu molto più formidabile. Si è pur notato, che nelle case all'aperto il numero dei morti e stato solo un terzo di quello degl'infetti, laddove nel R. Spedale Spagnuolo, che si trova chiuso fra altri fabbricati, malgrado tutte le possibili assistenze, appena un terzo degli schiavi attaccati salvossi. Un altro fenomeno s'è pur notato, che dal volgo venne attribuito a un prodigio, e fu quello, che il Palazzo Reale, abitato da molta gente, e frequentato giornalmente da ogni sorta di persone, e stato immune dal contagio, sì che non vi si attaccarono che due soli schiavi che assistevano alla cucina reale. Lo stesso fenomeno pure osservossi nell'ultima peste triennale di Algeri, nella quale andò distrutto un terzo degli abitanti della città[46]. Qui è da osservarsi che il detto R. Palazzo è l'abitazione più vasta, che siavi in Algeri, la più ventilata, quella che gode del privilegio delle finestre esteriori, e la più fresca ancora per l'abbondanza delle Fontane perenni, che la bagnano, le quali formano la più gentile e la più stimabile fra le Turche delizie.

Fu notabile altresì, che questa peste ha attaccato per lo più i fanciulli e gli adolescenti, e fra questi, come dicesi, i novelli sposi; e che le giovanette infette sono state in maggior numero dei maschi.

I Negri, per effetto del clima natio quasi tutti di ardente temperamento, ed astretti per la loro schiavitù agli ufficj più penosi delle famiglie, sono stati i primi, ed i più maltrattati dal morbo; come appunto suol avvenire in Costantinopoli, nel Gran Cairo, e generalmente in tutto il Levante.

Gli Ebrei, non che gli schiavi Cristiani, sono stati pur assai maltrattati dal contagio. Sì gli uni, e sì gli altri di questi infelici si nutriscono di cibi poco salubri, e vivono affollati in luoghi angusti e poco ventilati.

La peste, che aveva fatto strage, durante la state del 1752, venne mitigata dalle fresche piogge autunnali, ma non estinta, come pur si sperava. Essa mantennesi qua e là vagante ed incerta tutto quel verno, finchè nell'Aprile del seguente anno 1753. ripullulò con grande spavento di quegli abitanti. Acquistando essa ogni dì nuovo vigore, distrusse nello spazio di tre mesi non meno di oltre a cinque mila persone nella sola città di Algeri. Verso la fine di Agosto del detto anno 1753 il contagio si dissipò e cessò interamente su tutti i punti.

Varj al solito ed irregolari sono stati i sintomi, che accompagnarono questa malattia, e la maniera de' suoi attacchi. L'uno credeva d'essere stato attaccato per contatto immediato d'infetta materia, l'altro per il respiro di fetido alito pestilenziale; non sapevan altri a qual principio attribuire l'incontrata malattia. Chi sentiasi subitamente sorpreso dal morbo, e chi gradatamente ne distingueva il suo ingresso. A taluno si appalesava per mezzo di dolore di capo insofferibile, a tal altro con fastidiosa nausea. Chi di vomito violento, chi di languida vertigine, chi d'involontario tremore allo scoppiar del morbo lagnavasi: e chi finalmente da acutissima improvvisa puntura facevasi accorto dell'imminente comparsa del bubone pestilenziale; sintomi, che bene spesso si sono trovati tutti congiunti in uno stesso corpo appestato.

I buboni, i carbonchi, le petecchie, e le verghe rosse, pallide, o nere, accompagnavano la malattia. Il bubone era sintonia il più frequente, e, come dicesi, caratteristico. La febbre, che accompagnava il bubone, soleva essere veementissima, e il più delle volte congiunta al delirio. Essa per ordinario aveva un periodo di due giorni. Quando la malattia prendeva una buona piega, passati i due primi giorni, cominciava a declinare, ed in proporzione diminuiva la smania, calmavasi il delirio e la veglia, andavasi a poco a poco ristabilendo la perduta appetenza, e con essa le forze. Frattanto il tumore si maturava, e rotto, purgavasi, e l'infermo ricuperava la sanità. Il bubone al suo comparir dava segni quasi sicuri del grado di malignità a cui dovea montare la malattia. Infatti, secondo l'esperienza, se esso era mobile, vigoroso, turgido, acceso, e grosso (per esempio come una grossa cipolla), era probabilissimo che men grave ne doveva essere la malattia, e che l'infermo n'andava salvo; all'incontro, laddove fisso, debole, arido, oscuro, e picciolo era il bubone, ben presto ne susseguitava la morte.

