Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria
Part 43
XXVIII. Le scarificazioni sulle parti vive presso ai carbonchi riuscirono sempre utili. Si scarificavano circolarmente i carbonchi, o si circoscrivevono colla pietra infernale. All'uno e all'altro metodo ne conseguitava facile suppurazione; la quale trattavasi poi coll'unguento digestivo, e coi cataplasmi ammollienti.
XXIX. Sonosi finalmente osservate molte nutrici infette, continuare alcuni giorni ad allattare i lor bambini, senza ch'essi contraessero la malattia, e senza alcun lor detrimento[44]. (_Schreiber, Jo. Frid. Observationes et Cogitata de Peste; Mertens Observ. Med. V. I. P. II._)
A questi stessi anni 1738-39. la peste che travagliava la Bessarabia, la Romelia, la Servia, e la Valachia, e che infuriava in que' Paesi Ottomani, che confinano colle Signorie della Casa d'Austria, penetrò con molto impeto ne' Comitati limitrofi dell'Ungheria e della Transilvania, e vi fece molte rovine. A questi anni, ed appunto per tal circostanza, la Suprema Commissione Aulica di Sanità in Vienna d'ordine Sovrano pubblicò un'Opera sulla maniera di conoscere, preservarsi, e curare la peste. (_Kurze Einleitung zur Erkenntnis und Vertilgung des gegenwärtig besorglichen Pestübels auf allerhochsten Befehl Seiner K. K. A. Majest. etc. Wien 1738. e ripubblicata a Vienna e a Praga nel 1758._)
A. dell'E. C. 1742-43-44. Nel mille settecento quarantadue si riprodusse la peste in Aleppo, e vi durò tre anni. Nel 1743 spiegò la sua maggiore fierezza, cagionandovi immense mortalità. Nel 1744 comparativamente agli anni precedenti fu assai mite, e discreto fu il numero delle sue vittime. (_Russels, Alexand. Natural. Hystory of Aleppo._)
A. dell'E. C. 1743. La città di Messina contava 168 anni dall'ultima pestilenza. Essa n'era stata afflitta nel 1575, allorchè gran parte d'Italia, e della Germania, ed altri paesi molti di Europa, come s'è detto, (_fac. 366 e seg._) provarono di questo flagello i funestissimi effetti. In quest'anno 1743 la peste s'introdusse di nuovo in Messina incognita e mal appresa, come è avvenuto di molti altri paesi di Europa, e vi operò immense rovine. Essa vi fu recata col mezzo di una tartana Genovese, proveniente da Missolongi, picciolo paese della Grecia, situato alla bocca del golfo di Lepanto. Questo bastimento, carico di lana, frumento, e finissime telerie, manifatture di Levante, era partito da Missolongi il dì 20. Febbrajo, ed approdò a Messina il giorno 20. Marzo, dopo trenta giorni di viaggio. La patente di Sanità, di cui fu portatore, era _netta_, e senza postilla di sorte. Assunti i costituti tanto del capitano del bastimento che dello scrivano, giurarono di non aver avuto comunicazione per via nè con altri bastimenti, nè in altro paese, da che si partirono da Missolongi. Fatto l'incontro però delle persone dell'equipaggio, che dovevano esser dodici, compreso il capitano, di nome Aniello Bava, si riscontrò che mancava un individuo. Chiestone conto ai restanti compagni, deposero, che il marinajo che mancava era morto nel corso del viaggio da malattia ordinaria, cagionata dai gravissimi patimenti sofferti nel lungo tragitto, in cui a burrascosi venti e procelle eran stati spesso soggetti. Ragunatisi i signori della Sanità; e considerando, che non potea non esser naturale la morte di un marinajo nel corso di un tanto disastroso viaggio, qual dal capitano riferivasi; che la Patente della Sanità era _netta_ affatto; che i costituti giurati provavano non avervi avuto comunicazione per via, determinarono doversi ammettere quella provenienza a quarantena, conformità delle Istruzioni e delle Leggi del Lazzeretto di Messina. Vi si permise quindi il discarico delle merci. Due giorni appena erano scorsi, che il capitano del bastimento infermò con resipola nella faccia, secondo la relazione del medico del Lazzeretto, e morì in tre giorni. Giudicarono i medici essere stata cagione di sì breve morte la retrocessione della resipola. Ciò non pertanto il Magistrato di Sanità ne fece seppellire il cadavere colle più rigorose precauzioni sanitarie.
Passati altri due giorni appena, un altro individuo del bastimento si ammalò, e i medici accorsivi per visitarlo, il trovaron già morto sulla nave medesima. Ordinaron essi, che fosse il cadavere messo alla pubblica vista, ma nessuno volle toccarlo, asserendo le restanti persone dell'equipaggio esser lui morto con tumore sotto l'ascella, e con petecchie per tutto il corpo, in guisa che lo giudicarono tocco da peste. Rapportata l'infausta notizia al Magistrato, se ne fece un congresso di varj personaggi i più distinti, e de' medici i più riputati della città. Discusse le varie opinioni sulla maniera di sbrigarsi di tale imbarco e mercatante, si determinò finalmente, all'esempio di un simil caso poco prima accaduto in Livorno, di doversi bruciar la tartana con tutto ciò, che dentro vi era, alla distanza di otto miglia dalla città, salvate le genti. Il dì 30 Marzo fu il tutto puntualmente eseguito. Insorta però furiosa tempesta, mentre il bastimento era in fiamme, per la violenza delle onde da gagliardissimo vento agitate essendo stato dibattuto fieramente, fu spinto ad arenare al lido stesso di S. Paolo, e porzione della lana e del frumento ne fu disperso per quella riviera. I signori della Sanità, che accompagnavano la tartana, diedero gli ordini più opportuni per ovviare ogni pericolo dipendente da tale ingrato avvenimento. Si abbruciarono il dì appresso le mercanzie state scaricate al Lazzeretto, e si confinò l'equipaggio entro un barracone di tavole, eretto espressamente a tal uopo sulla punta detta la Spina, luogo isolato e lontano. Da doppia linea di guardie venne questo provvisorio Lazzeretto circondato, restatovi colà uno dei senatori ed un nobile, dì e notte sopravveglianti.
Terminata la quarantena senza verun tristo accidente, anzi senzachè alcuno si sentisse neppur indisposto, la mattina del 15 Maggio se ne rendettero pubbliche grazie al Signore, e si cantò solenne _Te Deum_ nella Cattedrale, con universale consolazione. Di effimera durata fu tale allegrezza, mentre poche ore appresso si rilevò, che nel quartiere, detto dei _Pizzilari_, si erano manifestate febbri di mal costume accompagnate da buboni e da altri pestiferi sintomi. Inviatisi tosto colà i medici della Deputazione per osservare gl'infermi, e riconoscere la natura del male, ne riferirono «che avendo visitato gli ammalati, e considerato con ogni attenzione l'essenza e qualità delle malattie, non trovavano in conto alcuno esser esse contagiose e pestifere; che credeano sì essere le stesse malattie epidemiali, che s'erano fatte vedere nel Febbrajo ultimo scorso[45].» La stessa relazion diedero i medici, ch'erano alla cura dei malati, e dello stesso parere si dichiararono quelli stessi, a' quali veniva attribuito di aver divulgato esservi la peste nella detta contrada.
Tale dichiarazione medica sollevò gli animi, e fece sì che i Magistrati si abbandonassero ad una cieca fiducia, trascuratene le più opportune precauzioni.