Le verghe rosse, pallide, o nere, che comparivan sul collo, o al petto, erano indizio quasi sicuro di morte vicina. I disordini nella dieta, e le commozioni violente delle passioni, e specialmente della collera, esacerbavano la malattia, ed affrettavan la morte.

Il metodo di cura, usato da' Mori in questa pestilenza, fu sopra ogni altro semplicissimo. Nessun rimedio veniva somministrato ai malati, tranne un empiastro fermentativo, ammolliente, che applicavasi sopra il tumore, il quale ridotto a maturità aprivasi colla lancetta, e poi libero lasciavasi al maligno umore lo sfogo. Con questo mezzo molti infermi si sono salvati; non però così avvenne nel R. spedale Spagnuolo degli schiavi, dove senza risparmio di spesa sono stati tentati molti rimedj, e quasi tutti senza l'effetto desiderato. Secondo le relazioni del medico e del farmacista del detto spedale il sugo di limone s'è trovato utilissimo nella peste. Fra i rimedj poi tratti dalla farmacia meglio degli altri corrisposero i leggieri purgativi, e gli elettuarj alessifarmaci, come la Teriaca, e simili, accompagnati da copiose bibite acide, p. es. di limonata; mentre i tumori maligni col mezzo di fomentazioni venivano stimolati e condotti a maturità. Fra le altre cose l'applicazion de' ranocchj vivi sopra i buboni è stata riconosciuta molto opportuna. Si osservava che detti animali s'impregnavano di un umor nero livido, il quale veniva risguardato come parte del fermento maligno, attratto simpaticamente dall'animale, e dal tumor trasudato[47].

«Gioverà solo replicare (così in sulla fine soggiunge lo Storico) per confermare gli Europei nel savio uso delle prudenti loro cautele in simili calamitose circostanze, che niuno accidente pestifero in due anni di contagio è succeduto nelle nostre case ben custodite, eccettuata la morte di tre servi, che furono convinti di aver infrante le leggi della contumacia, o per dir meglio della non comunicazione cogli infetti.» (_Relazione della Peste di Algeri dell'Autor del Saggio Astronomico_).

A. dell'E. C. 1755, 56, 57. Dall'Ottobre 1755 al Gennaro 1757 il contagio travagliò crudelmente la Transilvania e la Valacchia. Il celebre D.r Chenot, che fu in questa pestilenza testimonio oculare, e che da essa fu egli medesimo fieramente colpito, ce ne lasciò la descrizione, nella sua Opera _de Peste_, la quale contiene molte belle pratiche osservazioni. Narra il Chenot essere stata introdotta la peste nella Transilvania col mezzo di certo mercadante da ferro (Gregorio Martin Armeno), che dalle foci del Mar Nero erasi diretto verso Vienna, ove attrovavasi la sua famiglia. Entrato egli il dì 30 Settembre 1755 nel Lazzeretto di Temeswar per ivi scontare la stabilita contumacia, fu sorpreso nel dì 6 Ottobre da brividi, con grande prostrazione di forze, con febbre, dolor di testa e delle reni, diarrea, e ansietà ai precordj. Il dì appresso gli si levò sangue, così avendo egli desiderato, mentre diceva di essere abituato al salasso. Subito dopo la sortita del sangue, v'ebbe esacerbazione di tutti i sintomi, ardore intollerabile alla region de' precordj, e delirio. Il terzo giorno spirò con tumore alla parotide destra. Detto individuo aveva già sparso dei semi di contagio nei luoghi del suo passaggio prima di arrivare al Lazzeretto, e specialmente a Kimpina, villaggio due giornate distante da Temeswar, ove morì l'oste e le sue figlie, che lavarono la biancheria, di cui era stato servito. Tre mercanti attrovavansi nella stessa contumacia a Temeswar. Di due d'essi nulla altro si sa, se non che ritornarono sani alle case loro in Valacchia, l'uno il dì 20, l'altro il 23 Ottobre. Il terzo di nome Andrea Radul, spaventato dall'inopinata morte dell'Armeno, volle abbandonare il Lazzeretto e ritornarsene in Valacchia, quantunque si sentisse molestato da dolore alla parotide destra, e da ardente calore interno, che cercava di moderare bevendo copiosamente dell'acqua fredda. Montato a cavallo, s'avviò per ritornare in Valacchia; ed avendo seco molto danaro, gli fu assegnato un guardiano del Lazzeretto per scorta, il quale doveva accompagnarlo fino al Monastero del monte Sinai; ma a sei leghe distante dal confine l'Armeno morì. Il guardiano ritornò a casa sua seco portando alcuni effetti del morto, e fra essi la peste. Ed infatti, il giorno appresso al suo arrivo un suo figliuolo venne colpito dal contagio, e morì: tre altri suoi figli caddero malati con buboni e carbonchi, ed in pochi giorni diciotto persone furono prese dalla peste, la quale percorse la Valacchia e la Moldavia, malgrado tutte le precauzioni sanitarie, che si sono usate per arrestarla.[48] Nel distretto di Temeswar di 6677. infetti, ne sono morti 4303, e guariti 2374.

Nel trattamento curativo s'impiegarono i così detti analeptici, le bevande, e' brodi acidulati, gli acidi minerali, le infusioni di tè specialmente nel principio della malattia, il nitro, l'antimonio diaforetico, la limonata infusa sopra i fiori di zolfo, o sopra la mirra, la birra, molto usata dai Valacchi, o sola, o col macis, o colla cannella, il vino, il siero vinoso, l'aceto, la teriaca, il muschio, or solo, ora unito alla canfora. La canfora unita allo zucchero, sciolta in una picciola quantità di spirito di vino, ovvero unita all'aceto distillato, od a qualche sciropo di scordio, cannella, contrajerva, serpentaria, e simili, ovveramente alla gomma arabica, ha spesse volte corrisposto; così gli alkali volatili p. e. lo spirito di sal ammoniaco, succinato, anisato. Finalmente il Chenot raccomanda l'uso della corteccia peruviana nella peste, asserendo che la sua utilità fu confermata da replicate sperienze, somministrata sì per infusione, che per decotto, specialmente allorquando le forze sono in uno stato medio, cioè, nè eccessivamente esaltate, nè molto esaurite. Ove esiste una diatesi stenica, o una condizione d'irritamento, come pur dove siavi molte saburre nelle prime vie, la corteccia peruviana non conviene, e gioverà astenersene. All'incontro ove la malattia ha un andamento tifico, allorchè vi sono petecchie pallide o nere alla cute, manifesta tendenza alla dissoluzione, si potrà attendersi da essa molto di bene. Rispetto ai rimedj esterni egli raccomanda le fregagioni su tutto il corpo con un panno di lana impregnato di qualche fumo aromatico, o di aceto, ed anche di spirito di vino prudentemente praticato. Raccomanda pur vescicatorj alle gambe, alle braccia, le scarificazioni ai buboni, ai carbonchi, e simili.

Siccome la prima e principal indicazione, a cui è utile soddisfare negli attacchi pestilenti, è quella di disporre l'ammalato al sudore, acciocchè possa più agevole e più prontamente espellere dal corpo il pestifero miasma: così molti Greci nel corso di questa pestilenza usarono con reale profitto alcune gocce di Opobalsamo nello zucchero, soprabbevendovi tre o quattro tazze di tè di Moscovia[49]; metodo solito a usarsi anche al dì d'oggi in circostanze di contagio da' principali signori della Soria, e di altre provincie d'Oriente, e specialmente dai Greci di Costantinopoli. E dappoichè è tanto importante promuovere il sudore nella malattia della peste, giova forse avvertire, che primieramente conviene togliere gli ostacoli, che talvolta ne lo impediscono; calmare gli spasimi, sedare l'orgasmo, l'esaltato eretismo vascolare, l'eccessivo movimento degli umori, evacuare le saburre delle prime vie, togliere la pletora dominante ec., o sostenere convenientemente le forze; quindi eccitare e promuovere dolcemente una blanda traspirazione colle bibite acquose leggiermente aromatiche; tiepide o calde, bevute in copia, e tali che sien di leggieri sofferte dal malato. Non giova mai violentare la natura al sudore con stimoli troppo forti, o con rimedj riscaldanti e molto eccitanti. Il detto protomedico Chenot essendo stato richiesto da parecchi di quegli abitanti qual metodo dovessero usare, subito che potevano aver sospetto di avere assorbito il contagio, consigliò loro di prendere una dramma di triaca entro ad un brodo unito al sugo di limone, ovvero sciolta in qualche infusione calda p. e. di melissa, di ruta, di scordio, di serpentaria virgiliana, di corteccia d'arancio, od invece soprabbevere alla teriaca un siero vinoso, o coll'aceto. Assicura egli che molti, avendo usato di questo metodo al primo manifestarsi de' sintomi del contagio, si sono salvati, nato un copioso sudore, che in poche ore li lasciò sani e salvi da ogni pericolo. Fa fine al suo dire con alcuni cenni sulla profilassi, ossia sul metodo di preservarsi. Osserva che tutte le cautele, dall'umana mente escogitate finora per preservarsi dalla peste, si comprendono nelle seguenti prescrizioni. 1. Allontanare ogni comunicazione colle persone e colle cose infette o sospette. 2. Distruggere il principio del contagio o sospeso nell'aere, o delitescente in qualche corpo od ente passivo. 3. Fortificare il corpo umano contra l'azione del contagio medesimo, ossia renderlo meno atto a provare l'influsso morboso. Sarà questo argomento delle altre parti di questa mia Opera. (_Chenot, Adam. Tractatus de Peste._)