Somministraronsi però a' poverelli per la città sussidj di pane, carne e vino, perchè con tali alimenti potessero meglio resistere alle impressioni dell'aria. Si fecero seppellire cadaveri in calce viva, per la corruzione e fetore straordinario, che spandevano. Si fece bruciare per la città delle ossa, ed altre cose tenute per alessifarmache, e obbligaronsi i medici a presentare ogni dì una lista al Magistrato di Sanità delle malattie, che avevano in cura, e simili altre cose. Moltiplicavasi infrattanto di giorno in giorno il numero degli ammalati e quello de' morti; il morbo si spargeva rapidamente negli altri quartieri della Città, ed in mezzo a tutto questo le relazioni de' Medici continuavano ad assicurare «che _non era mal contagioso, ma epidemia maligna_». Fondavan essi le ragioni di cotal loro giudizio, sul non osservarsi comunicazion del male a coloro, che assistevan gl'infermi, quando, se peste fosse stata, dicevan essi, doveva mostrarsi il morbo sommamente contagioso, giacchè i buboni, gli antraci, le petecchie erano sintomi equivoci, e comuni con altri mali; perchè neppur al sommo mortiferi eran que' morbi. Uno de' Medici però, il cui nome non ci fu tramandato, non persuaso delle suddette ragioni, e temendo dell'ingannevole progresso d'un terribilissimo male, che insidiosamente comincia e insinuasi occulto e leggiero fra le genti del popolo, e poi ingigantisce nella sua forza, attaccando ogni sorte di persone, dubitava che fosse peste effettivamente, adducendone esempj simili, in cui s'ingannarono uomini insigni, e di profondo sapere, come in Palermo l'Ingrassia l'anno 1575; in Venezia il Mercuriale, ed il Capodivacca nel 1576, ed altra volta nella stessa Repubblica il dottissimo Massa; e così in Napoli molti altri valentuomini nel 1556; in Vienna l'anno 1713; ed in Marsiglia nel 1721 ecc.: che perciò consigliava praticar cautele, come se fosse stata vera Peste, senza però dar per sicuro che tale si fosse.
Questa opinione così isolata, e dagli altri medici vivamente confutata, non prevalse, perchè ne seguisse in detti giorni il sequestro generale della Città, il quale far si doveva, nè bastò a far adottare altre valide misure di riparazione. La moltitudine de' malati però riempiva di timore l'animo de' cittadini.
Giunto il primo di Giugno, ed oltrepassando il centinajo il numero degli estinti, col vedersi attaccati gli assistenti e coabitanti in una stessa casa, ed essere il periodo dell'infermità assai corto, cominciarono i medici ad accorgersi dell'errore, ed a conoscere pur troppo evidente il carattere del male, che di giorno in giorno si faceva più esteso e spaventevole. Quindi si ordinarono alcune cautele. Ma pur troppo non corrisposero, perchè tardi s'era ad esse fatto ricorso. Nei due seguenti giorni, 2 e 3 Giugno, morirono 279 persone, e più d'altrettante cadettero inferme. Moltissimi furon coloro, che fuggirono dalla città, ritirandosi alla campagna. Nei giorni 4, 5 e 6 Giugno 432 persone cessarono di vivere, oltre un numero assai maggiore d'infermi.
La mortalità cresceva ogni dì. Cominciò a sconcertarsi ogni regolamento; s'introdusse la confusione, il disordine, che giunsero a tale da costernare qualunque animo forte. Riempite le fosse, non sapeasi più ove porre i cadaveri. Mancarono i beccamorti; sparirono i carri e le carrette; non trovavasi più chi si prestasse per i bassi servigj. Ognuno si nascose, e rintanò, procurando salvarsi. I villaggi fecero unione respettivamente di guardarsi, e non lasciavano più accostar gente, che dalla città procedesse, impedendo eziandio fino il macinarsi grano per li bisogni della città. In ogni passo scorgevansi disordini; in ogni provvidenza incontravansi ostacoli, ed intoppi; da per tutto non v'era che angustia, costernazione, e morte.
Acciocchè possano i lettori formarsi più adeguata idea delle crudeli estremità, a cui fu ridotta Messina sotto i colpi di questo tremendo flagello, mi farò a riportare alcuni brani della descrizione, che ce ne lasciò lo storico Turiano.
STORIA DEL CONTAGIO DI MESSINA
Cap. X. fac. 29.