A. dell'E. C. 1759. 60. 61. 62. 63. 64. 65. Sul principiar dell'anno 1759 la peste dilatò considerabilmente le sue stragi a Costantinopoli, in parecchie isole dell'Arcipelago, ed in varie città della costa dell'Asia Minore.

Nel gennajo del detto anno 1759 ad Alessandria di Egitto approdò un bastimento mercantile proveniente da Costantinopoli. Aveva esso in quel tragitto perduto per peste alcuni uomini dell'equipaggio. Entrati appena in porto, si posero a terra alcuni altri, pur malati del morbo medesimo. Per tal modo fu la peste portata in Alessandria, donde non tardò molto a propagarsi a Rosetta, a Damiata, ed in varj villaggi situati sulla strada, che conduce al Gran Cairo. Nel febbraio dell'anno stesso s'ebbero al Gran Cairo i primi sentori del male. Nel marzo vi si spiegò di gran forza, a tale che gli Europei si chiusero ne' lor quartieri, e vi si mantennero più a lungo dell'ordinario; nè si riordinarono le comunicazioni, che alla metà circa del luglio. In questo mezzo la mortalità ne fu grandissima, sì al Gran Cairo e sì nelle altre città e paesi dell'Egitto. Secondo i computi e le relazioni potutesi in quella circostanza aver dalle varie parti dell'Egitto stesso, da circa 300 mila persone vi son perite in quell'anno. Mitigatasi la violenza del male durante la state, ringagliardì nel verno del susseguente 1760, e recò pure in quell'anno, come fatto aveva nel precedente, immense rovine.

Nell'aprile del 1759 la peste s'introdusse nell'isola di Cipro, portatavi dall'equipaggio di un bastimento turco, che aveva preso il suo carico ad Alessandria e ch'era diretto a Costantinopoli. Detta nave naufragò nel tragitto sul promontorio di Baffo nell'isola di Cipro. Ad alcuni de' suoi marinari e passeggieri toccò di salvarsi dal furore dell'onde; ma siccome erano malati di peste, portarono con essi il seme del rio malore in alcuni villaggi, sulla strada di Limsol dove si ripararono. Non istette molto il contagio di là a penetrare nella città di Limsol, e vi si propagò con grande rapidità e violenza, estendendo le sue stragi a Biscupi, a Baffo, e ad altri luoghi pur anche di quelle vicinanze. La città di Larnica, 40 miglia circa distante da Limsol, offerse all'osservazione un singolare fenomeno. Era giunta a Lamica porzione degli equipaggi e dei passeggieri che si trovavano sui bastimenti infetti approdati a Limsol. Le comunicazioni coi paesi appestati e col resto dell'isola non furono mai interrotte. Essendo esse libere, come per l'innanzi i contadini e i mulattieri giugnevano dalle ville infette coi buboni pestilenziali ancora aperti, ed in attualità di malattia andavano liberamente per le strade e mercati della città, ed alcuni dessi pur colà si morivano. Il dì 22 maggio arrivò pur a Larnica un bastimento infetto proveniente da Damiata con parecchi passeggieri e marinai attaccati dalla peste; i quali sbarcati, presero alloggio nelle case di Larnica, e si trattennero in piena e libera comunicazione con quegli abitanti. Un altro bastimento turco, procedente dallo stesso luogo, approdò avendo al suo bordo varj appestati, de' quali tre morirono in sull'atto dello sbarco. Malgrado di tutto ciò, nessun abitante di Larnica, per quanto si seppe, ne rimase infetto. Gli Europei ivi dimoranti non presero alcuna precauzione, nè alcuna ne presero gli abitanti del paese, i quali si consolavano col detto volgare, che la peste che non comincia in decembre non è a temersi.