«Crescendo ne' successivi giorni a dismisura la strage, e la fatal forza della pestilenza, giunsero allo stato di non essere più in modo alcuno riparabili i disordini, la confusione, e la universale miseria: si ridusse la Città tutta, ed i borghi ad una piscina d'ammorbati. Gli estinti restavano nelle strade, e nelle case senza esservi chi li trasportasse. Ogni giorno contar potevasi a migliaja quei, che cessavano di vivere. I deputati, depositarj, guardiani, subalterni, oggi vivi, dimani o morti, o moribondi osservavansi. Non restarono più fornari, fabbricatori del pane; mancarono affatto i legni per cuocerlo, eziandio per le case, ove taluno adattavasi per farselo; mancarono i Parrochi, i Preti, e gli Ecclesiastici che somministravano i Sagramenti; ed in somma li Senatori, e i Deputati di salute si videro nel più funesto stato di abbandono, e di costernazione, senza ajuto di subalterni, e colle strade seminate di cadaveri, che per la forza del velen pestilente gonfiavano, annegrivano, e divenivano orrido spettacolo d'abbominazione e di spavento. Nondimeno non abbattendosi continuarono personalmente con la forza del danaro a procurare l'assistenza di qualcheduno che aver poteano a sommo stento, per soccorrere di viveri le persone chiuse nelle case, che dalle finestre chiamavano ajuto, e soccorso, per non perire di fame e di sete.
Non poterono però a lungo mantenersi nell'opera suddetta, poichè, attaccati dal morbo, cominciarono a perire; tantochè un solo de' Senatori, ed un altro solo pur de' Deputati di salute sopravvissero.
Sotto li 17 del detto mese di Giugno si scrisse dal Senato al Gran Maestro della Sagra Religione Gerosolimitana, pregandolo di mandare qualche numero di schiavi, ed almeno due medici pratici di Peste, per ajuto di questa città, che periva. Ma la lettera non giunse forse, perchè neppur risposta s'ottenne.
Correndo il dì 20 Giugno, e moltiplicato essendo nella città il numero de' cadaveri insepolti, in guisa che ne' piani ed innanzi le porte delle chiese a catasta marcire vedeansi, mosso a compassione l'Eccellentissimo Signor Generale Governatore, il quale in tutta la lagrimosa serie degli accidenti sovranarrati non lasciò mai di contribuire l'opera sua autorevole a bene della città, fin dove gli fu richiesta dal Magistrato di Salute, a di cui carico era l'operare in tali circostanze, mosso, come dissi, a compassione dello stato infelicissimo della città, aderì alle istanze fattegli di destinare numero 200 di soldati, con vesti impeciate, uncini, pale, ed altri ordigni, per levar i cadaveri, ed in fosse profonde sotterrarli fuori della città. Ma non essendo stato possibile aver carrette per lo trasporto, e molto più che moltissimi cadaveri erano già aperti e corrosi, si pensò far li fossi in città ne' siti più larghi e piani, ove canali d'acqua non s'incontrassero. Ma poco potè in pratica eseguirsi simil provvidenza, poichè non bastanti spazj trovandosi per detti fossi, nè riuscendo questi a proposito per non restar l'aere, e la città contaminata dagli aliti, e dal fetore, oltre il numero successivo, che avanzava de' defonti, si risolse alla fine di bruciargli negli stessi luoghi dove erano, accompagnandoli con pece, zolfo, bitumi, ed altri generi, che facilitassero l'incendio, ed atti fossero a purgar l'aere dalla infezione. Così dal Capitan D. Gennaro Coppola, e dall'Alfiere D. Vito Melorio, ch'ebbero in sorte di sopravvivere a tale incombenza, con amore, e zelo giammai abbastanza lodato, si praticò esattamente, consumandosi quantità incredibile di detti generi, quali neppur bastevoli riusciti essendo, fu necessità di continuar l'incendio con l'ajuto di legna, frasche, tavole, ed altre simili cose eziandio servibili.