Nei mesi di luglio, agosto e settembre non si sentì quasi più parlare di peste, e si credette generalmente che fosse interamente cessata a Limsol e negli altri luoghi vicini. Ma nell'ottobre vi ripullulò, e di là si dilatò a Nicosia[50], dove siffattamente si accrebbe in decembre e in gennajo del 1760, che spaventati i Turchi dalla gravissima mortalità, ordinarono pubbliche processioni e preghiere; le quali, consideratene le cagion fisiche, non servirono che a propagare il contagio e ad accrescerne la mortalità. Solo a questo tempo gli abitanti di Larnica cominciarono a temere forte per essi, stante la grande quantità di persone, che fuggite da Nicosia eransi colà ritirate. Nel febbrajo del 1760 manifestaronsi i primi sentori di peste nel porto di Larnica, indi in Larnica stessa, dove morivano da 25 a 30 al giorno. Molti di quegli abitanti fuggirono alle montagne. Ma la peste continuò ad affligger Larnica per tutto il mese di aprile. Contemporaneamente si dilatò nelle isole vicine, ed invase la provincia di Carpaso[51]. Continuando però le emigrazioni dalla città di Larnica, andò il contagio proporzionatamente in essa scemando. In maggio trovavasi nel suo pieno declinare. Vi perì a Larnica il console di Napoli e quasi tutta la sua famiglia; e così pure diversi altri europei, fra' quali il Superiore del convento di Terra-santa, che per avventura colà trovavasi. Mentre il contagio infieriva a Larnica ed a Famagosta, s'andava estinguendo a Nicosia, dove di questa pestilenza morirono da circa ventimila turchi, e da quattro a cinquemila fra greci e armeni; mortalità si può dire sterminatrice, rispetto al numero della popolazione di detta città, che si calcolava da circa 40mila abitanti. Nel giugno cessò quasi intieramente il contagio in tutta l'isola di Cipro. In luglio i Francesi colà dimoranti cantarono il _Te Deum_ in rendimento di grazie, e tutte le case degli Europei ritornarono alle usate comunicazioni di prima. Giovanni Mariti, che dal 60 al 68 effettuò il suo viaggio per l'isola di Cipro, la Siria e la Palestina, fa pur menzione di questa pestilenza. Per altro, secondo lui, non ascendono che a soli ventiduemila gli estinti di quel contagio in tutta l'isola. Ciò non s'accorda colle note lasciateci dal Russel sopra questo particolare. (_Russell Patrick, Treatise of the plague l. B._)

A quegli stessi anni la peste afflisse pur crudelmente una gran parte della Palestina, della Sorìa e della Mesopotamia, non che parecchi altri luoghi dell'Asia Minore. Essa venne preceduta da tre anni di carestia e di fame acerbissima. In Aleppo, oltre alla carestia desolatrice, fu preceduta negli anni 1758-1759 da una febbre maligna petecchiale, che cagionò sì grande mortalità, come se fosse stata vera peste bubonica. Nella Palestina e nella Sorìa venne preceduta pure da replicate fortissime scosse di terremoti, che distrussero nel 1759 porzione della città di Damasco, e danneggiarono molto S. Giovanni d'Acri e Medina di Sidone. Nella primavera del 1759 comparve una cometa, nel 1760 un'ecclissi solare: fenomeni tutti, che gli Orientali sogliono riguardare come precursori della peste. A Medina di Sidone, a Tripoli nella Siria e a Latachea[52] la peste andò percorrendo regolarmente i suoi stadj dal marzo all'agosto del 1760; nè fu di grande violenza, mentre il numero dei guariti eguagliò incirca quello dei morti. Nei dintorni di Tripoli si riaccese nel 1762.

A Gerusalemme sviluppossi la peste nel febbrajo del 1760; a Damasco nel principio del marzo dello stesso anno. In ambedue queste città, come pure in altre città picciole e villaggi della Palestina da essa ne vennero orribili devastazioni. La mortalità fu immensa, specialmente in Damasco. Nel convento di Terrasanta ne morirono diciannove di ventun sacerdoti.