Io, che, a servire la Patria, mi trovai presente in tutta la strana disovranarrata tragedia, prima che oltrepassassi, non posso tralasciare di dire, che in quei giorni infelici, quando si bruciavano i cadaveri, era la vita più tormentosa della morte medesima, poichè parea che giunto fosse il dì estremo per Messina, lungi d'ogni riparo. Gli elementi pareano a suo danno congiurati, poichè l'aria da' letali miasmi avvelenata, il fuoco da per tutto acceso, oltre il calor della stagione, togliea quasi il respiro; l'acqua era calda, e di maligni atomi impregnata, più tosto accendeva, che smorzava la sete; la terra tutta piena di schifose corruttele. Rendeasi in somma detestabile il vivere. I sensi tutti pativano. La vista da quegli oggetti lagrimevoli offuscata, e dal fumo intorbidata, pativa tormento, che non è dicibile. L'udito da gemiti, e da sospiri, da moribondi, da voci di miseri deliranti, che per le strade correndo lasciavano di vivere, era funestato. L'odorato dalla puzza de' cadaveri, dal fetore de' bitumi, e dall'aria gonfia di corruzione pativa pena incredibile. La lingua era secca ed arida, col gusto depravato, oltre la fame, e sete, e mancanza de' soliti ristori, che l'affliggevano. Le mani ed il tatto per tutto il corpo era totalmente perduto, temendo ciascuno di toccare per non infettarsi, abbominando eziandio le proprie vesti, i letti, e le proprie case, divenute occasioni prossime di pericolo, e di morte. La memoria era conturbata per la circostanza de' perduti congiunti ed amici, e per quei che stavano agonizzanti. L'intelletto oppresso dalla confusione, non sapendo pensar riparo a male sì grande, senza luogo, ove fuggir si potesse, senza forza come resistere, senza consiglio, e senza sovvenimento da lontani, e da prossimi. La volontà confusa, mancando alle risoluzioni l'effetto, a' mezzi l'esecuzione, a' pentimenti il profitto, a' rimedj la possibilità. Vedeasi morir le madri con figli lattanti alle poppe; i bambini per le strade pianger morendo in seno alle madri già estinte; il padre, le donzelle ignude esponersi a catasta de' cadaveri, il marito abbandonare la moglie, il fratello la sorella, senza restar chi dasse soccorso; tirarsi per morti persone ancor moribonde, starsi i viventi coricati co' morti per più giorni, senza aver in casa chi li separasse, furono spettacolo terribilissimo in quel tempo d'incomprensibile angustia. Io che per le incombenze di mia carica dovetti essere spettatore infelice di sì orrenda tragedia, non altro, che lagrime, dì e notte spargeva dagli occhi, mirando l'eccidio dell'afflitta patria, resa oggetto il più lagrimevole di desolazione. Piangevo i figli perduti, i fratelli estinti, gli amici spiranti, i cittadini dispersi, le belle arti, che in Messina rifiorivano gloriose, già poste in rovina. Ah, dissi, sfortunata Messina, che in questo tempo appunto nell'anno precedente fosti la maraviglia delle nazioni, e l'amore de' popoli, celebrando con pompa inarrivabile la secolar memoria della Gran Madre di Dio, nel mentre fra mortali dimorava, qual ti veggo ora miserabile deformata!..»
I casali vicini alla Città provarono tutti l'orribile scempio, tranne due soli, Molino, ed Artelia. Delle ville del Distretto parecchie restarono illese, altre più terribile soffriron la strage, specialmente Monforte, Venetico, e Fiumedinisi. Questo flagello cominciò a diminuire ai primi di Luglio; fu in piena declinazione in Agosto, ed in Settembre si considerò interamente cessato. Dai 6 Settembre ai 14 non morì che una donna da decrepitezza. Il numero dei morti nella Città e nei sobborghi fra una popolazione di 40321, fu, nello spazio di tre mesi circa, di 23841. Ne' casali de' contorni sono morte 14561 persone.
Fra le cose più considerevoli, che accompagnarono questa pestilenza, sono state rimarcate le seguenti.
1.º Per tutto il corso del mese di Maggio, quantunque la peste fosse nel suo maggior vigore, non si videro mai comparire carbonchi, e solo nel Giugno incominciarono a manifestarsi.
2.º In mezzo a sì estesa dilatazione del morbo, e ad una strage pressochè universale, i conventi delle Monache soggetti a clausura si sono preservati illesi quasi tutti, sebbene fossero 14, contenenti in complesso più di 600 persone. Non così quelli dei Frati, e d'altri Sacerdoti claustrali.
3.º I guariti dal contagio non furono più attaccati da esso, quantunque servissero ed assistessero continuamente gli ammorbati, e maneggiassero eziandio senza riserva le robe loro, tranne però due casi di persone, che servivano gl'infetti nello spedale, e che riattaccarono la peste, forse perchè non erano bene guariti.
Avendo il Re mandato in Messina in tempo del contagio quattro schiavi barbareschi, che patito avevano la peste in Levante, impiegativi ne' più pericolosi servigj in tempo, che il morbo durava più vigoroso, niuno di loro ne fu attaccato, e vissero sani. Lo stesso avvenne di una donna, che superato aveva la peste in Marsiglia nell'anno 1721.
Il Senato, volendo togliersi dal pericolo della sussistenza di ogni fomite contagioso, fece istanza, perchè fosse data mano all'espurgo. Ma il Re disposto avendo che venissero da Venezia persone capaci e pratiche per eseguirlo, d'uopo fu aspettarne l'arrivo, che poi successe nel Dicembre 1743. Da Venezia furono spediti all'effetto il D.r Pietro Polacco, un Coadiutore, tre Guardiani, e due Bastazzi.
Si cominciò spurgare in primo luogo l'antico Lazzeretto nel braccio di S. Raineri. Indi si pubblicò bando penale con le disposizioni preliminari dell'espurgo generale. Consistevano queste «in dover ciascuno nettar di stracci e di robe inutili le proprie case, facendoli metter in istrada, ove i condannati ogni giorno con carrette a tal uso assegnate li trasportavano ne' piani per brugiarsi; che si uccidessero gli animali domestici con pelo, che potrebbero da una casa all'altra trasportar il malore, in caso di esistenza nelle case infette, che rimaste erano chiuse ed abbandonate dopo la morte degli abitatori; e che in ogni quartiere i più assennati cittadini fossero per deputati, accinti ad eseguir le provvidenze e regole, che dal D.r Polacco doveansi designare.»
In questo frattempo il contagio attaccò nella terra della Scaletta, che fin allora erasi mantenuta illesa, e nell'altra di Calveroso. Ma mercè le cure de' Vicarj Generali di quelle vicinanze, il male non si dilatò; ed in quelle poche case e famiglie, ove si sviluppò, rimase anche estinto.
Il dì 11. Gennajo cominciossi la disinfettazione della città. Vi assistevano personalmente il Sig. General Governatore, l'Ispettore, il D.r Polacco, ed altri ragguardevoli soggetti.
I Guardiani e i Bastazzi, con sufficiente numero d'inservienti divisi in squadriglie, visitavano le case, togliendone fuori le robe suscettibili, che trasportavansi nel Lazzeretto, le inutili si bruciavano, e le non suscettibili si lasciavano alla ventilazione entro alle case stesse, le quali si facevano bene scopare e pulire, barricando poscia le porte, che si segnavan di rosso, onde riconoscere per visitate e spurgate.
Prima di entrar in esse vi si facevan profumi violenti di pece, antimonio, zolfo, orpimento, nitro, e canfora. Ad ogni squadriglia di spurgatori assistevano due Ecclesiastici incaricati di formar gl'inventarj di tutte le robe, che si passavano al Lazzeretto. Nel tempo degli espurghi furono attaccate dal contagio diciassette persone in alcuni casali, contigui alla città, delle quali nove morirono. Prese all'istante le opportune precauzioni, il male non si dilatò. Continuossi con buon ordine la disinfettazione in città, e nello spazio di 26 giorni vi si condusse a termine. Quindi si proseguì nel territorio; ma verso la metà del Marzo si seppe esservi in Pezzólo la peste, colà introdotta col mezzo di robe infette portate clandestinamente. Undici persone appartenenti a tre famiglie ne furon colte. Interdetta ogni comunicazione, e stabilito rigoroso sequestro delle case infette, con doppia linea di guardie, se ne continuaron gli espurghi, nè altri tristi accidenti sono accaduti in Pezzólo. Condotti felicemente a termine in ogni luogo gli espurghi, li 29. Maggio 1744. Messina fu dichiarata libera e sana, riaperte tutte le comunicazioni, e ristabilito in ogni sua parte il commercio colle altre città del Regno e coll'estere Nazioni. (_Turriano, Memoria istorica del Contagio della città di Messina._)